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Anomalia israele

Donne palestinesi davanti al musoLa singolarità dello stato di israele, il suo essere una “democrazia atipica, la mancanza di una significativa opposizione interna ad una politica “espansionistica”, e colonialista e imperialista, si evidenzia fin dalla sua nascita e ancor prima. E’ consuetudine datare l’inizio del “dramma palestinese” al 1948 con la “Nakba” (catastrofe), ma il tema israele è precedente, ben più lontano, databile col “sogno” di creare in quella terra di Palestina uno paese teocratico, e prima ancora. Molto spesso le politiche delle dittature e/o “arroganti” hanno fatto della religione il vessillo strumentale a supporto dell’odio e del terrore. A giustificazione di ogni massacro. La scelta poi di costruire lo stato con la “forza” e non la “diplomazia” è conseguente alla sua stessa origine. Questo trova conferma nelle poche pagine “scappate” alla censura di “regine”, pagine non solo scritte da mano semita, ma da mano fortemente sionista, in alcuni casi persino sfuggite da notevoli rappresentati di governi israeliani. Si veda a questo proposito, solo come piccolo esempio, Vivere con la spada di Livia Rokach.
Ancora oggi si parla di migrazione di ebrei verso israele. Non vi è nessuna migrazione, di ebrei e non, verso una “terra promessa” ma il fenomeno in atto, con caratteri sempre più chiari con il trascorrere del tempo nell’affermazione sionista, assimila tale falso esodo più al concetto che comunemente viene dato nei linguaggi conosciuti al termine “reclutamento” che al ricordo mistificato della Diaspora. Si reclutano, appunto, disperati da tutto il mondo, di religione ebraica ma anche no, purché disposti ad investire il loro futuro in una “avventura” di “conquista”. Quei pochi che poi manifestano dissenso interno anche solo sui metodi di “affermazione” di quella politica basata sulla “vendetta” e sul “terrore” nel migliore dei casi sono fortemente emarginati e spinti verso l’esilio. Naturalmente vengono marchiati come traditori, parola questa che dovrebbe essere ben conosciuta, nei suoi significati, in israele, e che da sola dovrebbe distinguere una democrazia compiuta. Il marchio di traditore solo in israele e nelle più ottuse dittature sostituisce nel dibattito politico il lemma “dissidente”.
In parole molto semplici (poiché il linguaggio tecnico e ricercato è servo solo al rendere meno comprensibile la realtà e i temi trattati) il “sionismo di stato” non è conseguente all’olocausto né all’ “errante” ma più assimilabile, fin dall’inizio, allo sviluppo di uno stato equiparabile alle grandi dittature del novecento; mondo che si sperava in via di estinzione dopo la “sconfitta dei fascismi”. Certo come ogni forma di dittatura ha le sue particolarità, ma ha anche molte similitudini con precedenti facili da ricordare. La fondazione dello stato di israele, con la politica della conquista coloniale attraverso lo strumento del braccio armato, è sostenuta fin dall’inizio da formazioni paramilitari a stampo chiaramente e dichiaratamente terroristico. Che questo terrore sia diventato stato è conseguenza naturale dal momento stesso che il terrore ne diviene governo. Quei coloni che girano amati in territorio della Cisgiordania, protetti da un esercito da loro stessi alimentato, evocano certamente più il ricordo dei movimenti oscuri di quel lontano passato che semplici cittadini o contadini. Continuano e perpetrano l’eredità delle formazioni terroristiche degli inizi. Ci sarebbe da aggiungere che la mistificazione della “sicurezza” resta tutt’ora uno dei pretesti più palesemente mistificatori di questa storica operazione di “pulizia etnica” che è l’odierno vero olocausto.
E’ consapevolezza di chi scrive che questi temi andrebbero più specificatamente trattati e sviluppati anche con il sostegno di accurata documentazione, nonché attraverso gli episodi della storia recente e meno contestualizzati. Non dispero di trovare il tempo e la voglia di farlo nel futuro, pur consapevole dei mie limiti, non sono né uno storico né un politico ma solo un umile “curioso”. Non dovrei essere deputato a farlo. Spinto dall’attualità (oggi è il 19 luglio 2014 e continua l’assedio e il massacro a Gaza, così come continua l’occupazione militare e il terrore in tutta la Cisgiordania, o West Bank che dir si voglia, che continuerò a chiamare Palestina) mi sembrerebbe utile rompere l’informazione della propaganda e del silenzio cercando di capire dove nasce il problema che da decenni attraversa tutto il medio oriente in una continua opera di destabilizzazione dell’area. Infatti insieme ad un’informazione certamente insufficiente e fortemente ottusamente “giustificatoria” verso il governo di Tel aviv per quella che confusamente potremmo definire “politica interna” (interna alla Palestina), c’è il silenzio assoluto sulla “politica estera” di israele. Sul massacro della cultura e dell’intelligenza palestinese portando la voce della violenza anche nel cuore dei paesi che hanno dato rifugio e quegli esuli, Europa compresa. Sui rapporti con paesi indiscutibilmente dittatoriali e le sue missioni di assistenza tecnico-militare fino in America Latina. Lo strano dialogo-opposizione (che a tratti diventa sostegno) ad integralismi diversi dal suo, evocando un islam che non esiste. Di come israele abbia in tutta questa storia “provocato” crisi e distruzioni in tutto il medio-oriente. Di come abbia destabilizzato e fomentato la guerra nei paesi vicini, tanto in Libano, come in Siria, eccetera, in un disegno imperialista di egemonia nell’area. Di come continui a ricattare e minacciare il mondo intero. Potremmo continuare ma ci fermiamo con una domanda, premettendo che siamo decisamente contro la guerra e i suoi strumenti: «in base a quale raziocinio può un paese che dispone di uno degli eserciti più efficienti al mondo, di una tecnologia bellica tra le più raffinate del pianeta, sostenuta anche da un non indifferente arsenale nucleare (che impunemente si tende a nascondere), minacciare un paese terzo che si sospetta si appresti a fare la stessa deprecabile scelta di dotarsi di strumenti nucleari e trovare sostegno nelle “democrazie” dell’Occidente»?
Senza tacere di come la giustizia in israele (solo) verso il palestinese non giudichi ma condanni direttamente a morte il semplice sospettato e condanni a morte l’intero popolo. Ma personalmente mi sembra ovvio che la “politica della forza e della vendetta”, la menzogna della sicurezza, neghino qualsiasi possibilità al dialogo, creino un linguaggio fatto di vocaboli diversi (amo ricordare almeno Lessico deviato di Patrizia Cecconi), atti a comunicare incomunicabilità, e si concludano con la presunzione della costruzione di una “razza superiore”. Lo so bene che quest’ultima affermazione entra in un terreno di dialogo minato. Non si intende qui mancare di rispetto a tutto il mondo ebraico e l’ebraismo, parliamo sono di una politica, il sionismo, che sembra vergognarsi dei martiri della shoah come di vili, vittime destinate per natura al sacrificio, che non ha provato vergogna a trattare con gli stessi carnefici. Invero mi sembra consequenziale che chi ritiene di poter giudicare gli altri in base ad una verità propria, assoluta, indiscutibile su base fideistica, prefiguri per sé l’appartenenza ad una superiorità in qualche modo di razza di infausta memoria.

P.S. immagine trovata nella pagina Facebook di Al Fatah Italia

Lettera agli amici.
Bene o male di anni e strade ne ho attraversati abbastanza. Come dice la canzone: «Ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze, e anarchici distratti cadere giù dalle finestre». Di santi e profeti ne ho conosciuti quanti basta. Sono rimasto agnostico, in tutto, nonostante le grandissime verità che mi sono state rivelate. Non posseggo quella Verità e anzi le grandi verità mi spaventano; coltivo il dubbio e ho sempre una domanda su tutto, forse anche una in più. Cerco di mantenere indipendente il mio agire, il mio pensare, il mio giudicare. A volte ci riesco, altre non lo so. Ammetto sono umano, fallibile e tra i tanti vizi ho anche quello del fumo. Solitamente non amo parlare, preferisco lasciarlo fare a chi ne ha più autorevolezza o ne ricava una maggiore soddisfazione. E’ anche una lontana scelta politica, non per questo mi sottraggo, quand’è necessario, ad esprimere il mio pensare. Qui è uno di quei casi in cui mi sento tirato per i capelli nel ribadirlo poiché, pur non chiedendo giustificazioni all’agire degli altri, queste giustificazioni mi vengono richieste per il mio sostegno alla causa palestinese. In realtà non sostengo la causa palestinese, sostengo la Giustizia, la Resistenza, i Diritti umani, la “Pace”. Ho sempre cercato di essere dalla parte degli ultimi. Tra i tanti miei “compagni di strada” abbondano le “anime pure”; ammetto di non esserlo. Preferisco il fare alle parole. So di non essere il solo. Non per propria aspirazione la Palestina si è trovata ad essere “esemplare” in questa Lotta e nel dar voce a questi Diritti; negati. Me lo ha ricordato un “amico” che mi manca: Vittorio Arrigoni. Non mi credo depositario del suo pensiero. Lavoro portando avanti solo una sua idea: «Restiamo umani». Per tutti quegli altri, li rimando ai mie raccontini sperando ne traggano piacere.
Non ho simpatia per il “pensiero unico”. Nel mio fare cerco di avere dei punti fermi, magari pochi ma chiari. Grossomodo girano attorno a pochi concetti, molto semplici poiché non sono un grande indagatore da vaste praterie di elaborazioni filosofiche. Allora parliamo di «Resistenza». Ne so poco ma da quel poco credo sia una cosa di una certa piccola complessità. Parliamo della nostra breve Resistenza di cui vado, e spero andiamo, ancora fieri. Sì! quella della «Bella ciao». Così m’è stata raccontata nei libri in cui ho frugato. Quella “nostra” Resistenza è durata due anni, anzi due stagioni poiché in montagna d’inverno fa freddo. Il primo anno le operazioni belliche sono state soprattutto dirette da Resistenti in divisa. Uomini, e ripeto Uomini, che avevano disertato l’esercito regio italiano per una scelta diversa, quella della dignità e dell’opposizione alla sudditanza al mostro nazista e alla barbarie. Da istruzione militare l’ingaggio contro il fascismo è stato provato in campo aperto, appunto con strategia militare. I risultati sono stati disastrosi per i Resistenti. E’ anche su quella lezione che le forze Resistenti hanno iniziato quella campagna in cui si usava una tecnica che molti anni dopo sarebbe stata chiamata di «Guerriglia» (non so se a qualcuno il nome del Che ricorda qualcosa?).
Quella, come ogni Resistenza, è stata fatta da Uomini, e naturalmente Donne, non si voleva fare qui un discorso di genere, diciamo da «Esseri Umani», che non hanno coltivato tanto il gusto dei paroloni ma hanno messo a rischio le loro vite. E come ogni Resistenza è stata una cosa complessa, nemmeno priva di eccessi. Come qualsiasi “evento bellico” non è stata fatta da, e per, stomaci delicati. Bisogna essere bravi a contestualizzare gli eventi. Si lottava per la Libertà. In quella lotta è vero che molti hanno imbracciato le armi, e a loro va il mio enorme Rispetto e tutta la mia Riconoscenza. Uguale Rispetto e Riconoscenza va a tutti gli altri Resistenti. Non meno resistenti sono stati i tanti, i fuoriusciti, coloro che hanno dato vita alla stampa clandestina, senza magari mai sparare un colpo. A chi ha fatto da supporto ai “Partigiani” in armi, che li ha ospitati, nascosti, sostenuti e sfamati. Agli operai delle fabbriche in sciopero. Uguale Rispetto e Riconoscenza e Ammirazione va naturalMente alle staffette partigiane. Mi fermo qui nell’esprimere il mio pensiero su questo poiché spero di essermi spiegato abbastanza. Ricordo solo che tra i molti che hanno perso la vita la maggior parte lo ha fatto senza aver mai sparato un colpo. Ma di tutto questo meno se ne parla meglio è, l’importante è tenerlo a mente, farne bagaglio, ideale.
Ora, secondo il mio buon senso, mi risulta che qualsiasi Lotta non sia fatta solo e soprattutto di proclami. Il “mio caro padrone domani ti sparo” non è uno slogan ed un invito perché lui, il padrone, non tardi all’appuntamento e si faccia trovare pronto. Nell’ specifico è semplice ironia. Nella Lotta avvertire l’avversario non mi pare poi una delle strategie più innovative e astute. Ma tant’è e poi questo esula da quanto volevo dire. Volevo invece soffermarmi su un altro punto. Il mio avversario l’ho sempre cercato davanti, non tra i nostri ranghi. La forza di una Resistenza sta nell’unione e nel riuscire a trascinare dietro le proprie Idee grandi aree della società, quello che per anni si è chiamato Popolo. Nel muovere classi sociali e consenso; facendo ogn’uno la propria parte. Cosa posso io fare per la Palestina? Poco. Quel poco, per mia scelta sta nel dar voce ai Palestinesi. Non a questo o quel Palestinese, ma ai Palestinesi. Ammettiamo che i Palestinesi sono un Popolo, non un pensiero unico. Un Popolo fatto di Persone, di Idee, a volte diverse, di Emozioni. Sono un Popolo in Lotta. Non mi sono mai sognato di parlare a nome loro. Di ridurli ad un’unica voce, tantomeno la mia. E a più voci abbiamo dato spazio e modo di esprimere il loro pensiero. E posso fare solo un’altra cosa che da molti mi è stata chiesta: «Informare». Informare come… DIRE LA VERITA’. TESTIMONIARE quello che succede in quella terra martoriata. Questo noi di “Restiamo umani con Vik” cerchiamo di fare con tutte le nostre forze e nel limite delle nostre capacità. Tutto quanto non chiaramente espresso al riguardo nelle mie parole si può evincere facilMente, non risparmiando la propria intelligenza, tra le righe. Parlo a nome mio senza giudicare il lavoro degli altri e ai giudici vada il mio… Andate con dio.
Mario Dal Gesso

Circola in Facebook una polemica che forse fa sentire qualcuno importante. Vorrei disporre meglio del mio tempo, ma causa mia mi sono trovato coinvolto per aver condiviso con leggerezza una foto. Me ne assumo ogni responsabilità. Mai creduto di essere infallibile, ma davanti a alcuni commenti sento il dovere di chiarire la mia posizione e il mio pensiero politico, che alla fine non credo così rilevante. Mi preme solo non essere frainteso visto l’importanza del tema trattato: la Palestina.
Sono di parte, sono sempre stato di parte, sarei orgoglioso di potermi definire Partigiano. E con estrema modestia mi richiamo a quella grande Tradizione, a una Storia, a un’Italia. Sono lì i miei ideali, piaccia o meno. Mi richiamo a un soggetto politico nato a Livorno. Alla clandestinità e alla Resistenza. Difendo via Rasella e piazzale Loreto. Condanno fermamente le fosse Ardeatine e ogni tipo di dittatura dell’uomo sull’uomo. Avevo vent’anni nel Sessant’otto. Sono Sessantottino comunque, anche non lo avessi voluto; ma “lo volli”. Vorrei essere libero nell’agire e nel pensare e allo stesso tempo solo un militante di base. Non voglio fare e non faccio opinione.
E’ duro vivere sotto occupazione. Sulla Palestina… credo fermamente che un “Popolo” sotto occupazione abbia il Diritto di adottare tutte le forme di Resistenza che ritiene utili alla propria causa. Non mi meraviglio se davanti a tanta arroganza, alla distruzione, all’orrore, a questo criminale lento genocidio e al silenzio vi possano essere gesti (più o meno) estremi (non mi pare questo il caso). In fondo trovo il “gesto delle tre dita” una cosa più che normale. Meno normale anzi sub-normale credo questa forzata e sconsiderata e pedante richiesta di un “etica della Resistenza”; qui esagerata. Se chi si è fatto ritrarre con il forno alle spalle lo ha fatto con quella consapevolezza ha sicuramente fatto opera, minimo, di cattivo gusto, deprecabile e sicuramente non utile alla causa della Resistenza. Ne prenderei immediatamente le distanze. Solo Lei potrebbe dirlo e sinceramente non credo abbia voluto dare quel significato alla foto. Chi ne ha dato questa interpretazione è quantomeno ricco di fantasia e avrebbe dovuto avere il dovere di chiedere chiarimenti alla diretta interessata; facendo tutto questo nella sfera del privato.
Non mi sforzerò mai abbastanza di dirlo (anche a persone che stimo per la loro competenza): “le divisioni sono una delle armi messe in mano all’avversario”. Il foglio di propaganda sionista “Informazione corretta” non è tra i miei saggi di riferimento. Israele non ha bisogno di pretesti, se li cerca e se li inventa. Perdiamo il nostro tempo a spiegare cosa è un colono invece di santificare la loro dubbia scomparsa e darla per vera. Se condanniamo anche quel gesto delle tre dita che margini di manovra crediamo di poter lasciare alla Resistenza, tranne quello di migrare o di porre il proprio nome su una lapide, che verrà anch’essa divelta dal mostro dell’occupazione tanto privo di rispetto della vita quanto della morte?
Siamo tutti coinvolti. Non possiamo togliere a quel popolo anche la dignità della pietra. Non possiamo imporre loro solo di farsi ammazzare con un arma in mano. I sequestrati sono i palestinesi, senza alcun dubbio. Sosteniamo veramente tutte le forme di resistenza che i Palestinesi, nella loro complessa pluralità di Popolo, vorranno adottare. Così come erano molteplici nella forma di opposizione al fascismo della nostra “breve” Resistenza. Magari cercando di capire nella drammaticità quotidiana anche quei gesti che ora ci paiono, dai nostri divani, poco utili alla Causa. Davanti al fucile a volte i nervi possono anche saltare. Ieri manifestavo per Il rispetto della legalità internazionale e dei diritti umani. Non eravamo molti, mentre quando c’è da parlare e pontificare allora siamo quasi un grande universo, un vero oceano. Se i 3 coloni, e ripeto SE, sono stati “arrestati” da parte di una qualche organizzazione resistente, proprio per quella legalità e quei diritti il mio pensiero è molto semplice: i palestinesi avrebbero il “Diritto”, e ripeto Diritto, di “arrestare” tutti gli appartenenti a quelle bande armate che si definiscono coloni, che occupano illegalmente la Palestina e la cui opera è semplicemente rendere impossibile la vita ai palestinesi. L’esercito di occupazione è semplicemente un esercito di occupazione, nessuna Resistenza ad esso ha bisogno di essere giustificata. La Pace non si costruisce sulle tombe, anche se, non scordiamolo, la Pace va fatta con l’avversario. Troppo facile sarebbe trovare l’accordo con l’amico.
P.S. E un amico dalle galere sioniste ci fa telefonare per tranquillizzarci che il loro morale è alto, ottimo. Questi sono i palestinesi, mostriamo loro una faccia migliore. Cerchiamo di non essere peggiori di quello che siamo.

Caterina me lo dice sempre che sono distratto e con la testa per aria. Credo che un po’ di ragione ce l’abbia. Eppure ho sempre un volante in mano. E’ solo che sono sempre dentro i miei pensieri. Ma venerdì forse ho esagerato. E ne ho avuto la riprova. Ho finito prima il mio giro. Sono stanco e annoiato e rassegnato. Questa crisi ci sta soffocando tutti. La chiave fatica a girare nella toppa, capita. Dev’essere l’umidità di queste giornate, penso. Lei è china nel fare le pulizie. Vestita da casa, cioè libera. Ho ancora nella testa la padovana che mi ha lasciato sulla porta, senza farmi nemmeno entrare.
Caterina ha ancora un bel sedere. Faccio piano e la circondo con le braccia e gliene prendo una in mano. Non si lascia nemmeno troppo sorprendere così indaffarata com’è. Mi stringo a lei da dietro e le faccio sentire quanto la amo ancora. Il seno si sta appena rilassando ma è ancora generoso. Mi sembra anzi sia anche di più. Sarà che ho fretta e che ho ancora negli occhi quella e la sua di vestaglia semi aperta. Quella voce leggermente roca, così piena di piccoli strilli isterici che sembravano prendersi gioco di me, che mi risuona ancora nelle orecchie. Sarà che sembrava divertirsi a tenersi i miei occhi addosso, e se li è tenuti. Sarà che è passato un po’ di tempo dall’ultima volta. Sarà che non sono mai stato bravo a tenere a freno le mie fantasie, anche se sono sempre rimaste solo fantasie. Sarà che non s’è battuto chiodo, fatto sta che ho una gran fretta. Ma Caterina, un po’ annoiata e un po’ seccata, cerca blandamente di respingermi, di prendersi del tempo: “Fammi finire”.
Lei lo sa che io quando voglio so essere persuasivo. Mi sarei aspettato un po’ più di resistenza da parte sua. La solita riluttanza con le solite lamentele perché per lei non è mai il momento. Stavolta sono deciso. Le bacio il collo, so che a lei piace: “Non è il tempo quello che ci manca”. Intanto, per essere più convincente, infilo le dita nella scollatura. Le asciugo una goccia di sudore. Le sue mani sono occupate e non può difendersi. E poi perché? sono suo marito. Abbiamo poi tutto il pomeriggio per tutto il resto. Cerca di insistere a sembrare disinteressata: “Credevo ti saresti fermato fuori”. Non mi piace molto quando controlla il mio tempo. Dovrebbe stupirmi che non sia in ufficio. Dovrebbe? Semplicemente non ci penso. Anche per le domande non è il momento. Meglio così, non mi abbandonerò alle solite due uova. Mi deprime mettermi a tavola da solo. E poi, onestamente, tra noi le cose funzionano ancora. E me lo dico con quel minimo di orgoglio.
Lei non è mai stata brava a resistermi. Si scosta il ciuffo dal viso. Ha un’ultima riluttanza stressata: “Sono tutta in disordine.” –ma alla fine abbandona il moccio. La voce suona leggermente rassegnata, ma Caterina è sempre stata ragionevole e cede senza farsi pregare troppo: “Sempre così voi uomini”. Non mi lascia nemmeno il tempo per un bacio e scappa via. Non ha bisogno del bagno. Mi prende la mano per essere certa che io la seguo. Non ho nessuna intenzione di lasciarla nemmeno per un attimo. Scende dai tacchi e lascia lì le scarpe mentre mi trascina dietro di sé verso la camera. C’è troppa luce nella stanza e le tende non sono tirate, ma questa volta non muove nessuna protesta.
Non le lascio neppure il tempo di togliersi le calze. La prego anzi di tenerle. Abitualmente, se le mette, le mette un attimo prima di uscire e le toglie appena rientrata. A parte da fidanzatini non mi ricordo di non averla mai vista non in ordine. Cioè non c’è più stato un momento improvvisato, precipitato tra noi, in cui ci siamo veramente lasciati andare. Uno di quei momenti in cui l’idea ti viene all’improvviso, alla faccia del situazione e del luogo. Un momento come ora. L’amore di quei due ragazzi che siamo stati mi ossessiona, spesso e lo ricordo con dolore. Sono un vero stupido. E’ che lei dice sempre che è meglio essere comodi, che ora una casa ce l’abbiamo. Oggi invece la diverte la mia insistenza anche se sabato è solo domani: “Sei così di fretta”?
La sua non è naturalmente una vera domanda e non si aspetta risposta. Credo ne abbia voglia anche lei, ora ha fretta quanto e più di me. Per un attimo mi prende la delusione: forse ha solo fretta che finisca presto. Mi convinco che in amore non sa mentire. C’è sempre stata molta sintonia tra noi. Sicuramente prova quello che provo io. Mi convinco soddisfatto. E poi sembra tutto finalmente così naturale. A pensarci bene se ci penso è solo perché ci penso dopo. Nel momento in cui i nostri corpi si cercano e si trovano non ho tempo per altri pensieri. Mi lascio andare, chiudo gli occhi fra le sue braccia e mi affido a lei. E non si da nemmeno inquietudine che i vicini la possano sentire. Ritrovo la Caterina che ho imparato ad amare.
Mi abbandono tra le lenzuola guardando il soffitto. E’ stato proprio come ritrovare la passione di allora. Glielo dico credendoci: “Caterina, è stata come una prima volta”. Si alza sul gomito. Mi guarda stupita, mostrando apertamente di non riconoscermi e finalmente la vedo: “Caterina? Io non sono Caterina, ma tu chi sei”?
Sarà che sono un po’ distratto; con la testa tra le nuvole, come dice lei, cioè Caterina. Sarà colpa della padovana. Sarà che devo imparare a guardare dove metto i piedi. Sarà che in questi condomini gli appartamenti sono tutti maledettamente uguali. Insomma… se ci sono parole per uno di questi momenti io non ne trovo nessuna. Vorrei nascondermi. Vorrei scappare. Riesco solo a tacere, poi dico la prima cosa stupida che mi passa per la testa: “Ma che piano è”?
Il quarto.” –mi spiega ridestandosi in quel momento con nella faccia dipinta la più grande meraviglia. Penso che sia tentata di mandarmi subito via; ma non lo fa. Che combatta il bisogno di allungarmi uno schiaffo. Che comunque non sappia come uscire da quella situazione. Come me capisce solo ora che non sono chi credeva fossi. Che si tratta tutto di uno stupido malinteso. Non so che dire: quel maledetto ascensore s’è fermato al piano successivo. In effetti è stata insolitamente appassionata; come Caterina non lo era da tempo. Dovevo accorgermene che anche le lenzuola erano insolitamente lisce, noi non abbiamo mai avuto lenzuola simili. Nella sua faccia entra un estremo stupore e ha un attimo di pudore: fa il gesto di coprirsi con lenzuolo. Mi rendo conto e mi sento ridicolo. Lei si sente ridicola e poi scoppia a ridere: “Scusa, avrei dovuto essere più… più attenta. Capire. Lui non ha più… più tanta fretta”.
Gli occhi le brillano quando sorride e sembra divertita. Non avevo mai fatto troppo caso a lei, è che con i miei orari non è che ci si incroci spesso. Dev’essere una che è sempre in casa. A guardarla meglio non si assomigliano molto, anzi quasi per nulla. E’ leggermente più alta e… è rossa, di un rosso ramato. E Caterina non porta quei tacchi, me ne ricordo solo in quel momento. E gli occhi sono grandi e intensi. Avrei dovuto accorgermi di lei. Non so come scusarmi. Alla fine è lei a toglierci dall’imbarazzo, si accende una sigaretta, Caterina non ha mai fumato, e mentre lei aspira profondamente si confida: “Decisamente è il corteggiamento più… rapido che ho mai vissuto. Non che… Sei sempre così? Potevi almeno darmi il tempo di darmi una pettinata. Devo sembrarti… impresentabile”.
Onestamente non ho nulla di cui lagnarmi. Dovrei esserle solo grato. Dovrei ringraziare la mia distrazione e persino la padovana. Ripenso a quella nostra recente intimità, ancora calda e sudata. Attimo per attimo. Con attenzione. Rivedo ogni centimetro della sua pelle che ora cerca di nascondermi. Vorrei dirle una cosa carina ma tutto suona inopportuno. A tratti allontana lo sguardo e fugge il mio, a tratti mi fissa curiosa come stesse chiedendosi proprio in quel momento chi sono e com’è potuto succedere. Infatti lo ammette: “Non fosse successo… così… credo che non sarebbe mai potuto succedere. Ormai è tardi per… per pentirsi. Ancora non ci credo. Proprio io”. Tira su le spalle come una bambina capricciosa. “Me lo dice sempre che ho troppo la testa tra le nuvole. Che dovrei fare più attenzione. Che leggo troppi romanzi”. E’ tutto fin troppo inverosimile.
Schiaccia la cicca sul portacenere di cristallo con meticolosità. Vorrei chiederle se ne offre una anche a me, ma non trovo il coraggio. C’è un solo posacenere nella stanza. Dal mio lato, sul comodino, c’è solo la piccola lampada. Non so perché ma ho il desiderio di frugare dentro quel cassetto. Forse solo perché vorrei conoscerla, sapere qualcosa della sua vita. Non oso chiederle nulla. Posso solo lasciarmi alla mia fantasia nel momento che ci scopriamo veramente estranei. Non dev’essere facile nemmeno per lei parlarne: “Credo che per provare imbarazzo sia un po’ tardi. Dovevamo pensarci prima”.
Alle sue parole non so fare di meglio che restituirle silenzio. Mi propongo di raccogliere le mie cose e andarmene. Non saprei come accomiatarmi da lei e da quel momento. E allo stesso tempo vorrei non finisse. In fondo Caterina non è mai stata così tanto… Caterina. Provo un veloce bisogno di baciarla, di lasciarle una carezza. Strizzo la stoffa del copriletto nel pugno. Lei sicuramente si ritrova con più facilità di quanto so fare io. Forse perché è la sua casa. Sono proprio tutte uguali, persino i quadri sono gli stessi che abbiamo appesi alle nostre pareti. Con una maggiore attenzione avrei potuto sentire l’odore del fumo. Sono quisquiglie, sfido chiunque. Non noto nessun’altra differenza tranne il suo volto sul cuscino. Il volto di una sconosciuta che vedo solo ora. Cerca di fare la spiritosa e ci riesce. Quando torna a parlare ha un’aria sbarazzina che incanta: “La prossima volta che sbagli piano cerca di essere più carino e fammi uno squillo prima”.
Che stupido, me ne sarei dovuto accorgere per tempo. Troppo era l’insolito in quella nostra mattina. Non ha protestato che era venerdì. Non ha insistito per toglierle, le calze. Ha unghie laccate di verde smeraldo che mi hanno graffiato desiderandomi. Non ha avuto da ridire quando ho lasciato cadere le cose per terra. Le guardo incantato; anche loro appartengono ad un altro mondo. Lei guarda dove guardo io. E’ curiosa di me ma sa non fare troppe domande. Sul comodino è appoggiato un libro aperto: «Didone, per esempio. Nuove storie del passato». Non l’ho letto e lei, Caterina, non lo leggerebbe mai; non ama leggere i libri. La sedia e ricoperta dei suoi indumenti, e non è la solita biancheria; penso sia una donna che ama piacersi. Persino il suo profumo è più insistente. E il suo corpo… è il corpo di un’altra. Forse è solo ora, ma mi da sensazioni diverse. Non saprei definire tutte le differenze. Forse è solo il fascino della novità. “Stavo per dirti che è passato l’amministratore, ancora come fossi lui.” –e ride– “Eppure lui non rientra mai prima delle sette. Ancora non riesco a rendermene conto”.
Non ha bisogno di darmi altre spiegazioni. Parla lentamente un italiano corretto, perfetto; con una voce limpida e ben impostata. Non so se succede anche a voi di pensare in certi momenti alle cose più improbabili; di essere preda della stupidità e delle futilità. A me succede spesso, quando, ed è altrettanto spesso, mi trovo dentro situazioni che non so completamente governare. Eppure dovrei essere quasi immune al disagio, col mio lavoro, ma quando uno ci nasce. Dovrei dire che ho dovuto sposarmi per trovare un posto dove stare. E non credo sia perché sono figlio unico. La timidezza è un abito stretto che ti trovi addosso senza poterlo scegliere. Persino con Lei, con Caterina, non mi sento ancora del tutto completamente libero. C’è ancora una sorta di leggero impaccio, soprattutto in quelle cose. Ecco perché oggi mi è sembrato tutto così bello e così naturale. Forse proprio perché non ho dovuto pensarci prima. Avevo solo voglia di farlo. E stranamente lei, una sconosciuta, la donna di un altro, è stata la partner ideale, grazie anche al caso; e alla mia distrazione. In altre circostanze sarebbe potuta essere solo un sogno inconfessabile. Come ho fatto a non vederla prima? Un po’ di rimorso lo provo ma non è una cosa insostenibile. Non mi va di spiegare troppo. Mi basta sapere che è successo. “Forse dovrei fare una doccia. Che stupida, nemmeno un caffè. –mi guarda dentro– Ma non vorrai”…
Non avrei osato ma mi ha letto nel pensiero. Più che un rimprovero è una lusinga. E’ proprio vero: Non è il tempo quello che manca.
Mi allunga la mano. Quella mano che mi ha frugato l’anima e che ora tengo affusolata e fragile tra le dita. “Sebastiana.” –e torna a ridere. Anche il nome mi piace. E’ strano e forse proprio per questo affascinante. Si accorge che ancora la mano tiene il lenzuolo a coprirla e a scoprirla. Lo getta via divertita ed è tutta nuda e abbagliante: “Vieni qui, stupido”. Credo che dopo lo prenderò volentieri quel caffè.

N.B. la foto è stata “rubata” dal profilo facebook di Enrico Mazzucato.


Se vai in Palestina
porta con te un sorriso
e riceverai in cambio un sorriso
perché di lacrime ne ha fin troppe
ma di più lì vive la speranza.

Se vai in Palestina
vai col cuore aperto
e ti aprirà il suo cuore
e te lo ruberà a pezzetti
e te lo riempirà di emozioni e amore.

Se vai in Palestina
lascia a casa il cuore
perché troppe spine possono ferire la sua delicatezza
e sarà duro vedere il dolore e non provare dolore e
soffocare il grido che ti salirà fino al petto.

Bakri Locandinaincontro con il regista e attore Mohammad Bakri
insieme a
Luisa Morgantini
ex vicepresidente parlamento europeo e presidente di Assopace Palestina
e Cecilia Dalla Negra
giornalista e blogger

31 maggio 2014 ore 18.00
Venezia – ex chiesa di S. Marta

discesa pontile ACTV S. Marta, linea 4.1 – 4.2 o 5.1 – 5.2 dalla Stazione o Piazzale Roma (facilmente raggiungibile anche a piedi); subito a destra, superato parcheggio Interporto, ingresso edificio storico

http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/33186www.comune.venezia.it
il n.1 è l’imbarcadero e il 2 è la chiesa

Evento promosso da:
Assessorato alle Politiche giovanili e Pace del Comune di Venezia
associazione Restiamo umani con Vik
Assopace Palestina – Venezia
Coordinamento per il Medio-oriente – Venezia
Coop Adriatica

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PROFUGO

Hanno incatenato la sua bocca
e legato le sue mani alla pietra dei morti.
Hanno detto: “Assassino!”,
gli hanno tolto il cibo, le vesti, le bandiere
e lo hanno gettato nella cella dei morti.
Hanno detto: “Ladro!”,
lo hanno rifiutato in tutti i porti,
hanno portato via il suo piccolo amore,
poi hanno detto: “Profugo!”.
Tu che hai piedi e mani insanguinati,
la notte è effimera,
né gli anelli delle catene sono indistruttibili,
perché i chicchi della mia spiga che va seccando
riempiranno la valle di grano.

Ci sono proprio cose che non ti possono non infastidire. Io non lo so chi scrive queste storie. Va bene aggiungere un po’ di fantasia, ma quello il troppo è eccessivo. Poi la gente ci crede e diventa un’altra storia. Diventa chiacchiere. Ora vorrei ristabilire un po’ verità visto che ne sono stato il protagonista.
Quella sera avevo trovato di prendere due lire, cioè due euri, bisognerebbe aggiornare anche i modi di dire, per dare una mano in cucina in un ristorante dove c’era una festa in grande. Lavavo i piatti con un occhio ai fuochi mentre sentivo venire di là il frastuono di quelli che si stavano divertendo. Era una serata tutt’altro che di riposo. Servito il dolce e finiti i miei compiti volevo farmi una bella doccia prima di andare a ritirare la paga. Maledetto me ho voluto prima buttare un occhio alla festa che pareva non volesse finire. Trovo il coraggio e vado fino al bar. Mi si siede vicino una bella ragazza. Sui vent’anni, alta, slanciata, occhi spalancati; insomma una vera bellezza. Non posso dire molto di più perché con quelle luci vedevo e non vedevo. Tanto che mi sia accorto che era un poco sguaiata e che aveva belle gambe che mostrava abbondantemente scoperte.
Dall’interesse che le ronzava intorno sembrava la festeggiata. Io ho rimesso gli occhi nella mia acqua tonica. Lei sembrava già un po’ su di giri, direi brilla completamente, e mi ha rivolto la parola. Parole farfugliate non con troppo senso, tipo se mi piaceva la festa, se mi divertivo e da chi ero stato invitato. Un bell’imbusto si è intromesso tra me e lei, allora mi sono accorto dell’ora. Le ho detto che dopo una doccia me ne sarei andato, mi sono accomiatato. Quello mi ha detto che si sentiva intorno che ne avevo bisogno, il bifolco, e lei ha riso come una cretina. Un riso isterico istigato dall’alcol.
E così ho fatto. Già pensavo alla fatica della strada e pregustavo il meritato riposo. Ero sotto il getto potente dell’acqua ancora con lo shampoo nei capelli e negli occhi mentre finivo di insaponarmi quando me la sento scostare la tenda. “Ecco dov’eri finito, mio bel giovanotto”. Sono rimasto allibito tanto che m’è caduto il sapone di mano. Lei ride del mio imbarazzo e viene sotto il getto d’acqua con me vestita com’è. Si stava stetti stretti nel box perché era solo di servizio per chi ci lavorava. “Lo sai che sono una vera principessa”? Quello che so è che non era una vera domanda, e non era quello che mi stavo chiedendo. Lei aveva tutta l’intenzione di aiutarmi a lavarmi. Fuori il personale stava riassettando la cucina. Forse per l’acqua a quel punto ha avuto un barlume di lucidità. Cercò di parlare bofonchiando, incapace liberò la bocca di me e mi chiese se avevo la macchina. All’assenso del mio capo mi disse che saremmo stati meglio e più tranquilli lì.
Si sistemò alla meglio tra le risa di sottecchi dei presenti e le loro strizzatine d’occhio verso di me. Gli occhi di Carlo e Giorgio cercavano di bruciarmi dall’invidia. Io mi rivestii, non lo so perché ma non sono uso andarmene in giro con le chiappe al vento, e poi per mano siamo usciti. Davanti alla macchina sembrò un po’ delusa. Disse “tutto qui?”, osservò che non saremmo stati molto più comodi e infine si rassegnò e aspettò che le aprissi la portiera. Nemmeno il tempo di salire che lei aveva già abbassato i sedili. Nemmeno il tempo di sedermi che lei mi aveva spinto giù e mi aveva già slacciato i pantaloni. Mi parlava d’amore e sembrava avere una gran fretta. Io tacevo e cercavo di rendermi conto che tutto quello era vero, che ancora qualche dubbio me lo porto nel cuore. Lei era brava e appassionata e ci sapeva fare, principessa o non principessa. Alla fine mi aveva detto che s’era fatta accompagnare da Michelino ma che lui era di una noia mortale. Poi si batté alla fronte, si ricordò che gli aveva detto di aspettarla e che c’era il taxi per loro. Lo disse con lo stesso tono con cui una donna ti liquida con un “Cielo, mio marito!”. Si scusò, mi diede il bacio dell’addio frettolosamente e scappò via. L’avessi raccontato chi avrebbe potuto credermi?
In quel periodo stavo con Adele. Forse non era un grande amore ma era gentile, e poi funzionava tra noi. Naturalmente non le dissi nulla, ma mi sentivo molto in colpa per quello che era successo. E temevo lo potesse venire a sapere dai soliti Carlo e Giorgio; gli infami. Semplicemente non ne ebbero il tempo. Nonostante quanto feci per tenerglielo nascosto la mia storia con Adele finì proprio per quello. Un paio di sere dopo accompagnai la mia fidanzata fino a casa ed eravamo quasi arrivati quando, aprendo il vano oggetti, si è trovata tra le mani le mutandine che la bella sconosciuta principessa aveva scordato nella fretta di scappare. Cercai di inventare una scusa ma fui maldestro e poco credibile. Non rividi più Adele.
Quasi non ci pensavo più dopo un lungo periodo poco fortunato, sia sul fronte del lavoro che con le donne. Sembrava che la fortuna mi avesse girato le spalle. Da alcune riviste avevo avuto conferma che era una vera principessa. Ero messo talmente male dal punto di vista sentimentale che, debbo ammetterlo, un paio di volte avevo dovuto ricorrere a quelle riviste per fare all’amore. Poi avevo letto che aveva incontrato il suo principe azzurro, che l’aveva perso e lo stava cercando. In quel mondo le cose sono sempre andate in questo modo. Non mi illudevo di essere proprio io l’uomo della sua vita e poi non sapevo come avrei potuto fare. Non sapevo come né dove presentarmi ed ero certo che sarei stato solo deriso. Insomma era stato solo il bell’incontro di una sera diversa dalle altre. Una cosa da ricordare, se non si riesce a dimenticare.
Poi un pomeriggio sento un gran trambusto nella strada. Voci di ragazzi, di bimbi, vociare di gente. Stavo per andare a vedere alla finestra pensando ad un incidente quando sento suonare alla porta. E’ lei, la mia principessa, fresca di visagista, parrucchiere, eccetera, circondata da un codazzo di amici e tutti sembrano divertirsi sguaiatamente. “Cerco il mio principe azzurro. Non ricordo molto. Ero troppo ubriaca, ma questo non conta. Lui ha una cosa mia”. E io vado a prendere le mutandine che ho conservato gelosamente. Mi dice con una faccia che ti dico che potevo almeno lavarle. Non posso confessare il mio rapporto con quell’indumento. “Fa nulla” –e torna a ridere sonoramente seguita dal coro di quei perdigiorno. Si alza la gonna e le prova davanti a tutti: “Sì! Sono proprio le mie”. Allunga una mano prima che abbia uno stupido gesto di pudore: “Sì! Sei proprio il mio” –e ride. E senza chiedermi altro, sembrerebbe inutile anzi superfluo anche a me, si limita a dirmi di seguirla: “Vieni”.
A farla breve si rischia di andar di fretta. Insomma la seguo. Ovvia macchina chilometrica. Scontata villa sterminata. Mi sorge il dubbio che per raggiungere la camera mi ci voglia il passaporto. Mi rassicura subito ed è subito amore e passione, cioè l’amore riprende da dove era stato interrotto. Già dentro quell’automobile non era riuscita a resistere. Domanda: le principesse sono sempre così? Risposta: non ne avevo mai incontrata una. Ci si abitua subito alle comodità. E ci si adegua al lusso. Però il vino, almeno quello, vorrei versarmelo. Possedere un minuto. Non siamo mai soli. Anche quando siamo noi due, quando vorrei intimità, c’è sempre qualcuno. E il tempo che rincorre il tempo. Credevo che sposare una principessa fosse meno faticoso. E che lo sposo sarebbe stato principe. Sono principe ma solo principe consorte. Insomma… non è che ci capisca molto.
Lei è troppo buona nel senso che è troppo espansiva. Cerco di spiegarle che… una moglie… non dovrebbe… Mi dice: “Quanto sei vecchio”. Mi dice: “Quanto sei moralista” –e ride. Non mi va di ritrovarmi nei giornali. Mi va ancora meno di ritrovarci lei e non con me. Cerco di capire e non ci riesco. Uno è un noto pittore. L’altro un famoso fotografo. Mi sento assediato da geni. E io che mi pensavo che erano tutti gay. Invece sono anche loro tutti troppo affettuosi, con lei. Riprovo a dirlo. Mi sento uno scemo. In verità qualcuno vorrebbe essere troppo affettuoso anche con me. Non avevo torto completamente. Non esiste veramente un tutti nella vita. Lo penso mentre lei mi spiega come va il mondo. Nel suo mondo ovvero in quel mondo. Ma io sono solo un tipo semplice. Questo lei lo sa e me lo ripete; un po’ ottuso. Cioè di vedute limitate, e ride. Mi spiega che però mi cambierà. Io mi sento già un altro. O di un altro. E ha sempre meno tempo per me. Cioè per noi.
Non mi vanno gli estranei nella sauna. Non mi va che tutti vedano quel tatuaggio. Molte son le cose che non mi vanno. Smetto di elencarle. Le risposte sarebbero seguite da quella sua risata che ha il sapore dello scherno. Entro in sala e sta baciando uno che non ho mai visto. Mi spiega che è un importante industriale degli insaccati. Mi dice che posso restare. Preferisco andare; lasciarli soli. La sera mi spiega che è solo un caro e vecchio amico. Mi sembrava più giovane di lei. Mi spiega che non c’è niente tra loro. E che anche lei ha i suoi bisogni. E che sono anche affari. E che si vuole divertire. “Che c’è di male”? Che tra noi va tutto bene. Ho un vulcano che mi ribolle dentro. Il magma sale ma non so ribattere. Mi precipitano a terra le braccia. Tiro giù un santo dal firmamento. Metto il muso. “Sei… sei… noioso”. Si abbassa la maschera e torna a dormire. Io invece mi rigiro nel letto e non trovo posizione. Le domande si mettono in coda. E dopo le seguono i dubbi. Sarò anche un piccolo borghese ma non so essere altro. La notte è buia (nessuna novità). Sbatto il libro sul comodino. Lei è di sonno pesante. E il mattino ricominciano i mille impegni.
Si sveglia divertita, lei. Mi chiede: “Non hai visto che tette ha Betta”? Sembra volermi consolare. E’ come parlare con un uomo. Betta è la domestica che si dovrebbe occupare di me. Certo che le ho viste. Non fa che cercare di farmele vedere il più possibile. E ha anche occhi curiosi, la Betta. Forse anche ammiccanti. Anzi certamente. Solo vorrei accorgermi io delle tette della Betta senza che lei mi inviti a farlo. A osservarle. Ma ormai lei ha sempre meno tempo per me, cioè per noi. Forse cominciò a soffrire di stanchezza, e a farmi ripetitivo. Non mi sorprendo che la Betta sia gentile. Anche se mi mette disagio in quei momenti continuare a sentirmi chiamare signore. Eppure mi sento colpevole. Lei, la mia principessa, pare saperlo e divertirsi. Ho il sospetto che le due si bisbiglino i segreti. E che ridano alle mie spalle. E questo sarebbe anche il meno. Ormai la principessina da sempre più confidenza a sempre più “amici”. La mia presenza non fa nessuna differenza. Dice che le piace stare con me. Che è felice. Che quella è vita. La sua vita. E qualche sera è veramente appassionata, come quelle prime ore.
Ma c’è sempre un confine alle cose. Un giorno stiamo parlando. Io sul divano, lei in piedi di la del tavolo. Mi accorgo che, come se non ci fossi, Gastone il maggiordomo le sta toccando il culo. E che lei lo lascia fare divertita. E lui lo fa con perizia e scrupolosità. Legge nella mia faccia e ride. Mi chiede se non mi diverte. Mi chiede se mi va di vedere. Mi spiega che è solo Gastone. Che è con lei da sempre. Lui si mette dietro. Lei si china per facilitargli il compito, si alza la gonna. Lui le abbassa le mutandine. La mia faccia si trasforma in quella di un ebete. Mi spiega che è bello non essere gelosi. E che non c’è nulla da essere gelosi. Mi alzo. Fa la faccia offesa: “Sei antipatico”. “Allora non vuoi che mi diverta”. Fatica a dire le ultime parole. Quel che è troppo è troppo quando la chiama “la mia puttana”. Me ne vado senza interromperli. Quel Gastone mi è stato sulle palle fin dal primo istante. Decido che quella vita nobile non fa per me. Viene a letto molto tardi. Aggiunge che non capisce. Che non sa perché dovrei prendermela. E che così è anche molto democratico. Io aspetto con ansia col braccio sotto la testa che si addormenti. Mi prega di spegnere la luce.
Non è più sveglia, non dorme ancora profondamente. Ne approfitto per darle un bacio. Mi rendo conto che è il bacio che non ci siamo mai dati. Il primo bacio. Un bacio d’amore. Un bacio per tornare rospo. Ora la posso raccontare al passato. Torno ad essere solo me stesso. Sarebbe facile non fosse che ormai mi annoio a vivere ai bordi del fosso. E c’è una rana che mi gironzola intorno. Ma non ho occhi che per una bionda che raccoglie margherite. Cerco di richiamare la sua attenzione gracidando. Attenzione: i rospi non gracidano come le rane «cioè, le rane fanno craaaa craaaa… e i rospi crooooa crooooa». Lei, la biondina, non mi presta attenzione. La raggiunge un giovanotto. Dovevo aspettarmelo. Continuo a non riuscire a non amarla. Che colpa ne ho se anche tornato rospo continuano a piacermi le belle tose?

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