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Quando le giornate cominciano così uno lo dovrebbe sapere e tornarsene a letto. Anche il mio oroscopo mi aveva messo in preavviso. La sveglia non aveva suonato. Radendomi nella fretta mi ero tagliato. Scendo in garage e la macchina non parte. Avrei già dovuto portarla dal meccanico. Speravo non mi tradisse così presto. Alzo il cofano. Non ci capisco niente. Lo sbatto giù. Mi metto in strada e rimando il primo appuntamento. Il cliente si mostra seccato. Il caffè lo prendo al bar. Accendo una sigaretta e mi avvio. Un po’ distratto e un po’ senza più alcuna fretta. Suona il cellulare. E’ lo stesso cliente del secondo appuntamento a dirmi che non può per sopraggiunto impegno; a disdirlo. Non ne posso essere certo ma credo gli sia piombata la finanza in negozio. Mi trovo a vagare senza una precisa meta. Costeggio i giardini. Guardo una ragazza che aspetta che il suo cane la faccio. Guardo l’ora, è tardi per tornare e presto per qualsiasi cosa. Guardo in cielo e nello stesso istante scoppia un vero nubifragio.
Per un po’ corro. Non risolvo molto. In un attimo sono zuppo. Oltre a mancarmi il fiato. Non so proprio dove ripararmi: Rivoli mi scendono come fiumi dai capelli, dalla fronte. Mi bruciano negl’occhi. Mi infilo in una pozzanghera e mi concio in un modo impresentabile. Faccio fatica a guadare quello che è diventato un vero fiume. Sono solo in mezzo alla burrasca. Le strade sono vuote. A stento riconosco il posto. Mi ricordo che Livia deve stare da quelle parti. Una volta siamo saliti da lei. Eravamo tutt’e due mezzo ubriachi. Non ricordo molto altro di quella sera. Torno a correre cercando di tenere il giornale sopra la testa. Lo getto inutile e suono alla sua porta.
Viene ad aprirmi direttamente da letto. Mi guardo come se non capisse. Poi esplode e mi dice: “Cazzo”! Mi osserva meglio, poi si riprende: “Ma sei tutto bagnato, come un pulcino. Vieni dentro, dai, mica puoi startene così. Mica posso lasciarti lì fuori. Ti prenderai qualcosa”.
Non è stata una buona idea. Non volevo disturbare. Solo non avevo alternative. Pensavo di farmi prestare un ombrello. Qualcosa di simile. Di chiederle il tempo per riprendermi un attimo. Non ricordo una pioggia simile. Resto sullo zerbino: “Stai attento. Aspettami qui che bagni da per tutto. –si prende ancora un attimo per pensare– E fai piano che lui è ancora a letto.” –E mi lascia in entrata.
Non ricordo molto della casa. Ho gli occhi pieni di pioggia. E anche gli occhiali. Torna con un paio di ciabatte: “Infilati queste. Almeno non lascerai le orme in tutta la casa”. Poi mi prende la mano e mi porta con lei in bagno: “Ti cerco qualcosa”. Si chiude la porta dietro le spalle: “Mettiti questi che ti prendi un accidente. Sono di lui”. Ci pensa ancora su: “Torno subito”. Se ne va per pochi attimi. Faccio a tempo solo a sfilarmi la maglia. Torna e si richiude la porta dietro: “Dorme”. Sussurra che debbo leggere le sue parole dalle labbra: “Vieni qui, stupido, che ti asciugo. Se aspettiamo ancora è malanno sicuro”. Prende un grande asciugamano e mi è subito vicina. Mi sfila gli occhiali. Li poggia sulla mensola. Mi friziona i capelli con energia. Li spettina divertita. Si sfila la sottoveste dalla testa e ho la conferma che non aveva che quella. Ride: “Chi si vede. Certo potevi trovare un’occasione migliore”. Non so se il momento e dei migliori. Non è una visita di cortesia. So che non era necessario togliersi tutto per quello che deve fare. Macchine ne passano poche. Fuori un tuono sconquassa gli equilibri e i lievi rumori del mattino. Tutto sembra tremare. La sua mano si ferma. I suoi sussurri e il mio silenzio diventano un unico groppo in gola. Ci guardiamo. Ascoltiamo. Rimbomba un altro tuono, meno fragoroso. Per un po’ il tempo si ferma nel silenzio. Mi accorgo ancora di più che è nuda. Anche lei si rende conto che ho davanti agli occhi la sua nudità. Sostiene il mio sguardo. E’ confusa. Sconcertata. E’ compiaciuta. Guarda soddisfatta il suo lavoro: “Non lo svegliano nemmeno le cannonate”. La guardo, comincio a riconoscerla. Mi passa le dita tra i capelli. Ride; forse di me, della mia faccia: “C’è mancato poco. Cosa dici”? Inizia a passarmi energicamente l’asciugamano sul collo. Sulle spalle. Sotto le ascelle. Lungo le braccia. Ne è soddisfatta. Friziona accuratamente sul busto, togliendo ogni goccia. Con testarda meticolosità. Con soddisfatta esasperata attenzione. Sui fianchi. Sul ventre: “Che aspetti? Toglile”! ma fa da sé. Mi abbassa con un gesto solo pantaloni e mutande: “Ora sì che ci siamo. Libero”! Ride. Sembra divertita e soddisfatta. Non si sofferma che un attimo. Ride divertita. Mi fa sfilare completamente quei panni trascinandoli giù nervosamente e li butta, senza guardare, in un angolo. Perdo l’equilibrio e rischio di cadere. Torna a ridere. Poi si fa seria e ricomincia ad asciugarmi: “Non devi vergognarti. Non sono più una ragazzina”. Però le sue dita sono altrettanto attente ma più nervose. Vanno e ritornano più volte. Il suo viso è arrossato. Ride di un riso isterico: “Permetti?” –e si inginocchia davanti a me. Non ho ancora avuto modo di dire una sola parola. Mi lascio guidare, e mi fido di lei.
Niente è facile in una stanzetta come quella, in un bagno. Soprattutto tra le braccia di una donna con tutte le sue fantasie. Mi spinge lei contro il muro. Le metto una mano dietro. Nemmeno il tempo di apprezzare; la toglie. Cerco di baciarla. Mi respinge: “Non ora”. Sembra decisa delle proprie idee. Mi trascina dentro la vasca. Mi ricorda di fare silenzio. Picchio il ginocchio contro il rubinetto. Ingoio il rantolo di dolore e la debita imprecazione. Mi ritrovo con le sue gambe intorno al collo: “Ora fai il bravo”. Mi sento soffocare: “Sii gentile”. Provo a farlo con la migliore volontà: “E’ bello essere svegliata così”. Non penso ad altro. Ascolto solo i rumori gutturali che gorgogliano dalla sua gola. Mi scordo di dove siamo. Sono solo suo. E lei è selvaggia. Solo che il rubinetto gocciola. Si scorda di tutto. Grida. Mi guarda. Alza e spalle e sorride. Poi mi precipita in un abbraccio infiacchito, ma dura poco. Mi esplode spontaneo un sussurro dal profondo: “Livia”. Bisbiglia: “Piccolo sbadato. Non c’è nessuna Livia. Dovrei essere offesa. Sono Benedetta. Non ti ricordi”? Nemmeno il tempo di pentirmi e per delle scuse che esplodono due colpi alla porta. Inutile dire che mi sento morire. Imbarazzato. Mi mette una mano sulla bocca: “Sono in bagno”. Di là una voce da uomo borbotta qualcosa di incomprensibile: “Andrà nell’altro. Tranquillo, poi torna nel suo letargo”. Sorride e il suo sorriso serafico e malizioso mi tranquillizza: “Ora fai piano e non avere fretta. Non so chi è quella Livia, non te lo dovrei perdonare, non si chiama mai una con il nome di un’altra, ma… sono fatta così. Io prendo quello che viene. La vita è fatta per essere vissuta. Anche se è quella di Livia”.
Ha quell’espressione dispettosa. Alla fine mi sento un po’ stronzo e un po’ stupido. Fuori il cielo e di piombo ma almeno la pioggia ha dato una tregua. Guardo l’orologio. Cerco di inventarmi qualcosa, qualcosa di carino da dirle, ma è ancora lei ad interrompermi: “Sì! forse è meglio se ora ti rimetti in ordine. Credo proprio che tu debba andare”. Torna dentro la sua vestaglia e mi porge quei panni. Li infilo. Almeno sono asciutti. Solo che debbo rimettermi le mie scarpe, e senza calze, e dentro a quelle c’è ancora tutto il nubifragio. Apre, scruta nel corridoio. Si gira a guardarmi tranquilla e contenta, come volesse ripetere: “Hai visto? te l’avevo detto”. Mi accompagna fino alla porta tenendomi per mano. Se ne accorge lei: “Forse era meglio se ti davi una pettinata”. Ride e controlla intorno, poi mi saluta sul pianerottolo con un bacio: “444.696969. Non scriverlo nel vento. Al prossimo temporale”. Le dico: “Lucio.” –e ripeto a me stesso– “Sì! sono Lucio.” –davanti alla porta che ha già richiuso. Mi guardo intorno, tutto è così confuso. Gli occhiali sono rimasti sopra quella mensola. Presto o tardi sarò costretto a tornare per farmeli ridare. Sperando che non le creino problemi. Avevo avuto ragione fin dall’inizio: ho solo voglia di tornarmene a letto. Quella sera dovevo essere proprio molto ubriaco; e forse Benedetta è sempre stata astemia.

Aspettando l’estate

I. L’estate sembrava non voler arrivare. Si era brevemente annunciata, per qualche ora, poi era tornato il mal tempo. Pioggia e vento avevano sferzato la piccola isola e se c’erano stati pochi e isolati ardimentosi se ne erano tutti scappati tornando ai loro rifugi, e chi poteva aveva rimandato le vacanze a settimane più fortunate. Loro avevano deciso di resistere anche per stare lontani da quella maledetta ristrutturazione che gli faceva perdere il sonno ed il senno. Però così si sentiva prigioniera in quella casa dove aveva certamente tutto il necessario ma non tutto quello che avrebbe voluto. Si era infilata in piscina anche se l’acqua continuava a freddarsi e per un po’ aveva cercato di resistere là dentro. Aveva provato a leggere ma era stata continuamente distratta da tutto e da niente.
Per fortuna quel giorno era spuntato un po’ di sole. Niente di ché così si era rimessa il costume. Per fortuna in quella desolazione erano arrivati, anche loro in anticipo, quei curiosi vicini. La casetta non era un granché e loro, quella famigliola, non avrebbero destato maggiore interesse, se non fosse stata la noia di quel triste far niente a muovere la curiosità. Aveva steso un panno mare e poi, cellulare a portata di mano, si era sfilata gli occhialoni da sole e si era munita di binocoli e s’era messa ad osservarli, con Arisa negli auricolari, restando al riparo. Solitamente quel tempo pareva passare e non passare senza che succedesse nulla. Era certa che quello fosse il mattino di un giorno diverso, se lo sentiva. Avevano messo il piccolo in quella ridicola piscinetta gonfiabile e poi erano entrati in casa. Non si preoccupavano del bambino, di quelle che sarebbe potuto succedergli. E’ un attimo. Una distrazione ed il gioco si trasforma in dramma. Un bimbo può scivolare e poi annegare in un baleno senza nemmeno il tempo di gridare. Dopo è tutto troppo tardi. Può battere la testa, il piccolo, cadendo le tentativo di uscire stanco di quel divertimento. Se ne sentivano di tutti i colori. Può passare uno di quelli, un bruto, quelli a cui piacciono i bambini, per i loro vizi e lasciarli nella disperazione con quella pisciatina di piscina vuota.
Bisognerebbe pensarle prima le cose, prima che succedono, anche se non si può prevedere tutto. Come nel romanzo che aveva da poco finito di leggere, quando il protagonista viene preso di sorpresa e tramortito per poi essere trascinato via dall’assassino verso quel definitivo bidone delle immondizie. Comunque era convinta che non si dovrebbero mettere al mondo figli se non ci si prende il dovere di averne cura, per continuare poi come se non ci fossero e tutto fosse come prima. Invece lui s’era messo un cucina a leggere il giornale e lei si era infilata sotto la doccia indossando una cuffietta per non bagnarsi i capelli. Lo stronzo s’era messo a fumare in quell’ambiente chiuso e si parlavano da una stanza all’altra. Le venne voglia di una sigaretta. Non si poteva dire che lei fosse bella, a quella distanza non distingueva proprio tutto nitidamente, non gli occhi ne l’espressione del viso, ma il copro era appesantito, le gambe tozze, il bacino largo e il culo basso, ma erano una coppia giovane. Lui aveva un paio di bermuda che dovevano avere almeno due anni. Per fortuna la bambina era stata arsa viva dopo che era morta; incatenata al collo come il protagonista[1].
Non poteva sentire quello che si dicevano ma poteva certamente immaginarlo. Lui che le parlava della prossima campagna acquisti e della crisi o della quotazione delle azioni. Lei che lo invitava ad alzare la voce che sotto il getto dell’acqua non lo sentiva. Che gli ricordava di ricordarle che erano rimasti senza qualcosa, per esempio lo zucchero. Lui girava pagina e le leggeva la recensione di un film. Della morte di un qualche cantante riempito di droghe. Lei che spazientita gli chiedeva cosa aspettava e lo invitava a raggiungerla per insaponarle la schiena. Lui irritato che la esortava a un po’ di pazienza che era su un punto interessante. Che poi si sarebbe fatto perdonare. Che l’avrebbe raggiunta di lì a poco, tra qualche minuto. Intanto aveva portato la tazzina del caffè, che doveva essersi freddato, alle labbra. Era certa di aver interpretato nelle labbra di lei un: “Coglione, che aspetti? Come te lo debbo dire. Sempre uguale. Non abbiamo tutta la giornata davanti”. Forse era solo un: “Tesoro, sbrigati. L’acqua calda sta finendo”. Oppure si augurava fosse un: “Guarda il piccolo, per piacere”. O ancora solo un banale: “Mi prendi un asciugamano”? Non gli capitavano mai delle vere avventure.
II. Finalmente lui si era alzato da quella sedia. Si era messa in ginocchio continuando a far attenzione per non essere scoperta. Aveva il torpore di un sonno non del tutto soddisfatto. Presa com’era dietro quei binocoli non aveva avvertito nessun rumore. Solo un istante prima aveva percepito una presenza, forse aiutata dall’ombra che si era proiettata sulla bassa mura oscurandole quel poco di sole. Poi aveva sentito la pressione sulla schiena in un attimo di spavento; come un dito puntato nel silenzio, la canna di una pistola. La pistola dell’assassino silenzioso; un coltello, insomma un oggetto contundente, forse la minaccia di uno sfollagente. Alle sue orecchie ogni rumore si era spento; le lenti s’erano fatte opache. Aveva posato lentamente i cannocchiali con l’impulso di allargare le braccia. Cercò di mantenere la calma. Non sentì la goccia gelida di sudore corrergli lungo la schiena, come si sarebbe aspettata. Era completamente in mano sua, di quel bruto. Come poteva essersi così distratta? Però l’arma che le era stata puntata contro non era fredda come l’acciaio. Aveva anzi un che di amichevole e confidenziale e affidabile. Si rese conto di come in quei momenti il tempo passi lentamente. E della sua capacità di analisi. Si girò di scatto e si trovò davanti quella cosa; meglio dire quel coso. La luce del giorno le abbagliava gli occhi. La vicinanza non le permetteva di far evadere lo sguardo oltre quella cavità pelvica, di osservare altro. Brutta cosa la fantasia, a volte ti delude. Stava per alzare le braccia divertita in segno di resa. Si confessò che doveva smetterla di leggere troppi gialli. Però era stato divertente ed era divertente. Cercò di riparare gli occhi portando la mano sopra la fronte. Ebbe un attimo di perplessità prima di riuscire a riconoscerlo:
Filippo”?
Sì! signora contessa”.
Mi hai fatto prendere spavento, credevo fosse mio marito”.
Il signore è uscito per una partita e ramino. Ero certo le avrebbe fatto piacere”.
Quel noioso di suo marito era sempre lì a brontolare. Sempre tra i piedi. Quell’uomo, che come ricordava spesso lei, aveva fatto diventare conte quando era solo un inutile politico di paesino, un piccolo assessore, aveva sempre qualcosa da dire; ancora la sua esse blesa non era così accentuata. Fosse stato per lui non doveva continuare ad occuparsi degli affari degli altri, diceva che non si addiceva ad una signora e che così sembrava solo una pettegola. Non poteva toglierle anche quello. In quel mortuario. Era una distrazione innocente. Non faceva del male a nessuno. Un semplice diversivo per qualche momento tedioso. In una vita fin troppo uguale. Si sistemò il costume addosso con soddisfazione. Non era più il momento adatto per pensare troppo a troppe cose.
Socchiuse gli occhi e dischiuse le labbra. Per una frazione di secondo aveva pensato di fare la donna che resiste ad un uomo bruto e arrogante pronto a usare la violenza. Era brava a riempirsi gli occhi di terrore. Persino a bagnarli con qualche lacrima che glieli faceva lucidi e grandi. Non aveva certo bisogno che le scrivessero le battute. Pensò alle mani forti del maschio sul suo collo. Al senso di vertigine e di asfissia. Scacciò subito il pensiero perché anche quel loro gioco le era venuto a noia. Si chiese se quell’uomo aveva raggiunto sua moglie. Se lo raffigurò accovacciato davanti a lei che le succhiava ogni goccia d’acqua. Che cercava di trascinarla a sé mentre la sua lingua saettava e ne cercava i sapori più intimi che la doccia non era riuscita completamente a cancellare. Provò un languore e una smania che le lievitavano dal ventre fino a raggiungere la gola. Ingoiò e fu tentata di toccarsi. Si cacciò dalla testa il pensiero di quella coppia. Ad un certo punto non riuscì a trattenere la propria soddisfazione facendosi scappare un suono che voleva anche essere di appagamento in una sorta di grugnito che in altre condizioni avrebbe voluto dire semplicemente: “Oh Filippo”! Dalla gola uscì solo una specie di gorgoglio gutturale e confuso.
Si complimentò col proprio maggiordomo senza poterlo mettere a conoscenza verbale di quel suo apprezzamento. Pensò che un uomo non sempre si può misurare per il ceto sociale di provenienza. Né con l’altezza. Né col dopobarba che usa. Si complimentò con se stessa, era brava. Doveva anzi mettere attenzione perché rischiava di essere troppo brava. Aveva una lunga esperienza che a volte ricordava divertita anche con battute salaci e aneddoti con gli amici. Pochi di loro l’avevano conosciuta allora, quando al suo fascino univa anche la bellezza della gioventù. Aveva per un periodo fatto parte delle assistenti per girare riprese di gag-bang, poi era passata a piccoli ruoli da protagonista in alcuni filmetti amatoriali, di quelli che venivano definiti familiari. Per lo più interpretava una moglie o comunque una casalinga ma era sempre mascherata. Sul mercato andavano bene, ma il consumatore pretendeva storie credibili e voleva essere illuso che i protagonisti fossero reali e assolutamente dilettanti, cioè non attori e gente comune che si toglieva quello sfizio di un solo momento. Che evadeva e tradiva la misera routine solo per l’adrenalina di una brevissima trasgressione, magari facendo becco il marito col cameriere o davanti all’amico; e in tutte le composizioni che il caso, e il regista, a seconda di fantasie anche improvvise, richiedeva. Dove lo spettatore poteva raffigurare la vicina di casa, la donna che incontrava al bar, quella che attirava le sue fantasie. Chi li comprava voleva sentirsi un po’ guardone, spiare i protagonisti come avrebbe potuto fare con una parente e magari tornare ragazzino. Erano fugaci esperienze del suo passato che le avevano valso il nome d’arte de La Vampira.
III. Contessa. Cosa vuol dire contessa? Lei era tagliata per il cinema, se aveva un limite era quello di essere fin troppo appariscente e contessa, faticava a calarsi nei panni di una normale domestica. Il suo linguaggio e la sua voce non erano quelli di una banale massaia. Il suo corpo riempiva fin troppo lo schermo. Solo una volta le era stato dato di interpretare un ruolo di una vera signora, in una grande villa. Allora sì era entrata veramente nella parte, le si calzava a pennello, forse anche perché s’era vista costretta a mettere a disposizione della troupe la sua stessa villa in Brianza. Ma il film aveva girato solo mercati esteri, non poteva correre il rischio che potessero riconoscere qualche stanza, un mobile, un quadro, una suppellettile, il neo sotto l’occhio. Dopo allora non si era più scordata di mascherarlo più che bene quel neo. Non che fosse così importante ma si sa come pensa la gente gretta, il popolino, ed è meglio sempre aspettarsi il peggio dal futuro, anche se non sapeva ancora che si sarebbe trovata al fianco di un uomo pubblico.
Lei non era tagliata per il cinema, troppo spesso si lasciava prendere la mano e era tentata di improvvisare, di rendere meno noiosa la storia che rischiava di essere sempre simile a tante altre, non aveva mai imparato ad ubbidire. Aveva dato un taglio a quel mondo tornando nel suo e proprio in quel momento si trovava a reinterpretare lo stesso ruolo che per la prima volta aveva affrontato nel suo terzo lungometraggio, anche lì lo faceva con il proprio domestico. La vita a volte gira su se stessa e torna a ripetersi. Certo era tutto cambiato e per la partecipazione di allora era stata costretta a farla quasi senza compenso, non che avesse mai prestato troppa attenzione ai soldi. Non era quello. Per fortuna non era mai stata spinta dal bisogno, anche se quello che è giusto è giusto e chi fatica deve essere ricompensato per il giusto. Su questo non era più disposta a transigere, Filippo aveva appoggiato i due pezzi da cento sul muretto e per sicurezza vi aveva poggiato sopra il cannocchiale. Lei aveva controllato con la coda dell’occhio.
Passo la lingua lentamente, insieme alle labbra leggermente dischiuse e umettate, in modo magistrale, lungo tutta la lunghezza dell’asta. Alzò gli occhi per appagarsi della soddisfazione di vedere il completo rapimento estatico del volto in preda alle emozioni del suo maggiordomo. Sapeva che gli piaceva. A quale uomo non piaceva? Come la divina amava quel modo di amare che la faceva sentire completamente padrona della situazione, che le faceva sentire gli uomini in sua balia, soggiogati, inermi, schiavi. Dove era l’uomo l’oggetto e lei ne aveva il completo possesso. Lo mordicchiò lievemente e ebbe l’istinto di serrare i denti con violenza. Le parve di sentire già il sapore di quel sangue caldo. E di sentirlo ansimare di piacere e di sofferenza. Nel momento del più estremo dolore.
Gli occhi del domestico per un attimo erano tornati a frugare intorno, non per distrazione ma per distrarsi, per non arrendersi troppo presto e rivalutare quella spesa. La sua curiosità era stata attratta dai cannocchiali e li aveva presi in mano. Sollevandoli inavvertitamente le banconote erano state trascinate via da un alito di brezza e rotolavano oltre la siepe delle rose, ora erano sotto la ginestra, ora le aveva perse di vista. La brezza taceva le risa del bambino. La donna era in bagno e si stava asciugando; ora si frizionava i capelli. Era nuda, ignara di essere osservata. Non era proprio male. Larga e abbondante nei punti giusti. Sicura di sé, si amava davanti allo specchio. L’uomo era di spalle seduto sul divano, in salotto, lui vedeva solo spuntare la testa. Fece scorrere lo sguardo nella stanza. C’era una lampada a stelo, uno sdraio mal ridotto, alcuni libri su di un tavolinetto di legno rovinato. Tutto gli serviva per distrarsi dal dolce invito della lusinga di quelle labbra. L’uomo stava guardando verso una televisione a muro dallo schermo enorme e piatto. Sul plasma due figure. Inizialmente faticò a mettere a fuoco; una coppia che si stava intrattenendo, all’aperto. Un senso di disagio. La donna impegnata in un rapporto orale e all’improvviso riconobbe quella coppia. Quell’uomo in piedi altro non era che lui stesso. Stava per dire sorpreso: “Cazzo! Siamo in televisione.” –facendo roteare gli occhi intorno alla ricerca della telecamerina, ma l’allarme gli morì in gola perché contemporaneamente vibrò il cellulare della sua padrona e lei si allungò per prenderlo con una contorsione complicata per non staccarsi da lui.
La nobildonna non amava essere interrotta e ormai cominciava ad aver impazienza di terminare; cominciavano anche a dolerle le ginocchia per la posizione. Decise che era ora e tempo di concludere quella preghiera profana, e che era ora e tempo di far rientrare Filippo nei suoi panni; in tutti i sensi. Si portò il telefonico all’orecchio infastidita e si mise in ascolto traendo a sé l’uomo per i glutei. Intanto s’era alzata la temperatura e iniziava a sentirsi appiccicosa di sudore. Provava un senso diffuso di indolenzimento che in quel momento non le dava nessun piacere ne soddisfazione. Si era stancata anche di tutto quello. Stentava a credere alle proprie orecchie. Fu costretta svogliatamente a staccarsi e a far segno al compagno di pazientare per un attimo. Disse: “Come”? Chiese: “Siete sicuri? –e– Dove”? Poi ripete la notizia che le era appena stata data a voce alta parlando a se stessa e alla brezza che portava via le sue parole, senza guardare nulla, tantomeno il servo: “Pare che sia uscito di strada. Con la macchina. Dove andava quella strada? Arrivati quand’era troppo tardi”. Aggiunse: “Sì! Sì! appena posso. Mi ci vorrà del tempo”. Per un attimo si ammutolì, i suoi occhi vagarono per il vuoto, si fece seria, si diede lo spazio per pensare, poi molto lentamente il suo viso si coprì di un largo sorriso. Si ricordò del maschio. Sciolse i lacci e si sfilò la parte sotto del due pezzi. Lo guardò con l’aria di chiedere: “Che aspetti?” –ma non lo disse.
Si limitò a ordinargli con tono imperioso: “Filippo. Stronzo. Si fotte. E’ tutto gratis”.

[1] Jo Nesbø: Polizia – Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino. 2013

DistrattaMente

Tutti hanno o hanno avuto una storia con la propria segretaria; io no. Non certo per una questione di bigottismo. Né un eccesso di moralismo. Ancor meno per timore. Certo amo la vita semplice, senza complicazioni. La verità è che sono sostanzialmente fedele, ma forse anch’io, come ogni uomo, non mi saprei opporre ad una allettante tentazione. Pazienza per Euterpe, a lui non piacciono le donne. Ognuno i suoi gusti. E pensare che fa le consegne. Voglio dire… col camion. A me invece le donne piacciono. E nemmeno voglio passare per uno che se la tira. Che si da arie. L’avventura è sempre democratica. Ma è più forte di me. Poi sono abitudinario e amo le mie comodità. Infine ammetto che con mia moglie va tutto bene e lei soddisfa tutti i miei bisogni.
Insomma non disprezzo ma nemmeno ne sono schiavo. Guardo e tiro avanti. Non che non mi faccia fantasie, ma sono solo piccole fantasie. E poi vorrei vedere un altro al mio posto. A tutto c’è un limite. Con rischio di muoversi e risvegliare un vespaio. Tutte le segretarie sono innamorate del loro capo. Magari segretamente. Probabilmente anche Susanna lo è. Vedo come sorride, e come a volte arrossisce, anche al più piccolo complimento. Riconosco i suoi pregi, che non sono pochi. Lei, Silvana, mi è indispensabile. E’ molto efficiente e mi segna tutti gli appuntamenti e anche il resto. Capisce le cose a volo. Forse anche questa. Anzi sì! penso se ne sia fatta una ragione. Sa stare al suo posto. E le gambe non sono poi male. Soprattutto coi tacchi. Lei è quella mora seduta davanti alla finestra.
E’ sempre così pronta, gentile, in modo fin troppo grazioso. Ma Sabrina non è proprio il mio tipo. Cioè non si può proprio dire che sia bella. Ha cura di sé, ma la bellezza non è tra le sue virtù. Ha lo stesso fascino di una risma di carta da fotocopiatrice. E’ più forte di me. E’ parte della mia vita, ma come una cosa pratica, un oggetto di arredamento. E poi nel tempo è sopravvenuto quell’affetto che spegnerebbe comunque ogni entusiasmo. Anche nel mezzo della peggiore delle crisi di depressione, di autodistruzione. E anche del rispetto. E’ una di casa. E poi ha quell’aria da vecchia. Da zitella. Inoltre è anche vegetariana. Le vedo come donne e non le vedo come donne. Ma forse ho sempre creduto che con la segretaria, sì! insomma, fosse banale.
E’ persino inutile tornarci sopra. E poi dicono se le tradisci. Lei dice che non mi ricordo le cose; lei è mia moglie. Ma si sa come sono le mogli. Sempre pronte a criticare. A cercare il pelo. E spesso questo le fa gioco. Così può ricordare le cose come vuole lei. O dirmi quel ti avevo avvertito. Non è stata una volta sola che l’ho colta in fallo. A spiegarmi com’era andata una cosa che ricordavo bene. Lei dice che dovrei farmi vedere da qualcuno. Che se la ditta non portasse il mio nome non ricorderei nemmeno quello. Fa dell’ironia. Niente di più falso perché io sono quel «& figli». Certo non te la aspetti; voglio dire l’ironia. Non sono poi così distratto, sono solo riflessivo e ho mille cose in testa.
E poi mi chiedo come può un uomo tenersi tutto a memoria, numeri di telefono, di bancomat e carte di credito, indirizzi, compleanni, e tutti i gadget di una vita in comune? Accorgersi che è fresca di parrucchiere. Notare proprio quel vestito. Ricordarsi se le piacciono le rose o le piante in vaso. A quale donna non piacciono le rose? Fino a ricordarmi dove ha messo le cose. Se non lo sa lei… Farle il muso se un uomo le fa una cortesia in più; a una cena. Chi non è geloso non ama. Non ho mai creduto ai luoghi comuni E poi con tutto quello che ho da fare. Se potessi ricordare tutto non avrei bisogno di pagare delle segretarie.
Forse sono, questo lo posso ammettere, un po’ sbadato. Ecco, al massimo si può dire che ho la testa da un’altra parte. Non proprio tra le nuvole; sul lavoro. Che mi perdo nei miei pensieri. Che seguo e sono troppo impegnato in quelle che sono le cose per me importanti. Che bado poco alle chiacchiere e al superfluo, cercando di limitarmi al sodo. Comunque, per non sbagliare, mi appunto tutto. Per l’ufficio ci sono loro e la mia agenda, per il resto ricorro al primo frammento cartaceo che mi capita in mano. Credo, cioè credevo, che così non mi potesse più rinfacciare niente. Ma tanto lo so che ogni buona moglie trova comunque sempre qualcosa di cui rimproverarti. Cosa stavo dicendo? Già! Mi sono frugato in tasca ma non ho trovato il bigliettino. Mi sono salvato con un: “Buon giorno cara”.
Mi dice: “Ciao!” anzi lo squilla e sembra felice di vedermi. Forse il vestito che indossa lo ha preso mentre ero al lavoro. Forse vuole che guardi quello. Me ne dovrei accorgere? Anche perché è vestita di tutto punto per stare in casa. O forse sono le scarpe. Non credo di averla mai vista sopra tacchi tanto alti. O è… ecco forse è il colore. A vederla così… sembra meno lei. Non so. E’ diversa. Ha qualcosa che… non so. Insomma non pare nemmeno quella di ieri.
E’ piena di gentilezze. Di sorrisi e gridolini. Di ammiccamenti. Gli occhi velati di provocazione. Forse è quello, forse è passata dall’estetista. Mi scodinzola davanti. Direi che lo fa apposta. Non mi ricordavo che avesse un culo così. Già, ma io sono smemorato. E distratto. O forse è che il tempo passa più in fretta di quanto me ne possa accorgere. Lo sa che è sabato. Che il sabato finisco all’ora di pranzo. Il pranzo non è in tavola. Non c’è dubbio che si sia preparata per me. Avrei bisogno di quella maledetta agenda. Non voglio farmi vedere da lei. Forse è l’anniversario di un qualche cosa. Trascurando ogni altra conclusione lo debbo ammettere. Non dimostra i suoi anni. Ed è ancora bella. Non ho mai smesso di amarla. E di esserne attratto. Anche se dopo tanti anni di matrimonio. Credo proprio che non mi si possa rimproverare di nulla.
Apro il frigo e mi prendo una birra. Cerco di riflettere. Non trovo nessuna spiegazione. Accende il condizionatore. Dice che è caldo. Anche lei si prende una bottiglia. Viene a sedersi davanti a me. La succhia avidamente. Accavalla le gambe. Il vestito si apre. Le si vedono tutte le gambe. Le si vedono anche le mutandine. In fondo siamo tra noi, tra marito e moglie. Mi sorride disinvolta. Non fosse lei direi che mi provoca. Lo so come sono fatto. «Posso resistere a tutto tranne le tentazioni». Lei lo sa. Lo fa apposta. Ne sono quasi certo. Ci stiamo comportando come due stupidi. Cosa ci facciamo ancora in cucina? Lei si china e mi accorgo che non ha messo il reggiseno. Sono ancora sode. Ammicca per essere certa che le abbia viste bene e tutte. Sarei un imbecille anche dopo tanti anni: “Perché non andiamo di là”?
Tutto questo prima. Poi la mia vita è cambiata. In quel preciso istante. Non se l’è fatto ripetere. Sembra lo volesse anche lei. Almeno quanto me. Non aspettasse altro. Mi sentivo colpevole di averla trascurata. E i suoi occhi sorpresi si sono subito trasformati in occhi entusiasti. Aveva più fretta di me. Quel vecchio entusiasmo come un entusiasmo nuovo. Ma non ero interessato a pormi troppe domande. Ormai avevo fretta. C’erano cose più importanti. Lei che mi si muoveva davanti. Quel suo fare provocatorio oltre ogni limite. Lei. Lei che si sfilava il vestito mentre cercavo di raggiungerla. Che fingeva di fuggirmi. Di sottarsi ai miei abbracci. Che mi allontanava le mani. Che si offriva alle mie mani. Che rideva cinguettando. Come una ragazzina. Lei che si nascondeva. Lei che si mostrava. Lei che mi voleva senza niente addosso. Lei che aveva fretta. Che mi aiutava. Lei piena di passione. Che mi incitava. Lei appassionata. Lei disperata. Lei che liberava un grido che pareva essere stato imprigionato e soffocato dal tempo dei tempi.
E poi lei che si accende una sigaretta. Non ricordavo che fumasse. E lei che mi dice: “Ricordami che dopo devo aprire. Non voglio che resti l’odore di tabacco”. Mi sfiora un sospetto ma è solo il battito d’ali di un attimo. Nemmeno il tempo per afferrarlo. E poi la sua presenza è ancora così invadente. E’ ancora lì nuda e la luce che entra dalla finestra si riflette sulla sua pelle liscia. Liscia e morbida. Sorride. Non ci siamo dati nemmeno il tempo per accostare le tende. Sto per dirlo; per soddisfazione. Qualsiasi uomo ha quei piccoli bisogni, di poter indulgere sul proprio orgoglio. Non avrei bisogno di farle alcuna domanda. Quello che vorrei sentirmi dire lo so. Invece è lei che. Appoggiata su un gomito, guardando dentro i miei occhi, vuole spontaneamente testimoniarmelo: “Certo che sei un vero porco. –e me lo dice fissandomi con una grande soddisfazione, come si esprime un sincero e grande complimento– Meglio di quanto mi potessi immaginare”.
Dovrebbe ricordarsi che il fumo mi da fastidio. Me lo sussurra addosso. Vorrei dirle qualcosa. Credo che non ci sia un momento migliore per tacere. I miei occhi vogliono ancora per un po’ riempirsi di lei. Del suo corpo. Del fascino della sua carne e dei suoi segreti. Ma lei sembra aver bisogni di liberarsi dei suoi pensieri. Si sistema i capelli, si loda il seno e cerca il tono più distaccato che il momento le permette: “Non so cosa t’è preso. Proprio oggi. Dopo tanto tempo. Potrei dire che non so cosa mi è preso. Non lo dirò. Sai che non sono brava con le bugie. E poi vorrei risparmiarle. Non è solo colpa tua. E non voglio certo fare la santarellina. Dopo questo. E’ da tanto che ci pensavo. Che speravo. Vedevo come mi guardavi. Mi sono accorta sai. Non sono mica cieca. Non capivo perché. Per tanto tempo ho sperato che succedesse. Ora te lo posso dire. Inutile mentire. Ma forse è meglio che ci alziamo. Tiziana potrebbe tornare da un momento all’altro. Ed è meglio se non ci trovi così; non credi”?
“Tiziana”?
“Tua moglie, stupido. Mia sorella. A volte mi viene quasi da crederti. Lo fai così serio”.
Cazzo mi ero fatto mia cognata. Avevo scopato con la sorella di mia moglie. Però… devo dire che è stato bello. Non è proprio male, la mia cognatina. Proprio un gran pezzo di cognata. E lei a dirmi che sua sorella è proprio stupida. Che non può tenere tutta per sé una cosa così. Ed è stata proprio lei a dirmi: “Spero non ti sei pentito”. Mentiva sapendo di mentire. Sicura di sé. Mi è proprio piaciuto. E, senza falsa modestia, è piaciuto anche a lei. Ci devono aver sentiti tutti i vicini.

L’arrosto di maiale

Aveva detto “solo un incontro d’affari. Uno spuntino. Due chiacchiere tra colleghi. Quattro cose veloci. Senza impegni. Sarai a casa per cena”. Mi pensavo di trovare anche altri. Mi apre e scappa via. Mi accorgo di essere da solo. Scusa e si scusa per il disordine. La guardo allibito. Prende un pomodoro e comincia a tagliarlo a fette.
Qualcosa non va”?
No, va tutto bene”.
Era femmina insolita. Veloce di lingua. Rapida con tutte le parole. Sapeva stare agli scherzi di tutti e sapeva rispondere a tono. Spesso allegra e spesso fin troppo gioviale. Sapeva come provocare e come rispondere alle provocazioni. Se comprava un vestito nuovo non si faceva nessuna remora a metterlo, anche se era di colori troppo vivaci o un po’ audace. Spesso mi capitava di sentire le colleghe chiacchierarla. Ma le vere chiacchiere riguardavano le altre. Per quanto mi risultava alla fine non si era mai fatta mettere il sale sulla coda da nessuno. Riusciva sempre ad uscire indenne dai veri pettegolezzi, come dalle maldicenze e dalle zuffe. Non c’era grande soddisfazione a prendersela con lei. Sgonfiava qualsiasi cosa trasformandola in burla. Probabilmente per quel suo carattere era sempre rimasta libera.
Nel suo andare e venire indaffarato si accorge di come la guardo: “Non badare al vestito, è stato un capriccio. Non è la cosa più comoda. E’ che toglie le parole a qualsiasi fantasia. Ho detto subito: è mio. Sai come sono fatta. Beh! Se avevi dubbi ora non ne hai più. Naturalmente scherzo. Volevo vedere le facce. Che te ne pare? Posso venire in ufficio”?
E’ veramente un po’ temerario. Questa volta ha esagerato. Riesco a fingere di guardarla distratto. Di cercare di farmi un’opinione ponderandola. Come se mi avesse chiesto un parere su una partita di piastrelle per il bagno tra le quali deve scegliere. So che qualsiasi cosa posso dire non cambierà le sue decisioni. Se lo vuole fare è capacissima di arrivare con quella cosa addosso. Mi sembra anche un po’ sado, non lo dico: “Spero che non mi abbia fatto venire solo per questo. Cosa ti posso dire? E’ un po’ stretto. Un po’ azzardato. Ti sembra dipinto addosso. E sul serio non lascia supporre nulla. Non lascia spazio all’immaginazione. Neanche un respiro. Ma se credi di farlo”.
E con questo spero di aver esaurito l’argomento. Con lei affronto ogni cosa con molta circospezione. Ho paura delle sue risposte, non una sola volta ne sono stato folgorato. E’ sempre riuscita a mettermi in confusione. Cerco di guardare fuori dalla finestra. Aspiro gli odori che arrivano dalla cucina. Non ho la più piccola idea di come sia come cuoca. Non mi sembra adatto nemmeno per l’ora. Pare proprio uno strumento di lavoro. Se fosse uno sconosciuta la mia considerazione non sarebbe certo molto garbata. Ho imparato che non si può sempre dire pane al pane. E così me ne sto in angustie sulle mie. Mi sento come se fossi seduto su di una graticola. Intanto finisce di imbandire la tavola e lo fa non come lo si fa per un spuntino ma come se preparasse per una vera cena; per una cena importante.
Sparisce. Sento ruggire un motore, probabilmente quello di un frullatore. E’ tutta affaccendata. La sento gridare da un’altra stanza: “Hai bisogno che ti accenda per l’arrivo della tappa”?
Torna a metà della mia risposta mentre mento spudoratamente: “Non fa niente”.
Ad ogni ulteriore apparizione si rinnova il mio senso di disagio, la mia meraviglia, e il mio parere sull’abbigliamento peggiora. Temo debba trattenere il respiro. E’ anche costretta a zompettare per quei tacchi, come le gallinelle che hanno appena deposto l’uovo. Con passettini brevi. Incerti. Va continuamente da qui e là in modo ridicolo: “Avrei fatto meglio ad infilarmi delle ciabatte. Solo che poi me lo fanno sembrare che ramazza per terra”.
Se la ride. Forse si aspetta un complimento. Che le dica che non è vero. Sto sulle mie. Preferisco continuare precauzionalmente a starmi zitto. Penso che abbia aggiunto profumo al profumo che si mescola a quello dei cibi. Non mi ha ancora chiesto di Loredana. Ma non abbiamo avuto molto tempo di scambiarci qualche parola in santa pace; nemmeno un semplice convenevole.
Cosa mi volevi dire”?
Magari mi racconti intanto qualcosa. Mentre finisco di preparare. Poi parliamo. Scusami, posso lavorare e ascoltare. Mi son fatta prendere un po’ in ritardo”.
Ci penso sopra, non mi viene niente. Tento di darmi delle arie. Mi affido ad un po’ di ironia: “Cosa vuoi che ti dica? I mondiali sono andati come sono andati. Quello che c’era da scoprire è stato scoperto. Paesi, continenti, monti, pianeti e malattie. Le guerre sono state fatte. Ora la gente muore in silenzio o lo fa distante. I martiri sputano razzi. Nessuno sa più fare un martini come cristo comanda. I giornali parlano di niente. La televisione ha detto che c’è un nuovo anno, ma nessuno se n’è accorto. Tutto quello che c’era da fare e da dire è stato fatto e detto. L’unica cosa che si muove sono i soldi, e lo fanno per scappare lontano. Quelli corrono. Cosa vuoi che ti dica”?
Non intendevo questo. Sei pessimista”.
Non io, è il mondo a esserlo”.
Mi guarda perplessa. Sono seduto in cima alla sedia in procinto di precipitare da un momento all’altro. Guardo l’ora: “Cominciamo a spiluccare”?
Mi mette in mano l’apribottiglie: “Torno subito. Faccio in un attimo. E poi… sono qui. Possiamo continuare a parlare mentre ti servo”.
La guardo allontanarsi. Andare verso il piccolo mobile addossato alla parete. Belle gambe, però. Non ci avevo mai fatto caso come adesso che le vedo tutte. La guardo di spalle. La vedo mentre si appoggia alla piattaia. La guardo chinarsi. Basta quel niente. Quel niente è anche troppo: “C’è ancora tempo. Caffè, tè, o meglio un aperitivo; stai tranquillo. Stai pure comodo. Ti servo io”.
E dopo qualcuno dice che è l’uomo che si mette certe idee in testa. E’ meglio se io certo di non aggiungere niente. Mi limito a guardare e in silenzio. Fasciata così in nero non è più lei. E solo l’immagine anonima che mi rimbomba in testa. Rischio di fare un gesto sconsiderato: “Spero che tu non abbia fretta”.
Mi alzo e mi avvicino furtivo. Se non rendo omaggio subito a quel culo faccio offesa a me stesso, al buon senso, agli assenti e probabilmente anche a lei. Cerco di circondala con le braccia. Sono già lì lì per stringerla a me e riempire le mie mani di lei. Audace. Con spezzo del pericolo. Senza pensarci. Non me ne importa più nulla. Che sia quello che deve essere. Meglio uno schiaffo che passare per un idiota.
Si gira di scatto per la sorpresa. Il sorriso le si spegne in bocca. Il vestito esplode. Un brandello di stoffa fa oscillare il lampadario. Nel salto a ritroso rovescia un’intera pila di piatti che precipita al suolo frantumando anche la vetrinetta. Frana seduta su quella maledetta sedia e mi guarda sbigottita; in preda al panico. Un bottone salta e mi colpisce in un occhio; è ancora tumefatto. Nel tentativo di afferrare qualcosa e salvarlo dalla caduta mi taglio sul polso. Il taglio sputa sangue e mi ritrovo schizzato tutto d’olio. E’ tutto un disastro. Finiamo al pronto soccorso. Io a far da paziente, quattro punti di sutura con la benda sull’occhio, e lei al capezzale del moribondo a sprecare preoccupazioni e a dispensare compassione.
In attesa dell’ambulanza s’è rivestita di fretta. S’è messa dosso la prima cosa che ha trovato. E’ ancora in cima a quei tacchi. Mi dice dispiaciuta: “Peccato, avevo fatto l’arrosto di maiale. Doveva essere venuto buono. Mi rincresce, sarà per la prossima volta”.
Mi chiedo se le spiace di più per i piatti, per l’arrosto, per il vestito, perché nemmeno abbiamo cominciato a affrontare l’argomento costi e benefici, o per quale altre diavoleria. Mi chiedo se in qualche modo posso riparare. Mi chiedo se posso correre il rischio di una seconda volta. Già per questa ne dovrò dare di spiegazioni. Ho arrischiato la vista e la vita. Mi chiedo dove diavolo era, in quella casa, la stanza da letto. E il bagno.
Spero che di vestiti come quello non avesse che quello. Mi mordo la lingua prima di chiederglielo. Mi riprometto che la prossima volta parliamo stando al tavolo di un bar. Oppure al parco. E che se deve essere arrosto di maiale che sia arrosto di maiale. Do la colpa alla mia sbadataggine. Mi scusa prontamente. Con delicatezza le spiego che per servire in tavola è meglio indossare un grembiule.
Mi dice: “Credi”? Aggiunge: “Però le calze nere”… Mi spiega: “E’ che non volevo sembrare sfacciata”. Mi saluta: “Scusa, se non hai più bisogno, vado a raccogliere i cocci”.

Se ne dicono troppe

Vorrei ma non riesco a non preoccuparmi. Non demorde. Arriva un nuovo messaggino: Help! Credo di aver perduto il numero di Egenore. E’ tutto così assurdo. L’abbiamo incrociato un giorno. “Piacere”. “Piacere”. Barba del sabato. Occhiali fondi. Mani insaccate nelle tasche. Perso nei suoi pensieri. Me l’ha elogiato come un grande sommelier. Aveva l’aspetto di non essere nemmeno troppo pulito. E tutto quello che so di uno con un nome simile. Eppure non si direbbe che quei due possano essere stati amici. Provo una leggera immotivata ansia da gelosia. Me ne stupisco da solo. Prendo tempo. Meglio: qualcosa mi consiglia di aspettare. Di evitare. Di non dar seguito. Cerco di non pensarci. La mia unica colpa è il gioco della seduzione. Si dicono cose. Cerchi di essere gentile. Forse ho esagerato. Nel tentativo di essere come lei sperava. Forse troppe attenzioni. Anche forse qualche parola di troppo. Si dicono. Scappano. Ti aspetti un sorriso. Quella risatina argentina. Una sorta di lusingamento. E’ il gioco delle parti. Ma entri nel gioco. Il fatto è che ora mi trovo fuori ruolo. Tutto è andato oltre. Quello che è fatto è fatto. Non implica un dovere. Se ho detto una sciocchezza non sono costretto a reiterarla.
E’ stato giusto dare un taglio a tutto. In fondo siamo amici da una vita. Son cose che si dicono. Forse non proprio amici, e non proprio da una vita. E’ comunque un po’ che ci si conosce. Che ci si trova. Che ci si frequenta, di tanto in tanto. Per un uomo è quasi un dovere. Essere un poco piacione, intendo. Lusingare. Sono le donne stesse che te lo chiedono. Spesso. Quasi sempre. Gli occhi sono la voice dell’anima. Lei non fa eccezione. Come mi stanno? Cosa te ne pare? E le scarpe. E l’abito. E i capelli. Per non dire del trucco. Oggi devo essere proprio impresentabile. Se non neghi; se non dici che non è vero; quello che si aspetta; che si sbaglia; che è anche anzi più bella del solito, manchi di quel minimo di savoir faire. Di eleganza. Di gentilezza. Persino di educazione. E anzi non dico che… di non averci anche pensato. Qualche volta. Capita. Ci sono di quelle sere. Un bicchiere o anche solo un momento diverso, l’aria. Perdi qualche freno. Ti va o ti andrebbe. E sei con lei. Ti scordi chi è. In fondo che male c’è? –ti chiedi. Lei o un’altra… Semplicemente perché ti va. E lei è là. Senza averci pensato. Senza premeditazione. Sarà anche successo. E’ successo, certamente. L’uomo è cacciatore. La donna glielo chiede. Lo pretende. Lei si è sempre sottratta con un gridolino. Fingendo di capire e non capire. Stando allo scherzo. Cosa dici? Con un piccolo rossore. Sempre che scherzi; tu. Ma è sempre stato il gioco di qualche ora. Il desiderio di un istante. Niente che potesse giustificare. Un rischio. E ne ho messo di tempo. Per poi alla fine stare al gioco. Ed ammettere persino a me stesso che stavo solo scherzando.
E’ che ti accorgi all’improvviso e all’improvviso la vedi anche come donna. Ti accorgi che ci parli bene assieme, ma che ha anche un gran bel paio di tette. E un bel culo. Che l’abito che la fascia ti provoca. Poi ti accorgi che l’ha messo per provocarti. Non che possa esserci certezza. E’ sempre così. Ho sbagliato; forse. Ho capito dopo che i suoi occhi si addolcivano sempre più. Che lei ci ricamava su la sua storia vera. La sua grande storia. Che le cose stavano cambiando. E quando me ne sono accorto cominciava a farsi tardi. Lei non mostrava di stupirsi delle mie minori attenzioni. Non è un estranea. Non sarebbe più una semplice avventura. Una notte. Non con lei. Me ne sono reso conto troppo tardi. Le sue attenzioni nei miei confronti. La cravatta sbagliando il giorno del mio compleanno. Quel liberarsi da impegni già presi. Il suo cercarmi. Quei messaggi, anche di nulla. Non le voglio male. Non posso essere io quell’uomo. Forse mi faccio fin troppi scrupoli. Fingeva di non accorgersi. Di non mostrare meraviglia per i mille impegni che mi dovevo inventare. Dovrei fare come gli altri. Come tutti. Cogli l’attimo. Afferra l’occasione. Domani è diverso. Non con lei. Mi sento un vigliacco. E’ vero che mi nascondo. E’ meglio così. Le conosco. Sognano l’amore eterno. Quello che non esiste. Eppure anche lei non ha più età. E deve aver conosciuto come è fatto l’uomo. Solo che non si fa. Non è elegante dire, per giunta ad una amica, mi va solo di scopare. Senza impegno. Una botta e via. L’ho sentito anche alla televisione. Senza conseguenze. Senza paranoie. Così è un po’ che non ci si sente.
Io non sono nato per fare l’eroe. Il solito sbadato. Rispondo senza guardare chi chiama. E’ lei. Dovevo immaginarlo. Prima o dopo doveva succedere. Non che ci sia qualcosa che non va. Cioè… come dicevo: carina è carina. Ha qualcosa, come dire? Ha qualcosa… che anche mi stuzzica. In effetti c’è della simpatia. Cioè quel qualcosa. E poi mi sono sempre piaciute le donne alte. E bionde. Si potrebbe anche dire bella. Di una bellezza sua. Forse un po’ fredda, algida. Non lo nego: a tratti la sua presenza è stimolante. Anche intellettualmente. Intrigante. Forse dovrei dire: c’è stata. Cosa ha smesso di funzionare, le singole piccole cose, gli oggetti quotidiani, non lo saprei dire. Forse solo la paura. Forse il tempo corrompe. Forse ho perso l’attimo. L’abbiamo visto passare insieme. Non lo saprei proprio dire, oltre le sue crescenti attenzioni. Anzi quelle, le attenzioni, sono cresciute progressivamente quanto diminuivano le mie disponibilità. Un po’ saccente lo è. Non c’è argomento in cui non abbia da dire. Che non intervenga. Sul quale non abbia una sua opinione. Uno non ci pensa ma alla fine infastidisce. Quando si è abituato a donne che hanno i loro discorsi. Che ti lasciano spazio. Aria. Che, almeno su certe cose, ti stanno ad ascoltare. E poi sembra anche esser diventata meno riservata. Insomma la verità è che non lo so. Semplicemente non mi va. La vedo diversa. Forse sono io. Non siamo sempre uguali. Insomma la evito di proposito. E senza pensarci. Quasi sempre. Così dopo quella farneticante serie di messaggini chiama come non ci fossimo visti da ieri. E io rispondo senza fare attenzione. Di Egenore si è già scordata: “Cosa dici: un caffè”?
Si può fare. Alla rocca. Il tempo di arrivare. Una decina di minuti”.
Dammi il tempo di prepararmi. Diciamo un paio d’ore”.
Tempo e spazio non sono gli stessi per uomini e donne. Quelle ore paiono non passare mai. Chi arriverà all’appuntamento? La sua aria svampita o l’amica a cui ho raccontato tutto o quasi? L’accompagnatrice negli itinerari delle mie divagazioni, anche oniriche, o l’indossatrice della seduzione? Il suo sorriso melanconico o le sue labbra umettate? Per istanti riesco ad essere onesto con me, so che mi fascio la testa. Troppe parole spiegano meno di un silenzio. Mi rammento Berlino. Ma c’era Carlo, e Micky, e il Cricca, e Teresa. E c’era la musika cosmica. Tutti insieme appassionatamente. Un unico trip. I letti che non bastavano. Tra tante risate non c’era spazio che si inserisse nient’altro. Non un minimo di passione. Poi i primi due son diventati una coppia. Ma al ritorno. Non si sono più fatti vedere. E la loro è un’altra storia. Di pensiero in pensiero, di ricordo in ricordo, mi costruisco il mio labirinto. E mi ci infilo dentro. Senza nessun filo. Con la sensazione dell’incapacità di uscirci. Di trovare una via di fuga. Con la Ludo e finita da… sono già passati un paio di mesi. Era un po’ gelosa. Questo mi ha aiutato. Sì! sono un vigliacco. Un po’. Un po’ ho dovuto tagliare i ponti. Non gradiva avessi amicizie femminili. E meno che meno. E mentre mi perdo nella selva di stupidaggini arriva. Sto mescolando il mio caffè ormai freddato “Ciao, scusa il ritardo”.
La sua non è ironia. Per lei è normale, come tutto. E non c’è nulla che non avessi già potuto immaginare. E’ arrivata con una buona mezzora di ritardo; naturalmente. A volte dovrei starmene zitto. Ha tutte addosso almeno le ultime tre ore abbondanti di preparativi. E anche i capelli spettinati sono spettinati ad arte. Ha gli occhi contornati da una linea di peccato. La sua solita voce che lusinga ogni sillaba. Un abito che respira col minimo alito di vento. Dentro al quale è lei a non riuscire a respirare. E’ questa la domanda che mi pongo subito. Scollato oltre il comprensibile. Non so come si reggano quelle diavolerie. Come fanno a non scendere giù; a sostenersi. Infatti continua a sistemarselo addosso. E continua a sistemare lei dentro l’abito. E non è che a lei manchino gli argomenti. Non certo quelli. Questo non me lo doveva fare. Fa un cenno e ordina un calice. Controllo e ha ragione lei, l’ora della colazione sarebbe passata da un po’. Per me quello che si sente scordato nella tazzina è il quarto. A stomaco nudo. Non so perché lei non deve bere ma succhiare. Non si cura di mostrarmi le gambe e le magnifica all’intera clientela. Tutti ci guardano, e mi invidiano. E io invidio loro.
Mi aspetto uno dei suoi soliti racconti. Mi aspetto l’ultimo viaggio. L’ultimo amore. L’ultima delusione. La sua ultima grande verità. Almeno l’ultimo film letto. O l’ultimo successo visto o ascoltato. Invece usa l’ironia: “Come sto?”…
Scusa, mi sono distratto. Me la stavo filando nei miei pensieri. Sai com’è”…
Segue un attimo di silenzio nel quale posso restare solo a guardarla. Naturalmente lo rompe lei: “Cosa stai facendo”?
Una cosa sul cinema muto in epoca fascista”.
Me la farai leggere? Dev’essere interessante. E poi è proprio una delle mie passioni”.
Diversamente ne sarei rimasto sorpreso. In Italia sono un pochi che ne sanno qualcosa. Che nutrono qualche curiosità. Per l’importanza le testimonianze sono parche. Non si è ancora vinta la vergogna. Come se n on ci fossero vie di mezzo. Come se una totalitarismo fosse solo orrore. Solo oppressione. Ventiquattro ore su ventiquattro. Come fosse un periodo buio sul quale è vergognoso accendere la luce. Alla fin fine persino condannarlo. Meglio semplicemente ignorarlo. Così come ignoro la punta della sua lingua che si intinge nel vino. E i suoi occhi che mi chiedono se vedo ciò che sta facendo. E come lo sta facendo. Vorrei solo essere certo di sbagliarmi. Vorrei fuggire in ritirata. Sapermi inventare un impegno urgente. E’ domenica. Non mi viene nulla.
Sei silenzioso”.
La mia è quasi del tutto una scusa, e detta in modo palese. Dietro la quale non c’è nessuna possibilità di nascondersi. Il mio è imbarazzo alla luce del sole. Vorrei dire: Flavia, lasciati guardare. Solo guardare. E dammi il tempo di capire. Dimmi anche solo un perché. Uno solo. Invece mi limito a battere in ritirata: “Intendo dire che soprattutto mi occupo di Cinecittà e di Venezia. Per lo più quando il fascismo sta morendo”.
A lei sembra non importare nulla, un fico, che ci siano altri. Che altri la possano sentire. E va diritta al cure del problema. Come se ne avessimo già parlato; da sempre: “Credo che siamo stati dei grandi stupidi”.
Perché dici questo”?
Non sono cieca. Forse ho aspettato troppo a dirtelo. Vedo come mi guardi. E come mi hai sempre guardata”.
Veramente”…
Sai perché son o qui? Ho finito i soldi nel telefonino. Ti basta? Non cercare scuse. Non servono, tra noi. E mi fa incazzare quando non rispondi. Non so se mi fai più rabbia o più voglia di ridere”.
Non ha risposto a nessuno dei miei dubbi. Per lei sembra tutto semplice. Si è distratta solo dal resto. Dal superfluo. Ha appoggiato il bicchiere al tavolo, e quello ha perso ogni interesse. E quello che dico non ha nessuna razionalità. Nemmeno so perché lo dico: “Non mi sembra il posto”.
Qualcuno ora prende a guardarci come fosse io il reo. Ed è scaduto anche l’ultimo termine per battere in ritirata. Quello che succede le basta a farla divertire. Finalmente sono nudo davanti a lei. Esposto. Fragile. Per completare la tragedia le mancano delle finte lacrime. Le ciglia che colano. So che questo sì che la delizierebbe. Trasformare la commedia buffa in dramma. Fortunatamente non coglie l’occasione. Non ne trova necessità. Mastica amaro parole di derisione. Nemmeno ha bisogno di prendere la rincorsa: “Si va da me? O da te, se preferisci”.
Proporrei di abolire le domeniche. Penso senza il tempo di pensarci. Preferisco da lei. Da me è tutto in disordine. Ed è anche più vicina. Misteri dei suoi ritardi. Volendo potremmo raggiungerla a piedi. Ma a piedi c’è più tempo per pensare. E per parlare. O forse no. Meglio che ognuno vada con la sua. Ma lei mi segue. E’ più rapida a parcheggiare, e mi aspetta davanti al portone. Non avrei avuto comunque nessuna via né occasione di fuga. Sono in trappola. Ho la testa pesante. Ho sempre amato le cose semplici. Forse non sono tipo da impegni; da impegni veri. Come si dice: seri. Forse è il fatto di essere figlio unico. Di esserlo sempre stato. Sono grande abbastanza ma non me ne sono mai liberato. E lei a mamma non è mai molto piaciuta. Diceva che non le sembrava una che si può legare. Insomma una brava. Diceva: prova a mettere il sale sulla coda ad un pettirosso. Non so perché un pettirosso. Che ne so? Non gliel’ho mai chiesto. Credo che un volgare passero sarebbe lo stesso. Ed ecco che ci ricasco. Lei apre la porta e io le guardo il fondo schiena. E sospetto che lei lo sappia.
Permesso”.
Mi guardo intorno come fosse la prima volta. Potremmo parlare del tempo. Del fatto che non ci sono più le mezze stagioni. Lei vuole parlare di noi: “Qual è il problema? Se c’è un problema? Il tuo problema”?
Non mi lascio altra scappatoia che mentire spudoratamente. Cerco di sostenere il suo sguardo. Lei sembra infuriarsi: “Nessuno. Mi fa piacere. Avevo anch’io voglia di rivederti. Stavo giusto per chiamarti”.
Penso che anche tu, come tutti, anche se solo qualche volta, come tutti, pensi con quello che nascondi nei pantaloni”.
Non sono mai stato volgare. Non mi piace quando una donna lo è: “Col culo”?
Non credermi stupida. No! hai capito bene”.
Però”…
Vuoi farmelo dire? Con l’uccello. Contento”?
Non era quello che volevo. Se avessi potuto esprimere un desiderio: non era quello che volevo: “Stiamo per litigare? Perché non mi sembra il caso. E non ne ho nessuna voglia”.
Ormai niente la potrebbe più frenare. So che con lei, come con tutte, l’unica buona politica è lasciare sfogare il temporale. Fingere di aver imparato a tacere: “Sembriamo una coppia. Siamo mai stati una coppia? No! Non hai nessun diritto”.
Vedi… è che tu… a volte…. No! non siamo mai stati una coppia. Non ti ho sempre trattata come un’amica”.
Proprio questo. Questo è il punto. E poi cosa vuol dire sempre. Non siamo sempre gli stessi. Non siamo uguali ogni mattina che ci mandano. Non siamo uguali in bagno e in cucina. Al mare e in montagna. Di giorno e di notte. Per esempio… la notte è sempre galeotta. Ora il nostro tempo sta per finire. Mi spiace. Volevi vedere le tette? Ecco. Accontentato. Che te ne pare? Ora le hai viste, soddisfatto? Bastava dirlo. Solo quello? E’ tutto più semplice di quello che sembra. Cosa credete, che a noi non capiti? Perché siamo donne? Solo che mica possiamo andare a dirlo. Sarebbe sconveniente; vero? Lo sai poi cosa si comincia a dire. Cosa pensate. Dobbiamo limitarci a suggerirlo. A farlo capire. E a volte dobbiamo parlare ai sordi. Dobbiamo dirlo nelle dovute maniere. A chi non vuol capire. Non ce l’ho solo con te. E’ passato il tempo delle mele. Ci chiedete pazienza. Non si compra al mercato. E quello che vi fa più paura è quando una donna ha un’opinione sua. Una testa sua. Lasciate lì la frase, a metà, e scappate. Ecco in cosa siete bravi: nella fuga. Tutti. Ma io ti credevo diverso. Per questo ti ho scelto come amico. Ma sei sempre anche un po’ uomo. C’è una parte di te, a volte troppo ingombrate. Come ora. C’è qualcos’altro che posso fare per te. Basta dirlo.”…
Ma Flavia”…
Non dire ma Flavia. Vorrei dire quello che non sta bene in bocca ad una donna. Che è sconveniente. Vorrei dire quello che non posso dire. E le parole mi scappano. Non mi interrompere. Sto parlando. E’ ora che parli. E lasciami parlare. Questo è il momento; se non lo faccio ora… Per me sei un amico. Stupida. Un fratello. Con te mi sembrerebbe un… incesto. Sì! un incesto. Certo ogni peccato ha il suo fascino. Intriga. Ha la sua seduzione. Cerca di capirmi. Non per me. Per me un amico è un amico. Non so se mi spiego. Ma non c’è niente che è solo bianco o nero. Giusto o sbagliato. Niente che va fatto in un solo modo. Ho l’impressione come se io fossi cresciuta e tu no. Anche tu sei… sei un portatore di… di piacere. Certo, capita anche a noi. Scusa i termini. Sai cosa vuol dire donna? Te lo sei mai chiesto? Ti ha mai sfiorato un sospetto? Non che ce l’abbiamo sempre in testa, come voi, ma capita. Non lo sai? Beh! Te lo spiego. Capita esattamente anche a noi. Di avere un momento di debolezza. Un attimo di panico. Bisogno d’una coccola. Di sentirsi amate. Fortunate. Desiderate. Solo considerate. Solo di avere le dita addosso. Di mettersi tristezza e non volere infilarsi da sole in un letto. Senza dover chiedere scusa. Senza il tempo per aspettare la prossima puntata. Ci capita. Di avere quel pizzicore nelle mutandine. Che credete solo vostro. Magari mentre si è con uno per la prima volta. Di cui si conosce poco o niente. Con la persona sbagliata. Proprio perché è sbagliata. Proprio perché è solo prima di un addio. Perché non c’è nessun per sempre. Di non avere il tempo per altro. Perché?. Solo perché è la. Solo perché la luce è abbassata. Solo perché ti va. Per una cena finita bene. Che potrebbe finire meglio. Per farsi perdonare. Per il film. Per un cinema qualsiasi sia il film. Per salvare una serata scialba. Perché ci si perde in una strada di campagna. Perché indossi della biancheria nuova. Che ne so? Perché c’è lui. Perché a lui va. Perché gli va; e lo senti. Lo capisci. Sì! di avere un attimo in cui ci intratteniamo con una fantasia. Scusa la volgarità. Insomma… la voglia di… la voglia di… Senza un perché. Senza promesse o giuramenti. E sarebbe bello che nessuno potesse stare lì a giudicarti. Di poter usare la scusa dell’euforia da vino. Da festa. Senza bisogno di chiedersi perché. Solo capita in quel momento. O è quel momento che ti coglie di sorpresa. Che ti cerca. Magari proprio per vedere se ci sei. Per metterti alla prova. Perché è parte del tutto. Parte della vita. Ora o mai più? Per chi credi che mi sia preparata così? Vestita così? Pur temendo e sospettando che non sarebbe valsa la pena? Certo per me, ma non solo. Non mi compiaccio così tanto. E persino di mattina. Volevo dirtelo subito. Lasciarti a bocca aperta. Davanti a tutti. O correre qui. Sì! ci ho pensato. Invece siamo qui. Come due estranei. O come due vecchi amanti. Che piangono un amore decotto. Sfinito Esaurito. Invece parliamo di quello che non c’è mai stato. Quale ironia. Parliamo dell’ieri che abbiamo perduto come potesse essere domani. Tu con le tue indecisioni. Tu con le fantasie in testa. Non è vero? Tu a guardarmi così. Dimmi perché? Dammi una ragione perché dovrei farlo. Una sola. Ora me ne hai fatto passare la voglia”.
Nello stesso istante da un aereo in fase di atterraggio si stacca un pezzo d’ala che piomba diritto sulla mia macchina fracassandola, senza noi a bordo. Lei sente girare la chiave sulla toppa. Reagisce immediatamente al pericolo, mi allontana e si affretta a sistemarsi. Perdo un attimo prima di realizzare tutto quello che sta succedendo. Rovescio il bicchiere sul tavolino e prendo al volo la giacca sbagliata. Lo spingo da parte e scendo le scale di corsa, con ancora i pantaloni aperti, per controllare i danni sulla macchina. La guardo allibito. E’ partito l’allarme e piscia benzina. Tiro una sonora bestemmia: non s’è salvato che il numero di targa. Qualcuno osserva che poteva anche andare peggio. Però lei non ha risposto a nessuna delle mie domande. Non ha dissipato nessuno dei miei dubbi. Si limita a guardare il disastro che ha combinato, restandosene alla finestra. Avendolo saputo fin dall’inizio, allora era meglio se questa storia la scriveva lei direttamente.

Caffè a letto

Ambrogio”.
Prego signora”?
Mi son svegliata di buon’umore”.
Buon segno, signora”.
E… Ho voglia di scopare”.
Le sembra opportuno”?
Perché”?
Il signore”.
La voglia ce l’ho io, mica lui”.
Non vorrei”…
Dov’è”?
Nel suo studio”.
Ecco! Vedi! Ne avrà almeno per un altro paio di ore”.
Posso prendermi la liberta”?
Fai pure. Anzi… devi”.
Il cornuto ha lasciato le sigarette sul comodino”.
Il solito. Hai chiuso la porta”?
Non era necessario”.
Dovevi pensarci”.
Posso farlo ora”?
Dovevi pensarci il momento di pensarci”.
Come desidera”.
Ambrogio è sempre pronto a soddisfare ogni mio desiderio, e bisogno. Sempre così attento ed efficiente. Ma è così impettito. Così ligio e rispettoso dell’etichetta. Anche troppo. E poi odio quando mi contraddice. Se è vero che il letto ha due piazze ne consegue che una piazza è rimasta libera. Deserta. Capita anche a noi donne di svegliarsi con una lusinga. Non che io sia una di quelle. Non che per me sia come una ossessione. O che tragga piacere al solo tradire. E’ solo che ho fatto un sogno. Non lo ricordo, ma mi sono svegliata con una smania dentro. Forse è questa mia abitudine di coricarmi nuda. E’ che mi sento libera. E lui, Ambrogio, mi porta il caffè a letto. Così mi vede. Anche senza volerlo. Non che mi serva provocare. Non è certo la prima volta che mi vede spogliata. Anche senza cercarlo, né volerlo. Vive sotto il nostro stesso tetto. E’ come uno di famiglia. E poi Luigi è sempre la stessa cosa; ieri, oggi e domani. E mi son svegliata con questa strana filastrocca improvvisata: “Ho fatto, o fotto”. No! nemmeno frequento spesso la volgarità. Solo che quando è necessario dire una cosa non ci sono parole altre. Non c’è un altro modo di dirla. Di principio rifiuto le regole e le imposizioni: “Comunque… è meglio se la chiudi quella maledetta porta. Anzi no, che vada fino dal tabaccaio se proprio ne ha voglia. E che non rompa le balle. Se bussa glielo dico”.
Come desidera”.
Facciamo presto”.
Come vuole”.
Una cosa svelta”.
Come preferisce”.
Non decidiamo ora. Ci pensiamo durante”.
Grazie signora”.
A volte mi infastidisce sentire troppe volte quel signora. C’è il limite anche al rispetto. A letto è il rispetto che è un limite. Ci sta come i cavoli. “Scusi, signora”. “Permette, signora”. “E’ troppo… gentile, signora”. “Grazie, signora”. Fanculo alla signora. Chi è questa signora? Primo: non mi va che mi venga ricordato sempre. In continuazione. Secondo: non si tratta di gentilezza. Io non sono gentile, sono bona, sono appassionata, posso essere tante altre cose ma gentile no. Almeno finché non usciamo da questa stanza. Mi fa perdere le staffe. Alla decima sbotto. In fine gliene do il permesso, è quasi un ordine: “chiamami topa, chiamami guapa, puta, baldracca, zoccola… chiamami come ti pare. Con gli epiteti più volgari e azzardati, insomma «chiamami» e basta; trova qualcosa di più appropriato che signora, quando sei senza braghe. Oppure stai in silenzio. E rimetti al suo posto quell’affare che non è un complimento per una signora. Sei volgare e impertinente”.
Subito signora”.
Non ti sarai mica offeso”?
Assolutamente no, signora”.
Sii gentile: accendimi una sigaretta”.
Certo, signora”.
Mi fai una cortesia? Mi andrebbe un altro caffè”.
Tutto quello che vuole, signora”.
E mi andrebbe… un altro… ancora, ma dopo. Brutta cosa la fretta”.
Certo, signora. Tutto, pur di farle cosa gradita”.

L’attimo dopo

Giro l’angolo ed eccolo. È lui. E’ la mia ossessione. E fa l’indifferente. Solita faccia. La sua aria furbescamente distratta mi scopre con perfetta meraviglia. Non ci crede più nessuno. Lui sembra non chiederselo. O forse crede che io ci creda. Non farci caso. Come mai da queste parti? Come? Esco da casa. Sono sulla strada per l’ufficio. Sto andando a fare compere. Varia i luoghi dell’agguato. Nemmeno tanto. Ormai me li aspetto. E quando sospiro di soddisfazione per il pericolo scampato mi caccia il sospiro in gola. Troppo presto. Aveva scelto di spuntare dalla strada subito dopo.
Se ho un attimo da solo è solo un attimo. E qualcuno già mi chiede di lui. Non ricordo nemmeno da quando dura questa storia. Sembra da sempre. All’inizio era gradevole; averlo intorno, voglio dire. Ne ero lusingata. Era gentile e la gentilezza mi ripagava. Mi portava le borse. Mi apriva le porte. Mi regalava piccoli complimenti. Era attento al mio abbigliamento. Al trucco. Al profumo. Al minimo cambiamento. Al più innocuo particolare. E, stupida, cercavo di essere carina. Ora non chiede più nemmeno: “Posso accompagnarti”? E’ diventato scontato. Come ne avesse un obbligo. Un diritto. E si mette subito a parlare. Forse proprio cercando di confondermi. Per non darmi il tempo di fare le domande che dovrei. Per chiedergli Cosa diavolo ci fa lui.
Avrei dovuto capirlo subito. Ma come si può immaginare? Una donna è donna. Se uno ti dice che sei carina non puoi essere sgarbata. Ti piace sentirtelo dire. Non pensi possa essere pretesto. Una frase fatta. Una truffa. Un agguato. Anche quando può non essere vero. Vuoi crederlo. Ti vuoi illudere. Ma che sia sempre stato vero non ho dubbi. E non mi sembrava male. E allora mi accontentavo. E mi appagava. Forse qualche volta speravo venisse. Mi sono preparata per quello. Con una borsetta nuova. Tornando dal parrucchiere. Sì! era sempre là. Da qualsiasi posto uscissi. Pensavo fosse una carineria. Fosse attratto. Anche, perché no, ad una storia. Ma non ho mai fatto nulla per illuderlo. Né lui si è mai preso delle libertà. E qualche volta mi ha reso impaziente. Ma era allora. Quando tutto non era esagerato. Quando non era ancora passato. Quando mi sembrava ancora simpatico vedermelo trotterellare torno. Ascoltare quelle che lui credeva osservazioni argute. Sentirmi chiedere del lavoro. Della salute. Della famiglia. Quando mi era comodo un passaggio in macchina.
Da quelle prime volte non ho più avuto un momento solo per me. Ne è passato di tempo. Sembra una vita intera. Pare semplice. Basterebbe dirgli di No. E io gliel’ho detto. Come si può intuire. Non subito. Prima fatto capire. Con tatto. Poi con sempre meno pazienza. Lentamente. Mentre lentamente cresceva il mio disagio. Il fastidio. La rabbia. In fine gliel’ho sputato in faccia, senza mezzi termini. E anche peggio. Gli ho detto: “Non è una sorpresa. E’ un incubo”. Forse l’ho chiamato brutto sogno. E’ vero il detto che non c’è più sordo di chi non vuol sentire. Mi ha detto che mi va di scherzare. Che sono una gran burlona. Messo alle strette s’è limitato ad un sorriso ebete. Accompagnato da un’alzata di spalle. Seguito dalla mia consapevolezza incredula che non avrebbe desistito. Che non sarebbe bastato. Al massimo aveva tardato qualche ora. Minuti. Poi eccolo là. Come se la città fosse quei pochi metri. Un pugno di passi che mi giravano intorno. Piove e prima che lo possa vedere mi ripara con l’ombrello. A volte non riuscivo più nemmeno a dirgli grazie. Il troppo è troppo. A raccontarlo si potrebbe non credere.
Stavolta, come tante altre, ha di nuovo solo la scusa del caso. E me lo trovo davanti all’improvviso. Non so come fa a sapere. Come riesce sempre ad essere dove sono. Se gli chiedo dove va, va sempre esattamente dove sto andando. Dalla mia parte. Decido in un attimo di rinunciare alle scarpe. Di optare per la spesa. Si ricorda che deve comprare il latte. Spero gli scada e vada a male in frigo. Non ho il tempo nemmeno per pentirmi. Me lo ritrovo che mi spinge il carrello. Che mi da un consiglio sulle marche. Sull’etica del prodotto. Sull’attenzione per il prezzo. Mi spiega persino che la confezione grande è troppa anche per due. Si ferma davanti ad una vetrina e si specchia. Si vede bello. Credo che solo con il tempo io potrò capire. Ma ho finito il tempo. Mi ha espropriato della mia vita. Mi chiede continuamente se mi serve qualcosa. Se non mi stanco troppo. Se ho un languorino. Sete. Se mi fermo a bere sento il rumore di lui che gusta la sua birra. Se sogno entra anche nei miei sogni. Ormai conosce il miei colleghi per nome. E tutti lo conoscono. Potrei inserirlo nei documenti di riconoscimento. Segni particolari: lei e il suo doppio. Come un’ombra. L’ombra della mia ombra. All’ombra della mia ombra.
Vorrei dirlo a Carlo ma non credo capirebbe. Gli do appuntamento in caffetteria. Ha il coraggio di farsi trovare anche lui là: “Mi fai conoscere il tuo amico”. Purtroppo mi ha preceduta. Carlo è ancora ignaro di tutto. Si siede prima ancora di averne il permesso. Cerco di mantenere la calma. Difficile. Impossibile. Si ordina la sua bionda. “Naturalmente è mio”. Gli spiego che stiamo per sposarci. Piena di rabbia. Stizzita. E’ incredibile. Ci porge i suoi complimenti. Ci fa gli auguri. Lo ha creduto ma la sua garbata faccia tosta non cambia di una virgola. Sembra anzi sinceramente felice per noi. Si informa da Carlo. Carlo sta al gioco. E ne approfitta per farsi bello. Lui consiglia di spostare la data. Si scusa se non potrà partecipare in compagnia. Si propone come testimone. Il coglione accetta. Forse il nostro è uno scherzo atroce. Se lo merita. Vorrei riprendermi la vita. Naturalmente Carlo è solo un collega. Poco più. Quasi un amico. Quasi mi corteggia. Non ne sono sicura. Credo si tratti di indecisione.
Ormai la cosa sta precipitando. Apro la porta e so di trovarlo. Come al bar. Così al cinema. In qualunque posto. Dietro qualunque porta. Entro in salotto ed è già comodo per il caffè. Quando ha cominciato ad entrarmi anche in casa? Entro in camera e mi sta aspettando. “Posso essere sola mia, almeno mentre mi spoglio”? Lui: “Fai pure”. Lui: “Se vuoi mi giro”. Lui: “Fai come se non ci fossi”. Preferisco stare zitta. Ha le braccia sotto la testa. La testa appoggiata al cuscino. Gli chiedo sarcastica: “Serve altro”? Ha l’ardire di dire: “Solo te”. Lo guardo con disprezzo. Lui il disprezzo non ha mai imparato a leggerlo. Mi dico: “E’ l’unica cosa che non puoi avere”. Lui mi chiama “Micetta”. Odio quando mi chiama “Micetta”. E odio i gatti. E i peluche. I suoi li ho gettati il giorno stesso. Mi dico “Guarda se vuoi guardare”. “Cosa c’è da vedere”? “Stupido”.
Il suo tempo è terminato. Lo lascio lì e vado a farmi una doccia. E’ subito pronto dietro la tenda. Mi passa il sapone. Almeno che si renda utile. Parla ma non lo sento. Le parole sono coperte dal getto d’acqua. Mi porge l’asciugamano. Parla. Le parole sono coperte dal Phon. Mi vesto per uscire. Mi dice che gli piace di più il vestito verde. Che il verde mi dona di più. Che si accompagna con il colore degli occhi. “Scusa se mi permetto”. Scelgo quello blu di prussia. Con una borsetta gialla che stride. E scarpe nere col tacco sottile. La sua faccia non riesce a nascondere la disapprovazione. Prova a protestare ma poi tace. Mi ricordo che non mi ha mai detto il suo nome. Lo chiamo: Lo sconosciuto. Quando ho finito le offese. Forse più semplicemente l’ho scordato. Non mi serve un nome per dirgli quello che penso. Digerisce tutto. Fuggo in preda all’ira. Indispettita. Sono ancora in affanno quando torno a sedermi alla scrivania.
Lo ritrovo ancora là allora di cena. Sono confusa. Non sono lucida. Uso un tono ironico. Marcatamente ironico. Io stupida. Non lo capisce. Io imbecille. Gli chiedo se vuole altro. Ammette che ha un po’ di appetito. Che gradirebbe… Si siede a tavola e aspetta. Mi cadono le braccia. Dice che la mia zuppa di pesce surgelata del supermercato è buonissima. Che non ne ha mai mangiate di uguali. Si complimenta perché sono una brava cuoca. Ho messo dentro tutto l’arsenico che avevo in corpo. E sono andata abbondante di sale. Dice un Finalmente! che non trova contesto e si pulisce la bocca. Mi chiede del vino. Vorrei versargli dell’aceto. Perché non l’hai chiesto prima? Allora? Quando era il tempo? Il momento? In fondo siamo un uomo e una donna? In fondo è normale? Allora perché? Cerco di farmi forza. Coraggio. Di convincermi che non è impossibile. Non ci riesco. E’ ormai troppo tardi.
Carlo si è deciso. Audace non lo è mai stato. Non è nel suo carattere. Cauto sì! fino all’esasperazione. Non gli ho chiesto nulla. Mi ha raccontato che è separato. Titubante. Timidamente. Mi piace anche quand’è così. Mi piace fare la parte di quella che consola. Fingo di avergli creduto. Non mi costa niente. Se è quello che vuole io posso credere anche a babbo natale. Se vuole faccio anche la parte di santa Rita. Ha trovato il coraggio. Sale da me. Dice che si sente in colpa. Per non avermelo detto. Ma che finalmente è libero. Penso “Libero per una notte”. So accontentarmi. Ho imparato a farlo ultimamente. Mi basterebbe anche per qualche ora. Persino per un po’ di minuti. Non ho chiesto il paradiso. Nemmeno di illudermi. Mi basta essere quello che è una donna con un uomo. Ne ho abbastanza delle parole. Di sole parole. Riesco a malapena a trattenermi. Lui cerca di baciarmi. Io lo porto di là. Lo spingo giù. Gli lascio l’impressione di fare tutto lui. Armeggio con la cintura. Proprio non ci sa fare. Non è in grado di aiutarmi. Mi indispettisco. Ho fretta. Nella fretta ho un po’ di impazienza. Ho ancora la gonna addosso. Anche se ormai è salita fino al cielo. Lui è in temperatura. Le sue mani sono curiose di me. Non ha ancora fatto a tempo di sfilarmi il reggiseno.
Stavolta ci avevo sperato. Me ne ero quasi dimenticata. Cado dalle nuvole. Trasecolata. E’ là, il mio incubo, ai piedi del letto. Tranquillo come davanti alla tele. Placido. Anzi ci osserva con lo sguardo di chi sa. E di chi è curioso. Ancora convinto del nostro progetto matrimoniale. Lo guardo con tutto l’odio che posso. Lo guarda anche Carlo, dopo essersi districato dall’abbraccio. Cerco di trattenerlo. “Fate pure. Se volete aspetto fuori”. Dovevo immaginarlo. “Per me puoi anche rimanere”. “Per me puoi anche guardare, se vuoi guardare”. “Guarda pure”. Indispettita. Gli infilo una mano nei pantaloni. Al mio amante. Deliberatamente. Platealmente. Il coglione di Carlo si blocca. L’infingardo. Chiede scusa. Si ricompone. Dice: “devo proprio andare.” –e prende la porta. Mi lascia sola con la mia ossessione. Gli grido dietro “Coglione!” –quando ormai mi sa che è già per le scale. Si è precipitato giù da quelle scale. Mettendo a rischio la sua incolumità. Zompando i gradini a quattro a quattro. Trattenendo i pantaloni slacciati. Mi sa che anche con lui la storia è già finita. Prima ancora di cominciare.
Lui è ancora là. Non ha fatto una piega. Come se tutto quello non lo riguardasse. Imperterrito. Gli tiro la spazzola per i capelli. La schiva sorridente. Mi rifugio in bagno e non so trattenere le lacrime. Carlo, torna qui. Piango a dirotto come una scema. Di rabbia. Di odio. Di delusione. Di annientamento. Mi guardo allo specchio. Ormai ho la faccia di un mostro. Lui mi parla attraverso la porta. Decido di tornare di là. Di affrontarlo. Si scusa senza troppa convinzione. Mi chiede se voglio essere consolata. Si offre. Cerca di convincermi che forse è meglio così. Che se n’è andato perché non mi merita. Mi spiega che un passo del genere ha bisogno di essere ragionato. Che si deve pensare bene. Che è un poveraccio. Mi sento disarmata. Mi dice: “Sono il tuo gatto parlante”. Gli spiego che odio gli animali e che: “E’ un grillo”. Ribatte: “Fa lo stesso”. Poi aggiunge che pensava ad una ragazza di nome Alice. Che io gli ricordo Alice. Ma se anche fosse un pesce sarebbe lo stesso. Mi sento priva di forze. Non ho energia per riprendermi. Per reagire. Per replicare. E’ la fine.
Gli chiedo indispettita: “Cosa vuoi da me”? Mi risponde angelico prima: “Niente! –poi, messo alle strette– Non pretendo di essere… solo l’amore”. Vorrei sbatterglielo in faccia quel suo amore. Alzo il braccio ma mi blocca lo schiaffo. Mi spiega che lui è paziente. Gli sputo in faccia. Cerco di assestargli un calcio. Penso di fuggire da casa mia. Di chiedere aiuto. Di scivolare sotto il letto. Cerco di morderlo. Vorrei riprendere da dove sono stata interrotta. Vorrei mille cose in un turbinio folle. Per un secondo mi fa anche paura. Mi strappo il vestito. Come impazzita. I capelli in disordine. Il trucco ancora colato. Vorrei dirgli: “Potrai avere il mio corpo, non la mia anima”. Mi sembra retorica. Molto retorica. Ho una crisi isterica. Gli grido che sono porca. Che non è abbastanza per me. Che non ne ha abbastanza per me. Me la prendo più con me che con lui. E grido cose senza senso. Disperate. E poi mi affloscio a terra.
Si china. Mi passa una mano tra i capelli. Mi asciuga le lacrime. Scaccio il braccio con cui tenta di cingermi le spalle. Si prova a confortarmi. A calmarmi. Come se non fosse lui. Lui la causa. Non capisco. Temo che non voglia capire. Che non capirà mai. Cerca di farmi rialzare. Mi confessa: “Non posso vivere senza te”. Gli regalo tutto il mio armadietto di barbiturici. Per sicurezza affondo il coltello nel ventre. Con le mie ultime forze. Fino al manico. Mi regala la vita sorridendo placido.
Non faticano a credere che mi sono difesa. Da uno stupro. Nelle condizioni in cui mi faccio trovare.
Non mi è facile prendere il sonno. Mi sento libera e mi assopisco, e lui mi appare in sogno.

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