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Free dabka

da Giuseppina Fioretti
1 marzo 2012: appuntamento in tutte le piazze.
Una piazza in ogni città, tutta l’Italia come una piazza sola.

Locandina di invito per un flash mob in tutte le piazze italiane

La fuga

tazzina di caffèPerché fuggire se sapeva già che non c’era un posto dove potesse fuggire? Il perché era perché l’uomo non può che essere uomo. Perché si sentiva in trappola e non poteva restarsene lì senza fare nulla. Aspettare, semplicemente. Il mare era azzurro e trasparente. La strada scorreva come una serpe sul lato di roccia e piombava decisa verso il mare. Ogni curva era una scoperta di sole e accecava gli occhi. Paesaggi che conosceva e che non avrebbe potuto dimenticare. Decisamente non era la giornata adatta per nascondersi. Frugò in cerca di una sigaretta. Sperava di aver preso su almeno quel minimo indispensabile. Un melo si sporgeva nel vuoto. Sembrava attento in un inchino. In realtà non aveva nessuna fretta. Perché avrebbe dovuto averne? Cercò mentalmente risposta alle domande più improbabili. E’ amaro ammetterlo dopo ma… allora avevi ragione. Un cane gli attraversò proprio davanti, rischiò di metterlo sotto. Avrei certamente finito dopo pranzo ma, come vede, ne sono stato impossibilitato. Per quanto la macchina corresse non riusciva ad allontanarsi di un attimo da sé. Non vorrei esserle sembrato sgarbato ma trovo la sua osservazione quanto di più vacuo si possa osservare. Stiamo diventando un paese che ama piangersi dopo. Aveva proprio bisogno di prendere un amaro. In fondo essere noi i pirati…. Aveva quella maledetta allergia per i peperoni e finché non li aveva portati in tavola non avrebbe avuto nessun motivo per volerle del male.

I bambini ci guardano attraverso il muroscritta in carcere nel 1961

Inginocchiati per un foglio di carta, inginocchiati.
Intingi la penna negli occhi di tuo figlio e scrivi quello che ti ordina:
I connotati di colui che ti massacrò
Sulla soglia di casa con la penna.
Ammucchia i tuoi giorni davanti a te come carta,
non essere timido… chiedi un fiammifero al tuo oppressore…
fabbrica col torbido miscuglio di cenere e fumo
qualche foglio per il tuo libro.
Vorrei che i morti sapessero come stai fabbricando una corda di parole
Per appendervi il verso.
Mordi il cuore dell’amata come un lupo… e presentalo
Su un vassoio di carta gialla,
tagliale le trecce per bendare la ferita d’una iena nera,
mordile gli occhi come uno scorpione… non esitare.
Vieni come una rana e suona
La tua campana per la palude stagnante
Firma in fondo a questo foglio, entra nella tua casa come un ladro,
stai attento, strada facendo, non cada la tua ombra su una fabbrica.
Mastica la tua ombra, ingoiala come s’ingoia uno straccio avvelenato.
Affrettati e bussa alla tua porta
Fino a che la tua mano vada a pezzi,
colei che ti amava non ti udrà.
Il suo braccio che fremeva in mano tua
Come una bandiera sventolante o una spada di diamante,
ora il tuo anello è simile a un anello di cenere, fumo e cardo…
Guarda se puoi immaginarti Farid¹ crocifisso sul mio cuore,
una lama di luce , un rosso caravan² cantare sommesso
gola per ogni muro, non cesserà mai il canto,
non finiranno mai le faville del mio canto.
La matita ubriaca di veleno barcolla:
inutilmente la sorreggerebbe il carceriere, o i tuoi versi.
I ricordi irrompono come onde di cardi sulle tue palpebre,
ti tengono sveglio fino al silenzio.
Tu continui a pestare a piedi nudi il pavimento della cella,
la notte sul tuo petto come una porta chiusa,
il carceriere giunse come un martello o un fossato.
Dove vorresti andare? A casa tua?
La tua casa è un pugnale alle spalle.
Da tuo figlio? Tuo figlio è su una croce di carta,
gelato nel suo pigiamino.
Tu sarai trascinato nella strada,
cammina e inciampa,
cammina e inciampa
davanti al tuo oppressore.
Dove vorresti andare, quando il vento ti sparpaglia sulla carta?
Inginocchiati per la carta, inginocchiati.

¹Prigioniero politico morto di torture
²Uccello canoro

Poesia di Mueen Bsyso
da ARABcomint – Informazione di cultura e attualità su mondo arabo ed islamico

Il vanesio

tazzina di caffèEra così… così preso di sé che al solo vederlo metteva allegria . Di quegli uomini che le cose che non sono successe è perché non hanno voluto che succedessero. E con un naso che divideva il vento in due metà. E inconsapevole di tutto il resto. Il classico tipo che non si sarebbe sognato mai di infilarsi le dita nel naso nemmeno da solo e al buio. E un sospetto di cultura, anch’essa raffinata; quel di più prezioso portato con la mano in tasca e con faticata disinvoltura. Certamente nemmeno gli prudevano mai. Certamente la metteva a lei, allegria; sembrava fatto apposta. Lei era nota per le sue frasi attorcigliate: “Guarda che se ti tocco non è per toccarti ma perché hai un capello”.
Quando Mariagiovanna gli toccò il culo lo fece come un uomo avrebbe fatto ad una donna (con sicurezza, pazienza e attenzione) e ne scoppiò a ridere allegra. Si immaginava di vederlo saltare e infatti lui ne ebbe un sobbalzo, poi si gonfiò d’orgoglio pensando insieme che… non che fosse brutta ma era solo che non era proprio il suo tipo. Troppo veloce di lingua, sciolta; troppo sicura di sé, disinvolta; insomma troppo poco fine, la signora. Lei stava ancora ridendo che le venivano le lacrime agl’occhi.

La monella

tazzina di caffèL’avevo presa su perché era lì, sotto la pioggia. E poi non mi dispiaceva un po’ di compagnia. Il fatto è che odio guidare da solo. Lei cominciò subito a parlare. Non gliel’avevo chiesto ma disse che non stava aspettando nessuno. Mezze parole dicevano che l’aveva fatta scendere. Altre mezze che lei gliel’avrebbe fatta pagare. Nemmeno questo l’avevo chiesto. Era la strada che mi interessava. E’ un attimo sbagliare. E poi… per il fondo scivoloso… Non notai che molto più tardi che non mi aveva chiesto dove andavo né detto dove andava. Era probabile che non avesse intenzione di andare se non dov’era. Si passò una mano sui capelli per asciugarli e poi sulle gambe. Aveva belle gambe. Forse la voce un po’ afona a frettolosa, ma belle gambe. Ricordo che pensai che non era necessario che mi spiegasse proprio tutto subito. Le chiesi se volesse una sigaretta. Rispose che non fumava ma che non le dava fastidio se avevo voglia di farlo io, anzi. Mi disse mille altre cose, la maggior parte futili. Mi spiegò che si sentiva stanca perché: Ho fatto… un po’… la monella. E nel dirlo la sua voce ebbe uno stridore sbarazzino, quasi divertito. E poi… Che io non potevo immaginare, sapere, quanto poteva essere monella. Per un attimo attese in silenzio, come stesse riflettendo, come stesse decidendo, come aspettasse di vedere me. E pareva guardarmi dubbiosa. Poi mi chiese se ero curioso. Accese la radio. Non ebbi il tempo di dirle che non avevo mai avuto il tempo per esserlo, ovvero che non credevo di riuscirci. Mi sistemò la cravatta. Mi spiegò che dovevo continuare a guidare. Che mi avrebbe fatto vedere quanto poteva esserlo e mi mostrò com’era monella. Pensai a Giovanna. Poi trovai quel pensiero sconveniente. Smisi di pensare a Giovanna. Guidare mi riusciva più difficile. Le parole senza suono che mi sussurrava stemperavano la tensione, sfumano il paesaggio in niente. Case di vetro e una curva improvvisa. Troppe curve per una giornata sola e come quella. Non aveva dietro documenti e non avevo pensato di chiederle il nome. Non sapevo nient’altro di lei e non avrei mai saputo nient’altro.

sul mestiere di padre

tazzina di caffèLui non aveva avuto una figlia. Il destino non aveva voluto che lui godesse quella gioia. Poteva solo immaginarla o nemmeno quella. Certe cose mica si possono spiegare. Comunque era disposto a scommettere che sarebbe stato un buon padre. Gli sembrava di essere nato per quello. Non aveva mai voluto sapere. Si trovava solo e vecchio con quella specie di rimpianto. Si sentiva così inutile con questo pensiero che gli era doloroso. Lisa non aveva mai voluto che lo facesse. Scese pesante in ciabatte a portare le immondizie. Tornò per interrogarsi sulle proprie colpe. Ancora una volta non riuscì a assumerne nessuna. Ancora una volta accettò come ci fossero anche domande che non avevano risposte. Se l’uomo sapesse le cose, magari prima, non sarebbe uomo. E forse non era nemmeno la fortuna che può sembrare. Era una di quelle cose che una donna non può rimproverare al marito. Ormai, nel suo caso, una forma di martirio, come se l’avesse cercato. Trovò che tutto, in realtà, avesse un fondo di stupidità e che il resto fosse niente. Che la ragione non governa quasi mai le cose. Guardò l’ora. Telefonò a Lisa. Sapeva che sarebbe stata una delle solite telefonate laconiche, imbarazzate. Che non avrebbero trovato nulla da dirsi. Che si sarebbero limitati a chiedersi come va? Gli rispose la segreteria per comunicargli che il numero al momento non era raggiungibile. Accese la luce sperando che lei lo avrebbe richiamato quando avesse visto la sua chiamata. I piatti erano ancora là, da lavare.

studio per una nuova locandina per la mostraIo condivido con il gruppo “Restiamo Umani con Vik” la speranza di Restare Umani in un momento in cui di umano sembra non essere rimasto più nulla e in uno spazio in cui la disumanità e la violenza degli uomini sembrano aver raggiunto l’apice. Coltiviamo la speranza che l’Umanità dei singoli prevalga sulle ragioni dei governi.
I disegni della mostra che vi proponiamo vengono da Gaza. Che cosa sia Gaza ce lo può dire una qualsiasi ricerca su Wikipedia, i dati riportati ci informano di una popolazione di circa 1.700.000 abitanti con una densità abitativa tra le più alte del mondo. Gaza è una striscia di terra tra cielo e mare, una fascia costiera a tratti coltivabile. Ma Gaza non è solo questo. Gaza è il rifugio di milioni di palestinesi che sono scappati dalle varie guerre con Israele. A partire dal 1948, dai primi massacri come quello di Deir Yassin e di altri villaggi che gli israeliani (non era ancora stato dichiarato lo stato di Israele, stiamo parlando dell’aprile 1948) mettevano a ferro e fuoco e causavano esodi forzati di migliaia di palestinesi. Molte delle zone che gli ebrei occuparono nel 1948 erano città costiere e da lì scapparono tanti palestinesi, chi verso il Libano, chi verso l’entroterra e chi verso Gaza. Ci sono Gazawi che conservano le chiavi e i lucchetti delle loro case lasciate nel 1948, altri invece sono arrivati a Gaza nel 1967 in seguito alla seconda occupazione. Ci sono famiglie divise che, provenienti dalla stessa città, si sono ritrovati divisi tra Gaza e una periferia giordana. Ci sono famiglie di profughi che si sono riunite a Gaza dopo la seconda occupazione, quella del 1967. A Gaza, negli anni, si sono ammassati milioni di profughi nella speranza di tornare. E quando questa speranza è andata scemando e sono aumentati i problemi di sopravvivenza, l’area si è trasformata in una zona disperata che attendeva solo un riscatto. Negli anni ’70 in Israele sale il primo governo di destra che appoggia tutti i movimenti oltranzisti dei coloni, tra cui il movimento ultrasionista del Gush Emunim, a quel punto anche a Gaza, dove i profughi continuano ad attendere il ritorno, si crea un movimento politico di ispirazione islamica che promette il ritorno alle loro case. E’ l’origine di Hamas, l’ala politica e militare del movimento religioso. Raccoglie le persone con posizioni più estreme perché estremo è stato fino ad allora il loro modo di sopravvivere. Gaza non è sempre stata governata da Hamas. A Gaza era molto forte l’Autorità di Arafat, c’erano e ci sono i Palestinesi del Fronte popolare (i comunisti), ci sono più di 5000 cristiani e, ultimamente, ci sono tanti giovani stufi dell’occupazione israeliana, delle divisioni interne al potere palestinese e stufi della regime teocratico di hamas. Nel gennaio 2006 Hamas sale al potere e viene subito definito un movimento terroristico pericolosissimo dagli USA. Questo autorizza Israele a bombardare e a colpire la Striscia di Gaza ogni volta che si presenta l’occasione ( e l’occasione è data dal lancio di missili Qassam, dal rapimento di Shalit, dalla fermezza delle posizioni dei leaders di Hamas che vengono fatti fuori uno ad uno con omicidi mirati. Omicidi mirati che il più delle volte coinvolgono i civili). Ma i civili palestinesi per Israele sono solo un dettaglio non importante. Con questa ottica tra dicembre 2008 e gennaio 2009 Israele sferra l’attacco aereo e terrestre dell’Operazione Piombo Fuso in cui morirono tantissime persone. Voglio riportare i dati di una ONG israeliana che si occupò di stabilire il numero delle vittime. Non a caso cito una ong israeliana, poiché è necessario sapere che la politica scellerata del governo militarista israeliano non è condivisa la 100% da tutti gli israeliani:
L’offensiva israeliana contro Hamas nella Striscia di Gaza ha fatto circa 1.400 morti palestinesi, più della metà dei quali non erano combattenti.
Lo ha annunciato oggi l’ong israeliana B’Tselem che ha pubblicato un bilancio rivisto dell’operazione ‘Piombo fuso’. B’Tselem, che ha condotto sue proprie ricerche, afferma che 1.387 palestinesi sono rimasti uccisi durante le tre settimane di conflitto.

Testo della presentazione della nostra carissima “umana” Giuseppina Fioretti.

La fede non faceva fede

tazzina di caffèL’aveva incontrata ai grandi magazzini. A volte si fanno strani incontri ai grandi magazzini. Teneva in mano un libro. Lui credeva che non se ne trovasse più una copia. Lo sfogliava ancora indecisa se ne era interessata. Non era stato per quello ma solo grazie a quello. Lui solitamente era deciso e se la sbrigava rapidamente. Lei abbassava lunghe ciglia. Lo ignorava con ostentazione. Si mostrava interessata solo a quello che leggeva. Lui si accorse come voleva quel libro, ma non in modo aggressivo o particolare. Forse avrebbe potuto continuare a farne a meno. Eppure doveva averlo notato. E sentire il suo sguardo accarezzarla lentamente ma completamente. Nei tacchi si ergeva con orgoglio anzi il suo orgoglio aumentava ed era visibile. Faticava a recuperare una scusa. Le disse di averlo letto e che non l’aveva trovato granché. Lei gli sorrise di un sorriso delicato e composto. Disse d’averlo perduto, ma che invece l’aveva trovato avvincente. Tanto che era indecisa. Lui cercò una scusa per recuperare sulla critica. Ci sono dei momenti… anche per leggere ogni cosa al suo posto. Non era granché, e lo sapeva. Come pretesto si prepose per offrirle un caffè: mentre ci pensa. Con garbo, per non dar troppo peso alla sua poca cautela, lei accettò l’invito. Quando gli disse di chiamarsi Lorena lui capì che avrebbe dovuto mandarlo a memoria quel nome. Gli occhi di lei glielo imponevano. Continuò a ripeterlo mentalmente. La conobbe meglio in macchina prima di lasciarla alla fermata dell’autobus. Lei aveva voluto così. Lui avrebbe voluto continuare e continuare a conoscerla meglio. Ora non né ricordava nemmeno il titolo, del libro.

Locandina della mostra "i Bambin i disegnano il conflitto" a MuranoAl giorno d’oggi, l’attenzione, è una grande virtù, come lo è il comprendere, nel senso di contenere, includere e capire, e soprattutto grande qualità, è il partecipare, ma non nel senso di esserci in modo superficiale e presenzialista (partecipare in qualche luogo a una causa), ma di prenderne parte, nel senso etimologico del termine. Il senso meno facile e più responsabile, che riguarda la nostra capacità di vedere, capire le cose, entrare, riuscire a cogliere e alla fine scegliere da che parte stare. Ecco, questo crediamo sia il vero senso di partecipare, perché di fronte a certe realtà non si può più dire: “io non ho visto, non c’ero, non sapevo”, di fronte a certe realtà non si può tenere una irresponsabile equidistanza, soprattutto di fronte ad un conflitto che ha la forma e la sostanza di un genocidio. Non si può rimanere indifferenti e in equilibrio tra le ragioni di uno o dell’altro, mentre c’è chi muore e chi soffre e chi per “le sue buone ragioni” impone la sua forza e il suo diritto a esistere anche a scapito degli altri.
Non siamo qui, ovviamente, per fare un discorso morale, siamo qui, principalmente per presentare una mostra di disegni di bambini che, meno di altri loro coetanei, trovano una ribalta in cui parlare e denunciare il loro disagio. Bambini doppiamente sfortunati: perché, prima di tutto palestinesi e ulteriormente perché bambini della Striscia di Gaza.
Le ragioni del conflitto israelo-palestinese sono note quasi a tutti. Forse quello che è meno noto e che è più difficile far emergere, sono le condizioni di vita, che una parte della popolazione di quei Territori è costretta a sopportare. Non è certamente questo il luogo per parlarne. Certamente i disegni che fanno parte di questa Mostra ne parlano in modo chiaro e lucido e non lasciano dubbi: di fronte a questa realtà, generazioni future di uomini si stanno formando attorno a traumi psicologici tali da condizionare fortemente se non totalmente i loro comportamenti personali e sociali futuri.
Il Post Traumatic Stress Disorder è una sindrome che si presenta con effetti devastanti e invalidanti in una popolazione soggetta a forti traumi e stress, che possono essere di vario genere, ma per la popolazione di cui parliamo, vengono provocati da un aspro conflitto che ormai dura da più di 63 anni. Non siamo qui per trattare le ragioni del conflitto, sarebbe troppo lungo e questa non è la sede adatta, ma più che altro per valutarne gli effetti, e quello che questi effetti producono sulla popolazione che, in assoluto ha meno voce: i bambini.
Personalmente, non ho mai visto nella mia vita, disegni così terribilmente espliciti. Non ho mai visto bambini disegnare, soli, case, persone che piangono la loro disperazione, non ho mai visto la rappresentazione di bambini morire mentre giocano a palla per strada, il terrore di bombardamenti che scendono dal cielo come una pioggia sporca, chiese, moschee e scuole che bruciano. La disperazione di funerali, dell’incombente presenza di carri armati, elicotteri, aerei e in ulteriore sfregio, bulldozer che sradicano ulivi e abbattono case. Che realtà è questa per un bambino? Quale tipo di futuro gli viene promesso?
Noi non abbiamo risposte utili. Certo la “pace” sarebbe una risposta ragionevole, ma dovrebbe essere una pace che consenta a due popoli di convivere in modo equilibrato e paritario nello stesso territorio o quantomeno, un territorio diviso equamente in due stati sovrani senza che uno abbia comunque il predominio sull’altro e senza che ci sia lo sfruttamento delle risorse territoriali solo da una parte, a sfavore dell’altra.
Non siamo noi a dovere delle risposte, ma siamo noi a dovercene prendere la responsabilità, siamo noi a dover vedere, comprendere e partecipare, perché è attraverso l’intervento massivo dell’opinione pubblica che alcuni scempi possono venire fermati, e se non proprio fermati possono almeno essere denunciati.
Come abbiamo già detto, non servono molte parole, questi disegni parlano da soli e spero parleranno anche alle coscienze di molti che fino ad oggi hanno preferito non prendere parte e non entrare in merito ad una situazione che non è più sostenibile in un contesto umano e civile come il nostro.
In riferimento agli stessi disegni di questa mostra ho alcune altre cose da spiegare. Abbiamo deciso di uscire con le copie, come potrete vedere. La ragione è che alcuni di questi disegni abbiamo potuto farli uscire da Gaza, con grandi difficoltà, e solo con l’aiuto di attivisti internazionali che li hanno spediti da altre zone della Palestina. Pure i disegni dei bambini rischiano di essere censurati. È di qualche mese fa la decisione del MOCHA Museo dell’arte dei bambini di Auchland, di cancellare l’esibizione di disegni simili, dal loro programma, a seguito di pressioni di chi non sopporta troppo bene questo genere di denuncia.
Noi esibiamo queste copie e abbiamo inviato gli originali all’organizzazione che ha tenuto la mostra gemella che c’è stata a Roma nei giorni scorsi. Riteniamo importante il significato dei disegni non la loro originalità.
In queste immagini troverete alcune diversità: alcuni sono disegni di bambini in trattamento in un centro mentale e a dir il vero si differiscono dagli altri per una certa organizzazione, un ordine e una lucidità che gli altri non hanno. La maggioranza però sono disegni di bambini “normali”, ossia disegni raccolti nelle scuole da bambini non trattati, che comunque portano, come potrete vedere il profondo segno del trauma che stanno vivendo quotidianamente.
Ad onore del vero non solo i bambini palestinesi vivono i terribili effetti di questi traumi, benché ne soffrano per una percentuale decisamente maggiore, ma anche una parte dei bambini israeliani ne sono soggetti e ne vivono gli effetti devastanti. Nessuno di questi bambini ha chiesto di vivere questo dramma, nessun bambino dovrebbe vivere in questa situazione e dovrebbe vedere quello che a loro è stato dato a vedere e a vivere.
Ma ora lasciamo a voi il giudizio e spendo solo qualche parole sul gruppo che ha fortemente voluto questa mostra.
Noi siamo: RESTIAMO UMANI con VIK. Chi ha avuto l’onore e il piacere di conoscere Vik, ossia VITTORIO ARRIGONI, il volontario che ha perso la vita alcuni mesi fa a Gaza, sa che queste due parole RESTIAMO UMANI erano la chiusa di ogni sua lettera, messaggio o articolo lui inviasse dalla Palestina. Ovviamente un invito che noi abbiamo raccolto da subito e che oggi che Vittorio non c’è più, e che ci manca molto, pensiamo di tenere come un testimone e abbiamo deciso di portarlo avanti in questa “corsa” per la vita, per una informazione chiara e perché no “di parte”, per non lasciare che la sua morte diventi inutile e anche per non abbandonare questi bambini sfortunati al loro destino.
In questo, dobbiamo ringraziare la Municipalità di Venezia che ci ha sostenuti e che ha concesso gli spazi per queste mostre, don Nandino Capovilla e il Centro Pace di Pax Christi con cui abbiamo collaborato e che hanno creduto fortemente nel nostro progetto e ringrazio anche tutti quelli che vi hanno partecipato sia nell’organizzazione che nella presenza. Abbiamo pensato di raccogliere dei fondi che saranno destinati all’Ospedale pediatrico “Nasser” di Khan Younis a Gaza e che faremo pervenire al destinatario attraverso il supporto della Mezzaluna Rossa Palestinese della quale noi, come gruppo, veniamo considerati collaboratori e di questo ci sentiamo veramente onorati.
Vi lasciamo noi umani, come ci chiamiamo scherzosamente l’un l’altro, con le parole di Vittorio e le nostre stesse parole di sempre: malgrado tutto Restiamo umani, con Vik nel cuore.

Testo di Rossaura Shani

Di questo lunghissimo amore

Franca il giorno del suo diciottesimo compleannoEsattamente quarantaquattro anni fa era una sera esattamente come questa. Un po’ indolente e un po’ malinconica. Venezia aveva il fascino che ha Venezia in sere come questa: cullava col rumore ovattato delle sue onde. Sotto questo stesso cielo una patina velata di nuvole nascondeva la luna. E sopra quel ponte ero solo con lei. Ed eravamo soli dal mondo. Io, un po’ pentito nel darmi dello stupido e un po’ indispettito delle sue provocazioni. Lei che sembrava sempre voler giocarsi di me. Le parole erano caute come quelle di chi le teme e come piccoli segreti appena sfuggiti. E’ stato solo un attimo di quarantaquattro anni fa e quarantaquattro anni sono un’intera vita. A pensarci provo una specie di vertigine. E per altro ma anche allora è stato così: una grande vertigine. Ci siamo trovati all’improvviso abbracciati. Le nostre labbra si sono trovate come non aspettassero altro. Con disperazione. Ed è stato come se ci liberassimo di tutte le parole inutili. E delle maschere. E delle nostre paure. E mi son sentito volare, ho dovuto aggrapparmi a quell’abbraccio. E stringerla più forte a me. E incredulo dirmi che tutto era vero. Anche un attimo lontani sarebbe stato solo “Che spreco immenso”. E di quello spreco, raccontato con queste sole parole, con malinconico rimpianto, come può fare il poeta ma il poeta che racconta la vita senza bisogno di raccattare i propri versi, di quello spreco lo sappiamo solo ora. Ma per tutto questi anni c’è stato in me un posto per lei. E’ sempre stata con me come un attimo di tranquillità, come quella presenza amica, come qualcosa che non accetta quel lento trascorrere del tempo. E quarantaquattro anni fa è cominciata quella storia che poi ho ritrovato e che oggi stringo come la cosa più bella che un uomo possa avere, che mi da la più grande ricchezza. Cosa importa se questa storia, senza pudore, l’ho già raccontata un’infinità di volte? Se la conosci. Non mi stanco mai di ripeterla. Cosa importa se non ho saputo allora dirti che ti amo? Lo grido forte oggi, padrone di tutta la mia stupidità, e so che sarà per sempre. E vorrei gridartelo ancora mille e mille volte, e dedicarti tutte le canzoni che un cuore innamorato ha saputo scrivere. Grazie di Esistere “amore”.

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