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Venezia: 11 maggio 2013 ore 17.00

Sala Casa di Riposo S. Lorenzo
Campo S. Lorenzo – Castello 5071

il coraggio della nonviolenza

incontro con i

Comitati popolari di resistenza non violenta all’occupazione

LUISA MORGANTINI

Già europarlamentare e presidente di Assopace Palestina

HAFEZ H. I HURAINI

Contadino di At-Tuwani coordinatore dei comitati popolari delle colline a sud di Hebron

MAHMOUD H.J. HAMAMDA

Contadino resistente di Al Mufaqarah

SAWSAN M.H. HAMAMDA

Studentessa beduina di Al Mufaqarah
At-Tuwani è il villaggio dove operazione Colomba (angeli) operano dal 2004 per la protezione dei bambini e dei pastori.
Al Mufaqarah è uno dei villaggi da evacuare secondo la scelta dell’autorità israeliana ed è estremamente attivo nella lotta non violenta contro l’occupazione. Oltre a Al Mufaqarah altri 13 villaggi sono in pericolo di evacuazione per l’addestramento militare dell’esercito israeliano, che in realtà è anche un pretesto per far posto all’insediamento di nuove colonie. Mahmoud e Sawsan sono padre e figlia ed è molto importante la presenza di Sawsan non solo come donna beduina ma perché è importante che possa studiare all’ Università (cosa non per niente consueta tra i beduini).
Sarà con noi anche Abuna Aktham Hijazin che ci aiuterà anche con le traduzioni dall’arabo.

 

Mercoledì 10 aprile ore 20.00
Venezia – Mensa Ca’ Badoer – lato Basilica Frari dietro all’archivio di stato

Venezia apre le porte al Convoy Vik – Gaza to Italy

6 giovani artisti dello Shababik Center di Gaza – Finestre su Gaza – sbarcano in città.
9-10-11 aprile 2013
IL 10 ALLE ORE 20.00 INCONTRO CON GLI ARTISTI E LA LORO ARTE E CENA PALESTINESE

9 aprile – arrivo ore 16 alla Stazione Ferroviaria accolti da giovani attivisti che li porteranno in giro per Venezia.
Trasporto bagagli nella casa dove sono ospitati.
Serata di benvenuto tra pizza italiana e tiramisù. Sala eventi Teatro ai Frari, chi vuole partecipare si prenoti al 3483209160.

10 aprile – Giornata di contatto con realtà studentesche – Liceo artistico M.Guggenheim – Carmini – Laboratorio di tessuto e video arte.
Colazione veloce e partenza, con altri giovani attivisti, per giro musei veneziani.
Ore 20 Serata di scambio culturale e umano tra artisti e studenti delle varie università veneziane. Mensa Ca’ Badoer – lato Basilica Frari dietro all’archivio di stato. Proiezione lavori dei giovani artisti, scambio di idee e proiezione cortometraggi offerti dal Videoconcorso Pasinetti sulla Palestina, Gaza e Vittorio Arrigoni per il secondo anniversario della sua morte.
Cena palestinese.

11 aprile – breve giro artistico della città – Tarda mattinata partenza per Bologna.

Invitiamo tutte le persone interessate a partecipare alla sera del 10 presso la Mensa di Ca’ Badoer ai Frari per far sentire a questi giovani gazawi la nostra considerazione e il nostro affetto.

Associazione Restiamo Umani con Vik
Coordinamento per il Medio Oriente
Centro Pace Comune di Venezia
SOSDiritti
Tuttiidirittiumanipertutti
VideoConcorso F.Pasinetti
Liceo Artistico M-Guggenheim
Ca’ Tron Città Aperta

OPEN SHUHADA STREET

22 – 25 FEBBRAIO 2013

GIORNATE D’AZIONE PER LA RIAPERTURA DI SHUHADA STREET!

Assopace Palestina vi invita a partecipare alla quarta azione globale per la riapertura della Shuhada Street che si celebrerà, in tutto il mondo, dal 22 al 25 febbraio. Il 25 febbraio 1994 è il giorno in cui il colono Baruch Goldstein ha massacrato  29 palestinesi mentre stavano pregando, nella moschea e tomba di Abramo ad Hebron.

Shuhada Street è la via principale di Hebron, unica città della West bank in cui i coloni israeliani vivono all’interno della città vecchia. Questa arteria, che fino a pochi anni fa era un’affollata via commerciale, ora è deserta. Solo i coloni israeliani sono autorizzati a camminarci, i palestinesi non possono metterci piede. I negozi sono stati sigillati e gli abitanti arabi sono costretti a fare il giro della città per arrivare in un posto raggiungibile, in linea d’aria, in pochi minuti.

La chiusura di Shuhada Street non è solo un modo per rendere loro la vita difficile, non è solo un modo per affermare il principio della forza dell’occupante. Shuhada Street è il simbolo della condanna al silenzio e alla morte a cui Israele sta condannando molti villaggi e città palestinesi. E’ la strada dell’Apartheid e dell’occupazione militare.

Crediamo, come affermiamo con il nostro nome, nella pace. Ma crediamo che la pace sia possibile solo attraverso la giustizia. Per questo, anche quest’anno, chiediamo, a chi si oppone all’apartheid israeliana, di organizzare azioni di solidarietà, durante le giornate dal 22  al 25 febbraio.

Alcune indicazioni:

  • scendere in piazza con manifestazioni, marce, fiaccolate, sit-in, flash mobs
  • organizzare mostre fotografiche o proiezioni di filmati sull’apartheid di Hebron
  • inviare messaggi video a forum, media e social network che chiedano alla comunità internazionale di utilizzare pressione diplomatica per riaprire la Shuhada street
  • scrivere lettere alle famiglie palestinesi di Hebron per dimostrare solidarietà
  • visitare la città di Hebron per vedere con i vostri occhi la sofferenza quotidiana della gente
  • ogni altra azione nonviolenta e creativa che vi sentite possa sostenere la causa!

Comunicateci le vostre iniziative, fotografate le vostre azioni e inviatecele, via mail a
lmorgantiniassopace@gmail.com
o a liviaparisi@hotmail.com
verranno pubblicate sulla pagina face book del gruppo di attivisti nonviolenti
Youth against settlements (www.youthagainstsettlements.org)

Anche se  saranno giorni di elezioni, non possiamo lasciare cadere nel vuoto l’appello alla mobilitazione  che anche quest’anno   i Giovani contro gli insediamenti di Hebron – Palestina ci lanciano.

Anche piccole iniziative, ma facciamole, e comunicatele e fate fotografie, video delle vostre azioni, inviatele a
lmorgantiniassopace@gmail.com o liviaparisi@hotmail.com – mettetele su fb, su youtube.
Noi le manderemo ai Giovani contro gli insediamenti  che le raccoglieranno. A giorni invierò il volantino in italiano.
Lusia Morgantini

www.assopacepalestina.org


Vieni anche tu in PALESTINA E ISRAELE
dal 30 marzo al 7 aprile 2013
accompagnati da Luisa Morgantini
già Vice Presidente Parlamento Europeo

… conoscere nella solidarietà

È dal 1988 che l’Associazione per la Pace organizza viaggi di conoscenza e solidarietà in Palestina e Israele, un “andare e tornare” per contribuire a tenere aperta la strada per la libertà e l’indipendenza del popolo palestinese, per una pacifica coesistenza tra i due popoli.
Anche questa volta il viaggio vuole dare voce all’altro volto della regione, alla forza e all’instancabilità di uomini e donne palestinesi, israeliani e internazionali, che resistono quotidianamente all’occupazione, rispondendo alla forza militare con la
nonviolenza e battendosi per la fine dell’occupazione ed una pace equa e giusta.
Durante il nostro soggiorno, viaggeremo attraverso i Territori Palestinesi Occupati e Israele, per villaggi, città, campi profughi. Nazareth, Jaa, Tel Aviv, Haifa, Ramallah, Hebron, Jenin, Betlemme, Nablus, Gerico e la Valle del Giordano, i villaggi di
Bili’in, Nabi Saleh, At Tuwani, Gerusalemme: luoghi pieni di fascino e storia, ma anche pervasi dal dolore e dall’ingiustizia della illegalità dell’occupazione militare israeliana.
Incontreremo i comitati popolari, le famiglie dei prigionieri, parlamentari, rappresentati politici, associazioni per la difesa dei diritti umani, donne dei centri antiviolenza e tanti e tanti altri. Al ritorno racconteremo ciò di cui saremo stati
testimoni ed agiremo per riaermare il diritto dei palestinesi e di tutte e tutti alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione.
Il costo complessivo del nostro viaggio sarà di 1.200 euro, incluso il biglietto aereo a/r, la camera d’albergo (doppia, supplemento per singola), colazione e cena,oltre a guide e trasporti sul posto. Le partenze e i ritorni sono da Roma Fiumicino con volo Alitalia con possibilità di connessione da altri aeroporti nazionali.

ISCRIVETEVI SUBITO!
Per info e prenotazioni: lmorgantiniassopace@gmail.com
tel. 348.3921465 -
Rossella Palaggi 333.7630116

www.assopacepalestina.org
ASSOCIAZIONE PER LA PACE

Manifesto de Il viaggio di Vittorio - Venezia

Venezia – Sabato 16 febbraio 2013

Liceo Artistico Statale M. Guggenheim – aula magna – ore 10.00
Scoletta dei Calegheri – S. Polo – Campo San Tomà, 2857 – ore 18.00

Egidia Beretta Arrigoni presenta il libro “il viaggio di Vittorio
scritto sul figlio Vittorio Arrigoni, volontario ed attivista per i diritti umani, ucciso a Gaza , Palestina il 15 aprile 2011
l’Associazione “Restiamo umani con Vik” presenterà la figura di Vittorio Utopia Arrigoni
don Nandino Capovilla introdurrà e intervisterà Egidia che ci racconterà il suo libro. Vi aspettiamo numerosi.
Non è un eroe né un martire, solo un ragazzo che credeva nei diritti umani. Eravamo lontani, ma più che mai vicini. Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora. Come un vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, soffiando impetuoso, ci consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli oppressi, passando il testimone. Restiamo Umani”.
Egidia Beretta Arrigoni

da WWW.ASSOPACEPALESTINA.ORG
uno, due, mille Bab Al Shams, oggi è Al Manatir

Bab Al Shams

Centinaia di residenti di Burin, villaggio nei pressi di Nablus, in collaborazione con i comitati popolari e attivisti palestinesi, hanno costruito un nuovo villaggio sulle terre minacciate dalla confisca e sotto continuo attacco da parte di fanatici coloni ebrei israeliani dell’insediamento di Har Brakha
Gli hanno dato il nome di Al-Manatir, le capanne di pietra tradizionali costruite sui loro terreni agricoli, utilizzati come rifugio e ripostiglio.
Negli ultimi anni, il villaggio di Burin ha sofferto di frequenti attacchi dei coloni, sia da quelli di Har Brakha che da quelli di Yitzhar. Gli attivisti sottolineano che il loro obiettivo principale è quello di sostenere la presenza sul territorio, proteggere dalla confisca e affermare sul terreno i diritti dei residenti Burin alla loro terra.
Intanto gruppi di coloni di Har Brakha iniziato ad attaccare i palestinesi lanciandogli pietre. L’esercito, presente in grandi forze, ha sparato gas lacrimogeni e granate assordanti contro i palestinesi, ma fino ad ora, non è stato in grado allontanare i palestinesi.
“Questa attività mette in evidenza l’assoluta necessità di promuovere e rafforzare la cultura di base di auto-difesa della nostra terra”, ha detto uno degli organizzatori. “Inoltre, l’azione mira a rimuovere i coloni e gli insediamenti di terra palestinese”, ha aggiunto.
Burin è un villaggio palestinese situato a 7 chilometri a sud-ovest della città di Nablus. Il villaggio di 2.500 abitanti su un area di 1.300 dunams. Terra e risorse idriche di Burin sono stati gradualmente ridotti dopo l’occupazione israeliana del 1967 a causa dell’ espropriazione delle terre per far posto a insediamenti israeliani e basi militari.
Dal 1982 più di 2.000 dunum di terra Burin sono stati dichiarati “terra di stato” dall’Amministrazione Civile Israeliana, e poi consegnato ai coloni di Har Brakha. Il paese è continuamente posto sotto attacco dei coloni, compreso l’uso di munizioni vere contro i residenti e l’incendio e la distruzione di proprietà e ulivi.
Lunga vita Al Manatir, libertà per la palestina.
http://www.assopacepalestina

qui sotto comunicato dei comitati popolari

Saturday, 2 February 2013
Palestinians Build Tents and Huts in Burin Village to Ward off Settlement Expansion Hundreds built the Manatir Neighborhood on the lands of the village, south-west of Nablus, which is routinely the target of settler attacks.
Activists establishing the neighborhood of al-Manatir in Burin Hundreds of Burin’s residents, together with Palestinian activists from across Palestine, established a new makeshift neighborhood of huts and tents in the village today, on lands threatened by confiscation by the adjacent Jewish-only settlement of Har Brakha.
The new neighborhood is named Al-Manatir, after the traditional stone huts Palstinians built in their agricultural lands, which were used as shelter for the watchmen of the fields.
In recent years, the village of Buring has suffered from frequent Settler attacks, launched from both the Har Brakha and the Yitzhar settlements. Activists stress that their main goal is to sustain presence on the land, as means of protecting it from confiscation and establishing the rights of Burin’s residents to their land.
Shortly after the structures were established, groups of settlers from Har Brakha started to convene in the area and attack the Palestinians by throwing stones at them. The army, present in large forces, shot tear-gas and stun grenades at the Palestinians, but as of yet, was not able to drive the residents away.
Media Contact: 0592400300
“This activity highlights the crucial need of enhancing and strengthening the culture of grassroots self-defense of our land”, said one of the organizers. “Furthermore, the action aims at removing settlers and settlements from Palestinian land”, she added.
Israeli settlements and land-grab in the Occupied Territory has recently been highlighted by a report submitted to the UN’s Human Rights Council’s by an independent Fact-Finding Mission on Israeli Settlements in the Occupied Palestinian Territory. The report called has called on Israel to halt all settlement activity and to ensure accountability for the violations of Palestinians’ human rights, resulting from the settlements. The report also called on all relevant international actors, private or state-connected, to take “all necessary steps” to ensure that they were respecting human rights, “including by terminating their business interests in the settlements”.
Burin is a Palestinian village in the Nablus District, located 7 kilometers south-west of the city of Nablus.  The village’s 2500 residents reside on approximately1300 dunams (320 acres, 130 hectares). Land and water resources of Burin have gradually been reduced since the 1967 Israeli occupation due to expropriation for Israeli settlements and military bases. Since 1982 more than 2,000 dunams of Burin’s land have been declared “state land” by the Israeli Civil Administration, and then handed over to the settlers of Har Brakha. The village suffers from ongoing settler attacks, including the use of live ammunition against residents and the burning and destruction of property and olive trees.

Il cavallo di Jenin

 

Il cavallo di Jeninda Il campo rifugiati di Jenin, tra ricordi tragici e (apparente) normalità (12 dicembre 2011)
Entriamo insieme per una breve visita a piedi del campo di rifugiati di Jenin. Niente a che vedere con altri campi rifugiati visti in Africa: qui non ci sono né baracche né tendoni, e la gente vive in palazzine d’appartamenti a più piani, di cemento e mattoni, abbastanza solide, anche se costruite alla bell’e meglio, una accanto all’altra, senza molto spazio per respirare o per ammirare il cielo, e senza molta intimità.
Dal punto di vista urbanistico, questo è in realtà un quartiere della città come tanti altri, soltanto più denso e più povero. Tutti i campi di rifugiati in Palestina sono costituiti da strutture permanenti e sono a volte difficilmente distinguibili dai quartieri normali. Politicamente parlando però vengono sempre definiti come campi di rifugiati, perché i loro abitanti sono i palestinesi e i discendenti dei palestinesi scappati o scacciati dalle loro terre, ora parte di Israele, durante la guerra del 1948.
Entriamo nel campo e subito noto qualcosa di strano. Le vie sono tutte abbastanza larghe, almeno tre o quattro metri, quanto basta per farci passare comodamente una macchina. In altri campi quasi tutte le vie sono vicoli stretti e oscuri, schiacciati tra le case, dove a malapena due persone riescono a incrociarsi senza sbattere l’una sull’altra. Il campo di Jenin non doveva essere il più terribile di tutti? A primo impatto, con queste vie abbastanza spaziose, ha l’aria d’essere un quartiere quasi normale.
Un ragazzo palestinese me ne spiega il motivo. Una volta pure nel campo di Jenin c’erano quasi solo vicoli stretti e bui. Durante la seconda Intifada, nel 2002, il campo venne invaso dall’esercito israeliano venuto a snidare i vari gruppi di militanti palestinesi basati al suo interno. Per non esporre i soldati a piedi al fuoco nemico, gli israeliani usarono una batteria di bulldozer corazzati per aprirsi dei varchi e allargare dei passaggi per i loro carroarmati. E nei dieci giorni di battaglia, centinaia di case furono rase al suolo.
Negli anni successivi alla battaglia gli abitanti poco a poco si sono ricostruiti le loro case grazie a vari aiuti internazionali, e delle demolizioni non resta traccia. Questa volta però tra una fila di case e l’altra, hanno lasciato più spazio e le vie sono abbastanza larghe per lasciar passare una macchina. Oppure un carroarmato. Così se in futuro l’esercito israeliano dovesse invadere di nuovo il campo, per lo meno non avrà scuse per distruggere un’altra volta le loro case.
All’ingresso del campo c’è una rotonda con una grande statua di un cavallo, giusto in centro. A prima vista mi fa pensare al cavallo di Troia. Pure qui c’è dietro una storia. Questo cavallo è in realtà un’ambulanza palestinese bombardata e distrutta dagli israeliani durante la battaglia. Con le lamiere strappate e contorte un’artista tedesco ha poi creato questa scultura. Ed eccola lì, all’ingresso del campo, a ricordarci che questo non è un luogo qualsiasi, a rammentarci della sua tragica storia.
Verso la fine della visita entriamo in una casa qualunque del campo, e siamo invitati a pranzo da una famiglia palestinese. Siamo un gruppo misto di stranieri e di palestinesi, almeno una dozzina. Ci sediamo sopra un largo tappeto e dei piccoli cuscini stesi al suolo, ci servono dei vassoi di riso e pollo, dei piattini d’insalata, e pranziamo tutti assieme. Non conoscono quasi nessuno tra di noi, ma sanno che siamo venuti per visitare il campo, per scoprirne la storia, e per ascoltare dei racconti sulla loro vita e sui loro problemi; e solo questo ci basta per meritare la loro ospitalità. Sono spesso le persone nelle condizioni più povere e più dure ad essere le più generose.
Quattro appunti

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