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S’è subito sparsa la voce: “Pare che quelli di via dei Mille vogliano entrare nel nostro territorio”. Si è creato un gran trambusto ma il grido unanime è “Andiamo”. In un lampo siamo lì tutti radunati e si sono uniti a noi anche quelli più grandi. La loro presenza è invadente ma ci fa sentire più forti. Giovannino ha portato la nostra bandiera con la lepre che salta e la scritta: Resistenza o morte. Nella fretta qualcuno è arrivato così com’era e qualcuno si è presentato disarmato. Silvio addirittura ha il pallone della partita interrotta sotto il braccio. Gli dico che forse è meglio se lo lascia lì.
C’è il fervore dei preparativi e l’eccitazione che precede ogni evento importante. Mi allaccio la scarpa e mi sistemo alla bell’e meglio. Mi guardo intorno e ci siamo quasi tutti. Provo a dire la mia ma nessuno sembra sentirmi anche se cerco di alzare la voce. Ormai hanno deciso all’unanimità: “E’ guerra”. Cesare in bicicletta va in un lampo a fare di vedetta. Ho sempre pensato che le donne siano una palle al piede per queste cose, stanno bene a casa quando c’è pericolo, ma sono contento che sia tra di noi perché lei non è come le altre e sa rendersi utile. E’ con suo fratello e sa farsi rispettare e ha una lingua lunga. E poi a lei ci penso io, in fondo aspettavo questa occasione. Le gironzolo intorno deciso a non perderla di vista, ma l’anarchia è all’apice. Chi va da una parte, chi va da un’altra, ci vuole qualcuno in grado di organizzare quel concentramento spontaneo.
Nella foga Gilberto, tutto impolverato, s’è già strappato la maglietta che sembra un reduce. Qualcuno si spinge a gridare alla secessione, altri alla rivoluzione. Dalla bocca di Beppe, com’è ovvio, sgorgano fiumi di dubbi; è il solito cagasotto. Il momento è serio. Mi giro e Tania è ancora poco lontana da me, ma ha cominciato a fare la stupida con Stefano, gli gira intorno, ride per ogni non nulla e civetta. Io ci ho perso la testa per lei e la cosa non mi va, ma con Stefano preferisco non mettermici contro. Lui è un pezzo di marcantonio e ha il rispetto di tutti. Non che ne abbia paura ma sarebbe stupido mettersi a discutere tra noi in un momento come questo. E suo padre è maggiore per davvero. Ma con lui non potremo mai essere amici, troppe cose ci dividono, oltre all’età. Poi li vedo allontanarsi e quando torna, dopo di lei, ha un’espressione stupida e soddisfatta e si sta sistemando i calzoni. Strizza d’occhio a tutti e gonfia il petto. Sembra aver deciso che dev’essere lui a prendere il comando e dice solo: “Cosa stiamo aspettando”?
Non me lo faccio ripetere due volte. Ci dividiamo in gruppi. Io capito nel gruppo con Tania. Alla fortuna va data anche l’occasione e un po’ di aiuto. Abbiamo il compito di vigilare al Ponte di Legno. Se li avvistiamo dobbiamo tenere la posizione ad ogni costo e far fracasso per far arrivare gli altri. Per dirla è una postazione tra le più rischiose. Non c’è un vero e proprio sentiero ma c’è il grano alto e i ciliegi. Ci acquattiamo sulla riva e si sparge un silenzio teso tra noi. Lei si piega per guardare oltre il margine. Sembra un’attrice. Ha una posizione affascinante col sedere che sembra un vero invito. I jeans sono tesi in una esse piena, non resisto e allungo la mano e le dò una pacca. In un lampo accecante che non mi lascia un secondo per accorgermene mi stampa una cinquina sulla guancia che mi turbina l’universo in testa. Non ho il tempo di protestare perché mi sputa addosso uno “Stupido!” rimbombante.
Si spargono le voci più varie ma non avvistiamo anima viva né sentiamo altro suono che il silenzio della campagna. Continuo a riflettere su quanto è successo pieno di domande prive di risposte senza distrarre la mia attenzione. La sbircio e pian piano il rancore si stempera, è troppo bella perché possa durare allungo. Un passero centrato da Claudio cade al suolo. La tensione resta alta. Lei invece guarda fisso lontano sempre con quell’aria da offesa. Decisamente se l’è presa. Studio come farmi perdonare. Fiorenzo finisce coi piedi nell’acqua e se ne esce blaterando. Frugo in tasca e non trovo un fazzoletto. Sto sudando.
L’inquietudine è insostenibile. Mi preoccupo per lei. Le chiedo se per cortesia vuole andare dagli altri per dir loro che è tutto tranquillo. Nemmeno mi guarda e mi risponde: “Vacci tu. Io resto dove si combatte”. Non è il coraggio quello che le manca e, per quello, nemmeno il fascino. Finalmente si staglia una figura in lontananza. Sono il più pronto. Lo centro alla testa ma solo di striscio e distinguo come comincia subito a sanguinare. Ho il tempo di riconoscerlo dalla voce con cui in un attimo si allontana bestemmiando: è solo Erdet il barbone. Un personaggio inoffensivo, capitato per caso. Non fa nulla, mi sento un eroe e soprattutto lo sono soprattutto per gli altri. In più dovrebbero starsene a casa loro e non immischiarsi nelle nostre faccende. Cosa ci viene a fare nei campi, in territorio di guerra? Inoltre, nella fretta, ho appoggiato male il piede e mi son preso una storta alla caviglia; ora zoppicherò per un pochino. Il modo in cui Tania mi vede è cambiato, è tornata a guardarmi e ha ripreso a sorridermi, e mi sento grande. Come dice la canzone maggio è un bel mese per morire.
Le ombre della sera cominciano ad allungarsi e ancora non si è ingaggiata battaglia. La prima voce che si sente in lontananza è proprio quella della madre di quel cafone di Stefano che lo chiama per cena. Pian piano tutti si alzano e se ne vanno. Restiamo solo io e lei e lei mi fa un sorriso disarmante. Mi abbraccia con calore e mi stringe a sé. Mi dice che è fiera e di stare attento a me. Sento ansia nel suo respiro. Sento il suo corpo contro il mio e il contatto benevolo del suo seno che si sta sviluppando. Mi esorta fraternamente, ripetendomi quello “Stupido”, a non farlo più ché noi siamo veri amici. Sono al settimo cielo e anche un po’ deluso. La lascio lì e scappo a casa perché è tardi e non voglio che mi veda con i lucciconi agli occhi.

Carlo e Carla

Due case e mezza è un piccolo paese, come ci si può già immaginare dal nome. Prima di esservi destinato lui ne ignorava persino l’esistenza e si era chiesto se era segnato nelle carte. Segnato doveva essere segnato, e il territorio era anche ampio, solo che gli insediamenti erano sparpagliati. Per lui era stata una promozione inaspettata, la provincia era invece molto estesa e tranquilla. Sarebbe stata una noia, la vita che lui, appuntato scelto della benemerita, aveva sempre sognato, non fosse che avevano cominciato ad arrivare quelle denunce di vecchietti scomparsi. Scomparsi senza un funerale e senza nessun preavviso. Nessuno aveva dato grande importanza ma poi avevano cominciato a trovare quei mucchietti di cenere e frammenti d’ossa sparsi per le campagna. In alcuni di quei frammenti erano evidenti segni di denti. Lo scosse dal suo torpore il risultato che quei segni di denti non appartenevano sempre ad animali, anzi erano presenti in tutti i reperti solchi lasciati da denti umani. Non voleva credere di potersi trovare davanti ed un caso di necrofagia se non addirittura di cannibalismo.
Come si suole dire brancolavano pigramente nel buio, e i mansionari non gli erano di grande aiuto. I nonnetti continuavano a sparire. Non avevano nulla in comune tra loro né si frequentavano o si conoscevano. Invece qualcosa in comune c’era, ma gli ci volle del tempo per scoprirla in mezzo a tutte quelle carte. Vivevano tutti in casupole isolate, vivevano tutti con poco e nessuno aveva dei nipotini. Era poco ma da quel poco poteva cominciare a muovere una certa curiosità. Fu così che, intervistando vicini, seppe che pochi sapevano qualcosa sugli scomparsi, ma che la maggior parte d’essi affermava che erano vecchi scorbutici e che non amavano i bambini. Gli sembrò che fossero pettegolezzi privi di importanza. Nemmeno lui aveva in gran simpatia il trovarsi mocciosi tra i piedi. Quella sera telefonò controvoglia a Livia perché faticava con quell’amore a distanza, e lei curiosa gli chiese di come non procedevano le indagini. Cercò di salutarla con un minimo di ottimismo anche se in cuor suo aveva la certezza che tutto sarebbe finito come una bolla di sapone. Doveva esserci un’altra spiegazione logica. Quella notte sognò il ritorno dei vecchietti arzilli da una gita in qualche posto di fede in cui erano andati a chiedere uno sconto sull’età e sugli acciacchi. Al mattino il suo ottimismo trovò delusione.
Naturalmente fu un vero caso a risolvere il caso. Quel mattino se ne stava andando a funghi quando sentì delle lamentele provenire da un piccolo casolare poco fuori dal sentiero. Si avvicinò e scoprì due ragazzi nell’intento di spingere dentro un forno un’immonda vecchietta che cercava di opporre una testarda e strenua resistenza. Accompagnati al commissariato gli dissero di chiamarsi Carlo e Carla e, dopo qualche resistenza e vari mutismi, gli spiegarono che una vecchiaccia prima di quella vecchiaccia li aveva accolti in casa, chiusi in una gabbia e ingrassati per farne cena. Gli spiegarono anche com’erano riusciti a liberarsi e come la decrepita quasi cieca fosse finita a sua volta nel forno al loro posto a far da pranzo. Si giustificarono perché dopo tanta prigionia non gli era stato più possibile ritrovare i disperati genitori e avevano dovuto in qualche modo arrangiarsi, e in quell’arrangiarsi avevano perseguito la vendetta contro quei vecchi scorbutici ingordi di ricordi e di carni giovani. Restò allibito soprattutto per le rimostranze della vecchia dagli abiti bisunti e dal fiato pestilenziale da aglio, ma volle andare fino in fondo alla cosa. Non trovò un pretesto per trattenere la obsoleta e dovette, a malincuore, invitarla ad andarsene, ma grazie alla sua coscienziosità scoprì il vero nome di quei due fratelli privi di documenti che non si chiamavano Carlo e Carla, ma Hänsel e Gretel, cioè con nomi a dir poco inusuali.
I due ragazzi, ormai diventati quasi adulti, senza perdere i loro “sogni” da ragazzini, erano di quelli che vengono definiti immigrati di seconda generazione. Certo avrebbero avuto le carte in regola essendo scesi verso sud, se solo si fossero potuti rintracciare i genitori. Ma, è comune e noto, che chi viene da una cultura diversa un po’ di quella cultura se la porta sempre dentro. Assieme ad abitudini differenti e insolite, usi e costumi, a strane forme religiose non raramente infarcite di esoterismo, a manie e quant’altro. Ci vogliono generazioni e generazioni per lavarsi di dosso tutto un retaggio culturale, eppure nessuno aveva prima pensato a loro, tradito anche dai nuovi nomi che s’erano dati. Carlo e Carla sono nomi talmente comuni dalle nostre parti da non lasciare spazio al minimo sospetto. Inoltre il loro aspetto era quello di due ragazzi a modo pasciuti e ben nutriti, non certo quello che possono avere due zingarelli abbandonati. Fu subitaneamente fatto un comitato di sostegno in favore degli orfanelli e una raccolta di fondi, e furono presto trovate un paio di famiglie disposte all’adozione. La vecchia fu rifiutata anche dal ricovero, venne sfrattata e fu costretta con tanto di ordinanza comunale ad andare a vivere in città, domiciliata malvolentieri presso il figlio maggiore. Tutto il paese fece una gran festa per la sua nomina a brigadiere. Unica nota di amarezza fu che ricordò di aver dimenticato presso quella stamberga i funghi raccolti e che, tra tante preoccupazioni, la stagione era volata via. Chi l’avrebbe sentita Livia, lei che ne era molto ghiotta? Decise di aprire un fascicolo per appropriazione indebita, ma il tempo è l’unica cosa che non si può mettere in cella.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra leFoto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

L’orco

Mi disse “Vieni con me!” promettendomi una vita che non avrei potuto immaginare. Macchine e allegrie. Feste e musica. Locali e boccali di birra. Notti sfrenate e stremate. Risate. Fumo. Benessere. Un tappeto volante, come nella favola di Alì Babà. O almeno così immaginai e mi lasciò fantasticare. E io fui così stupida da credergli. E fui così stupida da credere alla sua macchina nuova, ma ero ancora una ragazzina. Cosa può sapere una ragazzina?
Non avevo dormito per tre notti prima di seguire il mio principe azzurro. Prima di scappare per sempre da casa. All’inizio fu proprio così. Fu più di quello che ero riuscita a sognare. Almeno per alcuni giorni. Ero felice e facevo di tutto per poterglielo dimostrare. Mi sarei buttata sul fuoco. E’ proprio quello che avrei fatto. Era incredibile. Ero ammirata e corteggiata. Una sera mi ero trovata tra uno che diceva di essere un regista e uno che mi diceva che faceva l’attore e finii un po’ brilla. Quest’ultimo era proprio piacente e aveva un grande fascino, ma io non avevo occhi che per il mio lui. Non che fosse bello, né che fosse giovane, ma era tutto per me. Pendevo dalle sue labbra e non perdevo una parola. Cercavo di renderlo orgoglioso di me. E mangiavo quel poco perché era nell’etichetta e per non ingrassare. Guardavo quel mondo che mi regalava e imparavo. Imparavo per diventare anch’io una vera signora. La sua principessa.
Durò un mese, forse due. Poi cominciai ad avere i primi sospetti. Qualcosa che ci turbava. L’albergo che protestava per il ritardo nel pagamento della stanza. Cene disertate all’ultimo. Strane telefonate. Persone che non si facevano trovare. Piccole avvisaglie a cui forse non diedi il dovuto peso. Un giorno mi confidò che se non pagava gli avrebbero sequestrato la macchina, e che era un momento difficile ma passeggero. Come detto avrei fatto qualsiasi cosa per lui e glielo dissi.
Mi spiegò che doveva quei soldi ad un vecchio bancario che si era anche esposto per lui. Gli chiesi come potevo aiutarlo. Prima si fece evasivo e dovetti insistere. Poi, quasi con pudore, che stupida, mi spiegò che forse se fossi stata gentile con quello le cose, almeno per il momento, si sarebbero appianate. Gli dissi inorridita: “Tutto ma quello no”. Fu sorpreso. Poi come indignato. Alla fine si fece insistente e un po’ insolente. Anche un po’ violento. Mi rinfacciò e mise in dubbio che il mio fosse amore. Mi fece sentire un verme irriconoscente. Era come un obbligo e il sacrificio divenne la mia pena irrimediabile e da cui non potevo sottrarmi. Mi consolai dicendomi che sarebbe stato “Solo per questa volta”. Si scusò, mi ringraziò e mi consolò spiegandomi che aveva degli affari in vista; che la difficoltà era solo momentanea. Che tutto si sarebbe sistemato. Che mi amava, ma amava veramente.
Andai all’appuntamento in un sudicio alberghetto col vecchio maiale confortandomi, durante tutto il tragitto, col pensiero che lo dovevo e lo facevo per lui. La cosa non rese più facile né il viaggio né tutto il resto. Lui, il vecchio, mi aspettava già in camera e non ebbe la minima gentilezza per me né mostrò educazione. Sembrava con molta arroganza che tutto gli fosse dovuto. Non mi piaceva il modo con cui mi guardava né sentirmi la sua bava sulla pelle. Per fortuna era più esigente la sua fantasia di quanto la sua età e le sue forze gli permettessero. Alla fine mi sentivo sporca e mi vergognavo. Avrei voluto dirlo a quello che mi aspettava tranquillo nella nostra stanza, ma lui mi abbracciò, mi chiamò fatina, e mi riempì di coccole e complimenti che non ne ebbi il coraggio né trovai il modo.
Mi ronzavano però nelle orecchie poche parole fra tutte quelle laide che il vecchio mi aveva detto nel suo frasario indecente che anche le meno volgari mi sembravano oscene: “Povera stupida. –e, ancora peggio– Sei fatta per questo”. E il suo questo era naturalmente un epiteto scurrile. Quella notte non ebbi voglia di fare l’amore, anche se lui aveva insistito. Era stato tutto troppo orribile per me, ma lui non lo capì e ne rimase deluso e offeso. Fu la prima volta che mi dice dell’inutile e noiosa puttanella. Lui. Le ricordo ancora le sue parole poiché mi ferirono nel profondo. E ricordo la stizza con cui me le sputò in faccia. Il mattino seguente però sembrava tutto dimenticato.
Per qualche giorno tutto parve tornare alla normalità, certo senza feste e grandi chiassate; restammo soli noi due. Ma io non riuscivo e scordare e non mi aiutava il fatto che lui volesse sapere. Che fosse curioso. Che mi chiedesse particolari di quella brutta sera. Non mi piaceva la sua insisteva di sapere se quella sera mi era piaciuto. Capivo che non avrebbe accetto la verità, una reazione ostile. Ebbi la sensazione che questo lo eccitasse e lo rendesse soddisfatto di me. Ero quasi sul punto di sentirmene fiera o almeno di cercare di convincermene. Lui diceva le cose come non avessero quasi alcuna importanza né peso ringraziandomi, scusandosi e spiegandomi che in una coppia ci si deve aiutare nel momento del bisogno. Mi piaceva allora quella parola: “Coppia”. Mi dava il senso di un’importante vittoria e nascondevo la mia tristezza tra le sua braccia. E continuava ad insegnarmi tante cose dell’amore. Mentre io certo non avevo molto da rimpiangere della vita che avevo lasciato.
Poi, presto, tornarono le difficoltà. Nel frattempo si erano ripresi quella macchina e avevamo dovuto lasciare la stanza in albergo. Siamo andati a stare da un amico. Mi ha spiegato che per la generosità dell’amico avrei dovuto essere carina con lui. Il mio No era stato risoluto, ma tornò a dirmi che ero la sua fatina e la sua salvatrice. Alla fine pose termine alle mie ritrosie sputandomi in faccia che “Dopo la prima volta le altre son tutte uguali”. Tornò a dirmi che ero “Solo un’inutile stupida puttanella”, che non lo amavo abbastanza e che ero priva del senso dell’opportunità. Se ne rimase fuori fino a tardi perché io potessi soddisfare le voglie di quell’inquilino e pagare in quel modo la nostra pigione. Al ritorno chiese all’altro, e non a me, soddisfatto se era andato tutto bene. L’altro si mostrò lievemente deluso e gli disse che mi doveva insegnare, insegnare l’educazione. Fu così che quella notte la passammo a parlare e lui a rimproverarmi. Mi spiegò come fosse una cosa naturale e io dovessi imparare a non pensarci ed essere disponibile e cortese.
Capii in quel momento che era stata la seconda volta, ma che ci sarebbero state molte altre occasioni e bisogni. E contemporaneamente che ormai non avrei più potuto né avuto l’opportunità di dire di no, e che le occorrenze si sarebbero ripetute; lui non aveva né cercava più un lavoro e i suoi piccoli furtarelli non permettevano certo il minimo lusso. Gli ricordai le sue promesse. Mi rispose che la vita non regala nulla e che tutto bisogna guadagnarselo. Che potevamo ancora avere quella bella vita, se mi facevo furba. Che mi dovevo dire fortunata perché la natura mi aveva fornito di questa risorsa, di questo visetto carino e da ragazzina, del corpo da ninfetta, di quest’età nella quale non si è ancora donna. Mi spiegò che come facevo impazzire lui, che di queste cose ne sapeva, allo stesso modo facevo impazzire quelli che mi vedevano. Mi disse che ci avrebbe pensato lui. Che le preoccupazioni erano finite. Che la nostra vita si stava mettendo al meglio. Finì ripetendo che ci avrebbe pensato lui a me e io finii per capire che ero in gabbia.
Mi abbracciò ma i suoi abbracci non erano più gli stessi e provai l’impeto di sottrarmi e ribellarmi. Mi guardò stupito per chiedermi “Che cosa c’è, ora”? Cercai di spiegarmi con le lacrime agli occhi, ne ricavai in regalo il mio primo schiaffo. Fu lapidario: “Qui l’uomo sono io e tu fai quello che ti dico io”. Mi disse con rancore anche tante altre cose che mi ferirono talmente nel profondo che preferisco continuare a cercare di dimenticarle. Chiamai casa piangendo ma abbassai il ricevitore appena sentii la voce di mia madre. Non ebbi il coraggio di sostenere quella voce. Mi ripetevo all’infinito quanto ero stata stupida, ma non riuscivo più a credermi che lo facevo per amore.
Agli incontri si susseguirono altri incontri. La mia vita era diventata quella. A suo sconosciuto seguiva uno sconosciuto, o qualcuno che avevo già incontrato ma con cui magari non avevo scambiato nemmeno una sola parola. Di cui nemmeno sapevo il nome. Lui non faticava certo a trovarmi nuovi ammiratori. Se non cominciavano a sembrarmi normali quelle circostanze e quelle sempre nuove e incredibili richieste almeno cominciavano a sembrarmi meno odiose e moleste. Mi sentivo una cosa e cominciavo a riuscire a non pensarci. Tutto era come avvenisse fuori di me. Senza che potessi farci nulla. Mi stava diventando estraneo. Mi veniva chiesto di vestirmi in vari modi. Di fare questo o quello, così o cosa. Un pazzo mi chiese di essere picchiato, sfogai su di lui tutta la mia rabbia e lui mi prego di non esagerare e insieme di esagerare.
Incontrai anche uno studente che restò a guardarmi e chiese solo di parlare. Mi disse che viveva con i suoi ma che aveva una stanza solo per sé. Mi chiese di posare per lui. Lo frenai prima che andasse oltre, perché sapevo che lui, il mio uomo, non mi avrebbe mai lasciata libera. Eppure mai mi adattai né meno abituai a quella prigione, resistevo a quel po’ di rassegnazione. Mi chiudevo nel mio silenzio. Con lui c’erano sempre meno sentimento. Ormai era solo sesso e anche di quello ne rimaneva poco. Quando rientrava ero stanca e indolenzita. Lui sembrava non volerlo capire. Se ne stava lì e mi aspettava, oppure usciva e chiamava prima di rientrare. Per fortuna sapevo continuare a sognare, e in quei sogni ero ancora una principessa. Per mia fortuna non tutto quello che mi aveva detto era una bugia. Ho scoperto il tappeto magico nel fondo dell’armadio, ed è con quello che mi appresto a volare fuori dalla finestra.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra leFoto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

Liuba

E’ solo una ragazzina. Ha il corpo da bambina e gli occhi da depravata. E’ il vizio in persona. Perde il tempo con uno completamente fuori di testa. Un gigante coatto. Con tutte le rotelle fuori posto. Un violento. Tutto muscoli, e la calotta con le ragnatele. Lui fruga nella spazzatura. Ma con lei diventa un agnellino. Forse per lei è solo un gioco. Un passatempo. Basta che gli si avvicini. Che gli si strofini un poco addosso. Se lo rigira come vuole. E’ lei che gli fornisce la roba. Lo rimbambisce di merda; e di sesso. Ha ormai le vene tutte spappolate. Ridotte ad un colabrodo. S’è fatta un tatuaggio nuovo. E un piercing. Proprio lì. E lui per lei andrebbe all’inferno e ritorno. E’ solo che sta riducendo la città come un inferno. Quando gli schizza il dolore dilaga.
Vorrei non doverci avere nulla a che fare. Ma lei la mette sulla vigliaccata. E poi non mi dispiacerebbe sentirmi le sue mani addosso. Quelle mani piccole piene di dita. La guardi e sembra una bambola bambina. Mentre quelle dita lavorano e ne sanno una più del diavolo. Vorrei proprio potermi levare lo sfizio. Perché l’ho vista all’opera ed è un vero demonio. Credo lo faccia anche per interesse. Mi chiedo come si corrompe una tipa del genere: con le caramelle? Mi viene da ridere da solo. E se non bastasse la sua depravazione si accompagna anche con un linguaggio da trivio. Appropriato a lei. E con amiche che la equivalgono in fatto di perversione. Credo che ami dominare il suo uomo. Che nemmeno a lei dispiaccia dare dolore. Che goda anche di quello. Soprattutto di quello.
L’aspettavo alle quindici. Era già tornata nel fumetto.

Ricordando Vik

A 3 ANNI DALL’OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI, avvenuto a Gaza, Palestina,il 15 aprile 2011, familiari amici conoscenti e voi tutti siete invitati per ricordarlo fra sorrisi e lacrime.

dal libro Perché amo questo popolo di Silvia Todeschini.
Mi permetto di ricordarlo con le parole dei suoi amici palestinesi:
…”E’ entrato in questa casa e si è seduto con noi, alla pari. Ci ha ascoltate, ha ascoltato la nostra sofferenza. E come con noi, ha scoltato e aiutati tutti quelli che ha potuto qui a Gaza. Aveva certamente una forte umanità”.
“Vorrei dire a sua madre che deve andare orgogliosa di suo figlio. Vorrei avere l’onore di conoscere una donna così… e le auguro una vita felice!”.
“Mio caro Vik, voglio che tu sappia che ci hai lasciato nel corpo ma l’anima vivrà con noi per sempre. Voglio essere sicura che tutti coloro che credono in te e nella causa palestinese continuino a seguire il tuo percorso. Vorrei che tu sapessi che sei il nostro eroe, puramente umano“.

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Vi aspettiamo alla Scuola elementare di Bulciago.
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PROGRAMMA:
15.30 Presentazionene
15.45 Video Gaza 2009 con Vittorio
16.00 Campagna per la libertà dei prigionieri politici palestinesi- con Luisa Morgantini
16.20 “Un fiore per la libertà’” , la resistenza palestinese nella West Bank-Simone Zaccarini da voce a Samantha Comizzoli che si trova nei Territori Occupati
16.40 In “Viaggio” con Vittorio-con Egidia Beretta
17.00″Sull’Italia calavano le Bombe” spettacolo sulla resistenza- con Nudoecrudoteatro
17.50 Fondazione Vik Utopia: i progetti
-”Le farfalle di Gaza” (Debra Italia) con Daniela Riva
-pannelli solari sull’ospedale di Jenin a Gaza (Sunshine4Palestine) con il dott. Ivan Coluzza
18.30 Letture di Valerio Mastandrea-video
18.45 Bella Ciao-video inedito di Vittorio
19.00 Banda degli ottoni a scoppio
Lancio dei palloncini
Aperitivo palestinese offerto dalla comunità palestinese di Lombardia.
In contemporanea:
Mostra Momentanea-mente di Mauro Veggiato
MUSIC FOR PEACE CREATIVI DELLA NOTTE
-solidarbus
-raccolta di alimenti non deperibili, medicinali, materiale scolastico per la prossima missione umaitaria a Gaza (estate 2014)
LIBRI SULLA PALESTINA
Libreria Les Mots (milano)
PUNTO GIOCO PER BAMBINI
Animazione con i Giocomatti e spettacolo di Lupin
Merenda
BANCHETTO INFORMATIVO
Liberitutti Yallapalestina

Arena di Pace e Disarmo

Verona 25 aprile: Arena di Pace e Disarmo


Assopace Palestina aderisce all’Arena di Pace e Disarmo che il 25 aprile all’anfiteatro di Verona dalle 14.00 alle 19.00

Sarà un grande incontro di persone e associazioni che credono in un cambiamento oggi necessario e possibile, a livello personale e politico, accomunate dalla convinzione che di fronte alla crisi economica, sociale, ambientale sia razionalmente logico ed eticamente doverosa LA RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI E UNA POLITICA DI DISARMO.

Alle associazioni che ancora non l’avessero fatto, chiediamo di mettere ben in evidenza nella pagina Home del proprio sito il logo:
http://arenapacedisarmo.org/wp-content/uploads/logo_arena.jpg
e il link al sito dove si trovano tutti gli agggiornamenti:
http://arenapacedisarmo.org/
Ai singoli chiediamo di mettere il logo nel profilo della propria pagina Facebook

Abbiamo aperto anche un riferimento twitter da seguire:
https://twitter.com/@arenadipace
un apposito canale youtube:
https://www.youtube.com/user/nonviolentiorg
e la pagina FaceBook da rilanciare:
https://www.facebook.com/ArenadiPace2014

loc_ArenaPaceDisarmoE’ poi indispensabile il versamento di contributi da parte di associazioni grandi e piccole, ognuno secondo le proprie capacità.
Ciò che è arrivato fino ad oggi è ancora troppo poco e le spese da sostenere sono molte (a giorni un bilancio dettagliato):
http://arenapacedisarmo.org/e-io-pago/

Adesioni

E’ organizzata da: Associazione “Arena di Pace e Disarmo”

E’ promossa dalle organizzazioni nazionali:
RETI: Rete Italiana Disarmo, Tavolo interventi civili di pace, Conferenza nazionale Enti di Servizio Civile, Rete della Pace, Libera, Focsiv, Sbilanciamoci!, Forum del Terzo Settore, Conferenza istituti missionari italiani, Federazione stampa missionaria italiana, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Federazione Italiana Amici della Bicicletta, Rete corpi civili di pace, Rete cooperazione educativa, Beoc (ufficio europeo obiezione di coscienza) – Bruxelles

ORGANISMI: Missionari Comboniani, Movimento Nonviolento, Pax Christi, Acli, Arci, Cgil, Legambiente, Emergency, Greenpeace, Emmaus Italia, Movimento Laici America Latina, Arci Servizio Civile, Cgil-Fiom, Agesci, Amesci, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, Mir, Associazione nazionale per la pace, Beati costruttori di pace, Nessuno tocchi Caino, Movimento Decrescita Felice, Rete Radiè Resch, Banca Etica, AISeC, Auser, Un ponte per …, Bilanci di Giustizia, Chiama l’Africa, Rappresentanza nazionale volontari Servizio Civile, Comitato italiano per una cultura di pace e nonviolenza, Commercio Equo e Solidale, Centri informazione e maternità Il Melograno, Commissione giustizia, pace e creato della Famiglia Domenicana, Reorient, Slow Food, ANED, ANPPIA 

FONDAZIONI: Fondazione Nigrizia, Fondazione Exodus, Fondazione Langer, Fondazione Balducci, Fondazione Di Liegro, Fondazione Fontana, Fondazione Nesi 

STAMPA: Emi, Nigrizia, Mosaico di pace, Azione nonviolenta, Combonifem, Vita, Messaggero Cappuccino, Popoli, Missione Oggi, Missionarie dell’Immacolata, Missioni Consolata, Nostra Signora degli Apostoli, Il Missionario, Missioni OMI, Il Quaderno Montessori, In dialogo, Peacelink, Radio Articolo 1, Radio Popolare, La nuova ecologia, Unimondo, Pressenza, Gerico Web Tv, First Line Press, Altreconomia, Articolo 21, comune-info

CENTRI STUDI: Archivio Disarmo, Osservatorio permanente armi leggere, Osservatorio Balcani e Caucaso, Centro Studi Sereno Regis, Centro Nuovo modello di sviluppo, Centro studi difesa civile, Wuppertal Institut, Ecoistituto del Veneto “Alex Langer” 

Hanno aderito gli organismi locali: 
Centro Missionario Diocesano – Verona, Scuola “Penny Wirton”, Roma, Aquiloni – Verona, Associazione Civica – Vicenza, Comitato per Bilanci di Giustizia 20 – Venezia, Mondo senza Guerre e senza Violenza – Milano, Associazioni Gruppi “Insieme si può” socio Focsiv – Belluno, Gruppo di acquisto solidale Gaslein – Merano (Bz), Cortili di Pace- Pergine Valsugana (Tn), Comitato pace convivenza solidarietà Danilo Dolci – Trieste, Amici dei Popoli ONG – Bologna, Infinitiform Edizioni – Pavia, Cestim – Verona, Circolo culturale “Primomaggio” – Bastia Umbra (Pg), Il Mappamondo – Ledro (Tn), Circolo Laboratorio Sociale – Ancona, Coop. Le Rondini per un commercio equo e solidale – Verona, Watoto Ciao onlus – San Bonifacio (Vr), Comunità dell’Arca di Lanza del Vasto – Imola (Bo), Centro Amiche e Amici della Nonviolenza – Ferrara, Gruppo Missionario Cadidavid – Verona, L’Ecologico – Rocca San Casciano (Fc), Gruppo acquisto solidale della bassa Valpantena – Verona, A.L.T.A. – San Martino di Lupari (Pd), Comunità Cristiane di Base – Verona, Il Porcospino – Alessandria, TESC Tavolo Enti Servizio Civile Piemonte – Torino, Centro Mondialità Sviluppo Reciproco socio FOCSIV – Livorno, A.S.I. socio FOCSIV – Roma, Ass. per la Decrescita – Venezia, Associazione senza confini – Napoli, Celim Bergamo socio FOCSIV – Bergamo, Tavola della Pace Monza e Brianza – Monza, Good Samaritan Onlus – Ivrea, Welfareweb – Verona, Centro Psicopedagogico Per la Pace E La Gestione Dei Conflitti – Piacenza, Gruppo Sud Nord Araceli – Vicenza, Murga Saltinbranco – Vicenza, RTM Volontari nel Mondo socio FOCSIV – Reggio Emilia, Caritas – San Giovanni Lupatoto (Vr), Donne in Nero – Modena, Tavola della Pace e della Cooperazione – Pontedera (Pi), Piccoli progetti possibili onlus – Guspini (Vs), La mescolanza – Casoria (Na), Centro d’ascolto “Mons. S. Spettu” – Guspini (Vs), La Genovesa Cooperativa sociale – Verona, Coordinamento “Verso il 21 Marzo” – Verona, Rete Nuovi Stili di Vita – Padova, Casa della Pace e della Nonviolenza – Castellammare di Stabia, Amahoro –Onlus socio FOCSIV – Ugento (Le), Ass. Nazionale Domenicani per Giustizia e Pace – Napoli, Le Rondini – Verona, Missione Waibrahimu di Muhanga – Nord Kivu – RDC, Statunitensi per la pace e la giustizia – Roma, Associazione Monastero del Bene Comune – Sezano (Vr), Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania, Associazione Cultura della Pace – Sansepolcro (Ar), Centro Missionario di Pinerolo, Centropace Friedenszentrum Bolzano/Bozen, Comitato Piazza Carlo Giuliani – Genova, Coordinamento Comasco per la Pace – Como, Casa per la Pace – Milano, CSEV (coordinamento spontaneo enti e volontari servizio civile Veneto), CIPAX Centro interconfessionale per la pace, Centro di Ascolto per gli Uomini Maltrattanti – Ferrara, Premio Trabucchi alla Passione Civile – Illasi (Vr), Servizio Civile Nazionale Istituto don Calabria – Verona, Comunità Stimmatini di Sezano – Verona, Casa Per la Pace – Vicenza, Amici della Casa per la Pace di Vicenza, Famiglie per la Pace di Vicenza, Cristiani per la Pace di Vicenza, SìAmo Vicenza, Associazione APRIRSI – Vicenza, Gruppo CCP Vicenza, Pax Christi-Vicenza, Beati i Costruttori-Vicenza, MIR-Vicenza, La Gabbianella Coordinamento per il sostegno a distanza onlus – Roma, Comunità La Madonnina di S.Giovanni Lupatoto (Vr)

Michelino detto Sinistro

Probabilmente storie del genere si sono già sentite e sono state raccontate. Niente di cui meravigliarsi, anche se ce ne sarebbe di che meravigliarsi. Magari cambiano i nomi, i posti e altri piccoli particolari, ma molte cose appaiono come le stesse, hanno dei tratti comuni. E si sarebbe benissimo potuta titolare questa nostra storia anche come “Il cuore della mamma”.
Dopodiché coi tempi che corrono, che per di più non corrono affatto ma al massimo zoppicano, in periodo prolungato di crisi, è frequente rifugiarsi nelle storie. Ma anche in questo, come su tutto, ci sono pareri discordanti. C’è chi dice che sia il frutto della crisi galoppante e chi sostiene sia per il ricordo del benessere perduto. Comunque sia la gente e le tradizioni non sono più le stesse. Nemmeno i valori di un tempo esistono più o almeno si stanno dissipando. Le certezze come Lascia o raddoppia sono ormai una lontana chimera; come il venditore di pere cotte, l’odore di una fuga di gas, restano solo come il sapore di un’età antica, sognante, di un’epoca andata. Senza nascondersi che Michelino, il nostro protagonista, aveva il sospetto di non essere il benvenuto. Non ricordava una volta che la mamma lo avesse chiamato per il suo vero nome. Non ricordava una volta che la mamma gli avesse preparato la cioccolata calda. Gli avesse risparmiato un rimprovero anche quando lui non capiva di cosa dovesse essere sgridato. Né si ricordava gli avesse mai tagliato le unghie, così aveva imparato a rosicchiarsele. Era sola, povera donna, sola con un figlio piccolo da crescere e per di più sempre o quasi di cattivo umore. Diceva che la vita era matrigna e che il pane costava troppo e che la luce non andava sprecata. Aveva dovuto arrangiarsi molto presto nella vita. Inoltre era spesso distratta, con la testa tra le nuvole, e non aveva molta memoria. Ma era brava a fumare, proprio brava; lo faceva da vera esperta.
Sì! a fumare era veramente brava e si allenava molto; continuamente. Le stanze erano piene di quell’odore nauseabondo. I posacenere erano tutti straripanti e spesso le spiaccicava nei piatti o il figlio se le trovava annegate in qualche bicchiere. Era tanto brava nel fumo, sua madre, quanto era disinteressata alle faccende di casa, ma aveva talmente altre cose in testa.
Appena cresciuto Michelino aveva imparato che nella vita bisogna ingegnarsi e arrangiarsi da soli. Quasi naturalmente aveva appreso ad asciugarsi il moccio sulla manica e tutte quelle cose che permettono di sopravvivere alla solitudine. Cresciuto si fa per dire perché era rimasto alto poco più di uno sputo e deriso dal mondo intero. A parte le ginocchia sempre sbucciate, i denti irregolari e non rendevano certo migliore il suo aspetto i due che erano già caduti, gl’occhi in fuori sempre socchiusi alla ricerca di mettere a fuoco il mondo intorno e due orecchi sparati a raccogliere vento, uno grande e uno più grande, e uno più alto dell’altro. Lui stesso si impauriva un po’ ed evitava di frequentare lo specchio. E’ comprensibile se nemmeno da piccino piccino nessuno avrebbe trovato il coraggio di mentire e spingersi a dirlo bello. Persino agli altri bambini non piaceva e si trovava spesso da solo a guardare gli altri giocare. E non eccelleva nemmeno dal punto di vista dell’intelligenza, le cose gli si dovevano dire almeno cinque volte per rendersi conto che era come non avergliele dette. Era pieno di domande ma non riusciva a comprendere la più banale delle risposte. Riusciva a scambiare persino i nomi dei colori. E’ così altrettanto comprensibile che la povera donna non ne fosse fiera. Non aveva mai ammesso che fosse suo figlio e gli camminava sempre almeno dietro metri avanti, o lui trotterellava dieci metri dietro lei. Era figlio di una distrazione, della sfortuna; figlio di quella donna che non lo avrebbe mai confessato e di serata di svago, di cui per di più non ricordava un fico secco tranne un dolorosissimo mal di testa. Un figlio completamente inutile, una vera palla al piede, e ne ebbe ulteriore e definitiva conferma quando rivolgendosi ai servizi sociali si ricordò che si era scordata di registrarlo all’anagrafe al momento della nascita. In quelle ore aveva ben altri pensieri e come detto non c’era nulla di cui vantare fierezza od orgoglio. Ma la colpa più grande di quella povera donna, se di colpa si può parlare, era la distrazione.
La prima volta se l’era scordato in un supermarket, anzi nel bel mezzo di un vero e proprio centro commerciale. Era un mattino di un sabato. Non si era nemmeno trovato troppo male. Fosse stato per lui avrebbe continuato a vivere tra quegli scaffali, ma all’ora di chiusura cominciarono a chiedergli con chi fosse e dov’era la sua mamma. Come si chiamasse e cose del genere. Il banconiere del banco del pesce si ricordava di lei perché lei era sempre fin troppo gentile con quell’uomo rozzo che anche puzzava. Si ritrovò a casa a notte fonda accompagnato dai carabinieri chiamati dai servizi di assistenza. Si ricordava che l’insieme delle persone ne avevano costruito un episodio ben più grande e grave di quello che era. In fondo lui s’era preso una pizza e s’era riempito gli occhi di tutte quelle cose meravigliose. E nessuno era stato troppo sgarbato nei suoi confronti.
La seconda volta si era trovato da solo in un area di sosta in autostrada, ma nemmeno quella volta s’era perso d’animo. Grazie al cellulare avevano rintracciato il suo indirizzo, ma la madre aveva la macchina in panne. Così grazie anche ad un automobilista gentile era stato riportato a casa, anche se quell’automobilista era stato fin troppo premuroso. Avrebbe preferito non viaggiare più né chiedere più un passaggio ad un viaggiatore che amava così tanto i bambini. Lui non era abituato a tanta gentilezza, a tanto affetto. E poi la radio era sintonizzata su un canale che non parlava che di cose religiose e mandava solo musica che era una vera nenia. Lui non aveva mai frequentato troppo la parrocchia e non aveva ancora l’età per la prima comunione. Non le capiva le cose dei preti.
Quella volta però non s’era fatto prendere di sorpresa, nel frattempo s’era, per così dire, fatto scaltro. Non è forse la mancanza di occasione che costringe l’uomo ad essere onesto? Partì per quella gita con cinque chili di pane raffermo nello zaino. E cominciò subito a sbriciolarlo fin dai primi passi. Naturalmente senza farsene vedere. Era stato proprio fortunato perché stavolta non ci sarebbero stati banchi di pesce in quel bosco, né banchi d’altro genere, né bottegai. Sì! proprio fortunato, e due volte, perché si accorse di non avere in tasca il telefonino, eppure era certo di averlo messo, e di là non passava alcuna macchina. Ma poi, come seppe in seguito, non c’era nemmeno campo. Sarebbe stato perso in mezzo al niente, e privo di niente, non fosse stato prudente e non avesse portato quel pane e sparso i suoi bruscoli. Allora senza perdersi d’animo si mise subito in cerca della pista che quei minuzzoli segnavano. Si sentiva allegro perché si sentiva furbo e perché la cosa gli sembrava semplice ma semplice non era. Quasi subito si accorse che l’intero bosco era ricoperto di briciole e non tardò a trovare il primo ragazzino che cercava di seguire le proprie in una grande confusione. Poi incontro il secondo. Poi il terzo. In uno spazio minimo di tempo si avvide che quel bosco era pieno di ragazzini come lui che come lui, senza entusiasmo, cercavano di ritrovare il sentiero per tornare. Erano una vera folla, si sarebbe detta una generazione.
Il bosco friniva di garrule voci argentine. Tra le ombre e i lampi di luce che filtravano tra le fronde era straordinariamente affollato. Sembrava che tutti i bambini del mondo si fossero dati appuntamento. E, come avviene tra bambini, non ebbero bisogno di molto tempo per fraternizzare e organizzarsi in vere e proprie bande, tutti a cercare la via del ritorno. Alla fine fu accettato pure lui, anche se con qualche riserva, ma il tempo passava e il bosco era immenso e quei ragazzini cominciarono a provare i primi bisogni dei loro corpi mentre affioravano malinconie e ricordi. E la fame è fame mentre il mondo che conoscevano era fuori da quella foresta, e lì non c’erano negozi né adulti che pensassero per loro. Perciò misero insieme i loro poveri saperi. Uno aveva imparato, ovviamente dopo qualche mal di pancia, a riconoscere le erbe; e le radici. Era stato il primo a farsi avanti e a mettere a disposizione del branco le sue conoscenze. Era un pelo rosso di bassa taglia pieno di lentiggini, non gli si sarebbe dato un minuto. Con grandi denti sporgenti. Diceva di aver perso l’apparecchio ma nessuno gli aveva creduto. Uno conosceva i funghi, quelli buoni, ma solo alcuni perché glieli aveva mostrati il nonno. In verità lui prendeva quegli altri perché del nonno non s’era mai fidato troppo, ma non confidò mai a nessuno quel suo segreto. Era troppo anziano, il nonno, e non c’era più con la tanto testa. Uno aveva imparato a fare trappole per gli uccellini e per i piccoli roditori, ma in fondo funzionava con qualsiasi animale, sempre di piccola taglia. E ce n’erano persino un paio che sapevano fare il fuoco. Era incredibile. Naturalmente più d’uno conosceva i frutti del bosco. E tutti conoscevano le pigne ma quelle facevano parte, come altre cose, dei loro divertimenti. Trovarono nella boscaglia anche più fitta tutto quello di cui avrebbero avuto bisogno tranne il bacio della buona notte e il tepore di un abbraccio.
Ma ci sono cose necessarie e altre di cui l’essere umano può fare a meno. Anche nella loro breve età compresero presto questa antica e imprescindibile lezione. Alla fine cominciarono a rendersi conto che quella vita non era poi così male, presero a scordare le vecchie nostalgie e anche gli ultimi cominciarono ad asciugare le ultime lacrime mentre il tempo procedeva al ritmo di un valzerino. I pro e i contrari si equivalevano e quella compagnia era persino divertente, valeva certamente qualche fatica supplementare. S’era ormai sparso un senso quasi profondo di cameratismo e le liti finivano sempre più velocemente. Il nostro Michelino aveva legato particolarmente con quello di pelo rosso che lui chiamava Carota senza che quello se n’avesse minimamente a male, almeno dopo un po’. Ma continuarono le loro ricerche come se una voce inudibile e indelebile o qualcosa dentro glielo comandasse imperativamente. Forse era la coscienza d’essere bimbi. Erano passati tre giorni, forse quattro, quando un gruppo, quello del Carlo, avvistò il limitare del bosco e un piccolo paesino. Inizialmente si diffuse l’euforia prima che sopravenisse un senso di sano e robusto realismo: di tornare nessuno aveva più voglia. Decisero che notte tempo avrebbero fatto le loro scorribande tra le povere case di quell’abitato ma che poi sarebbero tornati con le prime luci al loro bosco.
Dopo una certa ora, pressappoco quando la luna era alta nel cielo e il buio non poteva essere più fitto, scendevano a razziare per procurarsi quello che quella natura non poteva dar loro. Scorte giganti di caramelle e leccalecca, senza scordare la cioccolata, qualche fettina di carne dalla macelleria, indumenti; stoviglie, eccetera; fu proprio il nostro Michelino a tornare con un accendino. A rubare si impara presto come se non fosse un mestiere, e non c’è bisogno di geografia o geometria. E poi i grandi non possono riuscire a pensare che a fare quello siano proprio dei bambini, i loro stessi figli. I grandi sono dei semplici quando si tratta di ragionare, scelgono la logica più elementare e se non trovano una spiegazione si accontentano di nessuna spiegazione continuando a cercare dei ladri che non ci sono. I ragazzi si dissero come quel paese e gli altri dov’erano in seguito scesi come un’orda barbarica dessero l’impressione sinistra di città fantasma. Le vie erano silenziose e non le attraversavano le risa dei giochi dei monelli. A tradire leggermente questo senso di abbandono restavano solo poche luci accese dietro le finestre. Qualche pericolo c’era: una volta proprio Michelino fu colto sul fatto e preso per un orecchio da un robusto nottambulo che lo condusse fino all’uscio di una casa, forse scambiandolo nel buio per un altro, ma nessuno rispose al suono del campanello e lui riuscì a sgattaiolare via. Quella sera davano la partita di coppa dei campioni e sull’altro canale una sentimentale e lacrimevole telenovela. A loro non mancava la televisione perché avevano imparato a raccontarsi storie attorno al fuoco.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra le “Foto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

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