E sopra il cielo era il più bel cielo
pieno di notte, limpido, sereno e complicato
gonfio di stelle come se non ne avesse bastanti
così gettate lì su tutto e alla rinfusa
tanto che le luci luccicavano a sconfinare
una con l’altra a ingarbugliare il lucore
e poi vezzose a riflettersi del mare palpitanti
e, stringendola, a mancarsi il respiro
perché di parole non si può esser parco
ma tutte mancavano a rimestare
o non trovavano voce; confuso
e davanti solo spazio e ancora spazio
e quello tra le braccia in cui annegare
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Un concerto. Si va (non è poi cosi lunga la notte). Mica puoi sempre star lì ad aspettare che il tempo ti lasci la polvere sulle spalle. E’ il primo assieme. Alla nostra età. Non lo è certo per me. Non lo è per lei. Non che ne abbia visti molti. Cioè non moltissimi. Almeno non quanti avrei voluto. Nella musica mi sento bene. Qualcosa ti unisce agli altri quando si ascolta assieme; quando ti accarezza tutta la pelle. Non riesco a stare fermo. Insomma non è certo il primo ma il primo assieme. Ma in fondo, da quando ci siamo ritrovati, abbiamo avuto una serie infinita di prime volte. E poi è inutile dire facciamo, basta fare. Mica posso accettare che allora si era, lei, troppo giovani e che oggi si sia, lei, troppo vecchi. Io mica mi vedo. Certo un po’ mi sento. Qualche acciacco. E allora avventura; il viaggio (questo ha deciso la scelta del brano). In più ho un amore per i Modena. E sono stati un sogno inseguito allungo. Poi non sono mai riuscito a farli venire, ma questa è un’altra storia. Così uno strano prurito mi attraversa come una corrente sottile. Non è una vera e propria ansia ma qualcosa che gli assomiglia. Anche il posto è nuovo, almeno per me: Fucina Controvento (Marghera, VE) via Colombara 123. Io ho anche abitato a Marghera, un secolo fa. Ne porto poca memoria. Allora non c’era nemmeno il C.S.O. Rivolta; figuriamoci. Forse, anzi certamente, scendiamo almeno un paio di fermate prima. Questo paesaggio allucinato, unico al mondo, è pressoché deserto. Il grande Moloch fa ancora paura e incute timore: acciaio e cemento. Lingue di fuoco che non si spengono mai. Aria irrespirabile. Abbiamo organizzato un convegno sui morti della chimica; della Montedison. Nessuno a cui chiedere. Due puttane dell’est, o di quello che era l’est, spettinate dal passaggio delle poche vetture. Qualche camion (che ci fanno, anche loro, in giro a quest’ora?). Una si avvicina. E’ lei a chiedere: “Ce l’hai una sigaretta”? Gliela offro, e una anche per l’amica. Poi un’autista sul suo bus. Conosce una via Colombara ma in altro comune, alquanto distante da qui. Quando finalmente la troviamo, dopo vari giri e qualche sigaretta, mi rendo conto che arriviamo dalla parte opposta delle indicazioni approssimative che avevamo ricavato dal sito della Fucina. Ecco perché non vedevo il movimento che mi sarei aspettato. Ma in fondo non ci eravamo persi d’animo nemmeno un attimo. Faceva tutto parte della serata e dell’avventura. Della piccola avventura. Ci saremmo divertiti certamente meno. Il posto è un posto come quelli che ho amato e amo: uno spazio splendido per fare musica e stare assieme. I giovani, ma non solo giovani, sono quei giovani. Vestiti e forse pensieri colorati.
Non ci sono solo i Modena ma anche il “Collettivo musicale MOKA DA TRE”. Ho degli amici tra loro. A quel tempo non li conoscevo per come suonavano ma per come bevevano. Ma io… chi non ha peccato, eccetera. Non faccio a tempo ad avvicinarmi che mi viene incontro Marco (cantante) sorpreso di rivedermi dopo tanto tempo. Naturalmente l’abbraccio è spontaneo e caloroso. Qualcuna ne abbiamo vista assieme. Subito, come se ci si sentisse a distanza, arriva Michele (basso). Faccio ammenda in silenzio ma fatico a ricordarne il nome. Mi spiega che se li avessi chiamati sarebbero venuti a prenderci (ho ancora il suo numero sul cellulare). Mi spiega che non si può interrompere la notte e che suoneranno subito. Naturalmente la tessera ARCI, fresca fresca, l’ho scordata a casa. Mi credono. Entro perché ho una vivace curiosità di sentirli. Il Pera (chitarrista) mi saluta dal palco. Suona come dio comanda e io lo conoscevo non solo per le bevute ma anche perché, per un lungo periodo, il vino ce lo portava lui. E’ stato infatti il barista al Baracca & Burattini. Uno di quelli che con me ha pianto per la chiusura. Dita veloci e, ora, capelli lunghi e barba. Se me lo fossi chiesto avrei creduto di incontrarne di più di amici ma il tempo è passato. Ci siamo divisi e persi. Magari qualcuno non sono riuscito a riconoscerlo. Il tempo ci ha cambiati. Forse la maggioranza in sala è già un’altra generazione. Il posto è entusiasmante come le note che lo attraversano. Poi vedo anche altri amici. Amici di altre avventure. Non molto più giovani di noi. E il “Collettivo” tacca a suonare ed è trascinante. Suonano, cantano, bevono e parlano: dialogano con il pubblico; il loro pubblico. Trascinano. Cazzo se ci sanno fare. A questo punto i Modena potrebbero anche aspettare. Sento che è una di quelle notti magiche. Sarebbe un delitto farla finire prima del mattino. Un delitto di lesa maestà. Ma la sua maestà al mio fianco, lei, non può essere lesa. Insomma non posso non tenerne conto. Sarà solo concerto. Poi ce ne andremo buoni buoni. Io mi conosco. Se mi lascio prendere la mano, se mi fermo un attimo, poi quell’attimo finisce solo con l’alba, se basta. Finisce che ci ritroviamo a mangiare e bere, a riempire la notte di entusiasmi e ricordi. E io non sono per i nostalgismi. E’ per quello che quando finiscono (peccato) mi metto buono ad ascoltare i Modena che cominciano sul palco grande, ed è già mezzanotte. Mezzanotte e si comincia. Buono per quanto riesco a stare io con la musica. Non posso esimermi di sentirla anche con il corpo. Non posso rinunciare ad unirmi almeno al coro per, in ordine sparso, “Quarant’anni”, e per “Contessa” e per “Fischia il vento”. “Macondo” non la fanno. Inutile aggiungere niente sui Modena, i Modena sono i Modena. E’ qui il mondo che vorrei. Dentro nemmeno si fuma. Accipicchia (si fa per dire) com’è cambiato questo mondo. Se mi allontano di un palmo continuo a cercarla con gli occhi. Che storia è la nostra storia. Che fantastica storia è la vita. Proprio come un film. Finché un altro mondo non è ancora possibile lagniamoci almeno di questa merda. Merda nel senso di mondo di merda; protestiamo. Come si può stare zitti. E questa musica è quello che ci vuole. Come dice lei «Evviva i Moka e i Modena!» Grazie ragazzi. E scusate se non mi sono fermato a salutarvi. Poi sarebbe stato difficile lasciarci.
I ragazzi, i miei ragazzi, non mi hanno dimenticato. Cioè miei… insomma allora abbiamo trovato l’amicizia, senza guardare in faccia la differenza di età. Nemmeno se ne accorgevano. Lei è attenta alle differenze. I ragazzi sono solo ragazzi, come ragazzi siamo stati noi, io e lei, noi ragazzi del ’68, assieme. E ancora insieme. La sinistra non vuole morire e non può morire. Se ne scordano perché è difficile continuare a sognare e a sperare, in tempi come questi. Non solo perché la merce c’è entrata nei polmoni. E non è nemmeno questione di coerenza. Certo che un passaggio lo potevo anche trovare. Addirittura sarebbe stato facile: Roberto, che non credevo proprio di incontrare in un posto simile, e che è amico più recente, senza avventure, doveva andare proprio a Venezia per accompagnare la sua accompagnatrice. O avrei potuto chiedere a Giorgio. Certo potevo aspettare loro, i vecchi amici ritrovati. Io e lei abbiamo preferito chiamare un taxi. Andarcene in sordina. Ci saranno altre occasioni. Bisogna imparare ad avere rispetto anche di noi, e delle nostre età. Insomma ci siamo imposti di tornarcene tranquilli ed andarcene a letto. Dentro restava un “carico da undici” di adrenalina e una gran voglia di raccontarla. Una piccola correzione sulla mia compagna: «Per carità, mica ci spaventava cercare la “Fucina” in mezzo alla più spaventosa zona industriale del pianeta». Certo tornare è stato più facile. Ma forse no. Forse è stato più faticoso. E’ stato come tornare da un passato che sembrava più bello e ci vedeva più belli. Da un passato in cui le speranze non erano ancora rimpianti. Non pensare all’età. Se si va a Berlino mi porto la cazzuola, voglio ritirare su quel fottuto muro. Certo che la notte un po’ di appetito me l’ha messo addosso. Cazzo! come mi sono dilungato e come sto diventando “passatista” e nostalgico. Ancora grazie agli amici della MOKA.
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So che non sei
e che non sarai
ma guardo là
con la speranza
e frugo di vederti
come se fosse,
con uguale apprensione,
giorno per giorno
alla stessa ora del giorno
come ad un appuntamento
e l’attesa guarisce
e la delusione distrugge
ma so che tutto può tornare
e di un sorriso mi sorride il cuore.
Il viaggiatore sbadato mi guarda e non sa,
sgrana gli occhi e continua a tacere
ma il suo sguardo mi segue, è curioso
e si indaga in cuore in cerca di niente
mentre mi rifugio nell’altra parte del me.
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Ed eccolo il novembre. Hai un bel dire che è come gli altri, che un mese è solo un mese. E nemmeno perché è sempre, ogni anno, il mese dei morti. Quando ci si scotta. Si sentiva nervoso senza una ragione. E se non c’è una ragione è inutile chiedersi perché. Cerchi magari semplicemente di rincuorarti intorno. La giornata è mite; capita. Con un bel cielo terso, e il sole. Le foglie aggrappate ai rami hanno tutti i colori; i rossi, i gialli, etc.; forse solo il verde si fa più opaco. Sono colori splendidi. Il freddo non è poi troppo freddo. Ma non poteva che farsene una colpa. E questo non gli bastava, lo faceva anzi sempre più amareggiato. Lo sapeva da sé che la vita scorre. Non fosse che è novembre.
Ormai era come un appuntamento. Ma poi i “perché?” uno se li chiede. Siamo solo uomini, e pure maschi. Era più alto? No! Più bello? Boh! Direi proprio ancora un no! Caz… cavolo, un difetto alla vista. Più intelligente? Direi proprio nuovamente: negativo. Più ricco? E di cosa? Forse di arroganza. Certo guardava gli altri. Quello che era era troppo e mai abbastanza. Di questo sono fatti gli uomini, a volte. Almeno quelli come lui. Non aveva arte ne parte (si dice così) e non sarebbe diventato altro che niente. Ma non ditelo a lui. E allora cosa? Ce l’aveva forse più lungo? Le voci di corridoio danno per certo anche qui una risposta più che negativa; penosa. Povero piccolo. Inutile fare dell’ironia. Certo che questo o controlli, e non era il tipo, o prima mica lo puoi sapere. Forse aveva scommesso sul cavallo sbagliato. Forse era il cavallo della contrada del bruco. Si ha un bel dire ma Ernesto non riusciva a darsene pace. Non era bastato tutto quel tempo a farlo dimenticare. A riempire il vuoto lasciato da lei. Nel tempo, anzi, gli era cresciuta la rabbia. Faceva tutto distrattamente, senza interesse alcuno. I piatti erano rimasti nel lavello. Beh! non erano certo gli stessi, quelli di quella sera, erano altri. Ma i piatti restavano sempre nel lavello. Avrebbe dovuto tornare a prendersi cura della casa. E non aveva più ritrovato la voglia di accettare la sfida. La vita scorreva piatta. Non aveva capito. Si era solo rassegnato. Usciva dal lavoro senza voglia di rientrare. Lo aspettava solo un bicchiere e tutte quelle parole dette solo a se stesso. Sarebbe mai passata? Ma poi quale novembre?
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Sabato 14, o meglio la notte di domenica 15 novembre 2009. Grande concerto alla Fucina Controvento (Marghera, VE) Via Colombara 123. Non è facile rintracciare il posto, un po’ fuorimano, visto che ci andiamo per la prima volta (chiedo venia, contrito). Lo spaio è ottimo e il pubblico ti fa sentir bene, a casa; pronto a divertirsi e solo a divertirsi bene. Ospiti i Modena City Ramblers che amo ricordare con questa canzone: Quarant’anni. Ma non solo i tanti Modena (più che un gruppo, quasi un’orchestra).
Prima ha scaldato egregiamente gli animi il “Collettivo musicale MOKA DA TRE” che ringraziamo per le buone vibrazioni. E non perché sono un po’ di parte visto che tra loro ci sono alcuni vecchi amici che rivedo, dopo tanto tempo, con immenso piacere. Ascoltateli (anche se la registrazione non può essere delle migliori ma è fatta sul posto e tanto vale).
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Questo è l’altro pezzo che mi è tornato alla mente, strana-mente, in questi giorni. Lo vorrei dedicare a Lei. E’ un pezzo molto contiguo. Ed è ancora dubbio e malinconia. Un mondo che cambia ed è cambiato con la sensazione che forse preferivo “quando era peggio”. Mi sto trasformando in un “nostalgico”? E’ solo che era più facile. Poi trovi un diario. Pareva di sapere dove stavi e dove stavano gli altri. Domani sembrava più vicino, solo alla fine di una semplice notte. Ma la notte sembra non finire.
Questo pezzo invece lo credevo successivo. Prima di “Zombie di tutto il mondo unitevi”. Strani scherzi fa quella memoria. Invece è stato pubblicato, come LP e 45 per i tipi di Ultima Spiaggia, nel 1976 e contenuto nell’LP “Ma non è una malattia”. Intanto gli anni di piombo. Intanto il movimento. Dal ’68 intendo. La nostra rabbia farsi impotenza. Trasformarsi da progetto in chimera.
Compagno sempre.
Gianfranco Manfredi: AGENDA ‘68
C’è finalmente un’ora in cui non ho da fare
ma la bottiglia è vuota e son stanco di pensare
vorrei leggere un libro, un Tex, un Topolino…
ma la mia mano cade su un vecchio taccuino.
È una vecchia agenda dell’anno ‘68
adesso mi rileggo tutto quello che ho fatto
vediamo se ritrovo la prima occupazione
non mi ricordo il giorno e non ricordo come.
Telefonare a Paola… ma chi sarà costei?
Mi sembrano lontani persino i fatti miei
Ah! Questo lo so bene che cosa vuole dire:
SPETTACOLO-ASSEMBLEA… e sempre meno lire.
E quante sigle strane e quanti appuntamenti
promesse andate a rane idee finite in niente
la fonte del potere sta sempre nel fucile
ma tra le ragnatele io non voglio più finire
Agenda un po’ invecchiata dell’anno ‘68
i poster di Guevara son finiti nel salotto
e Mao sulle magliette e la falce e il martello
assieme al crocefisso qualcuno ha messo al collo.
L’agenda di quest’anno sarà meno serena
però d’appuntamenti sarà altrettanto piena
eppure certe volte io me ne vorrei andare
a correre da solo in macchina sul mare.
Viaggiare senza orari e senza taccuini
portarsi in un cartoccio la birra coi panini
non serve più la radio per sentirsi cantare
così non serve strada in macchina sul mare.
Ma è già finita l’ora suona il campanello
già squilla il mio telefono c’è questo poi c’è quello
continuo a inseguire cose che non so fare
mentre potrei partire in macchina sul mare.
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Da un po’ non “aggiorno” la mia “Colonna sonora” nata per un altro spazio, ma che potete trovare, cercando, anche qui. Si è fermata al numero 18. Nessuna voglia di tornare a parlare solo di musica, qui, almeno per ora. Non certo per un semplice gesto nostalgico. Allora perché mi è tornata in mente questa canzone? E la prossima? Semplicemente perché i tempi sono bui. Perché inoltre credo che bisogni ricordare che la vita non è sempre bianca cioè, pardon, rossa o nera. E’ fatta anche di sfumature. Certo preferirei fossero tutte sfumature di rosso e “rosso vivo”. Ma non sempre le cose vanno come vorrei o dovrebbero. Ma dicevo: i tempi sono duri. E quando non lo sono stati? A dire il vero, nella mia memoria, la ricordavo come incisa prima. Invece è del 1978. Incisa per i tipi dell’ Ultima Spiaggia (ZPLS34046) nell’album Arcimboldo. Testardo mi sembra incisa tardivamente, di qualche anno, come rimasta in cassetto. Non fa nulla. Intanto si moltiplicano episodi di squadrismo e le minacce. Forse si sentono protetti. Tornano i fantasmi. Meglio vigilare. Almeno oggi sappiamo che possiamo fidarci di tutti e di nessuno. Oggi che persino i giudici sono compagni. Magari anche qualche industriale. Sì! i tempi sono proprio cambiati. Non ho la pretesa di essere l’unico ad aver perso i capelli. Ripeto “capelli”, mica la memoria. E’ solo che qualcosa mi si mescola dentro, e anche di più, quando vedo saluti romani (come per il campidoglio). Ho il sospetto che non è il tempo dei puri. Com’erano belli i tempi in cui il padrone lo vedevi perché indossava braghe bianche.
Compagno sempre.
Ricky Gianco: Compagno sì, compagno no, compagno un caz
sto facendo il notiziario cambogiano
da una radio libera, per chi?
il microfono è un po’ fallico però
il potere non ce l’ho no no
circondato dai mass media sulla sedia
io lavoro sempre gratis ma
c’è Antonietta che mi ama e che mi aspetta
tutta notte lei mi ascolterà
compagno sì, compagno no, compagno un caz
compagno sì, compagno no, compagno un caz
io c’ho il profugo cileno a casa mia
è arrivato nel ‘73
e da allora lui non è più andato via
Antonietta fammi star da te
passa un giorno, passa un mese, passa un anno
l’unità sconfiggerà il padrone
ma Antonietta mi ha buttato per la strada
vuoi vedere che sono io il coglione
compagno sì, compagno no, compagno un caz
compagno sì, compagno no, compagno un caz
vado a prendere un po’ d’erba da un amico
ad Antonietta la regalerò
io la lascio chiusa in macchina un secondo
per andare a bere un buon caffè
quando esco mi han spaccato il finestrino
e un ragazzo sta saltando il muro
come fai a mandare uno a San Vittore
poi finisce che gli fanno il culo
si avvicina un tizio con cravatta e giacca
tira fuori il fototesserino
e mi dice “tu sei uno di sinistra
sta tranquillo sono un celerino
son pulotto sì, ma son del sindacato
forza dimmi cosa ti han rubato”
io gli dico: “lascia perdere compagno
è un problema troppo delicato!”
compagno sì, compagno no. compagno un caz
compagno sì, compagno no, compagno un caz
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Cercare di vivere e tornare a morire
ogni anno e di giorno in giorno,
i dolori ci accompagnano
e le felicità si scordano di noi,
e se “la notte è stellata”
e se le troppe stelle illuminano
non una stella se ne cura
né una mano basta alla carezza,
con lei “a volte anche lui ti amava”,
e dove non c’ero io sono entrato
scusami se è tardi, amore,
ma io non sbaglio giorno;
ogni giorno è così uguale ad un altro
e ogni anno sgrana nel rosario:
come posso anch’io non amare i tuoi grandi occhi,
di quegli occhi l’immensa pace e serenità
e il sorriso che li rende ancora caldi?
ma io non voglio entrare in quella stanza
e nei segreti di quella stanza
e nelle ombre che abitano quella stanza
e negli angoli più riposti, frammenti di schegge
quella stanza il cuore; come posso?
Come posso? e ciò che ho perso
(incredibile) l’ho ritrovato; è ritornato:
e amore, c’è un posto di tutto e uno di niente
col pudore che rende pigro ogni gesto
di questi che non saranno gli ultimi versi
ma che tacciono se il dolore fa loro cenno
di quel passato che non passa mai.
E allora vengo il giorno dopo;
potessi essere io là dove non ero
ad asciugare i versi di quelle lacrime.
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