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DIRETTAMENTE DAL SITO

Ricordare la Resistenza di ieri, perché rischiari il cammino alle Resistenze del presente. Essere un ponte  – un festoso, vitale e coloratissimo ponte – tra due fondamentali ricorrenze civili come il 25 Aprile e il Primo Maggio. Tra la Festa della Liberazione dalla barbarie nazifascista e la Festa dei Lavoratori. Tra gli ideali di libertà e democrazia che animarono la lotta partigiana e nutrirono la Costituzione nata da quella lotta, e le motivazioni per cui qui e ora siamo chiamati a rinnovare e attualizzare quegli ideali nel pesante scenario di contraddizioni che vediamo e viviamo ogni giorno.
Scarpe Rotte è nato per questo, e l’obiettivo – almeno stando alla risposta data dalla città al Festival della Resistenza di ieri e delle Resistenze di oggi che dal 2012 si anima tra Forte Marghera, Forte Carpenedo e (“new entry” dell’anno scorso) Forte Mezzacapo – si può dire che finora sia stato centrato.IMG 2563
Scarpe Rotte torna per la terza volta, e squadra e formula che vincono non cambiano. La memoria che si eleva dal mero livello della celebrazione e della commemorazione e diventa festa, musica, incontro, scambio, contaminazione: di generi di spettacolo, di linguaggi e contenuti. Le ragioni da portare avanti, in questi spigolosi anni di crisi, viaggiando “in direzione ostinata e contraria” ma traendo forza e argomenti dallo spirito di quei “ribelli della montagna” che seppero ridarci la democrazia. Le generazioni che si incontrano, si conoscono più a fondo e si passano il testimone di ideali nobili e di principi che non conoscono prescrizione. Ma anche la sacrosanta voglia di divertirsi, stare insieme, condividere la riflessione come l’allegria nell’ambito di spazi unici, preziosi e affascinanti, di beni irrinunciabilmente “comuni” quali sono i Forti del campo trincerato di Mestre.
Scarpe Rotte anche quest’anno accompagnerà la città dall sera del 24 Aprile al Primo Maggio. L’impegno del “cartello” di realtà che contribuisce a realizzarlo è quello di offrire ancora una volta un programma di proposte e opportunità in grado di emozionare, divertire e far pensare nel contesto di una festa di popolo che unisca, aggreghi e ci ricordi che siamo in tanti. In tanti a non amare l’omologazione e il sopruso; in tanti a reclamare una rinnovata stagione di diritti, valori e solidarietà.

Per tutta la durata del festival Restiamo umani con Vik sarà presente col suo banchetto per essere a fianco della Resistenza Palestinese

Qui tutti gli appuntamenti

Carta d’Identità di Mahmoud Darwish

Ricordate!
Sono un arabo
E la mia carta d’identità è la numero cinquantamila
Ho otto bambini
E il nono arriverà dopo l’estate.
V’irriterete?

Ricordate!
Sono un arabo,
impiegato con gli operai nella cava
Ho otto bambini
Dalle rocce
Ricavo il pane,
I vestiti e I libri.
Non chiedo la carità alle vostre porte
Né mi umilio ai gradini della vostra camera
Perciò, sarete irritati?

Ricordate!
Sono un arabo,
Ho un nome senza titoli
E resto paziente nella terra
La cui gente è irritata.
Le mie radici
furono usurpate prima della nascita del tempo
prima dell’apertura delle ere
prima dei pini, e degli alberi d’olivo
E prima che crescesse l’erba.
Mio padre… viene dalla stirpe dell’aratro,
Non da un ceto privilegiato
e mio nonno, era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato!
Mi ha insegnato l’orgoglio del sole
Prima di insegnarmi a leggere,
e la mia casa è come la guardiola di un sorvegliante
fatta di vimini e paglia:
siete soddisfatti del mio stato?
Ho un nome senza titolo!

Ricordate!
Sono un arabo.
E voi avete rubato gli orti dei miei antenati
E la terra che coltivavo
Insieme ai miei figli,
Senza lasciarci nulla
se non queste rocce,
E lo Stato prenderà anche queste,
Come si mormora.

Perciò!
Segnatelo in cima alla vostra prima pagina:
Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.
Prestate attenzione!
Prestate attenzione!
Alla mia collera
Ed alla mia fame!

I vampiri tra noi

Tornando a parlare di vampiri, ai quali continuo a non credere, i soliti sciocchi sono abituati a pensare ai libri, ai films, a prestare fede a tutto quello che si racconta, alla Transilvania. Ripeto che non esistono, non almeno i “non morti” che girano nella notte in cerca di prede, ma se ci fossero li vedrei più facilmente immersi nella nebbia londinese. Con più facilità ancora potrei immaginarli mescolati tra noi. Quelle narrate e passate a leggenda sono certamente figure simboliche. Per la mia esperienza si potrebbe dire che potremmo individuarli in quelli che si approfittano dell’ingenuità o della bontà degli altri. Io che sono signora della notte, forse La Signora della notte, potrei affermare che non frequentano quelle ore, né quei locali, ma che anzi, se si possono individuare in qualcuno questo qualcuno è decisamente abitante del giorno. Persino fin dalle prime ore. Non vorrei sembrare cinica ma sono tentata di pensare che i miei operai, che tra l’altro amo con profonda tenerezza, sono la cosa più vicina alla mia astrazione di vampiri. Sempre per dire. Non sono forse loro che si nutrono del mio sangue? Non sono forse proprio i salariati, quelli che si fanno chiamare proletari perché non sanno che fare figli, a nutrirsi delle nostre fatiche? E non aggiungo altro che ieri, a causa di uno sciopero, si sono ritardate tutte le consegne.
Se ho un nome e la gente mi considera e mi chiama Signora Elisabetta è perché me lo sono guadagnato, ma questo l’ho già detto. Io ero proprio come loro, le mie operaie, e lui, il mio primo, girava per il capannone e allungava le mani; e quelle ridevano. Sempre pronte e sempre disponibili in tutto e per tutto, la testa china e pedalare, anche così sudate. Quando s’è provato ad infilarle nella mia scollatura, che ho ancora un décolleté che si rispetta, io gli ho lasciato uno sguardo avvelenato di sfida. L’ho aspettato dopo l’orario e gli ho fatto capire che non ero come le altre, una da una botta e via. Povero vecchio, gliel’ho fatta ricordare all’infinito quella notte e l’ho lascito assolutamente senza fiato. Non ero certo alla prima esperienza e lui una come me non l’aveva ancora trovata. E subito ho messo in chiaro che le mani doveva tenerle al loro posto che di carne ne avevo a sufficienza. Qualche palpeggiatina sul lavoro poteva passare, qualche avventuretta di una notte, perché io capisco che un uomo abbia le sue fantasie e che non gli puoi propinare sempre la stessa pietanza, in fondo mi annoio anch’io, ma una storia non l’avrei mai sopportata. Ho detto “una settimana bianca” e ti insegno tutto quello che non sai; e gli metto il guinzaglio al collo. Non è forse stato così? Non c’è voluto di più. Ho imparato a sciare e a non perderlo mai di vista. Al ritorno eravamo già commendatore e moglie. Mica che sia stato tutto rose e fiori. Anche di questo ne ho già fatto cenno. Era più l’arroganza di pavoneggiarsi con una bella donna, e senza falsa modestia posso dire di esserlo sempre stata, che desiderio concreto del piacere per il suo corpo.
In verità non si è mai mostrato geloso, ma da subito avevo capito che qualcosa non andava. Guardava i ragazzi come avrei dovuto guardarli solo io, allo stesso modo e anche di più; questo non me l’aspettavo da uno nella sua posizione. Li guardava e li pagava, e spendeva una fortuna e un’altra a riempirsi il naso della forza per attraversare quelle notti e quelle battaglie. E ha fatto prendere un po’ anche a me di quel vizietto anche se non era il fiato lungo che mi mancava. C’era solo quella frenesia, quella sorta di fretta. Ma di giorno era un vero e proprio straccio, povera stella, e anche gli affari non se ne giovavano. Ho dovuto imparare a prendermi sulle spalle tutta la fatica e le responsabilità e gli ho insegnato a guardare me e me con loro. Gli ho aperto gli occhi a un mondo. Loro erano carini con lui a ringraziamento del fatto che ero cortese con loro; della mia disponibilità. Con i soldi si può comprare tutto quello che si vuole. Eravamo soddisfatti tutti: è rimasto un vizio ma è diventato un vizio che non ci spremeva troppo. Ma i miei amici me li tenevo stretti, nel vero senso del termine, e non andavo certo a raccontarli a quel depravato. Poi una sera ha voluto provare a vedermi con una donna e io naturalmente l’ho accontentato e gli ho regalato anche quella avventura, perché non avesse proprio nulla di cui rimproverarmi, e ha solo guardato e non ha partecipato. Dentro mi son detta “Contento lui…” ma non è stata nemmeno la fatica che credevo, un’esperienza come un’altra, che nel tempo è diventata quasi normale, anche senza lui, per cambiare; anche se continuano a piacermi gli uomini, possibilmente giovani e robusti. E lui aveva gli stessi miei gusti e gli piacevano sempre di più e delle donne, di tutte le donne, s’era ormai annoiato. E forse proprio questo servì a tenerci ancora più uniti.
Non dovessi pensare ai miei operai sarei una donna completamente serena e felice; quasi inoperosa. E vi sembrano meno vampiri quelli delle tasse che hanno succhiato fino all’ultima goccia di sangue tutta l’Italia? I miei capricci e le mie soddisfazioni me li so prendere e godere. Non c’è niente di meglio poi che lasciarsi pigramente a letto. Quello che mi ha insegnato la vita è che quando trovi quello giusto non devi avere un attimo di esitazione, devi gettarti subito sulla preda prima ancora di pensare, e così ho fatto allora: Ho affondato subitamente i denti sul suo collo fino a sentire il gusto inebriante del sangue. La vita poi ha voluto privarmi presto del mio primo marito. È stato un grandissimo dolore, anche se avevo già conosciuto grazie a lui il mio nuovo sposo, ma anche l’apice della mia fortuna. E assicuro tutti che lui non torna a passeggiare nella notte. Ho dovuto fare da sola e ho preferito la cremazione e ho l’urna con le sue ceneri sopra la mensola del caminetto. Questo a conferma che i veri vampiri sono solo nelle fantasie malate.

S’è subito sparsa la voce: “Pare che quelli di via dei Mille vogliano entrare nel nostro territorio”. Si è creato un gran trambusto ma il grido unanime è “Andiamo”. In un lampo siamo lì tutti radunati e si sono uniti a noi anche quelli più grandi. La loro presenza è invadente ma ci fa sentire più forti. Giovannino ha portato la nostra bandiera con la lepre che salta e la scritta: Resistenza o morte. Nella fretta qualcuno è arrivato così com’era e qualcuno si è presentato disarmato. Silvio addirittura ha il pallone della partita interrotta sotto il braccio. Gli dico che forse è meglio se lo lascia lì.
C’è il fervore dei preparativi e l’eccitazione che precede ogni evento importante. Mi allaccio la scarpa e mi sistemo alla bell’e meglio. Mi guardo intorno e ci siamo quasi tutti. Provo a dire la mia ma nessuno sembra sentirmi anche se cerco di alzare la voce. Ormai hanno deciso all’unanimità: “E’ guerra”. Cesare in bicicletta va in un lampo a fare di vedetta. Ho sempre pensato che le donne siano una palle al piede per queste cose, stanno bene a casa quando c’è pericolo, ma sono contento che sia tra di noi perché lei non è come le altre e sa rendersi utile. E’ con suo fratello e sa farsi rispettare e ha una lingua lunga. E poi a lei ci penso io, in fondo aspettavo questa occasione. Le gironzolo intorno deciso a non perderla di vista, ma l’anarchia è all’apice. Chi va da una parte, chi va da un’altra, ci vuole qualcuno in grado di organizzare quel concentramento spontaneo.
Nella foga Gilberto, tutto impolverato, s’è già strappato la maglietta che sembra un reduce. Qualcuno si spinge a gridare alla secessione, altri alla rivoluzione. Dalla bocca di Beppe, com’è ovvio, sgorgano fiumi di dubbi; è il solito cagasotto. Il momento è serio. Mi giro e Tania è ancora poco lontana da me, ma ha cominciato a fare la stupida con Stefano, gli gira intorno, ride per ogni nonnulla e civetta. Io ci ho perso la testa per lei e la cosa non mi va, ma con Stefano preferisco non mettermici contro. Lui è un pezzo di marcantonio e ha il rispetto di tutti. Non che ne abbia paura ma sarebbe stupido mettersi a discutere tra noi in un momento come questo. E suo padre è maggiore per davvero. Ma con lui non potremo mai essere amici, troppe cose ci dividono, oltre all’età. Poi li vedo allontanarsi e quando torna, dopo di lei, ha un’espressione stupida e soddisfatta e si sta sistemando i calzoni. Strizza d’occhio a tutti e gonfia il petto. Sembra aver deciso che dev’essere lui a prendere il comando e dice solo: “Cosa stiamo aspettando”?
Non me lo faccio ripetere due volte. Ci dividiamo in gruppi. Io capito nel gruppo con Tania. Alla fortuna va data anche l’occasione e un po’ di aiuto. Abbiamo il compito di vigilare al Ponte di Legno. Se li avvistiamo dobbiamo tenere la posizione ad ogni costo e far fracasso per far arrivare gli altri. Per dirla è una postazione tra le più rischiose. Non c’è un vero e proprio sentiero ma c’è il grano alto e i ciliegi. Ci acquattiamo sulla riva e si sparge un silenzio teso tra noi. Lei si piega per guardare oltre il margine. Sembra un’attrice. Ha una posizione affascinante col sedere che sembra un vero invito. I jeans sono tesi in una esse piena, non resisto e allungo la mano e le dò una pacca. In un lampo accecante che non mi lascia un secondo per accorgermene mi stampa una cinquina sulla guancia che mi turbina l’universo in testa. Non ho il tempo di protestare perché mi sputa addosso uno “Stupido!” rimbombante.
Si spargono le voci più varie ma non avvistiamo anima viva né sentiamo altro suono che il silenzio della campagna. Continuo a riflettere su quanto è successo pieno di domande prive di risposte senza distrarre la mia attenzione. La sbircio e pian piano il rancore si stempera, è troppo bella perché possa durare a lungo. Un passero centrato da Claudio cade al suolo. La tensione resta alta. Lei invece guarda fisso lontano sempre con quell’aria da offesa. Decisamente se l’è presa. Studio come farmi perdonare. Fiorenzo finisce coi piedi nell’acqua e se ne esce blaterando. Frugo in tasca e non trovo un fazzoletto. Sto sudando.
L’inquietudine è insostenibile. Mi preoccupo per lei. Le chiedo se per cortesia vuole andare dagli altri per dir loro che è tutto tranquillo. Nemmeno mi guarda e mi risponde: “Vacci tu. Io resto dove si combatte”. Non è il coraggio quello che le manca e, per quello, nemmeno il fascino. Finalmente si staglia una figura in lontananza. Sono il più pronto. Lo centro alla testa ma solo di striscio e distinguo come comincia subito a sanguinare. Ho il tempo di riconoscerlo dalla voce con cui in un attimo si allontana bestemmiando: è solo Erdet il barbone. Un personaggio inoffensivo, capitato per caso. Non fa nulla, mi sento un eroe e soprattutto lo sono soprattutto per gli altri. In più dovrebbero starsene a casa loro e non immischiarsi nelle nostre faccende. Cosa ci viene a fare nei campi, in territorio di guerra? Inoltre, nella fretta, ho appoggiato male il piede e mi son preso una storta alla caviglia; ora zoppicherò per un pochino. Il modo in cui Tania mi vede è cambiato, è tornata a guardarmi e ha ripreso a sorridermi, e mi sento grande. Come dice la canzone maggio è un bel mese per morire.
Le ombre della sera cominciano ad allungarsi e ancora non si è ingaggiata battaglia. La prima voce che si sente in lontananza è proprio quella della madre di quel cafone di Stefano che lo chiama per cena. Pian piano tutti si alzano e se ne vanno. Restiamo solo io e lei e lei mi fa un sorriso disarmante. Mi abbraccia con calore e mi stringe a sé. Mi dice che è fiera e di stare attento a me. Sento ansia nel suo respiro. Sento il suo corpo contro il mio e il contatto benevolo del suo seno che si sta sviluppando. Mi esorta fraternamente, ripetendomi quello “Stupido”, a non farlo più ché noi siamo veri amici. Sono al settimo cielo e anche un po’ deluso. La lascio lì e scappo a casa perché è tardi e non voglio che mi veda con i lucciconi agli occhi.

Carlo e Carla

Due case e mezza è un piccolo paese, come ci si può già immaginare dal nome. Prima di esservi destinato lui ne ignorava persino l’esistenza e si era chiesto se era segnato nelle carte. Segnato doveva essere segnato, e il territorio era anche ampio, solo che gli insediamenti erano sparpagliati. Per lui era stata una promozione inaspettata, la provincia era invece molto estesa e tranquilla. Sarebbe stata una noia, la vita che lui, appuntato scelto della benemerita, aveva sempre sognato, non fosse che avevano cominciato ad arrivare quelle denunce di vecchietti scomparsi. Scomparsi senza un funerale e senza nessun preavviso. Nessuno aveva dato grande importanza ma poi avevano cominciato a trovare quei mucchietti di cenere e frammenti d’ossa sparsi per le campagna. In alcuni di quei frammenti erano evidenti segni di denti. Lo scosse dal suo torpore il risultato che quei segni di denti non appartenevano sempre ad animali, anzi erano presenti in tutti i reperti solchi lasciati da denti umani. Non voleva credere di potersi trovare davanti ed un caso di necrofagia se non addirittura di cannibalismo.
Come si suole dire brancolavano pigramente nel buio, e i mansionari non gli erano di grande aiuto. I nonnetti continuavano a sparire. Non avevano nulla in comune tra loro né si frequentavano o si conoscevano. Invece qualcosa in comune c’era, ma gli ci volle del tempo per scoprirla in mezzo a tutte quelle carte. Vivevano tutti in casupole isolate, vivevano tutti con poco e nessuno aveva dei nipotini. Era poco ma da quel poco poteva cominciare a muovere una certa curiosità. Fu così che, intervistando vicini, seppe che pochi sapevano qualcosa sugli scomparsi, ma che la maggior parte d’essi affermava che erano vecchi scorbutici e che non amavano i bambini. Gli sembrò che fossero pettegolezzi privi di importanza. Nemmeno lui aveva in gran simpatia il trovarsi mocciosi tra i piedi. Quella sera telefonò controvoglia a Livia perché faticava con quell’amore a distanza, e lei curiosa gli chiese di come non procedevano le indagini. Cercò di salutarla con un minimo di ottimismo anche se in cuor suo aveva la certezza che tutto sarebbe finito come una bolla di sapone. Doveva esserci un’altra spiegazione logica. Quella notte sognò il ritorno dei vecchietti arzilli da una gita in qualche posto di fede in cui erano andati a chiedere uno sconto sull’età e sugli acciacchi. Al mattino il suo ottimismo trovò delusione.
Naturalmente fu un vero caso a risolvere il caso. Quel mattino se ne stava andando a funghi quando sentì delle lamentele provenire da un piccolo casolare poco fuori dal sentiero. Si avvicinò e scoprì due ragazzi nell’intento di spingere dentro un forno un’immonda vecchietta che cercava di opporre una testarda e strenua resistenza. Accompagnati al commissariato gli dissero di chiamarsi Carlo e Carla e, dopo qualche resistenza e vari mutismi, gli spiegarono che una vecchiaccia prima di quella vecchiaccia li aveva accolti in casa, chiusi in una gabbia e ingrassati per farne cena. Gli spiegarono anche com’erano riusciti a liberarsi e come la decrepita quasi cieca fosse finita a sua volta nel forno al loro posto a far da pranzo. Si giustificarono perché dopo tanta prigionia non gli era stato più possibile ritrovare i disperati genitori e avevano dovuto in qualche modo arrangiarsi, e in quell’arrangiarsi avevano perseguito la vendetta contro quei vecchi scorbutici ingordi di ricordi e di carni giovani. Restò allibito soprattutto per le rimostranze della vecchia dagli abiti bisunti e dal fiato pestilenziale da aglio, ma volle andare fino in fondo alla cosa. Non trovò un pretesto per trattenere la obsoleta e dovette, a malincuore, invitarla ad andarsene, ma grazie alla sua coscienziosità scoprì il vero nome di quei due fratelli privi di documenti che non si chiamavano Carlo e Carla, ma Hänsel e Gretel, cioè con nomi a dir poco inusuali.
I due ragazzi, ormai diventati quasi adulti, senza perdere i loro “sogni” da ragazzini, erano di quelli che vengono definiti immigrati di seconda generazione. Certo avrebbero avuto le carte in regola essendo scesi verso sud, se solo si fossero potuti rintracciare i genitori. Ma, è comune e noto, che chi viene da una cultura diversa un po’ di quella cultura se la porta sempre dentro. Assieme ad abitudini differenti e insolite, usi e costumi, a strane forme religiose non raramente infarcite di esoterismo, a manie e quant’altro. Ci vogliono generazioni e generazioni per lavarsi di dosso tutto un retaggio culturale, eppure nessuno aveva prima pensato a loro, tradito anche dai nuovi nomi che s’erano dati. Carlo e Carla sono nomi talmente comuni dalle nostre parti da non lasciare spazio al minimo sospetto. Inoltre il loro aspetto era quello di due ragazzi a modo pasciuti e ben nutriti, non certo quello che possono avere due zingarelli abbandonati. Fu subitaneamente fatto un comitato di sostegno in favore degli orfanelli e una raccolta di fondi, e furono presto trovate un paio di famiglie disposte all’adozione. La vecchia fu rifiutata anche dal ricovero, venne sfrattata e fu costretta con tanto di ordinanza comunale ad andare a vivere in città, domiciliata malvolentieri presso il figlio maggiore. Tutto il paese fece una gran festa per la sua nomina a brigadiere. Unica nota di amarezza fu che ricordò di aver dimenticato presso quella stamberga i funghi raccolti e che, tra tante preoccupazioni, la stagione era volata via. Chi l’avrebbe sentita Livia, lei che ne era molto ghiotta? Decise di aprire un fascicolo per appropriazione indebita, ma il tempo è l’unica cosa che non si può mettere in cella.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra leFoto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

L’orco

Mi disse “Vieni con me!” promettendomi una vita che non avrei potuto immaginare. Macchine e allegrie. Feste e musica. Locali e boccali di birra. Notti sfrenate e stremate. Risate. Fumo. Benessere. Un tappeto volante, come nella favola di Alì Babà. O almeno così immaginai e mi lasciò fantasticare. E io fui così stupida da credergli. E fui così stupida da credere alla sua macchina nuova, ma ero ancora una ragazzina. Cosa può sapere una ragazzina?
Non avevo dormito per tre notti prima di seguire il mio principe azzurro. Prima di scappare per sempre da casa. All’inizio fu proprio così. Fu più di quello che ero riuscita a sognare. Almeno per alcuni giorni. Ero felice e facevo di tutto per poterglielo dimostrare. Mi sarei buttata sul fuoco. E’ proprio quello che avrei fatto. Era incredibile. Ero ammirata e corteggiata. Una sera mi ero trovata tra uno che diceva di essere un regista e uno che mi diceva che faceva l’attore e finii un po’ brilla. Quest’ultimo era proprio piacente e aveva un grande fascino, ma io non avevo occhi che per il mio lui. Non che fosse bello, né che fosse giovane, ma era tutto per me. Pendevo dalle sue labbra e non perdevo una parola. Cercavo di renderlo orgoglioso di me. E mangiavo quel poco perché era nell’etichetta e per non ingrassare. Guardavo quel mondo che mi regalava e imparavo. Imparavo per diventare anch’io una vera signora. La sua principessa.
Durò un mese, forse due. Poi cominciai ad avere i primi sospetti. Qualcosa che ci turbava. L’albergo che protestava per il ritardo nel pagamento della stanza. Cene disertate all’ultimo. Strane telefonate. Persone che non si facevano trovare. Piccole avvisaglie a cui forse non diedi il dovuto peso. Un giorno mi confidò che se non pagava gli avrebbero sequestrato la macchina, e che era un momento difficile ma passeggero. Come detto avrei fatto qualsiasi cosa per lui e glielo dissi.
Mi spiegò che doveva quei soldi ad un vecchio bancario che si era anche esposto per lui. Gli chiesi come potevo aiutarlo. Prima si fece evasivo e dovetti insistere. Poi, quasi con pudore, che stupida, mi spiegò che forse se fossi stata gentile con quello le cose, almeno per il momento, si sarebbero appianate. Gli dissi inorridita: “Tutto ma quello no”. Fu sorpreso. Poi come indignato. Alla fine si fece insistente e un po’ insolente. Anche un po’ violento. Mi rinfacciò e mise in dubbio che il mio fosse amore. Mi fece sentire un verme irriconoscente. Era come un obbligo e il sacrificio divenne la mia pena irrimediabile e da cui non potevo sottrarmi. Mi consolai dicendomi che sarebbe stato “Solo per questa volta”. Si scusò, mi ringraziò e mi consolò spiegandomi che aveva degli affari in vista; che la difficoltà era solo momentanea. Che tutto si sarebbe sistemato. Che mi amava, ma amava veramente.
Andai all’appuntamento in un sudicio alberghetto col vecchio maiale confortandomi, durante tutto il tragitto, col pensiero che lo dovevo e lo facevo per lui. La cosa non rese più facile né il viaggio né tutto il resto. Lui, il vecchio, mi aspettava già in camera e non ebbe la minima gentilezza per me né mostrò educazione. Sembrava con molta arroganza che tutto gli fosse dovuto. Non mi piaceva il modo con cui mi guardava né sentirmi la sua bava sulla pelle. Per fortuna era più esigente la sua fantasia di quanto la sua età e le sue forze gli permettessero. Alla fine mi sentivo sporca e mi vergognavo. Avrei voluto dirlo a quello che mi aspettava tranquillo nella nostra stanza, ma lui mi abbracciò, mi chiamò fatina, e mi riempì di coccole e complimenti che non ne ebbi il coraggio né trovai il modo.
Mi ronzavano però nelle orecchie poche parole fra tutte quelle laide che il vecchio mi aveva detto nel suo frasario indecente che anche le meno volgari mi sembravano oscene: “Povera stupida. –e, ancora peggio– Sei fatta per questo”. E il suo questo era naturalmente un epiteto scurrile. Quella notte non ebbi voglia di fare l’amore, anche se lui aveva insistito. Era stato tutto troppo orribile per me, ma lui non lo capì e ne rimase deluso e offeso. Fu la prima volta che mi dice dell’inutile e noiosa puttanella. Lui. Le ricordo ancora le sue parole poiché mi ferirono nel profondo. E ricordo la stizza con cui me le sputò in faccia. Il mattino seguente però sembrava tutto dimenticato.
Per qualche giorno tutto parve tornare alla normalità, certo senza feste e grandi chiassate; restammo soli noi due. Ma io non riuscivo e scordare e non mi aiutava il fatto che lui volesse sapere. Che fosse curioso. Che mi chiedesse particolari di quella brutta sera. Non mi piaceva la sua insisteva di sapere se quella sera mi era piaciuto. Capivo che non avrebbe accetto la verità, una reazione ostile. Ebbi la sensazione che questo lo eccitasse e lo rendesse soddisfatto di me. Ero quasi sul punto di sentirmene fiera o almeno di cercare di convincermene. Lui diceva le cose come non avessero quasi alcuna importanza né peso ringraziandomi, scusandosi e spiegandomi che in una coppia ci si deve aiutare nel momento del bisogno. Mi piaceva allora quella parola: “Coppia”. Mi dava il senso di un’importante vittoria e nascondevo la mia tristezza tra le sua braccia. E continuava ad insegnarmi tante cose dell’amore. Mentre io certo non avevo molto da rimpiangere della vita che avevo lasciato.
Poi, presto, tornarono le difficoltà. Nel frattempo si erano ripresi quella macchina e avevamo dovuto lasciare la stanza in albergo. Siamo andati a stare da un amico. Mi ha spiegato che per la generosità dell’amico avrei dovuto essere carina con lui. Il mio No era stato risoluto, ma tornò a dirmi che ero la sua fatina e la sua salvatrice. Alla fine pose termine alle mie ritrosie sputandomi in faccia che “Dopo la prima volta le altre son tutte uguali”. Tornò a dirmi che ero “Solo un’inutile stupida puttanella”, che non lo amavo abbastanza e che ero priva del senso dell’opportunità. Se ne rimase fuori fino a tardi perché io potessi soddisfare le voglie di quell’inquilino e pagare in quel modo la nostra pigione. Al ritorno chiese all’altro, e non a me, soddisfatto se era andato tutto bene. L’altro si mostrò lievemente deluso e gli disse che mi doveva insegnare, insegnare l’educazione. Fu così che quella notte la passammo a parlare e lui a rimproverarmi. Mi spiegò come fosse una cosa naturale e io dovessi imparare a non pensarci ed essere disponibile e cortese.
Capii in quel momento che era stata la seconda volta, ma che ci sarebbero state molte altre occasioni e bisogni. E contemporaneamente che ormai non avrei più potuto né avuto l’opportunità di dire di no, e che le occorrenze si sarebbero ripetute; lui non aveva né cercava più un lavoro e i suoi piccoli furtarelli non permettevano certo il minimo lusso. Gli ricordai le sue promesse. Mi rispose che la vita non regala nulla e che tutto bisogna guadagnarselo. Che potevamo ancora avere quella bella vita, se mi facevo furba. Che mi dovevo dire fortunata perché la natura mi aveva fornito di questa risorsa, di questo visetto carino e da ragazzina, del corpo da ninfetta, di quest’età nella quale non si è ancora donna. Mi spiegò che come facevo impazzire lui, che di queste cose ne sapeva, allo stesso modo facevo impazzire quelli che mi vedevano. Mi disse che ci avrebbe pensato lui. Che le preoccupazioni erano finite. Che la nostra vita si stava mettendo al meglio. Finì ripetendo che ci avrebbe pensato lui a me e io finii per capire che ero in gabbia.
Mi abbracciò ma i suoi abbracci non erano più gli stessi e provai l’impeto di sottrarmi e ribellarmi. Mi guardò stupito per chiedermi “Che cosa c’è, ora”? Cercai di spiegarmi con le lacrime agli occhi, ne ricavai in regalo il mio primo schiaffo. Fu lapidario: “Qui l’uomo sono io e tu fai quello che ti dico io”. Mi disse con rancore anche tante altre cose che mi ferirono talmente nel profondo che preferisco continuare a cercare di dimenticarle. Chiamai casa piangendo ma abbassai il ricevitore appena sentii la voce di mia madre. Non ebbi il coraggio di sostenere quella voce. Mi ripetevo all’infinito quanto ero stata stupida, ma non riuscivo più a credermi che lo facevo per amore.
Agli incontri si susseguirono altri incontri. La mia vita era diventata quella. A suo sconosciuto seguiva uno sconosciuto, o qualcuno che avevo già incontrato ma con cui magari non avevo scambiato nemmeno una sola parola. Di cui nemmeno sapevo il nome. Lui non faticava certo a trovarmi nuovi ammiratori. Se non cominciavano a sembrarmi normali quelle circostanze e quelle sempre nuove e incredibili richieste almeno cominciavano a sembrarmi meno odiose e moleste. Mi sentivo una cosa e cominciavo a riuscire a non pensarci. Tutto era come avvenisse fuori di me. Senza che potessi farci nulla. Mi stava diventando estraneo. Mi veniva chiesto di vestirmi in vari modi. Di fare questo o quello, così o cosa. Un pazzo mi chiese di essere picchiato, sfogai su di lui tutta la mia rabbia e lui mi prego di non esagerare e insieme di esagerare.
Incontrai anche uno studente che restò a guardarmi e chiese solo di parlare. Mi disse che viveva con i suoi ma che aveva una stanza solo per sé. Mi chiese di posare per lui. Lo frenai prima che andasse oltre, perché sapevo che lui, il mio uomo, non mi avrebbe mai lasciata libera. Eppure mai mi adattai né meno abituai a quella prigione, resistevo a quel po’ di rassegnazione. Mi chiudevo nel mio silenzio. Con lui c’erano sempre meno sentimento. Ormai era solo sesso e anche di quello ne rimaneva poco. Quando rientrava ero stanca e indolenzita. Lui sembrava non volerlo capire. Se ne stava lì e mi aspettava, oppure usciva e chiamava prima di rientrare. Per fortuna sapevo continuare a sognare, e in quei sogni ero ancora una principessa. Per mia fortuna non tutto quello che mi aveva detto era una bugia. Ho scoperto il tappeto magico nel fondo dell’armadio, ed è con quello che mi appresto a volare fuori dalla finestra.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra leFoto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

Liuba

E’ solo una ragazzina. Ha il corpo da bambina e gli occhi da depravata. E’ il vizio in persona. Perde il tempo con uno completamente fuori di testa. Un gigante coatto. Con tutte le rotelle fuori posto. Un violento. Tutto muscoli, e la calotta con le ragnatele. Lui fruga nella spazzatura. Ma con lei diventa un agnellino. Forse per lei è solo un gioco. Un passatempo. Basta che gli si avvicini. Che gli si strofini un poco addosso. Se lo rigira come vuole. E’ lei che gli fornisce la roba. Lo rimbambisce di merda; e di sesso. Ha ormai le vene tutte spappolate. Ridotte ad un colabrodo. S’è fatta un tatuaggio nuovo. E un piercing. Proprio lì. E lui per lei andrebbe all’inferno e ritorno. E’ solo che sta riducendo la città come un inferno. Quando gli schizza il dolore dilaga.
Vorrei non doverci avere nulla a che fare. Ma lei la mette sulla vigliaccata. E poi non mi dispiacerebbe sentirmi le sue mani addosso. Quelle mani piccole piene di dita. La guardi e sembra una bambola bambina. Mentre quelle dita lavorano e ne sanno una più del diavolo. Vorrei proprio potermi levare lo sfizio. Perché l’ho vista all’opera ed è un vero demonio. Credo lo faccia anche per interesse. Mi chiedo come si corrompe una tipa del genere: con le caramelle? Mi viene da ridere da solo. E se non bastasse la sua depravazione si accompagna anche con un linguaggio da trivio. Appropriato a lei. E con amiche che la equivalgono in fatto di perversione. Credo che ami dominare il suo uomo. Che nemmeno a lei dispiaccia dare dolore. Che goda anche di quello. Soprattutto di quello.
L’aspettavo alle quindici. Era già tornata nel fumetto.

Ricordando Vik

A 3 ANNI DALL’OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI, avvenuto a Gaza, Palestina,il 15 aprile 2011, familiari amici conoscenti e voi tutti siete invitati per ricordarlo fra sorrisi e lacrime.

dal libro Perché amo questo popolo di Silvia Todeschini.
Mi permetto di ricordarlo con le parole dei suoi amici palestinesi:
…”E’ entrato in questa casa e si è seduto con noi, alla pari. Ci ha ascoltate, ha ascoltato la nostra sofferenza. E come con noi, ha scoltato e aiutati tutti quelli che ha potuto qui a Gaza. Aveva certamente una forte umanità”.
“Vorrei dire a sua madre che deve andare orgogliosa di suo figlio. Vorrei avere l’onore di conoscere una donna così… e le auguro una vita felice!”.
“Mio caro Vik, voglio che tu sappia che ci hai lasciato nel corpo ma l’anima vivrà con noi per sempre. Voglio essere sicura che tutti coloro che credono in te e nella causa palestinese continuino a seguire il tuo percorso. Vorrei che tu sapessi che sei il nostro eroe, puramente umano“.

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Vi aspettiamo alla Scuola elementare di Bulciago.
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PROGRAMMA:
15.30 Presentazionene
15.45 Video Gaza 2009 con Vittorio
16.00 Campagna per la libertà dei prigionieri politici palestinesi- con Luisa Morgantini
16.20 “Un fiore per la libertà’” , la resistenza palestinese nella West Bank-Simone Zaccarini da voce a Samantha Comizzoli che si trova nei Territori Occupati
16.40 In “Viaggio” con Vittorio-con Egidia Beretta
17.00″Sull’Italia calavano le Bombe” spettacolo sulla resistenza- con Nudoecrudoteatro
17.50 Fondazione Vik Utopia: i progetti
-”Le farfalle di Gaza” (Debra Italia) con Daniela Riva
-pannelli solari sull’ospedale di Jenin a Gaza (Sunshine4Palestine) con il dott. Ivan Coluzza
18.30 Letture di Valerio Mastandrea-video
18.45 Bella Ciao-video inedito di Vittorio
19.00 Banda degli ottoni a scoppio
Lancio dei palloncini
Aperitivo palestinese offerto dalla comunità palestinese di Lombardia.
In contemporanea:
Mostra Momentanea-mente di Mauro Veggiato
MUSIC FOR PEACE CREATIVI DELLA NOTTE
-solidarbus
-raccolta di alimenti non deperibili, medicinali, materiale scolastico per la prossima missione umaitaria a Gaza (estate 2014)
LIBRI SULLA PALESTINA
Libreria Les Mots (milano)
PUNTO GIOCO PER BAMBINI
Animazione con i Giocomatti e spettacolo di Lupin
Merenda
BANCHETTO INFORMATIVO
Liberitutti Yallapalestina

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