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Caffè a letto

Ambrogio”.
Prego signora”?
Mi son svegliata di buon’umore”.
Buon segno, signora”.
E… Ho voglia di scopare”.
Le sembra opportuno”?
Perché”?
Il signore”.
La voglia ce l’ho io, mica lui”.
Non vorrei”…
Dov’è”?
Nel suo studio”.
Ecco! Vedi! Ne avrà almeno per un altro paio di ore”.
Posso prendermi la liberta”?
Fai pure. Anzi… devi”.
Il cornuto ha lasciato le sigarette sul comodino”.
Il solito. Hai chiuso la porta”?
Non era necessario”.
Dovevi pensarci”.
Posso farlo ora”?
Dovevi pensarci il momento di pensarci”.
Come desidera”.
Ambrogio è sempre pronto a soddisfare ogni mio desiderio, e bisogno. Sempre così attento ed efficiente. Ma è così impettito. Così ligio e rispettoso dell’etichetta. Anche troppo. E poi odio quando mi contraddice. Se è vero che il letto ha due piazze ne consegue che una piazza è rimasta libera. Deserta. Capita anche a noi donne di svegliarsi con una lusinga. Non che io sia una di quelle. Non che per me sia come una ossessione. O che tragga piacere al solo tradire. E’ solo che ho fatto un sogno. Non lo ricordo, ma mi sono svegliata con una smania dentro. Forse è questa mia abitudine di coricarmi nuda. E’ che mi sento libera. E lui, Ambrogio, mi porta il caffè a letto. Così mi vede. Anche senza volerlo. Non che mi serva provocare. Non è certo la prima volta che mi vede spogliata. Anche senza cercarlo, né volerlo. Vive sotto il nostro stesso tetto. E’ come uno di famiglia. E poi Luigi è sempre la stessa cosa; ieri, oggi e domani. E mi son svegliata con questa strana filastrocca improvvisata: “Ho fatto, o fotto”. No! nemmeno frequento spesso la volgarità. Solo che quando è necessario dire una cosa non ci sono parole altre. Non c’è un altro modo di dirla. Di principio rifiuto le regole e le imposizioni: “Comunque… è meglio se la chiudi quella maledetta porta. Anzi no, che vada fino dal tabaccaio se proprio ne ha voglia. E che non rompa le balle. Se bussa glielo dico”.
Come desidera”.
Facciamo presto”.
Come vuole”.
Una cosa svelta”.
Come preferisce”.
Non decidiamo ora. Ci pensiamo durante”.
Grazie signora”.
A volte mi infastidisce sentire troppe volte quel signora. C’è il limite anche al rispetto. A letto è il rispetto che è un limite. Ci sta come i cavoli. “Scusi, signora”. “Permette, signora”. “E’ troppo… gentile, signora”. “Grazie, signora”. Fanculo alla signora. Chi è questa signora? Primo: non mi va che mi venga ricordato sempre. In continuazione. Secondo: non si tratta di gentilezza. Io non sono gentile, sono bona, sono appassionata, posso essere tante altre cose ma gentile no. Almeno finché non usciamo da questa stanza. Mi fa perdere le staffe. Alla decima sbotto. In fine gliene do il permesso, è quasi un ordine: “chiamami topa, chiamami guapa, puta, baldracca, zoccola… chiamami come ti pare. Con gli epiteti più volgari e azzardati, insomma «chiamami» e basta; trova qualcosa di più appropriato che signora, quando sei senza braghe. Oppure stai in silenzio. E rimetti al suo posto quell’affare che non è un complimento per una signora. Sei volgare e impertinente”.
Subito signora”.
Non ti sarai mica offeso”?
Assolutamente no, signora”.
Sii gentile: accendimi una sigaretta”.
Certo, signora”.
Mi fai una cortesia? Mi andrebbe un altro caffè”.
Tutto quello che vuole, signora”.
E mi andrebbe… un altro… ancora, ma dopo. Brutta cosa la fretta”.
Certo, signora. Tutto, pur di farle cosa gradita”.

L’attimo dopo

Giro l’angolo ed eccolo. È lui. E’ la mia ossessione. E fa l’indifferente. Solita faccia. La sua aria furbescamente distratta mi scopre con perfetta meraviglia. Non ci crede più nessuno. Lui sembra non chiederselo. O forse crede che io ci creda. Non farci caso. Come mai da queste parti? Come? Esco da casa. Sono sulla strada per l’ufficio. Sto andando a fare compere. Varia i luoghi dell’agguato. Nemmeno tanto. Ormai me li aspetto. E quando sospiro di soddisfazione per il pericolo scampato mi caccia il sospiro in gola. Troppo presto. Aveva scelto di spuntare dalla strada subito dopo.
Se ho un attimo da solo è solo un attimo. E qualcuno già mi chiede di lui. Non ricordo nemmeno da quando dura questa storia. Sembra da sempre. All’inizio era gradevole; averlo intorno, voglio dire. Ne ero lusingata. Era gentile e la gentilezza mi ripagava. Mi portava le borse. Mi apriva le porte. Mi regalava piccoli complimenti. Era attento al mio abbigliamento. Al trucco. Al profumo. Al minimo cambiamento. Al più innocuo particolare. E, stupida, cercavo di essere carina. Ora non chiede più nemmeno: “Posso accompagnarti”? E’ diventato scontato. Come ne avesse un obbligo. Un diritto. E si mette subito a parlare. Forse proprio cercando di confondermi. Per non darmi il tempo di fare le domande che dovrei. Per chiedergli Cosa diavolo ci fa lui.
Avrei dovuto capirlo subito. Ma come si può immaginare? Una donna è donna. Se uno ti dice che sei carina non puoi essere sgarbata. Ti piace sentirtelo dire. Non pensi possa essere pretesto. Una frase fatta. Una truffa. Un agguato. Anche quando può non essere vero. Vuoi crederlo. Ti vuoi illudere. Ma che sia sempre stato vero non ho dubbi. E non mi sembrava male. E allora mi accontentavo. E mi appagava. Forse qualche volta speravo venisse. Mi sono preparata per quello. Con una borsetta nuova. Tornando dal parrucchiere. Sì! era sempre là. Da qualsiasi posto uscissi. Pensavo fosse una carineria. Fosse attratto. Anche, perché no, ad una storia. Ma non ho mai fatto nulla per illuderlo. Né lui si è mai preso delle libertà. E qualche volta mi ha reso impaziente. Ma era allora. Quando tutto non era esagerato. Quando non era ancora passato. Quando mi sembrava ancora simpatico vedermelo trotterellare torno. Ascoltare quelle che lui credeva osservazioni argute. Sentirmi chiedere del lavoro. Della salute. Della famiglia. Quando mi era comodo un passaggio in macchina.
Da quelle prime volte non ho più avuto un momento solo per me. Ne è passato di tempo. Sembra una vita intera. Pare semplice. Basterebbe dirgli di No. E io gliel’ho detto. Come si può intuire. Non subito. Prima fatto capire. Con tatto. Poi con sempre meno pazienza. Lentamente. Mentre lentamente cresceva il mio disagio. Il fastidio. La rabbia. In fine gliel’ho sputato in faccia, senza mezzi termini. E anche peggio. Gli ho detto: “Non è una sorpresa. E’ un incubo”. Forse l’ho chiamato brutto sogno. E’ vero il detto che non c’è più sordo di chi non vuol sentire. Mi ha detto che mi va di scherzare. Che sono una gran burlona. Messo alle strette s’è limitato ad un sorriso ebete. Accompagnato da un’alzata di spalle. Seguito dalla mia consapevolezza incredula che non avrebbe desistito. Che non sarebbe bastato. Al massimo aveva tardato qualche ora. Minuti. Poi eccolo là. Come se la città fosse quei pochi metri. Un pugno di passi che mi giravano intorno. Piove e prima che lo possa vedere mi ripara con l’ombrello. A volte non riuscivo più nemmeno a dirgli grazie. Il troppo è troppo. A raccontarlo si potrebbe non credere.
Stavolta, come tante altre, ha di nuovo solo la scusa del caso. E me lo trovo davanti all’improvviso. Non so come fa a sapere. Come riesce sempre ad essere dove sono. Se gli chiedo dove va, va sempre esattamente dove sto andando. Dalla mia parte. Decido in un attimo di rinunciare alle scarpe. Di optare per la spesa. Si ricorda che deve comprare il latte. Spero gli scada e vada a male in frigo. Non ho il tempo nemmeno per pentirmi. Me lo ritrovo che mi spinge il carrello. Che mi da un consiglio sulle marche. Sull’etica del prodotto. Sull’attenzione per il prezzo. Mi spiega persino che la confezione grande è troppa anche per due. Si ferma davanti ad una vetrina e si specchia. Si vede bello. Credo che solo con il tempo io potrò capire. Ma ho finito il tempo. Mi ha espropriato della mia vita. Mi chiede continuamente se mi serve qualcosa. Se non mi stanco troppo. Se ho un languorino. Sete. Se mi fermo a bere sento il rumore di lui che gusta la sua birra. Se sogno entra anche nei miei sogni. Ormai conosce il miei colleghi per nome. E tutti lo conoscono. Potrei inserirlo nei documenti di riconoscimento. Segni particolari: lei e il suo doppio. Come un’ombra. L’ombra della mia ombra. All’ombra della mia ombra.
Vorrei dirlo a Carlo ma non credo capirebbe. Gli do appuntamento in caffetteria. Ha il coraggio di farsi trovare anche lui là: “Mi fai conoscere il tuo amico”. Purtroppo mi ha preceduta. Carlo è ancora ignaro di tutto. Si siede prima ancora di averne il permesso. Cerco di mantenere la calma. Difficile. Impossibile. Si ordina la sua bionda. “Naturalmente è mio”. Gli spiego che stiamo per sposarci. Piena di rabbia. Stizzita. E’ incredibile. Ci porge i suoi complimenti. Ci fa gli auguri. Lo ha creduto ma la sua garbata faccia tosta non cambia di una virgola. Sembra anzi sinceramente felice per noi. Si informa da Carlo. Carlo sta al gioco. E ne approfitta per farsi bello. Lui consiglia di spostare la data. Si scusa se non potrà partecipare in compagnia. Si propone come testimone. Il coglione accetta. Forse il nostro è uno scherzo atroce. Se lo merita. Vorrei riprendermi la vita. Naturalmente Carlo è solo un collega. Poco più. Quasi un amico. Quasi mi corteggia. Non ne sono sicura. Credo si tratti di indecisione.
Ormai la cosa sta precipitando. Apro la porta e so di trovarlo. Come al bar. Così al cinema. In qualunque posto. Dietro qualunque porta. Entro in salotto ed è già comodo per il caffè. Quando ha cominciato ad entrarmi anche in casa? Entro in camera e mi sta aspettando. “Posso essere sola mia, almeno mentre mi spoglio”? Lui: “Fai pure”. Lui: “Se vuoi mi giro”. Lui: “Fai come se non ci fossi”. Preferisco stare zitta. Ha le braccia sotto la testa. La testa appoggiata al cuscino. Gli chiedo sarcastica: “Serve altro”? Ha l’ardire di dire: “Solo te”. Lo guardo con disprezzo. Lui il disprezzo non ha mai imparato a leggerlo. Mi dico: “E’ l’unica cosa che non puoi avere”. Lui mi chiama “Micetta”. Odio quando mi chiama “Micetta”. E odio i gatti. E i peluche. I suoi li ho gettati il giorno stesso. Mi dico “Guarda se vuoi guardare”. “Cosa c’è da vedere”? “Stupido”.
Il suo tempo è terminato. Lo lascio lì e vado a farmi una doccia. E’ subito pronto dietro la tenda. Mi passa il sapone. Almeno che si renda utile. Parla ma non lo sento. Le parole sono coperte dal getto d’acqua. Mi porge l’asciugamano. Parla. Le parole sono coperte dal Phon. Mi vesto per uscire. Mi dice che gli piace di più il vestito verde. Che il verde mi dona di più. Che si accompagna con il colore degli occhi. “Scusa se mi permetto”. Scelgo quello blu di prussia. Con una borsetta gialla che stride. E scarpe nere col tacco sottile. La sua faccia non riesce a nascondere la disapprovazione. Prova a protestare ma poi tace. Mi ricordo che non mi ha mai detto il suo nome. Lo chiamo: Lo sconosciuto. Quando ho finito le offese. Forse più semplicemente l’ho scordato. Non mi serve un nome per dirgli quello che penso. Digerisce tutto. Fuggo in preda all’ira. Indispettita. Sono ancora in affanno quando torno a sedermi alla scrivania.
Lo ritrovo ancora là allora di cena. Sono confusa. Non sono lucida. Uso un tono ironico. Marcatamente ironico. Io stupida. Non lo capisce. Io imbecille. Gli chiedo se vuole altro. Ammette che ha un po’ di appetito. Che gradirebbe… Si siede a tavola e aspetta. Mi cadono le braccia. Dice che la mia zuppa di pesce surgelata del supermercato è buonissima. Che non ne ha mai mangiate di uguali. Si complimenta perché sono una brava cuoca. Ho messo dentro tutto l’arsenico che avevo in corpo. E sono andata abbondante di sale. Dice un Finalmente! che non trova contesto e si pulisce la bocca. Mi chiede del vino. Vorrei versargli dell’aceto. Perché non l’hai chiesto prima? Allora? Quando era il tempo? Il momento? In fondo siamo un uomo e una donna? In fondo è normale? Allora perché? Cerco di farmi forza. Coraggio. Di convincermi che non è impossibile. Non ci riesco. E’ ormai troppo tardi.
Carlo si è deciso. Audace non lo è mai stato. Non è nel suo carattere. Cauto sì! fino all’esasperazione. Non gli ho chiesto nulla. Mi ha raccontato che è separato. Titubante. Timidamente. Mi piace anche quand’è così. Mi piace fare la parte di quella che consola. Fingo di avergli creduto. Non mi costa niente. Se è quello che vuole io posso credere anche a babbo natale. Se vuole faccio anche la parte di santa Rita. Ha trovato il coraggio. Sale da me. Dice che si sente in colpa. Per non avermelo detto. Ma che finalmente è libero. Penso “Libero per una notte”. So accontentarmi. Ho imparato a farlo ultimamente. Mi basterebbe anche per qualche ora. Persino per un po’ di minuti. Non ho chiesto il paradiso. Nemmeno di illudermi. Mi basta essere quello che è una donna con un uomo. Ne ho abbastanza delle parole. Di sole parole. Riesco a malapena a trattenermi. Lui cerca di baciarmi. Io lo porto di là. Lo spingo giù. Gli lascio l’impressione di fare tutto lui. Armeggio con la cintura. Proprio non ci sa fare. Non è in grado di aiutarmi. Mi indispettisco. Ho fretta. Nella fretta ho un po’ di impazienza. Ho ancora la gonna addosso. Anche se ormai è salita fino al cielo. Lui è in temperatura. Le sue mani sono curiose di me. Non ha ancora fatto a tempo di sfilarmi il reggiseno.
Stavolta ci avevo sperato. Me ne ero quasi dimenticata. Cado dalle nuvole. Trasecolata. E’ là, il mio incubo, ai piedi del letto. Tranquillo come davanti alla tele. Placido. Anzi ci osserva con lo sguardo di chi sa. E di chi è curioso. Ancora convinto del nostro progetto matrimoniale. Lo guardo con tutto l’odio che posso. Lo guarda anche Carlo, dopo essersi districato dall’abbraccio. Cerco di trattenerlo. “Fate pure. Se volete aspetto fuori”. Dovevo immaginarlo. “Per me puoi anche rimanere”. “Per me puoi anche guardare, se vuoi guardare”. “Guarda pure”. Indispettita. Gli infilo una mano nei pantaloni. Al mio amante. Deliberatamente. Platealmente. Il coglione di Carlo si blocca. L’infingardo. Chiede scusa. Si ricompone. Dice: “devo proprio andare.” –e prende la porta. Mi lascia sola con la mia ossessione. Gli grido dietro “Coglione!” –quando ormai mi sa che è già per le scale. Si è precipitato giù da quelle scale. Mettendo a rischio la sua incolumità. Zompando i gradini a quattro a quattro. Trattenendo i pantaloni slacciati. Mi sa che anche con lui la storia è già finita. Prima ancora di cominciare.
Lui è ancora là. Non ha fatto una piega. Come se tutto quello non lo riguardasse. Imperterrito. Gli tiro la spazzola per i capelli. La schiva sorridente. Mi rifugio in bagno e non so trattenere le lacrime. Carlo, torna qui. Piango a dirotto come una scema. Di rabbia. Di odio. Di delusione. Di annientamento. Mi guardo allo specchio. Ormai ho la faccia di un mostro. Lui mi parla attraverso la porta. Decido di tornare di là. Di affrontarlo. Si scusa senza troppa convinzione. Mi chiede se voglio essere consolata. Si offre. Cerca di convincermi che forse è meglio così. Che se n’è andato perché non mi merita. Mi spiega che un passo del genere ha bisogno di essere ragionato. Che si deve pensare bene. Che è un poveraccio. Mi sento disarmata. Mi dice: “Sono il tuo gatto parlante”. Gli spiego che odio gli animali e che: “E’ un grillo”. Ribatte: “Fa lo stesso”. Poi aggiunge che pensava ad una ragazza di nome Alice. Che io gli ricordo Alice. Ma se anche fosse un pesce sarebbe lo stesso. Mi sento priva di forze. Non ho energia per riprendermi. Per reagire. Per replicare. E’ la fine.
Gli chiedo indispettita: “Cosa vuoi da me”? Mi risponde angelico prima: “Niente! –poi, messo alle strette– Non pretendo di essere… solo l’amore”. Vorrei sbatterglielo in faccia quel suo amore. Alzo il braccio ma mi blocca lo schiaffo. Mi spiega che lui è paziente. Gli sputo in faccia. Cerco di assestargli un calcio. Penso di fuggire da casa mia. Di chiedere aiuto. Di scivolare sotto il letto. Cerco di morderlo. Vorrei riprendere da dove sono stata interrotta. Vorrei mille cose in un turbinio folle. Per un secondo mi fa anche paura. Mi strappo il vestito. Come impazzita. I capelli in disordine. Il trucco ancora colato. Vorrei dirgli: “Potrai avere il mio corpo, non la mia anima”. Mi sembra retorica. Molto retorica. Ho una crisi isterica. Gli grido che sono porca. Che non è abbastanza per me. Che non ne ha abbastanza per me. Me la prendo più con me che con lui. E grido cose senza senso. Disperate. E poi mi affloscio a terra.
Si china. Mi passa una mano tra i capelli. Mi asciuga le lacrime. Scaccio il braccio con cui tenta di cingermi le spalle. Si prova a confortarmi. A calmarmi. Come se non fosse lui. Lui la causa. Non capisco. Temo che non voglia capire. Che non capirà mai. Cerca di farmi rialzare. Mi confessa: “Non posso vivere senza te”. Gli regalo tutto il mio armadietto di barbiturici. Per sicurezza affondo il coltello nel ventre. Con le mie ultime forze. Fino al manico. Mi regala la vita sorridendo placido.
Non faticano a credere che mi sono difesa. Da uno stupro. Nelle condizioni in cui mi faccio trovare.
Non mi è facile prendere il sonno. Mi sento libera e mi assopisco, e lui mi appare in sogno.

Ripetizione

Sarei dovuto essere al mare. Era venuta da aprirmi la mamma accaldata. Gentile, fin troppo gentile. Si era asciugata le mani sul grembiule. Avevamo attraversato un lungo corridoio in penombra. Poi mi aveva accompagnato nella sua cameretta. Lei era con la testa sulle nuvole e pareva sorpresa del nostro arrivo: “Potevi anche infilarti qualcosa di più… di più… comodo”.
Decisamente il caldo era torrido e la stanza senza condizionatore, o almeno era spento. Mi sarebbe parso normale che una persona, in casa sua, si mettesse in libertà se non aspettava visite. Se… ma doveva sapere dell’appuntamento. E doveva avermi sentito arrivare. E il ciabattare della madre. E la finestra era chiusa. Non ero pagato per farmi tante domande. Volevo mettermi subito al lavoro. Avevo capito subito che sarebbe stata una lezione complicata. Dentro era più caldo di fuori. Oppure era solo una mia impressione.
La mamma era tornata bussando alla porta per chiedermi con gentilezza se gradivo un caffè o qualcosa di fresco. Avevo declinato cortesemente quell’offerta; non avevo trovato il coraggio di chiederle se aveva una limonata. La figlia si era mostrava subito non molto interessata né a me né a ciò che ero, aveva uno sguardo annoiato e non molto perspicace. Mi ero informato dove erano arrivati col programma e avevo sfogliato il libro di testo frettolosamente. Per in po’ la mamma s’era intrattenuta per poi scusarsi perché aveva da fare: “State pure tranquilli. Cercherò di non disturbarvi. Tu fai la brava; non fare come il solito che poi chi lo sente tuo padre. Professore… se ha voglia di qualcosa non si faccia riguardo, mi chiami pure. Mi raccomando, le affido la mia bambina”.
Con tutta quella abbondanza di bambine se ne potevano fare almeno due, se non tre. Era un invito persino ingombrante. La figlia invece mi chiamava prof e mostrava disinvoltamente le… di non voler darmi troppo ascolto. Non speravo che sarebbe stato facile destare il suo interesse. Il caldo d’estate faceva tutto il resto e nella stanza non c’era l’ombra dell’entrata. La luce era abbagliate. Quel sole affacciato alla finestra era anche dentro. Forse saremmo stati meglio fuori. Forse. Mi son guardato bene dal proporlo. Avevo il timore che potesse accettare. Di vedere che si alzava. Non sapevo cosa aspettarmi.
Con quelle trecce sembrava ancor più ragazzina. Ma a pensarci meglio anche la mamma cercava di nascondere parte degli anni che aveva visto passare. E anche nel caso della donna avrei potuto tranquillamente ammettere che si trattava di una donna in carne seppure piacente. Mi distrassi a chiedermi se ci fosse un po’ di naturale gelosia tra le due. Tra la madre che sfioriva e la figlia che stava sbocciando. Un semplice pensiero innocuo e vano. Sospettai che la madre potesse essere in quel momento dietro la porta a origliare. Poi decisi che non era il tipo e mi misi tranquillo. Cercavo di tornare al lavoro. Lo cercavo insistentemente. Stavo in piedi perché non riuscivo a trovar pace seduto. Per quanta pazienza ci mettessi mi sembrava tutto inutile. Lei nemmeno fingeva interesse. Per provarci ci provava ma senza impegno. Poi dipinse negli occhi rassegnazione: “Tu, posso chiamarti Dario? sei anche troppo gentile. Forse sono io che non capisco”.
Non amo barare, non voglio ingannarla, profittare della giovane età: io ci campo con le ripetizioni di algebra; ma lei questo lo sa. Sull’avviso c’era scritto chiaro: sette (7) euro all’ora. Ma non so mentire nemmeno a me stesso e forse è anche un po’ colpa mia che non mi sono saputo spiegare bene come il solito. Ma poi, in fondo, prende gli stessi soldi una donna per fare le pulizie. Non rubo nulla e non sono votato al martirio. Quello che mi danno me lo guadagno tutto. Ma non posso capire al posto suo, per lei; su questo è da un po’ che mi sono rassegnato. Come diceva lo scrittore: è inutile dare pietre ai porci. E quando me la ero trovata davanti avevo facilmente intuito che nulla sarebbe stato facile. E lei sembrava restare lì immobile per confermarlo. A guardarmi così e a succhiare la matita. E quando si ostinava a continuare a guardarmi così, dal basso, da sotto in su, con quell’aria che si chiedeva chi ero e che volevo, mi metteva rabbia. Voglia di prenderla a schiaffi. Di scuoterla. E provocava la mia strana impazienza. Ma non sarei onesto se non ammettessi che le dico le cose mentre mi trovo a pensare ad altro. Quando nel mio cervello si affollano rumori e cerco di distrarmi e ritrovarmi a ascoltare quelli della casa.
Non amo barare e non voglio ingannarla e imbroglierei me stesso se negassi di avere la curiosità di guardare dentro quella canotta. E di abbassarmi per spiare il quasi mutismo della sua mano. Solitamente mi imbatto in ragazzetti e ragazzette molto più giovani. O che almeno dimostrano meno anni, e meno… maturità. Comunque che mi pagano per insegnare. Lei mi sembra già donna prima di diventare donna. Solo negli occhi senza trucco gli è rimasto ancora un ricordo di fanciullezza e di ingenuità. Ricordo che va e viene fugacemente per mescolarsi ad espressioni di sfida e di lusinga. Ma forse tutte queste cose son solo cose che mi faccio io, nella mia testa. Dovrei non pensarci. Provo ad infilare gli occhi dentro le pagine del quaderno: “Cos’è che non ti è stato chiaro, in quello che ti ho spiegato”.
Poggia la matita sul tavolo senza smettere di fissarmi con quel mezzo sorriso enigmatico: “Tutto… credo… credo mi sia passata la voglia di fare; per oggi. Oggi faccio fatica. Con questo caldo. Puoi smettere di pensare per un attimo ai tuoi sette euro? Non sono che soldi. E io non faccio la spia”.
Cerca in me della complicità. Vorrei ribellarmi. Le dico che non è questione di fare la spia. Non penso che la mamma, se lo sapesse, sarebbe contenta di spendere i suoi soldi così. Inutile cercare di spiegarlo a lei, di convincerla e richiamarla alla disciplina. Forse mi manca un po’ di autorità. Mica lo so perché ma intanto le domando quanti anni ha; mi risponde: “Abbastanza”. Inutilmente le domando come si chiama; ribatte semplicemente: “Ti faccio paura”. Le domando, tanto per dire, se ha il ragazzo; ride e mi chiede: “Sai che sotto ho solo le mutandine”?
Tutto sembra completamente famigliare e naturale nella sua voce. Come se io non fossi altro che un suo compagno di giochi. Quello a scuola del banco acconto. Una semplice amica di confidenze. O il fidanzatino. Come ci conoscessimo da lungo tempo. Come se nottetempo fosse cresciuta troppo in fretta. E fossimo diventati amanti. Senza pudore mi provoca: “So che vorresti vedere cosa sto facendo sotto”.
Tutto sembra sfuggirmi. Ha ragione. In realtà sono ormai curioso di tutto. Rifletto e penso che stavolta rischio di mettermi veramente nei pasticci. Non posso convincermi della sua bellezza. Non è quello. Non che sia brutta. Solo che questo conta meno. Non è una questione di qualità ma di quantità. Mi sfilo i pantaloni e cerchiamo di fare piano e lei anche me lo spiega: “Facciamo piano che la strega ascolta tutto.”–mentre inseguo la soddisfazione alle mie curiosità. Non ho nulla da insegnarle. Non ho mai visto nulla di simile.
Il giorno dopo mi arriva un messaggino: Ero curiosa. Nn avevo fatto mai con 1 vecchio. Domani alle 8. Sera. Siamo soli. Cerca di essere puntuale. Obbligo. Senza libri.
Non sono pratico con queste cose e solitamente sono breve. Vorrei chiederle come le è sembrato con “1 vecchio”. Una piccola rivincita alla sua infantile e ingenua arroganza. Non vorrei correre il rischio di fidarmi troppo del mio presunzione. E di lei non mi fido per niente. E’ capace di tutto. Preferisco lasciare perdere. Digito il meno possibile: Mai fatto con 1 piccola e 2 gigantesche. Complimenti. Ci sarò.
Segue una telefonata: “Non andare a raccontarlo. Se proprio devi non dire fichi per fischi. Se te lo chiedono: una ottava. Ti amo.” –e riattacca.

Prima, all’inizio, non si è mai completamente calmi. Sbrigati, dico a me stesso.
Non c’è molta gente. Prendo il numero. Arriva il mio turno. E’ stata quella la mia maledizione, capitare proprio al suo sportello. Non era certo la mia giornata. Come potevo saperlo? Ne ero anzi rimasto contento: “Cosa posso fare per lei”?
Avrei anche fatto un prelievo se fosse stata la mia filiale, se avessi avuto un centesimo in conto: Un po’ più a sinistra. Ecco! Ora un po’ di più. Prenda un qualsiasi stampato dal cassetto più basso. Si chini verso di io. Questa è professionalità. Servizio al cliente. Solitamente sono serio sul lavoro: “Fosse per me… tutto e anche di più”.
Lei è persona simpatica, ma mi può dire cosa vuole”?
Vorrei, per volere vorrei. Vorrei, non potrei, ma se vuoi… Sono fiori di pesco”.
Vuole parlare col direttore”?
Preferisco dire, fare, parlare con lei. Posso gentilmente sapere il suo nome? Magari il numero di quell’affare. Magari il numero di cellulare”?
Impiegata 5432, al suo servizio”.
Ammetto: è stato amore a prima vista. Ammicco con gli occhi abbassando ulteriormente un po’ la voce. Spero ancora che mi faccia vedere di più: “Non è eccitazione. Quella sì. Anche. Ma quella… l’altra… insomma… è una pistola. Dovresti essere così gentile di mettere tutto nel sacchetto. Facendolo in silenzio e senza eccessiva flemma”.
Come vuole”.
In un altro momento non avrei certo fretta. Lei fa come le ho detto. E continua a sorridermi. Sono certo che sente quello che sento. Intanto infila dentro le banconote con ordine. Le stipa bene. Anche se c’è sufficiente spazio. Ha calma senza perdere tempo. Vorrebbe tenermi lì per sempre: “Posso fare altro”?
Dannazione. Di cose me ne vengono in mente molte. Anche troppe. Magari un appuntamento. Purtroppo vado di corsa. Sono i limiti di questo lavoro. Vorrei fermarmi almeno ancora un po’, cogliere l’attimo, ma: “Devo proprio andare”.
Sarò stupido ma non riuscivo a non pensare a lei. Insomma ci ho pensato. Sì! No! S’! No! Sì! No! La chiamo? Non la chiamo? Alla fine l’ho messaggiata. Sono io, sei tu? Non è che ci si possa capire molto. E’ un sistema per telegrafisti. Decidiamo di sentirci. Riconosco subito la sua voce: “Parlo proprio con l’impiegata 5432 di persona?” –scandendo i numeri.
Se è con me che voleva parlare sta parlando con la persona giusta. Cosa posso fare per lei”?
Mi piace la sua disponibilità, l’affabilità, e parliamo lo stesso linguaggio. E’ carina e anche gentile e anche spiritosa: “Che ne direbbe di vederci. Mostrarmi. Magari toccarci. Lettera. Testamento”.
Ancora una volta è premurosa. Mi dice che per me farà il possibile per liberarsi. Già avevo deciso di dividere cinquanta a cinquanta. Sento il borbottio della sua voce dietro la mano che copre la comunicazione. Mi dice l’ora. Mi da l’indirizzo. Mi chiede conferma. Se non mi è troppo scomodo. Se preferisco che mi raggiunga lei. Io sono un signore, non farei mai scomodare una signora. Non ho più di mezz’ora per raggiungerla.
Vado fiducioso all’appuntamento e invece di trovare lei ci trovo la madama. Ditemi voi se non è sfortuna questa?

Gli dico “Lascia stare, faccio io.” –e mi faccio padrona della cucina e mi metto comoda; detesto poi essere in disordine. Mi fa sentire a disagio.
Non è casa mia, non so dove mettere le mani. Guardo quello che c’è nel frigo e apro un paio di stipetti. Frugo qua e là prima ancora di sapere cosa cercare. Non è il caso di un vero è proprio pranzo. E’ solo uno stacco. Dobbiamo ancora finire di vedere le ipotesi di progetto per la piantumazione per il giardino e pensare a qualcosa per le scale. Un paio di fette tostate andranno più che bene. Nel frattempo continuiamo a parlarci attraverso la porta socchiusa.
Lui crede che non me ne sia accorta, io credo che non imparerà mai a leggere in pianta. Per la progettazione è bravo. Ha delle idee quasi geniali. Non saprei muovergli degli appunti. Siamo una bella coppia. Affiatata. Qualcuno ci scambia per una coppia vera. Qualcuno crede ci sia stato, o ci sia, qualcosa tra noi. Non che… Non è proprio il mio tipo. Non c’è una ragione precisa. Solo che… siamo solo buoni colleghi. E mentre parlo penso a tutto questo. E penso che non c’è nessuna ragione perché debba pensarlo. Gli dico che forse dovremmo rivedere il preventivo, scordarci delle tabelle. Non possiamo perdere quell’incarico. All’improvviso lo vedo affacciarsi: “Cosa dicevi a proposito della signora Moroni”? Capisco che non ha sentito molto delle mie parole.
E’ rimasto immobile, sbigottito sulla porta. Lo guardo. E’ allibito. Mi guarda e pensa. Il suo silenzio è qualcosa di pesante. Palpabile. Fisico. “Ho frullato delle fragole”. Torna a guardarmi e torna a pensare, tanto che al primo momento non capisco e mi controllo. Ho solo tolto la gonna e tirato su la maglietta. Niente di così indecente. Mi sfugge un sorriso: “Scusa, ancora un attimo. Non ho ancora finito”. Trova all’improvviso il coraggio che non gli ho mai visto e si fa audace cercando di sostenere i miei occhi. Balbetta: “Possiamo anche smettere per un attimo di parlare di lavoro? Pensavo che… credo di non aver più appetito”. In verità è buffo e mi fa simpatia. Sto quasi per dirglielo, poi ci rinuncio. Una donna dovrebbe sapere quando tacere. Guardo i miei abiti sulla sedia e lui segue il mio sguardo.
Sarebbe stupido. Mi sorge un sospetto. Un dubbio. Di là aveva accesa un po’ di musica. Non riesco a distinguere la canzone. Mi pulisco le mani su un canovaccio e preferisco essere chiara con lui: “Perdonami, ho profittato per mettermi a mio agio, non fraintendermi, non mescolo mai gli affari col resto. E poi siamo amici”.
Non era mai intenzione fargli del male. Rassegnato esce, come gli fosse crollato il tetto in testa: “Volevo solo dire: fai pure con calma.” –e dentro di me mi spiego: lo so che sei un gentleman.
Non volevo certo aver malizia. Non sono nemmeno poi tanto sexy. Accelero. Finisco in fretta. Fosse solo per me i crostini avrebbero bisogno di essere ancora appena tostati. Può bastare così. Torno a guardare gli abiti sulla sedia e mi decido: li lasciò lì. Torno di là così come sono, portando il mio bel vassoio: “E’ solo uno spuntino”. I suoi occhi chiedono pena e mi fanno pena. Mi guarda. Non sa come comportarsi. Mi magia; mi mangia con gli occhi. Dovrei esserne lusingata. Gli sorrido: “Ti spiace stappare un po’ di vino? Festeggiamo”.
Non fa il gesto di alzarsi dalla scrivania. E’ ancora troppo sorpreso a frastornato. Appoggio il vassoio che ho preparato: “Non mi chiedi cosa festeggiamo”. Non mi risponde e abbassa la testa. Credo che se non mi invento qualcosa non avrò più il piacere di sentire la sua voce. Temo che stia per piangere. Offeso nel suo amor proprio. Come sono delle bestie stupide gli uomini. La verità è che stare in cucina mi ha fatto sete, e caldo. Ripeto e giuro, non ci avevo messo malizia. Gli metto in mano, a forza, il cavatappi: “A proposito di prima, di quello che hai pensato prima, volevo dire che siamo prima amici che colleghi. Non ci può essere niente di più tra noi. E poi sono già impegnata. Non ci pensare. Se sei d’accordo e mi prometti di non metterti strane idee in testa, se è chiaro che è solo un attimo, allora potrei anche farlo”.
Strabuzza gli occhi cercando di capire; quella nuova evoluzione. Quel mio gesto di altruismo. Non saprei descrivere la sua faccia se non come allibita. Frastornata. Proprio non lo capisco. Ci conosciamo da una vita. Non è certo la prima volta che mi vede. Certo, solitamente non sono… così. E carte sono sparse sul tavolo. Lì c’è tutta la nostra fatica. E un pezzetto di futuro. In fondo gli voglio bene. Cerco di tranquillizzarlo con un sorriso. Gli accosto la bottiglia. Gli passo le dita sulla testa in una carezza. Biascica stentatamente mentre gli si prosciuga la saliva: “Cosa”?
Mi libero gli occhi dai capelli. Ormai sono decisa. Cerchiamo di sbrigarci. Mi invento l’espressione più maliziosa che so fare. Quella è gratuita. Non ho mai avuto bisogno di fingermi fatale. Un attimo ancora per decidermi. Mi sfilo la maglietta. Mi libero del reggiseno. Mi guarda sempre più incredulo e sempre più interessato e sempre più soddisfatto. Gli torna il sorriso. La tensione si sgela: “Farmi togliere le mutandine”.
Non riesce a dire nient’altro che, come un sussurro: “Antonelli”…
Cerco di alleggerire quella tensione con un pizzico di ironia: “Fatti animo che se perdiamo questo lavoro c’è il rischio che mi trovi a doverlo fare per mangiare”.

Il miracolo

Padre santissimo”.
Dimmi cara figliola”.
Cara figliola un cazzo. Avete avuto la soddisfazione e ora mi trovo incinta”.
Il religioso si esprime in un sussurro per invitare la donna ad abbassare il tono della voce: “Non vorrete fare schiamazzi? A tutto c’è rimedio”.
Voi pensate alle vostre anime che io penso alla mia carne. Rimedio, un cazzo. Avevate detto che era per la santissima vergine Maria madre del suo figlioletto Gesù. E che Diego avrebbe trovato lavoro”.
Bisogna aver pazienza. Pazienza e fede”.
Pazienza un cazzo. Io v’ho creduto. Lui è ancora a casa. E adesso che gli racconto”?
Da quanto ne avete la certezza? Potete sempre confonderlo ch’è suo”.
Suo, un cazzo. Son quattro mesi che sta ubriaco per il dolore e la mortificazione, povero uomo. Son quattro mesi che non mi tocca”.
Meglio, molto meglio. Vedete che il signore vi aiuta”?
Cosa mi vorrebbe dire questa ciarlataneria”?
Non agitatevi Teodora, in quanto non serve a nulla. Siete una donna scaltra, non avrei di che ingegnarvi. Aiutatelo e fatelo bere. Poi, dopo averlo coricato a letto, siate gentile con lui. Fategli qualche lusinga, qualche lusinga. Non vi chiedo grande sacrificio. Basta cosa leggera. In fondo è pur sempre vostro marito. Siete uniti dal santissimo sacramento del matrimonio. L’indomani non sarà in grado di ricordare e sarà pronto a credere a qualsiasi fola”.
Dite”?
Ho detto. Non vi sembra sensato”?
E… per quel lavoro”?
Il Signore vede e provvede. Che vi metta una mano in testa. Ci vuole penitenza, figliola. Tanta penitenza”.
Poco distante dal confessionale una pia donna è intenta nel suo pregare e nel chiedere grazia in un bisbiglio, gli occhi bassi in segno di penitenza che solo di tanto in tanto, e fugacemente, hanno l’adire di correre fino alla pala dell’altare che rappresenta il dolore e il sacrificio massimo: una crocifissione. La pia donna muove le labbra quasi in silenzio con un ritmo di cantilena ma questo non le distrae gli altri sensi. Riesce a dialogare con la madre veneratissima ed il frutto del suo ventre e, contemporaneamente, dall’inginocchiatoio tende l’udito per rubare frammenti della confessione. Con quei frammenti lei ricostruisce una storia che è un’altra storia da quella in cui sono coinvolti gli altri due presenti, cioè La donna Teodora e il confessore Fra Caigo. Non corre nessun sangue tra le due devote, né buono, né cattivo, semplicemente la differenza d’età crea un solco che le fa appartenere a mondi diversi. Non hanno in comune nessuna frequentazione. Nessun’altra ragione apparente e ragionevole motiva la forte antipatia che anima Rachele nei confronti dell’altra. Certo Teodora porta la svergogna entrando nel luogo sacro senza coprirsi il capo, ma non è solo questo. Sono gli abiti di cui si veste, è il tono della voce, quel modo di camminare, eretta, il modo in cui dice le cose, il trucco che mette e i trucchi che usa, come la guardano gli uomini; insomma tutto.
La poveretta, e quel poveretta è aggettivo che accettava commiserazione ma non comprensione, è l’antonimo di un complimento, della solidarietà, con quel marito che si era ritrovata, che non lavorava e passava tutto il suo tempo e sperperava quei pochi soldi all’osteria, non poteva certo sottrarsi al suo destino. Certo che una donna deve esserci portata a certe cose, una ci nasce, non ci diventa; e non era nemmeno bella. Era chiaro che anche con l’oste era costretta per fargli perdonare i debiti del marito. L’aveva vista, mentre aspettava, impallidire e sentirsi venir meno. Era chiaro che la meschina aspettava un bambino, tanto chiaro da essere evidente fino all’esagerazione, Solo il becco poteva non accorgersene, è sempre così, e certamente non era suo. Quella donna civettava con tutti e se le cercava, se apri la porta al male non ti puoi fare poi meraviglia se quello entra.
La donna andò allora ad inginocchiarsi davanti all’edicola della confessione, ma non per confidare i propri peccati, li aveva già riconosciuti solo mezz’ora prima, e nel frattempo li aveva anche emendati, che nemmeno con tutto l’impegno del maligno avrebbe potuto commetterne altri in quel lasso di tempo e in quel luogo sacro –sul luogo le sorse un estremo veloce dubbio– ma solo per chiedere consiglio: “Padre, voi che mi siete confessore, dove ho trovato sempre saggezza e le risposte giuste, una cosa ho da chiedervi: se una donna timorata di Dio viene a conoscenza di un delitto ha il dovere di andarne a parlare alla polizia”?
Fra Caigo ne aveva abbastanza di quella vecchia pettegola che passava la vita china a pregare per poi trovare brevi pause per peccare, fino inventarsi peccati, suoi o indifferentemente di altri, solo per la soddisfazione di andare da lui a raccontarli. In quel momento aveva ben altri grattacapi, possibile che nessuno si distragga un attimo a farsi gli affari suoi? Quella donna lo assediava. Lui aveva sempre cercato di fare della propria vita virtù, un bicchierino ogni tanto, una sigaretta dopo cena, e quasi nient’altro; e soprattutto preghiera. Se aveva peccato quei peccati li aveva sempre spiati. Ora aveva quella seccatura. Perché la carne gli piaceva, soprattutto se giovane; non sapeva che farci. Sì mortificava ma quelle, quelle tra le sue pecorelle, lo tentavano. Naturalmente per quella… quella carne vecchia nulla avrebbe potuto convincerlo; aveva solo repulsione, non avrebbe potuto convincerlo nemmeno con mille pater nostro. Nonostante l’irritazione il fratello non poteva rischiare in peccato del bugiardo e si sentiva costretto a dire quello che pensava veramente; anche se si sarebbe volentieri preso gioco di quella bacchettona. Deliberatamente finse di non riconoscere quella voce, anche per non inasprire la pena e nella speranza di togliersela velocemente dai piedi: “Certamente, buona donna. Ritengo sia dovere del vero credente rispettare anche i doveri della legge e delle regole terrene”.
Teodora era sempre stata persona spiccia, nel parlare e nel fare, ma onesta. Delle tante cose che non sopportava in quell’uomo una delle peggiori era il suo bisogno di santità e la sua necessità di condire il poco di tante parole. Però convenne che quando l’acqua arriva alla gola anche un uomo del genere, un immondo profittatore delle disgrazie degli altri, si faceva scaltro. Tra la certezza e l’incertezza vi avviò resoluta verso l’uscita, con una certa fretta, augurandosi che avesse ragione e che le speranze, oltre le ansie, potessero farsi vere. Uscì dalla tempio sibilando: “Laido vecchiazzo”.
Aveva voglia di piangere; di piangere di rabbia, di incertezze, di rassegnazione, di orrore, di solitudine, di miseria, di nausea, di sporco, di disprezzo. Per una bestemmia. Perché non aveva nessun’altra a cui dirlo se non a se stessa. Aveva voglia di piangere per tutte quelle cose. Non per vergogna. Quel figlio non lo voleva. Non in quel modo. Non da lui. Era stata una volta, una volta sola. Lo aveva fatto per lui. Per bisogno. E le aveva fatto schifo. E rimorso. E quello se l’era portato addosso. Per giorni. Ancora lo provava. Niente era stato lo stesso; dopo. Aveva cercato di convincersi che non era successo; non c’era riuscita. Non c’è mai nessun modo per fuggire i ricordi. E ora ne era marchiata.
Il cappellano si era regalato una breve pausa e aveva osservato attentamente l’uscita della sposina e non aveva potuto non restare affascinato, ancora una volta, della perfezione di quel posteriore che parlava; si era subito chinato e segnato tre volte. Ora andava spegnendo le candele, perché era un uomo che sapeva prevedere ed è sempre meglio risparmiare che trovarsi poi in disgrazia, prima di mettersi ad abbellire l’altare con gli iris e i garofani bianchi per il matrimonio che si sarebbe dovuto celebrare nel pomeriggio, ma si avvicinò proprio al confessionale per la curiosità di rubare qualcosa da quelle parole. Non poté udire nulla della risposta ma era inorridito e si chiedeva di quale misfatto poteva essersi macchiata la vecchia poiché la parola l’aveva sentita bene a chiaramente con le proprie orecchie. Non aveva mai avuto simpatia per quella, così falsa e intrigante che sputava veleno su tutti, anche su quella santa donna della Tea, con le sue maldicenze, calunnie e sentenze. Aveva anche da tempo il sospetto che trattenesse la sacra ostia sotto la lingua per poi portarla a casa per chissà quali usi. Sulle sue mire verso il confessore invece aveva solo certezze, e gongolava del fatto che possedesse solo l’unica attrattiva di una misera pensione. Probabilmente era stata proprio lei a passare a filo di coltello il gatto del Tonio; se non di peggio. Si sarebbe informato un po’ in giro.
In tutto quel suo darsi un grande daffare Lieto non poteva certo accorgersi che due occhi lo scrutavano nella penombra. Erano due occhi rapidi e attenti e quei due occhi erano certi che il piccolo uomo, che non era nemmeno tanto pulito, moltiplicasse i propri guadagni vendendo quei mozziconi di candele e mercanteggiando sulla sua tanto sbandierata parsimonia. Ne erano certi, solo che non erano in possesso delle prove; ma prima o dopo le avrebbero trovate. Velocemente riuscirono a sparire lì, vicino all’acquasantiera, prima che Lieto di girasse.
Il sagrestano, proprio nello stesso medesimo istante, fu sorpreso dal vedere entrare in chiesa Spartaco, e per di più in canottiera, e si segnò di nuovo. Quell’uomo, che di nome intero faceva Spartaco Josef Stalinino, non s’era mai visto in un luogo come quello. Il nuovo venuto percorse tutta la navata e si inginocchiò davanti all’altare maggiore fingendo di pregare. Il buon sacrestano era certo che non potesse riconoscere un inno sacro da una canzonaccia da bettola di infimo ordine. La ragione di quella visita insolita era che da tre mesi il figlio dello stesso Spartaco, Che Karl, che si doveva pronunciate esattamente con C’è Karl, era stato arrestato per possesso di stupefacenti in quasi modica quantità, e così il bracciante si era detto: “Vedi mai”. Solo che, cercando di parlare, la prima e unica cosa che gli venne fu una bestemmia che ingoiò prontamente. Non sapendo che dire accese una candela. Il frate lo vide e restò rintanato nella nicchia che lo nascondeva, non aveva voglia di altri incontri.
Priamo, dopo aver frugato intorno con gli occhi per accertarsi di non essere visto, aveva affidato il suo segreto in un biglietto che aveva nascosto dentro il libro delle preghiere certo che Gabriele Santo l’avrebbe trovato. Beniamino aveva offerto il braccio a Benedetta perché vi si appoggiasse sorreggendosi per scendere i gradini. Solo a quel contatto l’uomo aveva provato quella indicibile emozione, che provava sempre, della prima volta che aveva marinato la scuola, o del contatto del primo bacio quand’era ancora un ragazzino, e le parole gli si erano conficcate in gola come stele di ghiaccio uscendo, a fatica, sillaba dopo sillaba. Il sentimento dell’uomo non era più un segreto per nessuno, nemmeno per la donna, tranne che per lui stesso. Lei aveva alzato il naso all’insù con aria regale gonfiandosi e pavoneggiandosi di fierezza. In fondo nessuno avrebbe potuto dire nulla poiché lei era vedova e anche l’uomo era rimasto solo. Non si era ancora decisa, e non sapeva se l’avrebbe mai fatto, intanto si beava della soddisfazione e dei vantaggi di quelle attenzioni.
Marieta era la più temuta e rinomata pettegola di tutta la regione. Era stata lei la prima a scoprire che al casotto di Vauro era stato lui stesso ad appiccicare il fuoco; altro che un fulmine, i fulmini non si lasciano dietro le taniche di benzina vuote. Era così che lui, come tanti, ora non teneva più animali ma era diventato padrone di una bella palazzina e ora pascolava solo inquilini. Poi era passata ad altro. Era riuscita a convincere presenti e assenti che Aristide aveva una relazione con la capra Elisabetta per la quale aveva letteralmente perso la testa, e che questo amore era follemente ricambiato. Stava raccontando gli ultimi sviluppi alla sua compagna di chiacchiere, che di natura già era una inguaribile credulona, sempre bisognosa di nuove storie come linfa per sentirsi viva, tutto quello che aveva visto con i suoi propri occhi. “Da quando è cominciata questa storia quell’uomo s’è fatto taciturno, evita tutti. Ti dico che l’ho incontrato anche ieri e non mi ha degnata di uno sguardo. E sai, non per dire, io non voglio essere pettegola e odio le malelingue, ma sai come lui mi ronzasse sempre intorno, mi soffocasse di premure. Anche se io non ne ho mai dato motivo né occasione, ma non facevo che averlo tra i piedi. Marieta qua, Marieta là. L’ho persino trovato ad aspettarmi e… indovina un po’? non ci crederai, in mano aveva un mazzo di fiori. –invece l’altra non solo credeva ma quella storia, che non sentiva per la prima volta, era risaputa e aveva avuto persino dei testimoni.– Faceva ridere. Ma io niente. Sai come sono fatta. Nemmeno la soddisfazione di non ridergli in faccia. Dove vai con un tipo simile? –e sapeva, l’altra anche dov’erano andati– Sarei stata la novella di tutti i giorni”? Marieta si era fatta prendere tanto dalla foga del racconto e dall’argomento che senza accorgersene aveva alzato di parecchio la voce. Smettendo i panni del paziente confessore il servo del Signore s’era inchinato verso l’altare mentre si stava allontanando. Sentire quelle voci è stato un tutt’uno con il rimbrotto del buon uomo nel richiamare le fedeli ad un maggior rispetto dovuto a quella sacra dimora.
Tonando a casa per la scorciatoia, che era poco frequentata anche durante il giorno, la vecchia venne aggredita, spinta in una corte cieca e riempita di botte. Il marito le aveva detto mille volte di non passare per quei posti che erano posti da ladri, forse questa era la ragione ultima proprio perché la donna decidesse di scegliere quel percorso. La distanza e il tempo erano gli stessi sia andando di qua che di là. L’aggressore, naturalmente a volto coperto, vedendola per terra che vociava, facendo un inferno come se stessero spennando vive un coro di galline, le tappò la bocca, quella belva non voleva starsene ferma, e decise di togliersi anche quell’ultima soddisfazione. Andandosene poi ancora in preda alla furia della collera si trovò a chiedersi se la soddisfazione se l’era presa o l’aveva data. Si fece il segno della croce e la maledì per l’ennesima volta augurandole tutti i mali conosciuti e non.
Venier aveva visto tutto dalla finestra, ma l’unico istinto che aveva avuto era stato quello di scendere e aiutare quell’uomo coraggioso, tenendo ferma quella vecchia matta che continuava a scalciare e protestare proprio come in pazzia, per poi calmarsi e trattenersi finalmente per mantenersi zitta. Se l’era voluta e proprio meritata. Finita quella tempesta era rimasta ferma, per un po’, sul selciato e poi si era alzata a stento, tutta ammaccata, alzando occhi imploranti, allora lui aveva fatto un passo indietro tornando verso l’interno, fuori dalla luce, e lei s’era avviata zoppicando, borbottando e controllando nella borsetta.
Quando il benevolo frate confessore era tornato in sacrestia aveva trovato, con grande sorpresa, un biglietto che naturalmente non recava il nome di chi ne era l’artefice: «Nessuno è al di sopra del giudizio di Iddio. Siamo tutti peccatori, ma il peccato più grande è quello commesso nella sua casa o comunque da chi pratica la sua parola e in sua vece. Il vostro sacrilegio non è più un segreto e sarà punito prima che dalla giustizia divina da quella umana. C’è il tempo della vendetta prima di quello del perdono. La parola del signore dice di non fare agli altri… Rammentate prete». Si guardò intorno senza scorgere nessuno mentre già si chiedeva come e in che modo avesse potuto essere così distratto da tradirsi. Le sue debolezze per la carne, ancor giovane, nonostante le sue cautele, ormai dovevano essere un mistero per nessuno. Nemmeno per quel suo breve incontro con la giovanissima Giuditta, era un bocciolo non ancora colto, anche se aveva dovuto faticare per persuaderla, non si sarebbero scandalizzati che per un attimo, forse tranne proprio i genitori; comunque era convinto che la graziosa ragazzina presto o tardi avrebbe fatto in qualunque caso commercio delle sue grazie. Rileggeva quelle poche righe senza venirne a capo. Cercò di pensare a chi poteva aver vergato quel messaggio, passò in rassegna tutti i suoi fedeli, uno ad uno, per giungere alla conclusione che poteva essere stato ogn’uno di loro, che potevano averla scritta tutti; quella gente non conosceva la riconoscenza. E allora dove poteva essere arrivata ad attenuarsi e venir meno la sua circospezione?
Non ci sono segreti che in una comunità si possano veramente mantenere, né segreti che in quell’interno non si trasformino in leggenda. Quel sacro silenzio fu rotto da un grido, una voce si alzò tra quelle altissime colonne indicando l’immagine dentro la cappella: “Nostra Signora la Madonna santissima sempre vergine Maria piange”. Onestamente quell’immagine era sempre sembrata, a più d’uno, un po’ eretica, anche se non avrebbero saputo dire perché.

N.B. Anche questa foto è stata “rubata” dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato.

Una difficile difesa

La prima volta che Giovanbattista Ismaghi, giovane volonteroso avvocato d’ufficio, incontra la donna è in un giorno di maggio piovoso. Gli piomba addosso, nel suo studio, all’improvviso e senza aver fissato alcun appuntamento, per chiedergli aiuto, come tanti, come tutti, per il suo amore che, a detta della stessa, è stato incarcerato innocente, per un banale equivoco. In realtà lei entra nella stanza, e nella sua vita, come un vero uragano, tanto che l’uomo ha l’istinto di salvare l’ordine delle sue note, temendo di vedersele vorticare intorno, trattenendole in attesa di bonaccia. Si sente goffo in quel gesto e alza gli occhi a scrutare l’autrice di tutto quel terremoto. Nonostante gli occhi gonfi di pianto, la voce rotta e i capelli fulvi scapigliati, anche se ha avuto a disposizione solo quel breve tempo lasso di tempo, il difensore ha modo di soffermarsi ad apprezzare la bellezza traboccante della femmina, nonché quella vitalità decisa e senza remore né pause. Ha la sensazione che possa essere causa di disgrazie e si abbandona allo schienale della sedia. Ciò che lo distrae su quei pensieri è solo il tempo di un attimo per poi tornare a interrogarsi sul problema che può aver spinto la poveretta a interpellarlo per chiedere il suo aiuto; si arrende poiché non riesce a spiare nei suoi pensieri: “Cosa posso fare per lei, signorina”?
Lei è ancora del tutto alterata e non sembra ancora in grado di ricondurre alla ragione quella disperata rabbia: “Signora, prego”.
Capisce che dovrà lottare chiedendo aiuto alla sua abbondante pazienza. Solo a seguito di alcune pacate sollecitazioni e rassicurazioni, e ad un opportuno bicchiere d’acqua, la poveretta ritrova un minimo di compostezza e riesce a mettersi seduta quasi comoda, a smettere d’ansimare per ritrovare ordine anche nella sua narrazione. Alla fine l’uomo di legge non può che rimandare ad altro incontro, per un più approfondito colloquio, al fine di avere il tempo di documentarsi sui fatti.
Gli occhi della donna si erano fatti vitrei e sembrano non riuscire a contenere più quell’oceano di lacrime che spingevano per affacciarsi e poi abbattersi tra le sue mani alla ricerca di un rifugio. La sua voce è spezzata da quelle emozioni e di indignazione furente: “Lei mi deve credere, questo è un mondo becco. E la legge… la legge… è fuorilegge. E’ in mano a manigoldi. Gente infida, pronta a vendersi per due spiccioli e a credere al primo che apre i boccaporti per dar aria alla stiva. Che se la mettano al culo, mi scusi, la loro arroganza. Sembrano tutti colombe, colombe, invece sono… sono… avvoltoi. Campano sulle disgrazie. Godono del male altrui”.

Il legale rivede la donna un paio di giorni dopo nella stessa stanza. Lei ha ritrovato la sua calma e, se non è del tutto padrona del proprio stato, lo è almeno in parte; s’è presa cura di sé, prima di recarsi all’appuntamento; in quel momento è in perfetto ordine. Ha portato, come segno di rispetto, un paio di bottiglie di vino e un po’ di soppressata che lui può solo cercare di rifiutare per educazione. Come detto ha dei bellissimi capelli rossi leggermente ondulati che le incorniciano delicatamente il viso. Un ovale squisito, il nasino sottile e soprattutto una linea del mento che affascina l’uomo che la giudica perfetta. Snella anche se non certo magra, l’abito le modella mollemente il corpo rendendole grazia e facendole giustizia di un complimento che suggerisce anche a chiunque la guarda, e davanti è teso e pieno. Ciò che colpisce però di più il legale sono nuovamente gli occhi, così grandi e pieni di messaggi sfuggenti che si accendono come fiammelle, per un attimo pieni di morbida dolcezza e subito dopo pronti a scoppiare tra bagliori di insolenza e sfrigolii di allettamenti. Nota a margine che la voce accompagna vivacemente il mutare del colore e della luce di quelle iridi. E’ certo di trovarsi davanti ad una femmina decisa, che sa quel che vuole e che normalmente sa anche come ottenerlo, e se ne sente lusingato. Non è certo che non sia stata la stessa donna la causa dei propri mali. In quell’attimo vorrebbe solo starla ad ascoltare, ma è persona ligia al dovere, quello non è sicuramente il posto dove lasciare libertà a far danzare il gioco complesso della parti nella seduzione, e soprattutto gli preme come impostare in tempi brevi una linea di difesa per un caso che si presenta tutt’altro che semplice, proprio per la figura dell’imputato. Come sua abitudine mostra di cercare le parole tra le sue carte mentre il contenuto dei documenti l’ha già mandato a memoria, ma è solo per avere il tempo di riflettere su come esporre ciò che costruisce il castello dell’accusa, modulando allo stesso tempo il tono della voce, dando enfasi e o comprensione, e anche perché gli è di difficoltà sostenere nel tempo quello sguardo.
Vorrebbe non doverlo dire ma non può che dirlo: “Vediamo… il reo Massimiliano Aldebrandi, nella notte del 13 aprile eccetera eccetera dopo una lite violenta e presumibilmente in preda ai fumi abbondanti dell’alcool eccetera eccetera cioè visibilmente, a detta dei numerosi presenti, ubriaco, aggiungerei fradicio, stando a quanto rilevato sul posto, ha accoltellato la vittima Pietro Marin per tredici volte eccetera eccetera fino a ridurlo in fin di vita. Dico tredici. Ora signora… Ramona, sembra che per lo stesso Marin, scaricatore al porto e padre di due figli, un maschio e una femmina di anni eccetera eccetera, dicevo che per lo stesso Marin difficilmente si avrà la fortuna di vederlo uscire vivo dallo stato in cui giace. L’uomo versa in condizioni disperate”.
Sembra capire e non capire e non voler capire né sentire. Dopo aver pazientato ed averlo ascoltato attentamente, ed in religioso silenzio, la donna interrompe per un attimo il giovane interlocutore per rivendicare le proprie ragioni ed abbozzare una propria lettura ed esposizione sui fatti, così come trascritti dagli organi inquirenti, e in alternativa agli stessi: “Si tratta di calunnie. Tutte calunnie. Invidia. Iano è persona d’animo gentile. Buono. Mai sarebbe capace di simili cose. E’ incapace di fare del male ad una persona. Senza aggiungere –e qui la voce della donna ha una pausa– che a quell’ora di quella notte mio marito era a letto con me. Il pudore dovrebbe vietarmi di ammetterlo. Questo è certo nonostante tutti quei paroloni che mi rendono difficile seguire la logica di tutti quei ragionamenti arzigogolati, e tutti quegli eccetera che mi mandano via di senno”.
La menzogna non è un arte che la buona donna sappia destreggiare con perizia e conoscenza, certe pause non possono che tradire la veridicità di quel tentativo maldestro. Consapevole di non aver mai trovato un cliente che non si dichiarasse innocente, e che simili reazioni da parte dei parenti degli accusati, che a volte si spingono fino a rasentare l’isteria, sono parte del suo ordinario e del suo onorario, e che pertanto è sempre stato aduso e pagato per frequentarle, farvi fronte, lasciarli sfogare e risolverle, nel migliore dei modi, provando a calmare gli eccessi e muovendosi, suggerendo quel minimo di speranza ragionevole, senza vendere illusioni miracolistiche, prova a riportarla alla ragione, accattivandosi al contempo anche un minimo di credito. Il suo compito non è certo agevole: “Emerge, a latere dell’accusa primaria, per completare l’immagine dell’incriminato e dar più vigore alla stessa accusa, e un po’ per tentare di evitare lungaggini su un ricorso alla casualità di un evento simile, nella storia dello stesso, che l’Aldebrandi risulta non essere nuovo ad episodi di violenza, anche incontrollata, anche nei confronti della moglie, –si sente costretto ad alzare faticosamente gli occhi verso di lei– la qui presente, davanti a me, Terraneo Ramona, ricoverata più e più volte per percosse con abrasioni, ecchimosi, fino a riscontrare costole rotte in numero significativo, e un tentativo di strangolamento eccetera eccetera, mi scusi, con ricoveri ospedalieri che poi la stessa ha attribuito a proprie distrazioni e/o ad incidenti. Inoltre lo stesso ha subito alcune condanne per furto e ricettazione anche in tempi recenti ed era libero in attesa di altro giudizio solo da un paio di settimane. Eccetera eccetera. Si evince perciò una personalità di difficile controllo e atta all’aggressività anche immotivata. Debbo continuare? Credo che di questi fatti lei sia abbondantemente al corrente, o sbaglio”?
Lei non può credere che, proprio lui, il suo difensore, non le creda. La donna si sente in qualche modo tradita e smentita, smascherata, e ha un attimo di perplesso silenzio in cui, in modo evidente, fruga in sé alla ricerca affannosa di un percorso attraverso cui sconfiggere il proprio imbarazzo e trovare parole con le quali costruire una teoria alternativa e più benevola e comprensiva di quanto s’è sentita rinfacciare, in quel tempo e in quel muto riflettere si fanno assenti anche i suoi occhi. Alla fine l’espressione rassegnata del volto la tradisce nonostante la volontà delle sue parole che comunque curiosano intorno per creare una tesi di riscontro, se non altro meno ostile e avversa, o anche solo per non incontrare quelli dell’altro. Luci e ombre si allungano sulle pareti in un gioco di ricami pesanti e la grande quantità di volumi presenti le incute soggezione. Alla fine la sua voce esce con un tono da confessionale: “Non voglio raccontare bugie proprio a lei. Io mi affido alle sue mani, eccellenza. E tra le sue braccia. Come ad un’ancora. E’ vero, sono sbadata. Però… Sì! è vero. Con Iano ci sono stati anche, tra noi, alcuni battibecchi, dissapori, anche accalorati. Ma solo qualche volta. Io non ho un caratt… In quale famiglia non ci sono? Mi dica lei? Ma niente di grave, almeno niente di così grave com’è scritto in quelle carte, niente che una donna non possa scordare, per il proprio uomo. Lui è mio marito. E poi lui mi ama. E’ stato sempre con amore. E in seguito mi ha sempre chiesto scusa. Mi ha promesso che non lo rifarà più. Per tutto il resto le assicuro che si tratta di bugie. Delle parole di persone prive di qualsiasi valore. Vagabondi da osteria, mi creda. Senza dignità né vergogna, si fidi di me. E quel Marin”…
Si blocca. Fa per ribadire poi ci rinuncia, non saprebbe più da dove ricominciare. Aspetta come in attesa di una sentenza; gli occhi imploranti, ora sì, immersi in quelli del protettore, che sembrano invocarne la pietà. Trattiene a stento le lacrime. Lui cerca di restare impassibile. Non gli è facile e se ne sorprende.
Allo stato delle cose non le posso che promettere che farò il possibile”.
Un po’ perplessa, il possibile alla donna sembra poca cosa, ma aveva principiato fin dall’inizio a fare assegnamento sull’uomo nelle cui mani aveva affidato il suo destino, e si rende conto, anche se non vorrebbe, che la situazione è… è complicata e che lei da sola non avrebbe saputo dire come era meglio muoversi; non avrebbe cavato letteralmente un ragno dal buco. Un ragno dal buco? Forse l’unico rimedio a tutto, e a tutto c’è rimedio, è la pazienza e quella fiducia. Lei non sarebbe brava né nell’una né nell’altra, si ripromette di far di necessità quella cosa lì, senza nessuna certezza nemmeno in se stessa. La campana batte le ore. Deve anche tornare al lavoro e preferisce non insistere oltre.

Verso la metà di un ottobre ancora caldo, ma dell’anno seguente, non si può dire che le cose stessero andando meglio, tutt’altro. Nel frattempo per l’ offeso non c’era stato, come diagnosticato, nulla da fare ed era perito in ospedale, se non si vuole considerare come novità il fatto che l’imputato, nel mentre diventava sempre più irrequieto e scalpitante, anche a causa di frequenti crisi di astinenza, rinfacciava alla donna, con sempre maggior veemenza, di non fare abbastanza per la sua libertà. Così anche la consorte, che chiede ripetutamente di poterlo almeno vedere, mostra segni di impazienza, che però nel tempo si stanno impercettibilmente placando. Ora le sue parole sono più sotto controllo e trovano una pacatezza che permette uno scambio di pareri persino piacevole. Tende la tela sul torace; nonostante un po’ di impaccio, dovuto alla differenza di ruoli e di ceto, che la costringe a tacere qualche osservazione che le spinge in gola e che diversamente, e in altro contesto, scaturirebbe spontanea. Si può dire che i numerosi incontri l’hanno messa leggermente più a proprio agio, non del tutto, nel senso che sembra non avere più tanta fretta, e a volte si spingono fino a sfiorare il parlare di argomenti per nulla inerenti le accuse; quasi privati. La donna porta una grossa collana di terracotta, che le scende fino a sfiorare l’incavo accennato dei seni e che sembra franare al suo respiro senza sollievo. Di tanto in tanto le dita vanno su quelle perle facendole ruotare su sé stesse.
Sono proprio vicina al limite. Se un giorno deciderò di lasciare, lascerò tutto”.
Questa volta era arrivata molto puntuale, come spesso è accaduto per i loro incontri, senza recare però nulla con sé. E’ tentata di scusarsene con il giovane leguleio rinunciandoci subito, si sentirebbe in dovere di dare troppe spiegazioni e di perdersi nelle trappole di troppe parole, ed è quello che non ha mai voluto. Non ama essere costretta e giustificarsi e poi continua a preferire i fatti alle parole perché è sempre stata educata nel fare a scapito dell’argomentare, e poi, insomma, a parole non saprebbe come dirlo, e questo la rende debole e insicura, e questo la rende nervosa e irritabile e irritante; è tanto meglio se sta più zitta che può. Si liscia la stoffa sul busto col palmo della mano. C’è da aggiungere, qualora ce ne fosse bisogna, che si fida ormai completamente della persona a cui si era consegnata quasi al pari di un confessore, apprezza la sua calma e la misura delle sue parole, non spesso comprensibili, ma sempre sicuramente adatte. Toglie ogni piega dal corpetto in modo quasi isterico. Gli sorride turbata e timorosa. Osserva attentamente l’uomo che ha di fronte per misurarne ogni gesto e far tesoro di ogni consiglio e lo trova, oltre che preparato, almeno questo le sembra, un giovane educato, non le è mai stato certo frequente essere trattata con tanti riguardi, e, perché no, di bell’aspetto. Pensa dentro di sé. Fissa la lampada da tavolo spenta. Si sistema la scollatura in modo nervoso e cera di controllarsi nel riflesso della finestra. Le piace come si passa la punta delle dita sopra le tempie mentre si immerge tra le sue carte e le legge i suoi appunti, o come si sistema il ciuffo proprio in quel momento, e ancora come di quei capelli prende sopra pensiero delle ciocche e le arrotola giocandoci in preda alle proprie osservazioni, o nel tentativo di dar forma ad una riflessione, quando cerca di sfuggirgli; e lui si sente osservato.
Ma si sa come queste cose vanno per le lunghe e l’avvocato non ha grandi novità da comunicare alla sua cliente. Gli era sembrato di percepire qualcosa di diverso in lei, qualcosa che prima non c’era o non aveva notato. Aveva riassunto tutto e fatto il punto della situazione alla luce di tutti gli sviluppi, ovvero nel limite che non vi erano stati cambiamenti rilevanti dall’inizio, tranne il fatto che l’accusa aveva nel frattempo potuto rintracciare una serie consistente di testimonianze, e tutte avvaloravamo l’iniziale descrizione dei fatti. Si erano presi un caffè dandosi un intervallo nel silenzio più completo. Lei ha spostato e poi sistemato il calamaio che è sul tavolo fermandolo in una posizione che le deve sembrare più idonea, ben sapendo che è solo un oggetto di arredamento che il suo interlocutore non utilizzerà mai. Al suo viso, e ai suoi occhi, si adattano perfettamente i colori del viola, del blu e delle terre bruciate; gli stessi che, con buongusto, ha scelto per il proprio abbigliamento. Gli appare leggermente nervosa e si avvede di come si passa una mano sulla gonna, ma lui non può che sospettare quel gesto data la sua posizione, ma sente il rumore della stoffa; non riesce a trovare più nulla da dirle. Avrebbe desiderato e voluto scurarsi per non aver potuto fare molto di più, lo stesso Aldebrandi non si era mostrato troppo collaborativo, ovvero chiedeva confusamente che facesse qualcosa borbottando sui suoi disagi, imprecando e facendo altri discorsi confusi, senza aggiungere la minima cosa che potesse essergli utile. Era lui stesso a condannarsi colpevole.
D’altro canto, da subito, s’era avveduto di trovarsi davanti un uomo dalle mani enormi ma dal cervello minuto e poco aduso ad essere usato, cioè un uomo rozzo, manesco e volgare, adatto solo a fare lavori da sforzi, o forse a evitare anche quelli. Tra le sue carte non aveva trovato un lavoro onesto che il colpevole avesse frequentato per più di qualche ora tanto da aver lasciato qualche traccia, e aveva anche la sfacciataggine di dargli del tu e di parlargli come se fossero in confidenza. Gli era capitato che il carcerato si spingesse persino oltre ogni limite fino a spiegargli quanto aveva bisogno di tornare a casa, elogiando le doti, anche più intime, della sua consorte, e di quanto e come gli mancasse, e all’avvocato era rimasta rimbombante nella mente quella frase finale: “Ma l’ha vista?” e alcune domande altrettanto indiscrete. L’uomo aveva ragione almeno sul fatto che qualsiasi altro sarebbe stato disposto a fare di tutto pur di avere una donna come quella. Giovanbattista era sempre stato bravo a frenare certe confidenze e a sviare certi discorsi, la volgarità lo aveva sempre infastidito, e anche in quelle occasioni era riuscito, anche se a malapena, a riportarlo su discorsi concreti e relativi al motivo delle sue visite, ossia al suo lavoro e ai motivi della lite e delle conseguenze.
Credo non ci sarà carnevale migliore. Tutti si stanno già prep”…
E?”…
Non vedeva cosa potesse unire un uomo simile con la donna che aveva davanti. Senza ragione alcuna se l’era lasciato scappare prima di avere il tempo di mordersi la lingua e ingoiare il tutto: “Le donne amano innamorarsi dell’uomo sbagliato. Dedicarsi alle cause perse. Testardamente; come una missione divina. Come un riscatto”.
Cosa intendete di?”…
No! scusi, m’ero distratto. Non volevo… Stavo pensando a voce alta. Alla signora che ho visto prima… prima di voi. Ma la sua è una causa persa, non come la sua… cioè la vostra. Non so se può”…
Gli aveva risposto non troppo convinta: “Credo di poter capire. Ma non sono interessata alle storie delle altre. Non sono curiosa. Mi interessano le storie quando… Quello che ho sempre odiato è l’essere pettegolo”.
Non aveva mancato di notare la leggera differenza di età che c’è tra loro e ricorda, senza motivo, e banalmente solo per alcuni istanti, di essere stato introdotto ai segreti dell’amore, di pomeriggio, proprio da una donna già allora molto più anziana; dalla prosperosa e generosa mamma di un amico, quando era ancora lontano dalla maturità. Invitandolo a prendersi una pausa gli aveva offerto caffelatte con i biscotti. La rivede ancora anche in quel momento davanti a sé nuda, con le sue carni lisce e molli che riflettevano in modo accecante la luce, i seni larghi che cominciavano ad adagiarsi e quel sorriso, quel sorriso così indecente. Si spinge ad uscire da quei ricordi che gli creano impaccio anche se gli sembra di rivedere ancora una volta quella donna, con la sua impudicizia e la sua sfrontatezza, davanti agli occhi. Spesso s’è trovato con vergogna a ricordare quei momenti, i loro gesti, la fretta della matura e la propria inadeguatezza, come si fosse lasciato togliere non solo i panni da dosso, ma anche la comprensione dell’improvvisata e improbabile amante che rasentava una imbarazzante palese benevolenza e indulgenza. A volte gli viene da ridere, altre è molto più severo con sé; era stata una sola volta e non l’aveva rivista e, in seguito, gli era sorto il sospetto che l’amico avesse potuto intuire. Non certo per sua colpa. Cerca di scacciare ogni altro residuo pensiero. Si premura di chiedere alla cliente se ci siano delle perplessità o se quella nuova provvisoria situazione che viveva le creava dei disagi rilevanti ovverosia se a casa va tutto per il meglio o bene e poi non trova proprio altro che concludere l’incontro: “Credo che con questo sia tutto. Ci potremmo vedere”…
Lui consulta l’agenda. Lei resta perplessa e lo fissa per un lungo attimo riflettendosi nell’animo prima di interrompere la frase: “Quanto vi devo”?
Lasci stare, signora Terraneo; questa volta niente”.
Avete fatto qualcosa per me. –I suoi occhi si accendono di fascino, come se in un istante vi fosse scoppiata dentro la luce di una tempesta di diamanti, li sbatte e li socchiude, lo fissa dalle due fessure con furbizia, come avesse trovato una risposta, quegli occhi si trasformano in un istante in lusinga– Credo di dover fare qualcosa per voi”.
L’uomo non è certo di essersi impadronito del motivo di quelle parole e si disimpegna da quella che sembra una supplica, mentre legge negli occhi della donna anche un alone come di sofferente sacrificio; quel martirio: “Non deve prendersi disturbo”.
Forse quel giovane è fin troppo giovane e sprovveduto o fin troppo educato. Certo non è quello il posto più adatto: “Nessun disturbo”. La bella donna non è abituata a sentirsi dire di no; è più incline a credere che nel suo generoso sacrificio di non essere stata del tutto intesa, al rifugiarsi della distrazione dei documenti e della situazione e dello stesso giovanotto, o di aver avuto fin troppa fretta. Lei anche troppe volte ha avuto l’occasione di pronunciarlo quel no, ma non se lo sarebbe mai immaginata di poterselo sentire rivolgere e le parole dell’uomo, e il loro tono, le restituiscono proprio il significato di quella sillaba. Quello ricevuto è un chiaro e inaspettato diniego e ne resta per un solo istante interdetta; realmente incredula. Crede di essere lei a non aver capito. Assume quel tono licenzioso, un po’ professionale, giacché ancora stenta a credere a ciò che ha udito. Stenta a credere anche a quello che sta per sentire dalla propria bocca. Testardamente rifiuta quella risposta e vuole rendersi pienamente conto di chi ha di fronte: “Possiamo divertirci un po’. –e azzarda sulla propria reputazione l’ultima scommessa, nel dubbio che possa essere quello il freno, o un misero equivoco – Per voi… nulla mi dovrete”.
Sono atteso”.
Per lei è troppo. Ne è indispettita. Come una ragazzina capricciosa. Ne è offesa. Come una donna che crede di sapere. Prova ugualmente ad insistere, ormai ne ha fatto una questione di onore e di dignità. Allo stesso tempo per quello è disposta a rinunciare proprio a ciò che credeva non sarebbe stata mai in grado di rinunciare: alla dignità. A tradire se stessa. Eppure le sue parole, la sua voce, hanno un tono che suona falso come certi gioielli fin troppo vistosi e nel dire le parole si guarda intorno come smarrita. Non riconosce la propria voce. Non avrebbe il coraggio di affrontare uno specchio, in quel momento. Non sa se è quella la sua parte o un sospiro di sollievo: “Sono brava. Poi mi sarete grato. Nessuno s’è mai”…
Grazie Ramona”.
Nello stesso istante in cui viene interrotta la donna si rende ancor più pienamente conto del rifiuto e di essersi spinta leggermente oltre aggiungendo qualche parola di troppo, che si sarebbe potuta interpretare nel senso forse persino indecente o licenziosa. Solo per gratitudine si è espressa in quel modo volgare, da donna libera, quasi da donnaccia, lasciando sospettare la sua conoscenza dell’arte del meretricio quale fosse una donna di strada. Si morde la lingua e vorrebbe potersi rimangiare soprattutto quelle ultime parole, quel “nessuno” o quel “mai”, o almeno reagire, davanti a quel presuntuoso, indignandosi e facendogli presente la sua volgarità al cospetto di una donna onesta, solo che il diniego l’ha lasciata senza forze e senza certezze e sa d’aver ancora bisogno di quei servigi e dell’abilità di uomo di legge. E’ nelle sue mani e non le è mai piaciuto dover dipendere da un altro e persino dover fare attenzione ad ogni parola. In fondo non è certa le dispiaccia tornare a vestire i propri panni. Certo non aveva mai osato tanto, e non si riconosce. Aveva cercato di farsi bella per lui. Non ne aveva mai avuto bisogno ma, soprattutto, non si sente comoda in quelle vesti. Non sono sue e si sente solo stupida.
Nello stesso momento, senza altra ragione, la donna presta ulteriormente più attenzione al giovane che ha davanti, e lo vede come un ragazzo, proprio un ragazzo, tanto da muoverla a tenerezza. L’idea che le era venuta e l’aveva spinta alla proposta non era proprio quella di una… di “un momento di intimità”, eccola ancora una volta farsi trascinare dalla propria impulsività e lasciarsi sfuggire, seppur mentalmente, parole che non le sarebbero state bene in bocca, e non le rendono onore, ma solo quella di dimostrare la propria riconoscenza e anche per cortesia; anche nel tempo, se ne fosse presentato il caso o l’opportunità, e non nega a sé stessa che non le sarebbe dispiaciuto fin da subito, anche se non se l’era detto, provare a giacere tra le braccia del giovane come di un uomo di legge e potere.
Comunque continua a non trovare per nulla sconveniente l’invito fatto e a non comprendere le remore dell’altro; sui suoi argomenti, e sul fascino che recano le sue armi di seduzione, le sue lusinghe, non ci sono santi né madonne, in cielo come in terra, che possano muovere anche il minimo dubbio o biasimo. Non si poteva dire magra ma si poteva definire bella. Cosa aveva che non andava? Forse era quel tomo che non la meritava. Meglio così. Ma… Non sono forse affusolate e lunghe le sue gambe, sottili le sue caviglie, stretti i suoi fianchi, e non sono forse tette quel suo gran paio di tette che tutti si premuravano di ammirare? –eccola che ci ricascava. Dannazione! la manda letteralmente in bestia stare davanti a quell’uomo sempre pronto a fraintendere e con cui doveva misurare parola per parola prima ancora di pronunciarla. Vorrebbe scappare. Si sarebbe portata via con sé la curiosità di… sentirsi stringere in un abbraccio.
L’uomo invece fugge consapevole di fuggire. Trova rifugio nelle proprie riflessioni e con frequenza riesce ad assentarsi per concludere che non è mai stato avvezzo a mescolare le due cose e soprattutto, nella sua posizione, meglio è essere e restare estremamente cauti e, seppur incapace di negare di esserne attratto, spera solo, quale ultimo alibi, che nel futuro gli si possa ripresentare l’occasione, in altre differenti circostanze, ma non sa come dirlo alla sua protetta o farglielo garbatamente capire in quel momento. La donna è donna semplice e anche il minimo sbaglio, anche una sola parola fuori luogo, seppure inconsapevole e incolpevole, potrebbe nuocergli alla carriera e esserne di intoppo se non di impedimento, quando non mettere a rischio il buon nome e l’onorabilità del padre e della famiglia. E’ anche troppo schiava delle emozioni, spontanea e imprevedibile. Esattamente ha tutto quello che serve a una donna da tenere lontana, da non portare al proprio fianco.
La sua assistita è una tentazione ambulante e perpetua e non gli dispiacerebbe intrattenersi affettuosamente con lei, anche se solo per qualche per istante, anche in quello stesso posto cioè subito. Guardando quelle labbra tacere, ora come indispettite, o emettere quella varietà modulata di suoni, ne è rimasto letteralmente incantato. Nel vedere respirare ed ansare la blusa ne era rimasto letteralmente stregato. E nota che in quel giorno la sua assistita profuma in modo garbato. Crede di non aver visto né provato nulla di simile, ma deve controllarsi e richiamarsi continuamente alla prudenza, come all’avvedutezza e al massimo riserbo; rammentando a sé stesso che in quell’ambiente, nella legge come in politica, non c’è mai stato posto per i santi.
Lo donna si ricompone sulla sedia e sembra non aver nessuna intenzione di lasciare l’ufficio; non almeno a breve. Pare avere altro da aggiungere. Infatti, nelle parole che seguono, il legale trova un minimo di interesse e di speranza, assieme ad una notevole cifra di sorpresa e sconcerto: “Vede dottore… forse la mia richiesta le potrà sembrare strana. Fin da stamane volevo dirglielo. Nel frattempo un po’ ho cambiato idea. Non mi fraintenda, io voglio ancora bene a Massimiliano, ma ho avuto modo di riflettere, in questo breve periodo, che per me è stato bello, ho avuto modo di pensare. Anche il nostro parlare mi resta piacevole. Insomma vorrei che lei non si impegnasse in eccesso per la libertà di quell’uomo. Le chiedo solo di non affaticarsi troppo, cioè di non esagerare. Mi creda: non ne vale la pena. In fondo, finché sta dove sta, debbo ammettere che passo una vita più rilassata e più serena, non mi manca ugualmente nulla, anzi, perché non ho mai potuto contare su quel buono a nulla tranne che alla certezza che si bruciava anche i miei di soldi, e ora posso disporre a piacimento delle mie ore. Sì! credo che finché lui è carcerato la vita è meglio per me e per tutto il quartiere. E sono sicuramente più tranquilla finché lui è là. Non dico che… non sono impazzita, ma se può essere utile so cose che gli inquirenti non sanno o non hanno ancora trovato, se mai lo faranno, cose che mi sono state dette o ho capito da sola. Insomma il mio è solo un invito a non farsi trascinare in tribunale troppo dalla foga dell’arringa e dall’ambizione di perorare con la causa la sua carriera. Lei è fin troppo bravo e fin troppo una brava persona. Insomma quell’uomo non se lo merita e se non ha fatto quello, su cui ci sono ben pochi dubbi, qualcosa ha fatto e bisogna anche avere rispetto per la vedova e per chi sta fuori. E pure lui lì è più tranquillo. E non gli faccio mancare niente”.
La guarda diritta in volto. E’ come una belva che si prepara a ghermire la preda. Legge nei suoi occhi la fermezza di quella decisione. E’ come un agnello che cerca di impietosire il cuore guadando come se fosse immune da qualsiasi peccato. In fondo la capisce senza alcuna fatica. E’ come una donna che cerca di irretire col suo fascino usando un semplice e accondiscendente: Vi prego. Ci pensa e ripensa per alcuni attimi. Non ci aveva mai creduto. Invece avrebbe dovuto aspettarselo. Forse gli manca ancora un po’ di esperienza; soprattutto in fatto di donne. Forse è solo un uomo: “Ci sarebbe un mio collega, non lo definire un amico, un vero buono a nulla, a cui potrei passare la causa. Non ne ha vinta una neanche avesse avuto tutta la protezione di tutti i santi del paradiso, persino quando era evidente che la persona che difendeva era totalmente e palesemente estranea ai fatti. Questo mi libererebbe di tutti gli obblighi nei tuoi confronti, posso spingermi a darti del tu? e nei confronti dell’Aldebrandi, cioè del suo… del vostro congiunto. Direi che lei potrebbe sentirsi libera anche nei miei confronti e che eventualmente ci dovessimo tornare ad incontrare, ci si potrebbe incontrare senza obbligo alcuno e liberi da legami legali e questioni di lavoro e opportunità. Ci potremmo cioè vedere, diciamo da voi, tra un paio di settimane, diciamo il tempo minimo per preparare tutte le carte, e vi potrò confermare che mi sarò liberato dall’impegno. E potrete sentirvi libera”.
In un attimo la donna si illumina completamente in volto e pare soddisfatta di quella soluzione tanto da volere stipulare il patto all’istante e sul posto. Cerca di leggere qualche titolo sul dorso di quei libri, si sistema le vesti, si guarda preventivamente quanto inutilmente intorno e cerca di frugare fuori dell’ampia finestra, si tira sulle braccia le corte maniche quasi volessi chinarsi sul mastello per appressarsi a quell’opera, scosta il calamaio e la penna d’oca timorosa di recare danno, si protende sulla scrivania, spazza con impeto e rabbia le carte che la invadono, gli prende la mano per il polso, lo osserva fin nel fondo degli occhi e si infila quella mano all’interno della scollatura prima che lui possa, anche volendolo, solo pensare di opporsi al gesto così spontaneamente entusiasta: “Lo sente signor avvocato come mi batte forte il cuore? La posso chiamare Giovanni e Alberto”? “Giovanbattista, prego”. “Fa niente; Giovanbattista. Posso darti del tu? Lo senti? Mi hai ridato la speranza e la vita. Te ne sarò per sempre e perpetuamente grata. Aspetterò con ansia notizie da te e… la tua visita”. L’uomo non sa più trattenersi capendo che l’attesa sarebbe stata troppo lunga e estenuante comunque e, quando la donna si allontana, non può proibirsi di ammirare con attenzione le splendide forme di quel didietro parlante, tanto da farsi preda dell’impulso di richiamarla e ormai ha perso ogni controllo.

P.S. (Quasi una morale) L’uomo si prese diciassette anni, e furono diciassette lunghi e meravigliosi anni, non certo per lui, dopo di che la vita si prese la libertà di condannarlo a non tornare da quella donna che non era più la sua donna. Col tempo di lui si son perse le tracce, qualcuno dice sia andato a sbattere contro un coltello più svelto del suo. Cosa ne fu degli altri nostri protagonisti?
Il non più così giovane e inesperto avvocato oggi è una figura di rilievo del foro, nominato e ammirato da tutti; nel frattempo il padre è venuto a mancare all’improvviso, per arresto cardiaco, mentre non era nella sua camera né con la sua sposa. La donna invece ha ricominciato a vivere, separata e risposata con una persona facoltosa, di tanto in tanto, ma sempre più saltuariamente, si incontra e si intrattiene ancora con l’avvocato per il quale avrà sempre un debito di riconoscenza. In verità tra i due si è instaurato un vero e duraturo rapporto inossidabile di amicizia; lei è lusingata e ne ammira la cultura e l’eloquenza; lui è affascinato dalla voglia di vivere, dall’intelligenza e dalla prontezza, nonché dalla risolutezza; se cerca un consiglio lo trova in lei. Solo in particolari e rare situazioni tornano ad essere anche amanti.
Ramona porta ancora con sé la memoria della sua precedente bellezza, anche se la vita non è stata con lei troppo avara e, grazie anche a qualche aiuto, si potrebbe anche adesso definire donna affascinante, tanto che ancora qualcuno si gira ad ammirarla per strada, nonostante non sia più una ragazzina. Gli occhi però sono sempre gli stessi: pieni di vita e di seduzioni.

N.B. Anche questa foto è stata “rubata” dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato.

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