Forse perché la notte è fatta anche nei fruscii. Di piccole cose, sottili come respiri. E un bisbiglio, un battito d’ali, di ciglia, la percuote. La ferisce fino a farla sanguinare o ad illuminarla. Erano vuote le sue notti. Forse perché la sua solitudine non la conduceva al sonno e la riempiva di racconti e di ricordi. Colse quelli che per un attimo erano sembrati suoni di dolore. Di soffocata inquietudine. Che buffa è la vita. Non avrebbe voluto farlo e cercò di nascondersi. Perché temiamo tanto l’amore? Forse per lei un motivo c’era: perché aveva amato tanto tempo fa e le fu per un attimo doloroso. Maria aveva amato con tutta se stessa ma la vita era stata avara con lei. Le sembrò di spiare il più profondo dei loro segreti. Con vergogna. Succhiare la loro stessa intimità. Quasi di presenza (non di vederli, ne avrebbe provato orrore). Non avrebbe saputo dire di chi erano quelle voci. Non la rendevano curiosa. Improvvisamente si accorse di come erano suoni giovani. Che cantavano. Dietro i muri della gente che si ama sono sempre di ragazzi le grida di chi ama. Pensò che incontrandoli avrebbe rischiato di scoprire pudori. Le sembrò tutto così sciocco e banale. Era strano ma era un sorriso, finalmente, quello che le saliva dal profondo del suo cuore.
Dopo una colpevole assenza torno a parlare di poesia attraverso chi sa fare poesia, e grande poesia. E nel particolare di quella poesia spagnola che ho amato e nel tempo continuo ad amare. In un mondo che assassina la poesia ancora e sempre i poeti riprendono le arpe dai rami e cantano e allora questa poesia circolò perché si fece canzone. Tutti conobbero il poeta esule che era ormai quasi italiano e mi sentivo vicino a lui come italiano; non tanto come compagno-poeta, perché sarei stato fin troppo poco modesto. Chi non ha poesia non ha cuore.
BALADA PARA LOS POETAS ANDALUCES DE HOY
di Rafael Alberti
¿Qué cantan los poetas andaluces de ahora?
¿Qué miran los poetas andaluces de ahora?
¿Qué sienten los poetas andaluces de ahora?
Cantan con voz de hombre, ¿pero dónde están los hombres?
con ojos de hombre miran, ¿pero dónde los hombres?
con pecho de hombre sienten, ¿pero dónde los hombres?
Cantan, y cuando cantan parece que están solos.
Miran, y cuando miran parece que están solos.
Sienten, y cuando sienten parecen que están solos.
¿Es que ya Andalucía se ha quedado sin nadie?
¿Es que acaso en los montes andaluces no hay nadie?
¿Qué en los mares y campos andaluces no hay nadie?
¿No habrá ya quien responda a la voz del poeta?
¿Quién mire al corazón sin muros del poeta?
¿Tantas cosas han muerto que no hay más que el poeta?
Cantad alto. Oiréis que oyen otros oidos.
Mirad alto. Veréis que miran otros ojos.
Latid alto. Sabréis que palpita otra sangre.
No es más hondo el poeta en su oscuro subsuelo encerrado
Su canto asciende a más profundo
Cuando, abierto en el aire, ya es de todos los hombres.
Canzone: Versione italiana di Riccardo Venturi
POETI ANDALUSI
Che cantano i poeti andalusi di oggi?
Che cantano i poeti andalusi di oggi?
Che cantano i poeti andalusi di oggi?
Cantano con voce d’uomo, ma dove sono gli uomini?
E con occhi d’uomo guardano, ma dove sono gli uomini?
Con cuore d’uomo sentono, ma dove sono gli uomini?
Cantano, e quando cantano sembra che siano soli
Guardano, e quando guardano sembra che siano soli
Sentono, e quando sentono sembra che siano soli
Che cantano i poeti, i poeti andalusi di oggi?
Che guardano i poeti, i poeti andalusi di oggi?
Che sentono i poeti, i poeti andalusi di oggi?
E quando cantano, sembra che siano soli
E quando guardano, sembra che siano soli
E quando sentono, sembra che siano soli
Ma dove sono gli uomini?
Forse che l’Andalusia è rimasta senza più nessuno?
Forse che sui monti andalusi non c’è più nessuno?
Nei campi e nei mari andalusi non c’è più nessuno?
Non ci sarà più nessuno a rispondere alla voce del poeta,
A guardare al cuore senza muri del poeta?
Così tante cose sono morte, che non c’è più altri che il poeta
Cantate alto, sentirete che altri orecchi sentono
Guardate alto, vedrete che altri occhi guardano
Gridate alto, saprete che palpita altro sangue
Non è più sommerso il poeta, rinchiuso nella sua buia fossa
Il suo canto sale a qualcosa di più profondo
Quando è dischiuso nell’aria da tutti gli uomini
E allora il suo canto è di tutti gli uomini
E allora il suo canto è di tutti gli uomini
E allora il suo canto è di tutti gli uomini
E allora il suo canto è di tutti gli uomini.
Di questo strano gioco della memoria che è diventata questa mia vita quando il numero degli anni si è fatto affollato, ma soprattutto in questo oggi che mi ha rimesso davanti violentemente il passato delle mie emozioni, anche e soprattutto quelle più intime; per la stessa ragione del gioco pubblico un disegno di alcuni anni fa; esattamente del tre gennaio 1982. E’ una rielaborazione di un disegno di un bambino di cui, per riservatezza, non riporto il nome, parte di un lavoro più complesso ed esteso fatto allora per una mia libidine di artista. Non lo faccio per un suo valore intrinseco o di riproduzione ma perché ho ritrovato un’altra parte di me che non ricordavo. E anche per la sua gioiosa curiosità.
Anche se le città di mare si sanno raccontare da sole come in ogni porto moltitudini di marinai sciamavano ognuno in direzione diversa. Paesaggi di uomini, se uomini lo fossero stati. Erano come formiche impazzite in un fiume nervoso che si separava in rivoli. Cercavano un’osteria o il più piccolo motivo per annegare i loro ricordi e i loro rimpianti. Magari le braccia di una donna. Le sue cosce pietose. Le sognavano grasse e generose. Era solo quello il mare che avrebbero voluto attraversare per quella notte prima di rimettersi in mare a navigare. Per tutti era l’ultimo viaggio perché sarebbero salpati, qualcuno lo stesso indomani, ma il viaggio non prevedeva ritorno. I tempi stavano cambiando e il mare si faceva famelico e sospettoso. Le sue onde schiumavano rabbia anche se nel vuoto cavo di quelle ore di notte. Perché era notte ed è proprio la notte la compagna più difficile da domare. Lui non sapeva come sarebbero stati i giorni seguenti, ormai era la terra ferma a causargli la nausea come se rollasse continuamente. Aveva imparato ad amare il puzzo del pesce e a riconoscere la preda pescata dall’odore che si era impresso sul pescatore. Non c’era più nessuno a cui raccontarlo o a cui lasciare i suoi ricordi. Non trovò la sua donna ma un vino generoso.
Perché parlare a mazzo? Lui era Giuseppe. Un nome qualunque; se vogliamo. Conosceva il suo dolore. Conosceva l’immenso dolore del suo dolore. E quel gusto di dirselo. E di pensarlo. Quel pensiero non gli lasciava scampo. Non avrebbe voluto ma non aveva alternativa. Cercò di salutare le cose e quasi gli venne da piangere. Non per le cose. Non gli era, in realtà, difficile staccarsene. Era qualcosa che non riusciva ad esprimere. Forse la desuetudine a non combattere. Forse la stanchezza che nel tempo l’aveva infiacchito. In fondo lui era suo. Se lo ripeteva. Era come se non lo fosse. Non aveva voluto parlarne con Marilisa. Sapeva che nemmeno lei l’avrebbe capito. In verità aveva provato. Subito aveva desistito. L’aveva pregata di rimboccargli le coperte. Eppure avrebbe voluto stringerla a sé. Abbracciarla ancora una volta. L’aveva pregata di raderlo appena gli era andata vicina. Voleva essere in ordine. Anche il cielo fuori era grigio come fosse imbronciato. D’un tratto gli parve annoiato. Lei gli fece la stessa domanda che gli ripeteva ormai da mesi. Lui non poteva avere altra risposta. Tutti avevano voluto decidere tutto della sua vita e anche allora pretendevano di cibarsi del suo dolore, per la loro pietà.
Perché i gigli sono bianchi
e testardamente bianchi
e se ne fregano di questi odori
e di tutti gli odori?
è solo allora che vorrei essere ape
con ali tenere e occhi sorpresi perché
null’altro può salvare il mondo se non le donne
e la pazienza delle donne
e il dolore delle donne
e l’ostinazione delle donne
e l’indomita rassegnazione delle donne
e quella conoscenza del dolore
e quella caparbietà a vivere che hanno, le donne
e i grandi occhi di donne
e l’amore
e il dio del forestiero
e questa poesia che nasce da sola,
ma le ultime parole sono di silenzio e
la poesia non nasce da qui;
la poesia nasce qui
e mio figlio, invece, è nato già adulto.
Le mie mani che non fanno che cercarti
e i miei occhi te lo dicono con ogni sguardo
e i miei baci te lo ripetono ogni momento
e nei miei sogni non sogno altro
che anche la notte è piena di te
e ogni respiro lo respiro del tuo fiato
ma tu le vuoi sentire quelle parole
ed è quello che hai sempre voluto
e così ti ama anche la mia voce nel dire quel: ti amo.
Bastassero le orecchie
allora si sentirebbe questo lamento, bastasse avere occhi
non si potrebbe girare lo sguardo altrove,
bastasse avere un cuore
come un cucciolo abbandonato
bastasse avere un cuore.
Ci sono giorni in cui non sei più niente
ed altri in cui vorresti fuggire
ma, pensi, sono quei giorni,
il tempo troppo pieno di minuti
ché il male è dentro
e sono solo quei momenti
o la memoria che non sai abbandonare.
Ricordi: l’avevamo detto?
ma i sogni son rimasti nel cassetto
l’acqua è salita, salita oltre la riva
e non si torna indietro
perché vent’anni vengono una volta sola
e si muore sempre un po’ per volta
senza farci caso, distrattamente
come se l’uomo non nascesse dall’amore
(ma chi lo dice?)
e nel mio caso era solo un banale incidente.
Lo giuro: mica l’ho fatto apposta.
Michele, dopo aver ritrovato lei, la sua città, una cena calda consumata senza fretta, un letto morbido, quegli attimi di tranquillità e fiducia, e poi tutte le loro canzoni, l’altra metà del cielo, e quella parte di se stesso, aveva impazienza di ritrovare tutto, anche i vecchi amici e quelli nuovi; ma su questo ci sarà altro spazio per ritornarci. Ormai era deciso a fermarsi e l’incontro era stato forse l’episodio più gustoso, in quanto tra i più divertenti se non il più, di quei giorni e da molto tempo a quella parte. Il tempo era corso veloce e ormai le ombre della sera si scioglievano tra le case e i palazzi che si affacciavano sul Canal Grande dando loro una trasparenza quasi irreale ed era bello tornare a parlare la propria lingua. Guardava il lento scorrere del rio e quel frammento di Canal Grande come un’ immagine che lo rendeva tranquillo e la loro euforia era contagiosa e lei, Rossana, come detto, aveva fretta di raccontarlo al mondo intero, e poi tutte le frette di cui era capace, mentre presto si sarebbero illuminate le finestre come occhi curiosi.
Dopo quel lungo fine pranzo erano saliti in altana, loro, perché del gruppo erano quelli che fumavano e tutti lo facevano con un impegno quasi maniacale come una professione; così erano saliti per rispetto verso lei e Gabri lo guardava come se vedesse un fantasma; trasformando gli occhi in sottili crepe, ma forse aveva ragione e un fantasma lo era. Ma non si sentiva un fantasma ma tutto aveva una sorta di inconsistenza e intorno tutto era soffice di ricordi lontano come se un giorno si fosse tornato a ripresentarsi, con quell’alone di soporosa incredulità e attraversava cautamente le attenzioni dell’amica. In fondo era quella che era cambiata di più ma anche quella che era rimasta più simile a se stessa: di quella ragazza aveva riposto la ribellione ed ogni asperità ma gli anni sembravano avere lasciato il suo volto quasi intatto o forse anche era entrata in possesso di una maggiore consapevolezza e luce, e la sua rabbia era diventata una rabbia di superficie.
Lui aveva usato tutte le gentilezze per quella donna che era stata ragazza, e incerta come si è incerti a quell’età, ma tra lui e Gabri era rimasto quel segreto irrisolto che stranamente si raccontava in modo ancora così nitido. Forse era vero e lui, allora, quando non è certo chi si è, non aveva la capacità di vedere, e poi non c’era che Rossana, e poi lui non sapeva che amare in quel modo, e poi non provava per lei, l’amica, che quella grande delicatezza e aveva tempo solo per altro tempo. Non capiva però perché lei ritenesse che quella vita le era stata avara: se era cambiata era perché aveva smesso di mentire, e in fondo tutti erano cambiati, ed ora era più consapevole di quello che in fondo era sempre stata e voleva essere, non di più e non di meno di una donna che non cantava più canzoni di lotta, e si coccolava il suo uomo paziente; chissà dove aveva lasciato la sua chitarra.
“Ma tu e lei, e Rossana…”?
Forse le doveva quella spiegazione o forse la doveva a sé anche perché ciò che per lui era naturale per gli altri, per chi non sapeva, poteva a buon diritto non esserlo e non né aveva ancora parlato, ma pensava che gli si leggesse naturalmente dal suo sorriso e da quello di lei; e poi il fatto d’essere là e in quel momento, ma forse la domanda dell’amica era solo la domanda di tutti e che tutti avrebbero voluto fare. Piccolo uomo dalla voce roca di gigante, dai sussurri come grida, Giovanni detto comunemente Nane, naturalmente, aveva quell’aria, sempre la stessa, quell’espressione, e la raccontava come se lui lo sapesse già e l’avesse sempre saputo; anzi la sgolava, e ne era felice.
“Certo, non vedi? Non poteva che essere così. E’ tornato per riprendersi quello che era suo. Sapevo che sarebbe successo. Quando mi ha detto della sorpresa, giuro, me la sono sentita. L’ho detto, a Diana, chiedile se vuoi, vuoi vedere che è tornato. Lei non ci credeva”.
Naturalmente era salito portandosi appresso il suo bicchiere di rosso fresco, felice sino alla commozione come se la storia lo riguardasse direttamente; felice per l’amico e di quel loro ritrovarsi e di quel loro amore. In realtà, allora, per un breve lasso di tempo, anche lui aveva amato Rossana; solo lui sa per quanto tempo si sia portato, in silenzio, quel suo sentimento e quel segreto, come l’abbia vissuto e come ne sia uscito ed era soddisfatto di essere stato lui, proprio lui, a farli incontrare. Il cuore gli scoppiava negl’occhi e non riusciva a tenere a freno la lingua né a starsene fermo ma altre mille cose avrebbe voluto dire perché nulla gli sembrava bastante. “Ti ricordi”…
Certo che ricordava tutto ovvero quel tutto e altre cose e frammenti: “Volete sentire la parte bella di una storia; interessa”?
Michele aveva pensieri che si allungavano come rilassarte cantilene ed era calmo e tranquillo, come se dovesse mettere ordine tra le cose. Ma non era quello il momento per denunciare ancora: “Se ne sono dette tante su questa seconda prima volta. Forse, anche, troppe” o forse troppo poche. Sembra sempre che anche gli altri debbano sapere certe cose che solo chi le vive può conoscere; è che sono così naturali che paiono scontate. Era così che non cercava in particolare gli occhi di nessuno ma solo di mettere ordine nei suoi pensieri e tra tutte quelle emozioni come fosse facile. E poi si dispiaceva di non avere ricordi più precisi; non sapeva se alla fine c’era stata ancora neve per i loro occhi e se poi aveva finalmente trovato il coraggio di dirle in faccia il suo ti amo; sciocchi ragazzi che avevano paura persino della luna, non c’erano posti che non avrebbe voluto vedere con lei, ma anche a Rawalpindi, ma lei conservava pagine di diario e allora avevano guardato un cielo azzurro, azzurro come una tavola compatta, come fosse una promessa altrettanto enorme e per sempre.
La sua memoria invece correva attraverso flash a volte nemmeno del tutto giustificati rincorrendo soprattutto attimi fuggiti ed episodi comuni senza particolari connessioni né particolari valenze, ma, anche attraverso quei percorsi, sapeva di averla amata. La verità che conosceva da solo era stata la sua impossibilità silenziosa, a volte dolorosamente persino confessata, di non aver saputo mai più scordarla del tutto che poi ad ogni incontro un turbinio di cose lo aveva macerato dentro. Tutto dovrebbe avere una seconda opportunità ma così sarebbe fin troppo facile; e quel primo attimo di quel primo nuovo incontro gli era rimasto stampato indelebile davanti agli occhi. Quando l’ho guardata mi sono detto «questa non può essere lei». Era stata lei a riconoscerlo e allora si era detto che lei era lei credendosi. Quando l’ho guardata negli occhi mi sono detto «questa non può non essere lei». Era molto cambiata, tanto da non essere più lei, ma non negli occhi, allora non girarsi al suo passaggio sarebbe stata una stupidità miope, ma questo Michele non lo dice agli amici, per pudore, rispetto verso di lei, e poi per non offendere l’amicizia che portano per quella donna che è la sua donna, gli piace dirselo nella testa perché quella è la verità, e questa è un’altra storia che Michele dovrà, prima o poi, decidersi a raccontare; anche se lui, sappiamo, le cose le dice e poi le pensa. Scopre che loro la vedono ancora bella e dice loro però che lei era intimidita e confusa da fargli tenerezza e, come in ogni favola, tutto è successo come se lo dovesse, con quella naturalezza, magia, e fretta, ed era stato come se il tempo non fosse passato, e che non sapeva che fosse anche una brava cuoca, e il vino era tornato a scorrere come allora, e sembrava lo stesso, mai abbastanza per dissetarli da quella eterna sete, e poi era parte del loro linguaggio, forse amico delle parole seppure non si sarebbe detto necessario, ed era Nane a mescerlo ora, senza parsimonia e con allegria; ma quell’uomo non chiedeva perché l’emozione era troppa e gli incrinava la voce, e a lui non piaceva dar a vedere che gli si inumidivano gli occhi, come se gli altri non lo sapessero. Michele avrebbe potuto mettergli in mano la vita, a quell’uomo, sicuro che l’avrebbe difesa come cosa sua; come s’era sbagliato allora e come l’aveva creduto superficiale, se serve tempo a ricredersi quello era stato tempo ben speso, e come si sentiva in colpa per averli dovuti dimenticare di silenzio.
Eppure quel tempo gli gravava addosso e non voleva pensarci, ed era anche questa indecisione a confondergli le idee, ma lui, Michele, era consapevole di dover loro qualcosa e forse molto di più. “Forse l’avete sentito dire, o forse ancora non lo sapete, perché me ne sono andato; allora. Oggi non ha più molta importanza. Ciò che conta è che sono tornato, e tornato per restare. Non per lei ma con lei. Sono tornato perché questo è il mio posto. Sono tornato per riprendermi quello che è sempre stato mio. Già! come si può non amarla? Ho una scatola e dentro la scatola un anello. Le ho già promesso di cancellare le sue rughe”. E lo sapeva, come lo sapeva lei, che se era stato l’unico, allora, ad essere amato tutti l’avevano amata, chi in silenzio, chi meno e anche chi senza il coraggio o con un sotterfugio e una buona dose di bugie, ma era tempo di smettere di pensarci; ma loro mica le potevano capire le tristezze e le angosce della vita di quella regina che trovava sempre un sorriso. Nemmeno lui le avrebbe potute immaginare, non così, prima di ritrovarle nelle sue parole e nei suoi racconti di vita vissuta; non poteva sapere cos’era stato e quanto difficile fosse stato, e poi quella decisione e poi quel figlio, Matteo, da far diventare grande. Certo che ritrovarla, e dopo tutto quel tempo, era stata la sua più grande fortuna, anzi una cosa da non credere; e poi come poteva credere come si poteva essere soli in mezzo a tanta gente. Eppure quella sua regina fragile sembrava in grado di affrontare e vincere tutte le sfide e poteva parlare di tutto di lei, perché era rimasta giù con gli altri ospiti, mentre resisteva a quel continuo bisogno di abbracciarla.
E’ che le storie si incrociano e si confondono, è sempre così, col rischio di perdere il filo e allora non c’è mai una storia sola e nemmeno era più certo che fosse veramente quella la ragione per cui se n’era andato, era passato troppo tempo, ma mai aveva smesso di pensarla e ora lo sapeva con precisione anche se da allora aveva continuato a pensarla persa; intanto anche il mondo era cambiato. Non aveva mai creduto alla storia come utopia, non si inventa niente e tutto è lotta, organizzazione, e gli sembrava di averli gettati tutti quegli anni, che non erano e non erano stati: i compagni cileni esuli in Italia e lui migrante del mondo; come una fuga; utopia, forse, ma la rabbia era rimasta la stessa, e anche in loro, sopravissuta, era convinto, infatti, che il suo AK-47 era ancora dove l’aveva lasciato, ingrassato a dovere; che coglione pensare di poter essere diverso. Ora sapeva che lei lo aveva aspettato, valle a capire le donne, e anche loro, ma lei mica lo sapeva, capita che le cose si sappiano dopo, abbiano bisogno del tempo, e aveva il dubbio che nemmeno la politica fosse tutto e solo non gli piacevano alcuni modi di ragionare di Alvise, no! non sarebbero mai stati uguali, non era possibile, ma ci si poteva sempre fidare di lui che poi lui era stato cresciuto nella violenza e non potrebbe mai rinunciare. Solo dopo, quando era tornato, aveva continuato a fare il fantasma per tutto quel tempo perché ormai sapeva che quello, il caro amico, era stato lui a tradirlo e lei, Rossana, che gli aveva creduto ed era diventata la donna di un altro, ma aveva anche capito, lei, Rossana, che la lotta è solo lotta dura; anni belli quegli anni ma anche anni grami e lontani ed improvvisamente seppe che non era mai stata così bella. “Non sono stato io. Non ho fatto niente, ma non per incapacità. Forse solo, ancora una volta, per stupidità. E’ stata lei, e molto il caso, a darci la fortuna. Se me lo avessero raccontato non avrei saputo crederlo. Poi tutto ha cominciato a correre come ci fosse una fretta sconosciuta. Come per sconfiggere quello che ci era sfuggito. Per perdonarci. E stringerla tra le braccia è diventato un bisogno; è tornato un bisogno. Ora sono tornato per rimanere”.
Michele pensava ancora a com’era successo e ancora non voleva rendersene conto, tutto quel tempo sprecato invano, quella che era sembrata allora una incomprensione e poi la stoltezza e la giovane età e un mondo che stava velocemente cambiando, ma non abbastanza, proprio come loro; ci pensava e non voleva pensarci, e si sentì vigliacco, vigliacco del proprio coraggio. Lui non c’era e non avrebbe dovuto esserci e non ci sarebbe mai stato, lui: il caro amico; aveva perso il diritto di avere anche solo un nome perché gli era rimasto addosso solo quello della colpa come un odore che non se ne va più e non puoi lavare; come per tutti i traditori. Pensava allora che tutto era stato conseguente, e non se ne dava pace, e sapeva già come sapevano tutti che questa volta sarebbe stato per sempre; anche perché aveva dimenticato in quale modo si può perdonare; ma non poteva e non voleva tornare a dire e non dire.
Le loro notti aspettavano il mattino in febbrile attesa, avevano paura di perdere anche un solo attimo; in quel momento era, se possibile, ancora più sua scrivendo lettere al futuro: “La cosa bella è che in questa storia non c’è una parte brutta”.
Aveva ragione Clelia. Doveva ammetterlo, anche se non glielo avrebbe mai detto, a costo di mentire. Per nulla al mondo. A quella. Con quella. Gli rodeva. Ecco la parola giusta: gli rodeva. Piuttosto monaca. Anzi meglio se nemmeno le diceva niente di niente. Eppure belloccio era belloccio. Anche qualcosa di più. Si faceva guardare. Ed era un gran bel guardare. Garbato ed elegante. Ai giorni d’oggi se ne vedono pochi. E non son certo tempi da scialacquare. S’intende di così educati. Pareva nato con la cravatta. E le aveva tenuta aperta la porta. Non che non l’avesse notato. E’ morta la vecchia educazione, la gentilezza, la galanteria. Eppure aveva quegli occhi brillanti che parevano prometterle tutto. Persino di più. Aveva sospettato subito come sarebbe andata a finire. Forse lo sapeva da prima. Oppure lo poteva intuire. Era certa che rischiava, con lui, di mettersi nei guai. Si chiedeva solo: quando? Dove? Infondo: quanto? Cioè, certo che non son cose che si dovrebbero dire, non una vera signora, ma insomma, quanto ci avrebbe messo. Era convinta che l’avrebbe convinta. Come può una donna resistere a tanto. Non aveva scordato niente. Era persino il giusto spiritoso. E un po’ allusivo. Anche un po’ più di un po’. Certo doppi sensi garbati. Appena accennati. Nemmeno tanto appena. Aveva dovuto fingere qualcuno di non afferrarlo. A qualche altro s’era mostrata di dover arrossire. E né aveva riso. La mano a nascondersi la bocca. Gli occhi ad evitarlo e ad invitarlo a proseguire. Aveva messo il meglio. Non è facile farsi corteggiare. Non è da tutte riuscire a rendere gradevole e quasi naturale quell’invito. Suscitare quella serena confidenza. Dire e non dire. Ma nemmeno lui era difettoso nel gioco. Sapeva capire il momento. Le aveva persino regalato la rosa. E aveva saputo cogliere il momento opportuno la appoggiare la sua amano alla sua mano. Credeva che quel brivido che l’aveva attraversata la potesse tradire. Fosse stato evidente. Se aveva finto aveva finto bene. Era stato perfetto. Proprio come non se ne fosse nemmeno accorto. Non era nemmeno stato troppo curioso di lei. S’era informato solo di Giulio e del più piccolo. Pareva interessato e allo stesso tempo distaccato. Poi aveva interrotto la domanda a metà, giusto in tempo. Giusto per non addentrarsi in uno stupido imbarazzo. E lei aveva appoggiato la forchetta al piatto. Lo aveva guardato fisso. Aveva solo avuto timore quando le aveva chiesto per che ora doveva rientrare. Allora s’era messo un po’ di fretta. Ma solo un po’. Poco più di un niente. Solo allora tutto si era fatto più evidente. Un po’ era riuscita a prendere tempo. Non voleva cedere troppo presto. Ma i suoi occhi andavano sempre più frequentemente al polso. Era ormai troppo tempo che non assaporava quelle cose. Voleva godersele e godersele affondo. Era bello essere corteggiata. Non che le fossero mancate le occasioni ma fa sempre piacere. Un piacere a cui nessuna può sottrarsi. Si sa come vanno le cose. Alla fine non aveva saputo più resistere. Aveva accettato che lui la accompagnasse. Ma solo fino a sotto casa. E quando l’aveva presa sottobraccio lo aveva sentito sicuro. Era stato proprio in quel momento che aveva capito che non avrebbe potuto dirgli nessun no. Strana è la vita, non ci aveva pensato finché non l’avevano fatto pensare le parole di quella stupida di Clelia. Si può dire che fosse tutta colpa sua. Senza quel suo spettegolare non avrebbe mai accettato. Si sa che la curiosità e donna. E aveva pensato a quanto si era sbagliata. Pensato che la colpa fosse sua, di Clelia. Appena soli si era mostrato romantico. Romantico come Giulio non era mai stato. Come non avrebbe mai potuto essere. Come quelle parole che lasciano senza fiato. Che ti frugano nel petto. S’era tornata a sentire quella ragazza. Gli occhi di lui erano una lusinga. La vedeva bella. Ancor più bella di come era mai stata. Ed era tornato a prenderle la mano. A mescolare le loro dita come in una preghiera. E che parole. Sembrava conoscerle tutte. Tutte quelle parole. Le parole degli innamorati. Le parole di chi ama. E poi le parole di chi desidera. Ah! come la desiderava. E come si sentiva desiderata. E come desiderava. Sarebbe bastato il tono della sua voce. Quel suono pastoso e suadente. La disperazione che nascondeva. Sarebbe bastato anche solo quello. Nessuna avrebbe potuto resistere a tanto; nemmeno lei. Aveva cercato di farlo. Ci aveva veramente provato. E gli aveva allontanato le mani. Forse non era stata troppo convincente. Non era convinta nemmeno lei di volerlo, veramente. I suoi no forse sembravano fin troppo dei ti prego. E poi lei aveva dovuto accettare di rispondere a quella preghiera. Ormai si era persa. Era tardi. Ormai lo sapeva, si conosceva, non avrebbe potuto fare nient’altro. Era sempre più convinta. Non gli erano mai mancate le occasioni. Lo aveva sempre visto in bella compagnia. Non poteva che essersi sbagliata Clelia. Oppure aveva cercato di burlarsi di lei. Non era mai stata così bene. S’era scordata di tutto. Persino dell’ora e del posto. Ma al momento del dunque era stato un bel misero dunque. Tante promesse per così poco.