In realtà si era allontanato, per alcuni attimi; assentato. Aveva bisogno di starsene da solo. Man mano le cose si complicavano. E di complicazione in complicazione cominciava a non capirci niente. Più guardava quello che aveva fatto, come le cose stavano andando, e più si preoccupava. Pensi che una bella ripulita risolva tutto e ti ritrovi quel tutto tra i piedi. Cambiano i suonatori ma la musica resta uguale. Arriva uno che credi semplicemente un giullare e quello, bandana in testa, si inventa un Cesare. Hai un bel dire che è solo un vespasiamo. Avrebbe dovuto mettersi Lui, di buzzo buono, e scriverla; la storia della stupidità.
Eppure c’era ancora qualcuno che si fidava di lui, anche troppo. Certo che son strani gli uomini. Resta un mistero perché alcuni corrono dietro ad altri. E corrono mica per una gonna. Questo l’avrebbe anche capito. Magari rincorrono un uomo, anche se piccolo e brutto. Anche se senza capelli, cioè insomma ora li ha ma mica si sa, cioè si sa, insomma le cose vanno come vanno. Carisma, lo chiamano. Dai agli uomini il libero arbitrio ed ecco che ne fanno. Avrebbe detto semplicemente che erano pecore. Prendiamo Abramo, per esempio. Non si parli di eroe o padre quando si parla di lui. Ogni patria ha almeno un padre della patria. Con tutta la fatica fatta prima di essere padre (e padre è quasi una payrola grossa). Nemmeno c’era una patria. Forse è lui il padre di tutte le disgrazie. Era già sordo allora o doveva essere del tutto rintronato. Figuriamoci se Lui gli aveva chiesto quello; proprio Lui che al solo vederlo, il sangue, gli veniva da voltare la testa e, anche, qualche conato di vomito. Nausea che sembrava una donna in quei periodi. Certo che a scherzare con quello era un vero dramma. Prendeva tutto sul serio e a modo suo. Nemmeno un briciolo di ironia. Neanche il minimo dubbio. Se gli raccontavi una favola, anche una sempliciotta come questa, prendeva tutto per oro colato. Senza menzionare che Lui aveva detto abbacchio non Isacco. Se non si sbrigava rischiava che facesse sul serio. Certo che aveva dovuto cambiargli nome. Era stato costretto a consigliargli un poca di clandestinità. Litigioso era litigioso, come pochi. E poi doveva andare in Palestina e restarci. Alla prima contrarietà, al primo bivio, era finito in Egitto. Inutile dire tutti i casini che sono seguiti a quel casino. Sono sotto gli occhi di tutti. Gli aveva dato poi, dopo, un gran bel da fare. Ancora non sapeva come venirne fuori.
Quell’Abramo non era certo uno stinco di santo. Aveva Lui un bel da fare a parlargli, tanto quello mica ascoltava. Diceva a tutti che ad essere in difetto era lei, era Sara. Poi non puoi prenderla sempre con la donna se le cose vanno come vanno. E lui a divertirsi. A saltare la cavallina. E lei che portava pazienza, povera donna. Era ormai sotto gli occhi di tutti che aveva creato la stoica rassegnazione per darla in dote alle donne. Quella donna ne era l’esempio vivente. E lui, il marito, ad invitare i forestieri nella sua tenda che nemmeno li conosceva tanto bene; anzi per niente. E quelli a dire che allora, da giovane, era bellissima, la più bella. Non ti viene nemmeno un sospetto? Certo che lo era stata, bella. E lo era ancora, nonostante l’età; per una della sua età. Che poi quelli erano in viaggio, e da un bel po’ viaggiavano. Avrebbero mangiato anche l’erba dal vaso, si fa per dire, tanta era la fame. Ma lui aveva i grilli in testa. E quelli, i grilli, a strusciarsi, a frinire. Ma lui niente. C’è proprio chi se le vuole. E quelli, prima di andare, gli avevano spiegato che sarebbe diventata mamma. Non ci credeva. Ci voleva nulla a capire ma non lo voleva proprio fare. Così lei ebbe quel figlio e lo chiamò Sorriso di Dio. Dio, in realtà, sghignazzava. Non somigliava a suo padre. A guardarlo bene aveva qualcosa di tutti e tre. Ma lui mica aveva capito. Non era per quello. Era proprio che era rincitrullito. Ma forse non era nemmeno questione dell’età: tanto sveglio non lo era mai stato. Son fin troppi a portare la prova della loro ottusità con non celato orgoglio. Alla fine viene persino il dubbio se lo sono o lo fanno. Se lo diceva non era certo per invidia o per lavarsi la bocca.
Mica poteva darle torto, a Sara. Che lei era anche stata attenta ma si sa come va in certi frangenti. Sara s’era fatta prendere la mano. Come biasimarla; con quello? Pronto a raccontare che lui spaccava il mondo. Padre di molti? Quel figlio aveva avuto, e manco si era certi. Fosse stato per lui sarebbe rimasto senza anche quello. Altro che “con ogni benedizione”. Il pennuto aveva riferito giusto: “stupido coglione”. Mai una volta che capisse quello che gli si diceva. A riscrivere tutta quella storia ci sarebbe stato da ridere. Non aveva più voglia di ridere. Aveva sghignazzato abbastanza con la storia del Sorriso. Infatti non l’aveva mandato da nessuna parte. Se era per lui se ne sarebbe dovuto stare tranquillo a guardare il suo orticello, così non avrebbe combinato guai. Che poi voleva metter naso in ogni cosa. Fare il generoso. Preoccuparsi per gli altri e quelli, gli altri, erano una specie di comune, peggio di un Centro sociale occupato. Che pensasse per sé. Se c’era un leader questo era lui. Rischiava di finire per restare una figura in secondo piano. Messo in un angolo. Non che ci tenesse. Quello no. Non aveva fatto tutto quel creato per quello. Nemmeno era certo di sapere il perché. Ma era in gioco. E poi quelli scrivevano tutto per filo e per segno. Scrivevano ciò che volevano. La prima mattana che gli capitava in testa. Mica poteva lasciare che tutto andasse come andava. Poi rischiava che dessero ancora la colpa a lui. Che lui avesse scelto Abramo, piuttosto avrebbe scelto Sara; ed era tutto dire. Aveva chiesto un consiglio a Ambrogio. A che servono gli amici, anche se immaginari, se poi le cose se le doveva sbrigare tutte da sé. Quello con quel nome da cameriere gli aveva detto. “Si! no! ma vuoi che non capisca. Certo che capisce. Anche un sordo. E poi, beh! fai tu”. Eccolo lì. Tutti erano buoni e bravi a dargli una risposta come quella. Forse era quello il limite delle figure immaginarie. Mai un minimo di autonomia, di iniziativa. L’avesse chiesto allo stupido assoluto, a Felice, non avrebbe avuto uno risposta più inutile. A tutto c’è un limite.
Con lei, con Claudia, il tempo non rischiava mai di essere una spesa superflua. Era della pazienza che si sentiva di fare difetto. Infondo era stata la prima sera. Ne era stato lusingato. Era certo che sarebbe stato solo per una sera. Quella volta lei aveva detto guardando il suo piccolo falso rolex: “Si sta facendo tardi”. Lui aveva vuotato l’ultimo sorso di bianco dal bicchiere e aveva fatto il gesto di chiederle alzandosi: “Devi rientrare”? Poteva sembrare che lui avesse trovato quella pazienza. Poteva suonare come una nota gentile. Lei aveva affossato la testa sulle spalle, come dire che le ore passano comunque ineluttabilmente. Come a spingere lui a mostrare il gioco. Ne avevano riso insieme, ognuno fingendo di ignorare il perché del riso dell’altro. Ognuno trovando un pensiero furbo e sconveniente; in quel gioco delle parti. S’era detto solo una cena. Lui a fare il cavaliere galante. Lei a fingersi schiva, e a cercare di credersi occhi sognanti. A inventarsi una voce con note argentine che le cantilenavano in gola, tra le labbra, dietro la barriera spessa e rossa del rossetto, strette tra di denti aguzzi, schiave della lingua saettante, come potessero diventare lusinghe. Ma lui si stava già alzando.
“Un ultimo bicchiere”?
“Magari quello no ma”…
Era stato subito chiaro che non aveva più fretta. Che nessuno l’aspettava. Si era controllata. Aveva avuto bisogno prima di andare un attimo al bagno. Anzi, per mostrarsi educata, aveva chiesto a lui il permesso, per andare alla toilette. Gli aveva assicurato che avrebbe fatto presto. Lui l’aveva aspettata appena fuori della porta. Lei si era fatta aspettare. Era meglio se non né avesse bevuto altro. Era solo che il vino le dava alla testa. Perché poi lei si sentiva strana. Non sapeva dire come, ma strana. Glielo aveva confidata appena lui aveva acceso il motore. Gli aveva ricordato che s’era detto solo una cena. Ma che sì! perché no! sarebbe anche potuta salire. Ma solo due minuti, niente di più. Tutto il resto ancora lo ricordava, lui, bene. Non c’era molto di che andar fieri. E s’era detto: storia per una sera.
Lui aveva pensato a lei solo distrattamente. Lei non ci aveva più pensato, almeno fino a quella mattina. Si era svegliata allegra. Con una canzoncina in testa. Aveva deciso che alla cosa avrebbe potuto pensare anche un’altra volta. Si era preparata la colazione e si era scordata il caffè sul fuoco. Si era lusingata davanti allo specchio. Alla fine aveva deciso che sarebbe andata a fare di compere. Magari anche un paio di scarpe. Questo l’avrebbe costretta a passare prima dalla banca. Aveva tutto il tempo che voleva. Non la infastidiva. Nemmeno quel cassiere che tirava il collo ogni volta che lei passava. Anzi, forse la divertiva.
L’aveva incontrata per caso davanti alle vetrine del “Tempo Mare”. I soliti chi si vede! e come mai qui? di grammatica. Il sorriso affrettato di lei. Lui garbato a stringerle la mano. Un momento di studio tra loro. Un uomo e una donna; e un silenzio. Un bacio sulla guancia che lei gli aveva imposto. Il riso di lei a cantilenare come con orgoglio. L’indelicatezza di lui: l’occhio che cerca l’orologio. Lei che interrompe il silenzio. Sei di fretta? Non proprio. E allora che ne dici di un aperitivo? Si trovò ridendo a chiedersi chi aveva scritto le battute. Lei a domandarsi se era proprio scemo. Per un attimo immobilizzati lì tra un se e un ma. Nessuno aveva aggiunto né l’uno né l’altro. Infondo era lui che doveva far vedere che stava a lui decidere. Lo prese sottobraccio. Infondo tutto di lei era in quello che si poteva vedere (pensava lui tra sé). Certo che da quel punto di vista non c’era da lagnarsi. E lei non si lasciava mai andare. Non un attimo di distrazione. I suoi riflettori non si spegnevano mai. Lei, equilibrista dei tacchi, a dondolarsi, per farsi guardare. Claudia si ripeté tra sé. Come se avesse paura di essersene scordato il nome.
Lo guardò negli occhi incerta se mostrare vergogna o malizia. Lui la teneva già tra le braccia, ma erano ancora sulla porta. Sai, non le ho messe. Ho pensato che avremmo fatto prima. Perché dovrei proprio andare. Lui se ne era già accorto, ma forse lei aveva già pensato quella frase. E forse l’avrebbe detta comunque. Lei lo lasciò fare. Lui le sfilò l’abito dalla testa. Tornò a baciarla cercando di mostrare tutto il trasporto di cui era capace. La cercò. Lei aveva lasciato che fosse lui a spogliarla perché tutto ha un limite. Perché almeno quello. Perché amava sentirsi desiderata. Perché non voleva mostrarsi sfacciata. E poi per altri ancora perché. E intanto cercava parole di sospiri che aveva mandato a memoria. Le credeva le uniche parole adatte. Le parole della dolcezza. Forse erano solo sciocchezze.
Di cosa altro avrebbero potuto conversare oltre a dirle che aveva un gran bel paio di tette. A lei bastava quello e se lui glielo avesse ripetuto, ne sarebbe stata ancora più contenta. E per essere belle erano belle, e anche tutto il resto. Lui aveva voluto guardarla. Lei aveva fatto di tutto per farsi guardare. E poi aveva usato tutto il tempo che rimaneva per guardare lui. Infondo si poteva anche dire un bell’uomo. Lei voleva distrarsi. Lui era costretto a farlo. Lei non voleva pensare che era stato tutto così veloce e così… così… così senza poesia; infondo. Si consolò pensando che la poesia, quando c’è, è quella che ci portiamo dentro. E che l’amore poi altro non è che l’amore. Cercò almeno di sentirsi comoda. Cercò almeno di farsi un minimo coccolare. Sarebbe dovuta proprio scappare.
Vedere
ma non aver nulla da poter dire,
la pioggia aveva tintinnato
e nell’erba giocato la gente.
Dov’è una taverna dove fermarsi
per poter annegare il proprio umore?
C’è una casa alla fine del viottolo,
qualcuno che potrebbe starmi a sentire
forse addirittura un angolo vivo
come fra le mimose ero bimbo
un bimbo, un’altalena;
forse tutta una città già desta.
Io stesso se voglio
posso rendermi conto che
non è ancora sera.
Ma chino, scendo coi miei panni, vado
dove l’ombra soccorre il silenzio.
Qualcosa di questo
qualcosa di quello,
tutto torna alla mente.
Frughi fra oggetti distanti
rievochi riassumi rammenti
in una parola ritrovi
distratto e con noncuranza
ciò che i ricordi taciuti
hanno trasformato e goduto.
Guardi la pioggia sui vetri
i fili fragili e muti
poi con attenzione osservi
la blanda scadenza dei minuti.
Magica è la notte ma nemmeno la politica scherza.
Se non s’è più parlato più di Spinola, qui, non è per una sorta di timidezza, o di diffuso pudore. Quelli che ne parlano lo fanno ai pettegolezzi. Infondo una città, seppure piccola, si riconosce anche e soprattutto per quelli; nei suoi vizi. E’ lì che riscopre la sua vera identità. Nelle storie di letto e di corna. Storie che non sono mai state troppo frequentate, qui. Infondo cos’è una macchina ferma in una piazzola, al buio? E’ nient’altro che una sorte di piccola poesia della memoria. Sono talmente rare che rischiano d’essere i posti più affollati. Tutto il resto sono case su case. Rumori e grida. Un formicolio cieco. Altro posto non resta se non il sagrato dopo le funzioni; d’altro canto il posto più adatto per denunciare i peccati e i peccatori. A prestarci orecchio ne escono di storie da raccontare. I mostri si annidano sempre dietro quattro mura, all’interno di un quadretto domestico. Dietro l’aspetto del bravo marito e del buon padre di famiglia. Sotto le vesti e, appunto, nelle mutandine dell’irreprensibile casalinga. Ma tutti sono in fibrillazione: in orgasmo per quella che chiamano ancora democrazia. Si vota. Beh! non proprio tutti. Qualcuno, come sempre, vive le cose di tutti in modo differente. E ne ha piene le palle. Ma sono gli altri a fare i rumori della città. Sembra quasi una città viva e vera. Invece è solo la parvenza di una città. Come dice sempre e ostinatamente Lei: solo un racconto ironico di una realtà parto della fantasia.
Gira da tempo un tipo strano. No! nulla di preoccupante. Per esserlo è innocuo. E’ solo uno di quelli che raccontano rodomontate. Che le spara grosse. A saperlo nemmeno ci si farebbe caso. Al massimo un alzar le spalle. Il fatto è che te lo ritrovi. Giri l’angolo ed è lì. Vai a vedere un balletto – il massimo della mondanità qui a Spinola – e ti appare nel palco con un opplà. Te ne vai a correre al mattino presto, un po’ per l’aria fresca e un po’ per startene in santa pace, e te lo ritrovi al tuo fianco. Vai al bar ed è sulla porta. Non che entri, non aspetta nessuno. Da appuntamento alla gente che non viene. Nasconde le mani. Poi dice che mica è stato lui. Poi dice che sì! che è stato lui ma che scherzava. Insomma un tipo così. Uno di quelli che cerchi solo se hai una figlia brutta, ma proprio brutta, che nessuno vuole, perché speri che ci caschi altrimenti ci giri al largo. Che se ti invita per il caffè inventi persino un lutto anche se di quel caffè ne avresti veramente bisogno. Ché se parla non c’è rischio, la catalessi è certa. Se non fosse una cosa troppo azzardata per lui lo penseresti testimone di Geova.
Sembra, ma le voci paiono tutt’altro che infondate, che lo stesso si sia messo in mente di fare il sindaco. Beh! nemmeno questa sembra sua. Gliel’hanno messo in testa. Almeno ci prova, cioè lo fanno provare. Lui finge di crederci e lo fa che lo diresti convinto. Da un po’ circola persino una sua fotografia, formato gigante (e senza lapide). Il nuovo che avanza; sorridente. Lì sorride e anche a sorridere ha quell’espressione ebete. Da bravo ragazzo che non sarà magari mai un genio, non avrà mai un lampo, ma almeno non si infila le dita nel naso. Al massimo lo fa assicuratosi che nessuno lo veda. E anche per foto dice lo stesso niente. Ma un niente garbato. Di quelli che se proprio devono almeno lo fanno di nascosto. Di quelli che glielo leggi in faccia quando cercano di fare quelli proprio furbi, perché l’espressione da furbo proprio mica la sa fare. Di quelli da cui non ti aspetti certo una marachella. Che si prendono la colpa al posto degli amici perché un aspirante colpevole così perfetto è persino raro trovarlo. Che anzi dicono in anticipo “sono stato io” che non si sa mai che qualcosa non resti mai impunito. Insomma non fosse fastidio sarebbe miserevole compassione. E lo riaccompagneresti a casa per timore che non ritrovi la strada o che resti in circolazione.
Certo che anche quella di Abigail Rose Clancy è stata grande. Che lui nemmeno sapeva che di secondo nome facesse Rose. E mica sapeva che, come per la favola, gli sarebbe cresciuto il naso. E poi tutti a riderci. Carina era carina, anche troppo. Troppo perché basti cambiarle il nome. Con lei era impossibile vederlo. Nemmeno se gli avesse parlato in italiano che è lingua che lei non conosce affatto e lui non mastica troppo bene. Certo non era farina del suo sacco. D’altronde quel sacco vuoto e stato lasciato da lungo in un cantuccio. E poi chi non si è mai fatto passare per una simpatia di una gran gnocca? Il gallismo italico. Siamo tutti tentati di raccontarla alla grande. “Pfui!!! Sai quella… Io… quante ne voglio”. Frasi così se ne sono sentite a uffa. Ci si ride sopra. Si finge di crederci. “Pensava di essere ad Arcore”. Le sue grandezze. O alla villa Certosa. Con tutto, cioè quel poco, all’aria. La trovata della povera, e bella, Rose è stata una grande trovata ma si sa che le bugie hanno le gambe corte. Certo non quanto quella di far scrivere una lettera senza che il mittente lo sapesse. Una lettera che invitava i cittadini, naturalmente, a dare la preferenza al suo schieramento. Ma lui non si sarebbe accontentato di così poco come farla scrivere senza che lo stesso mittente sapesse. La fa scrivere ad un verde per invitarlo a invitare a sostenere gli assassini anche dell’ultimo albero, dell’ultimo filo d’erba, se non vengono fermati prima. E alla fine potrebbe anche arrivare a sostenere che l’avrebbe avvertito, il mittente, cioè l’ignaro scrivente, non fosse che per il piccolo particolare quasi irrilevante: lo stesso scrivente risulta deceduto.
Insomma non parlassimo di una città di fantasia, quando ci riferiamo a Spinola, non fosse questo un semplice racconto ironico e non ci si riferisse puramente a personaggi immaginari ci sarebbe di che preoccuparsi, ma così, come stanno le cose, non ci resta che ridere, oppure, come dice il povero comico, piangere, o almeno toccarsi affinché non capitino mai cose simili nella realtà.
Forse la pioggia aveva
lavato quelle pietre calcinose
e cancellato l’odore, e il segno,
dell’acre fumo d’alte rabbie
ma qua e là senza ragione alcuna,
dove l’erba era filari secchi,
erano rimaste senza ordine apparente
le grandi cicatrici
profonde quel tanto che basta
per uccidere o per divenire
indelebile pianto senza scadenza.
Quale nome dare
all’eroica resistenza di quei sassi
al dolore?
Torna a lustrare l’armatura
dell’astronauta illusorio
e porgere le pietanze
colme di spessi aromi
arcano messaggero di speranze
che stendi a seccare al sole
le pelli della tua selvaggina
gli stessi tuoi panni
brevi e consueti drammi,
e giochi la tua età vicina
con cento lontane e mille parole
Da un diario non scritto: Ci viene incontro. Abbraccia tutti. Anche Michele che vede per la prima volta. Di un abbraccio caloroso. E’ l’unico modo che conosce di salutare. E poi cerca la stretta della mano vigorosa del nuovo venuto. E l’imbarazzo e già dietro le loro spalle; dissolto. Questo è Bobo.
Sfiora il marmo senza far rumore. Non perde un attimo per estrarre dal suo cilindro la dolcezza della sua generosità d’animo. Entrano e il corridoio corre a fianco ad una lunga libreria. Tutta piena zeppa di libri di pittura e di arte, soprattutto di pittura. Poi gli ospiti si trovano nella vasta sala da pranzo. È il mondo del pittore, ma anche il suo salotto. “Michele resta in silenzio mentre lei lo conduce per mano in un luogo che conosce e che ama”. Rossana non gli lascia che le parole che ha dimenticato. Michele si sente tranquillo. E’ come se conoscesse ogni pietra. Ogni frammento colorato di quei marmi. Ogni sillaba di quel racconto che si dispiega davanti a lui. Sembra non avere occhi che per lei. Ne cerca continuamente la mano. Guarda sempre al mondo attraverso gli occhi di lei. Eppure è affascinato di tutto. Come se ritrovasse la sua casa.
Bobo si accomoda e fa accomodare nell’ampio divano. Afferra le frasi senza presunzione. Le afferra al volo come fossero falene. Ne ammorbidisce i suoni. Destreggia magistralmente il suo dialetto. Anche i suoi pensieri sono violentemente colorati. Cerca un libro. Poi un altro. Quello che gli interessa è sotto la pila sul tavolino. Il suo sguardo si illumina a mostrare, a parlare di pittura. Non è geloso di quelle opere. Se ne riempie il cuore generoso e lo riempie generosamente. Parla di Luigi Tito. Li chiama tutti per nome, così Luigi, ed Emilio, e gli altri; perché a consumare questi masegni prima o poi ci si incontra. Perché Venezia è così. E’ loro grato. E si mette quasi in disparte, rispettoso; modesto. Il fiato pieno di ammirazione. Lui dipinge solo perché ama, e dipinge questa città. Non è, appunto, artista ma solo amante.
La sua voce è come la brezza di questa sera. E’ facile stare ad ascoltare. Sembra una bestemmia interromperlo. E le sue parole si riempiono di ricordi; freneticamente. Come la sua corsa. La sua voglia intatta di vivere. Ed è sempre dentro questa città. La sua città. Michele che cerca testardamente di rifiutarsi al passare del tempo. Michele ammette di non conoscere l’uomo Tito ne la sua opera. Poi vede le riproduzioni nel libro. Si morde la lingua. Rammenta. Non ha il coraggio di interrompere il fluire dei ricordi. Di correggersi. La memoria, a volte, fa scherzi strani. Allora nasconde gli occhi dentro il bicchiere di rosso rubino che rigira tra le mani. Resta solo ad ascoltare. Pieno di parole senza suoni.
Lei, Helene, galleggia leggera. Li accoglie con piacere e meraviglia. Svolazza loro intorno, francese con le cicale in gola, dolce e soave. Morbida come gli abiti che le accarezzano un corpo rimasto giovane. Helene con quel parlare carino e affascinante. Li sfiora di una presenza discreta. I suoi occhi sono fessure piene di lampi e di dolcezze. Le sue stoffe sulle pareti, respirano nella sera. Assieme ai quadri di Bobo, alle piccole sculture, ai piatti. La camicia dell’artista ha i suoi colori. Lei guarda nel forno. Soffia lontano un respiro di fumo che si disfa nell’aria.
Michele si guarda intorno. Vuole conoscere tutto. L’ultima opera, non sembra amata più delle altre, è appoggiata ad una poltrona. Un olio con una sedia enorme e pesante davanti ad una finestra e a sinistra un enorme mazzo di fiori. A Michele ricorda molto distrattamente Vincent. Ma Michele ha dovuto lasciare la sua città che era ancora un ragazzino. Non ha saputo farne abbastanza di strada se gli è rimasta quella malinconia dentro. Le pareti sono affollate dei quadri di Bobo; naturalmente. Poi Michele gira intorno al grande cavalletto vuoto. Ha la sensazione quasi di entrare nella storia dell’uomo con passi imprudenti. La sue terre. I suoi rossi, i suoi azzurri fino al blu. E’ lì la sua pittura. E’ lì Venezia. Quella del pittore e quella del visitatore. Quelli sono i colori di Venezia. E nel tratto vi è lo sciabordio lento e pigro di quei canali.
A tavola il caso vuole che Michele capiti vicino ad Alberto. Si sono visti frettolosamente una volta. Si sono incrociati vicino a casa. L’uomo ha una dignità nobile, ovvero quella che ci si può aspettare da un nobile. Non alza mai il tono. Non gesticola. Gli occhi hanno angoli d’ombra e di stanchezza e pacate curiosità. La sua eleganza trasandata, da vecchio gentleman, è tutta in un abito bianco di lino stropicciato. Lui preferisce gli acquarelli. Preferisce le trasparenze. Non è uomo da nascondere segreti. Con gentilezza passa il pane e il vino. Accarezza tutti con occhiate morbide di velluto. E’ facile e bello trovare in lui la persona adatta con cui dialogare. Susanna e Pietro si sorridono. Lei sembra una donna allegra, piena di voglia di correre. Lui, invece, ha capelli arruffati. E’ ancora giovane per la sua età. Guarda tutto con uno sguardo pigro. Ha l’espressione di chi cerca benevolenza. Allora insegue rodomontate, grandi imprese; assume un’aria impegnata a capire. Sembra non abbia mai abbandonato il bambino ch’è in lui. Appare di quelli che le donne amano perché sanno muovere loro quel senso protettivo, perché son come i peluche: belli da coccolare. Ha una giacca da architetto ma lui è architetto. Ha una pigrizia da architetto; sorniona. Segue Bobo come si segue colui nato per andare di testa sua. Per stimolare la voglia di rendere omaggio. Eppure Bobo è un uomo senza vanità, tranne che per la camicia dipinta dalla sua Helene; un uomo sottile come un giunco. Pronto ad accompagnare ogni brezza. Con una corona solo di bianchi capelli ispidi. Non è certo quello che ti giuda, ma quello che ti accompagna per mano. Michele lo guarda e sembrano conoscersi da tempo, da sempre. Forse è così e le loro strade si sono incrociate di nuovo. Forse quelle calli le hanno attraversate entrambi. Ma la storia di Bobo è un viaggio ben più periglioso e interessante.
A Michele resta di che ascoltare poi si affaccia al cortile per fumare. Rossana gli si avvicina per approfittare e sfiorargli la mano. Era leggermente in ansia per lui. Non si era mai distratta. Ora lo può fare, tranquillizzata. I suoi occhi ringraziano dolcemente il compagno. Sa che amano in sintonia. Sa che lui è lì, completamente; libero di qualsiasi imbarazzo. Non ha bisogno di parole: sa che sta bene. Torna dai suoi amici. Anche quando cerca di sottrarsi le spetta sempre il centro della festa. Riempie le stanza con la sua forza di vivere e i suoi sorrisi. Rende ogni posto famigliare. Racconta. Affascina. A tutti vien voglia di parlare a quella donna, di non limitare le confidenze.
Il tempo ha avuto fin troppa fretta. Non c’è nulla di simile che uscire in riva nella notte, alla Giudèca, e avere davanti le Zattere; tutta Venezia di notte con le sue luci. Con quell’aria da posto incantato. Mica riesci a vederla solo con gli occhi. Il cuore per un attimo spalanca le sue porte. Manca il fiato. Tutto è una carezza. Alberto è curioso di loro e di sé. Quella storia l’ha lasciato con poco fiato. Ha bisogno di condividere con loro i ricordi. E’ quasi un bisogno fisico, una necessità. Sotto il braccio ha il piatto che Bobo l’ha costretto ad accettare in regalo. E Alberto libera il suo animo di parole che da molto tempo aveva il bisogno di liberare. Quando si ama veramente, con forza, l’amore è contagioso. Apre loro il suo cuore. Racconta con quel cuore delle sue sofferenze. Di quanto gli manca il suo compagno. Dice che capisce chi non ce la fa. Lui ce l’ha fatta. Gli è stato vicino; sempre. Sa che era la scelta giusta. I suoi occhi sono pieni di lacrime che lui sa nascondere, ma la sua voce è rotta e piena di dolcezze. Ha sofferto in silenzio. Ha regalato il suo sacrificio all’uomo che ha amato. Ha reso fantastici quei tristi ultimi giorni difficili e di sofferenze. Lo ha accudito. Quel ricordo gli sarà di aiuto per le sue solitudini; per il resto della vita. Sa di aver donato. Che non poteva fare altro. Che è stato bello dare a chi si è amato. E lascia a loro la magia del suono discreto della sua malinconia.
Nella realtà Alberto porta il nome di un grande eroe della grande tragedia greca: l’eroe troiano. Quello che ha sfidato la morte sapendole parlare guardandola diritta negli occhi. Che le è andato incontro conoscendola, col petto gonfio d’orgoglio. Consapevole che non avrebbe potuto ribellarlesi, indietreggiare. Il suo coraggio era il coraggio dell’audace. La sua sorte era già scritta. L’avrebbe cantata il grande poeta, il più grande, per sempre. Del nostro eroe solo gli amici possono conoscere il dolore. E’ lui a ringraziarci prima di andare. Torna nella modestia del suo silenzio. Michele abbraccia Rossana davanti al portone, sanno che non saranno, come sempre, più gli stessi.
E’ da quel quattordici marzo. Qualcuno osserverà che se non c’era ancora il creato come potevano esserci i mesi, e i giorni. E poi che come si fa a contare indietro; prima? C’è sempre qualcuno tignoso che va per il sottile. E qualcuno che pensa di saperne una pagina in più. La cosa Lo indispettiva. Per un attimo era stato tentato di dargli una lezione, a quel qualcuno. Di ricacciarlo nel niente. Cosa ne poteva sapere? Lui il creato l’aveva creato quel giorno. E per Lui era il quattordici marzo. L’anno non ha importanza. Che poi era sicuramente il primo. Aveva deciso così. Era o non era Dio? Avrebbe potuto dire un giorno qualsiasi. Non lo sarebbe stato comunque. Aveva deciso che fosse quello. Forse perché il tredici si sa, per alcuni è un giorno non fausto. I napoletani c’erano da ben prima di Napoli. Insomma tanto per stabilire una data. Per avere una certezza. Non si sa mai; anche la memoria è quella che è. Volatile; come certe amicizie. Poi lei era andata a tirare fuori vecchie storie. Carabattole. E’ possibile che ci sia sempre questa specie di bramosia per il passato? Perché non metterci una pietra sopra? Lui, certo, quando l’aveva vista ci aveva fatto un pensierino. Un pensierino e niente più. Nemmeno si poteva dire ci fosse stato qualcosa. Non ne aveva avuto il tempo. Ma mica era per quello. Certo lui non si poteva immischiare in storie da umani. Certo che a vederla chi non l’avrebbe fatto, quel pensierino? Era una cosa, cioè una donna, ma proprio donna donna; e come si deve. Se c’era una cosa che aveva fatto bene era lei. E lei non lo nascondeva nemmeno che le piaceva essere guardata. Guardata e ammirata. Poi faceva quella che si ritrae. Tutte uguali. Come fosse una donna tra le donne. Certo che lì, essendo sola, tutti le stavano intorno. Non ce n’era uno che non la guardasse. E a qualcuno scappava anche qualche parolina. E anche spesso. Se fosse stato geloso avrebbe avuto di che esserlo. Lei gliene dava occasione. Non che ci fosse qualcosa di, come dire? certo. Avesse almeno saputo cucinare e stare al suo posto. Che serve una donna se non sa fare la donna? E non sa stare al suo posto? A pensarci non le aveva ancora dato un nome. Non ci pensava nemmeno di darle anche un cognome. In fondo, tra loro due, era lui ad essere Dio.
Certo che il creato era una meraviglia. Il problema era che non aveva ancora creato il calendario. Ma si sa che il calendario era una sorta di lista di collocamento. Così a distrarsi era facile si distraesse. Per un attimo smise di pensare a cosa era stato, cioè la sua memoria venne verso i tempi nostri. Beh! non proprio questi. Era stata sempre lei; lei che chiedeva sempre delle spiegazioni; lei e la sua aria di rimprovero. Ci stava pensando. Era molto più comodo vivere solo di presente. Non era facile nemmeno a lui spiegare certe storie come quella storia della trinità. Essere uno ed essere tre. Cosa ne pensava lei? Naturalmente: “Povero vecchio, ha problemi di identità”. Per cercare lui cercava. Non riusciva a fissarsi su un ragionamento. Aveva fin troppi grattacapi. Lui era suo padre ma anche suo figlio. Pensava se aveva qualcosa di cui rimproverarsi. In verità non aveva nemmeno fatto a tempo ad avere l’ombra di poter conoscere il rimorso. Più ci tornava e più non lo convinceva quella storia che gli aveva propinato Gabriele. Su due piedi avrebbe scommesso che c’era di che prendersela, e mica poco. Gli sarebbe venuto di spennarlo. L’incarico era solo di avvisare Maria. Se vogliamo un po’ da leccapiedi, due parole dolci. Un compito avaro ma un lavoro è un lavoro, non aveva responsabilità. Ci avrebbe pensato da solo. Sapeva sbrigarseli i suoi mestieri. Mica c’era bisogno (né fretta). Poi quello, mai che stesse ad ascoltare, mai che si limitasse a quello che gli veniva detto, sempre a prendersi delle iniziative, doveva aspettarselo. Che poi lei mica che fosse una ragazzina. Lo sembrava solo. Minuta. A guardarla frettolosamente, anzi, pareva bambina. Non avrebbe superato le medie. La confondevi con i compagni di banco. Poi, quando la sentivi parlare, aveva una lingua che dio ce ne scampi. No! cioè… Dio era lui. Non c’entrava. Aveva una lingua tagliente; lei. Una logica inattaccabile. Ne sapeva una più del diavolo. Eccolo il punto. Appunto. Ne sapevano qualcosa i sacerdoti al tempio. E non solo loro. E poi non era stata ancora creata una donna di cui ci si potesse fidare ciecamente. Il fatto era che con le donne non ci aveva mai azzeccato. Fin dalla prima aveva avuto i suoi guai. E quelli a mettere tutto nero su bianco. Rischiava di sentirsi messo alla berlina. Che poi, a pensarci su, qualcuno si permetteva ancora di biasimare quella Maddalena. Non sarà stata da esempio, l’altra; in fondo, era stata una ragazza madre. Solo lui sapeva la fatica per trovarle marito. Che lui mica né voleva sapere. Bella sì ma chi se la tiene. Ti porti in casa una donna del genere, non che non fosse intelligente, anzi, fin troppo; proprio per quello. Chi si mette una così in casa? Sempre a dirti e a spiegarti. Una vera professoressa. Una professoressa bambina. E aveva pure l’ardire “bisogna proprio che glielo faccia, e con calma, quel discorsetto sui peccati e sulle prime pietre che è sempre così difficile scagliare”. Guarda chi parla. Chi parla di peccati e di pietre. Chi voleva abbindolare con la sua aria da santarellina? E poi aveva troppa confidenza con quelli. Sì! proprio loro; quelli del condominio Olimpia. Che parevano vecchi amici. A vederla non si sarebbe detto. A Lui non piacevano le frequentazioni che aveva. Certo che non fosse stato suo, cioè il suo pensiero, il pensiero di Dio, lo si sarebbe potuto tacitare di fomentazione, persino di blasfemia. Un appunto del genere con Lui, proprio con Lui, non reggeva. In fondo Lui era stato vittima. Madre di Dio un cavolo. Madre di suo figlio lasciamo stare. Fosse stato in un’altra posizione nemmeno l’avrebbe riconosciuto. Tutto e per tutto uguale a quegli scavezzacollo. Non sapevi mai dov’era né con chi. E poi parlano di cattive compagnie. Però se parliamo di donne anche qualche uomo. Aveva un diavolo per capello. Ecco! tornava lui. E riddaje. A proposito di corna. Forse doveva immaginarselo che c’era il suo zampino. Li fai belli e quelli si credono di più. Questa è la gratitudine. Ma tornando… su Gabriele non poteva dire di sentirsi tranquillo. E poi questi sarebbero gli amici. Era tentato di preferire i nemici. Veramente non voleva nemmeno parlarne, sbilanciarsi, che poi c’era ancora un’inchiesta in corso.
Lasciatevi meravigliare da Lei, dal suo mondo, dalla sua prosa. Non credo esista un modo migliore in grado di ricordare Ivan. Le sue canzoni sono state un ottimo compagno di viaggio e continueranno ad esserlo.
Scusate ma vado di fretta.
Peccato Lei non c’era, la divina ha perso un appuntamento. Ci saremmo divertiti. La sua penna caustica ne avrebbe fatto un quadretto sicuramente più gustoso. Io faccio quello che posso. Non ho certo la sua verve. A dirla tutta quasi quasi mi annoiavo. 3 giugno 2009. Me n’ero scordato. Ci andiamo alla spicciolata, tanto ci troviamo là. Come detto Lei non viene. Ultimamente ha qualche ritardo e qualche assenza. Bisogna prenderla com’è e come viene. Del resto mica ci si può fare diversamente. Gaetano invece ci raggiunge lì col suo cane. Rossana, naturalmente, mi viene incontro. E’ lei la vera invitata. E poi è di quelle che, se è il caso, anche se ha tempo, non aspetta tempo. Ovvero quando lo aspetta sbaglia. Infatti stavolta mi aspetta davanti al ponte di Calatrava. A questo proposito, disgredisco (si dirà così?), lo credevo da una battaglia. Va bene che è il nome dell’architetto ma poteva risparmiarselo. Mi sembra brutto qui, a Venezia, e poco utile, oltre che infido e pericoloso. Forse questo è un altro discorso ma tanto decido io cosa voglio e non voglio dire. A proposito di Rossana neanche l’avessero fatto apporta: rossa di capelli e rossa di tutto. Sembra costruita per non smentire il nome. Infatti tutti l’hanno sempre chiamata Rossa. Io, manco farlo apposta, la Rossa; ma su questo mi sono fermato in un altro post. Poi, come tutte le Rosse, presenta un solo limite: rischi di uscirne pazzo.
Insomma se ne sta ad aspettarmi ai piedi del ponte e la corriera se ne arriva in ritardo. Tutto per togliermi la possibilità di avere un qualche vantaggio, visto che il giorno prima aveva tardato lei. Tanto per incazzarmi mi ero già incazzato. Certo che io una giustificazione ce l’ho: a tornare dalla fantasia, ovvero da Spinola, a quella città reale, che pare così fantastica, che risponde al nome di Venezia, è come attraversare un’intera vita. E l’universo. Può, persino, essere traumatizzante. Non so se riesce più incredibile il brutto anatroccolo che è Spinola o il bellissimo cigno che è Venezia. Due mondi come due galassie. Io me la guardo, Venezia, come un amante. Spero che Rossana non né sia mai gelosa.
Affrettiamo allora il passo perché lei si ricorda che forse si era sbagliata e che non ricordava l’ora dell’inizio. Non era più certa. Forse tardavamo di una decina di minuti, forse di un ora più quei minuti. Mica è facile accelerare il passo per una città piena di persone che passeggiano su percorsi stretti e che non possono mai aver fretta. L’indolenza della città mal si addice ai ritardatari anche perché non c’è nessuno che abbia così rispetto della puntualità tranne chi non è del posto o non va da un’altra parte. Attraversare poi i gruppi di turismo famigliare è una vera impresa, e i gondolieri che ti approcciano. Non voglio andare in gondola, per i soldi e perché non sono un turista. Me la giro come e quando voglio. La barca la tengo legata sotto casa. E non ho bisogno di alcuno che remi per me. Ovvero Venezia resta sonnolenta, cullata da un leggero moto ondoso che si infrange sulle rive, e l’appuntamento è alla Scuola dei mercanti.
Il piazzale antistante è già affollato. Un chiacchiericcio snob si spande come caigo; si appiccica alle cose. La scuola sembra una chiesa, forse lo era; probabilmente. Lei, Rossana, mi invita ad entrare. “Perché”? Gaetano è già schifato. Il suo cane ha lasciato il segno del suo gradimento sul selciato. Nemmeno un attimo e qualcuno l’ha già calpestata. Bestemmia forse solo perché non è merda d’artista. Padrone e animale si allontanano alla chetichella. Dice lei: “Perché è il mercante ed è mio buon cliente”.
Il motivo non mi convince. Ho il sospetto di aver dato fin troppo, una sorta di premonizione. Non vorrei contraddirla e nemmeno ci penso. Il mercante è lì, davanti al portone. Unico vezzo una sciarpa nera che pende al collo. Tra tante figure improbabili l’unico probabile è proprio lui, il maestro ovvero l’artista. Uomo corpulento. Vestito da Sono-uscito-così-com’ero, ma con un capellino blu con frontino in testa. Nemmeno uno stupido codino. Se ne sta a parlare col più famoso compositore veneziano, quello che ha smesso di fare canzonette per andare a scrivere musica a Hollywood; proprio lui. Invecchiato, cazzo se è invecchiato. Mi diverto di più a guardare quello strano universo. Sono certo che la mostra non li può che far rimpiangere. C’è un bambino che col gelato si è trasformato in un quadro vivente. Lui nemmeno lo può sapere, ma i colori sono proprio quelli del maestro. Sembra che i pittori, almeno alle loro mostre, almeno alle inaugurazioni, si debbano giocoforza nomare così: maestro. In questa sorta di sagrato le figure si affollano. Arriva quasi subito il cowboy. Da dove se ne esca non so e non lo voglio sapere. Mi chiedo dove lo ripongano dopo. Piccolino, vicino ad una stangona senza altra attrazione. Il cappello da sculaccia vacche in testa. Una camicia, di un verde che la peggiore fantasia non potrebbe immaginare, che offende gli occhi. Gli corre incontro un tipo lungo e secco. Giacca bianca con il colletto obbligatoriamente rialzato. Una catena da ancora gli pende dalla cinta e cerca di evitarla per non ruzzolare sui masegni. Ha solo i capelli sul cucuzzolo ricci e color carota. Tutto vezzoso abbraccia il cowboy nuovo venuto. Pare si conoscono. Probabilmente sono habitué dello scrocco ai vermisage. Intanto si stappa il primo vino. E un rosso che l’artista fa nella sua tenuta toscana. Decisamente la sua arte si esprime meglio nel vino che produce, ma questo potrebbe essere solo il frutto della mia ignoranza cafona e della incompetenza. Un poco anche del mio amore per il vino.
Mi aspettavo donne giovani e belle, ci limitiamo a quelle affascinanti, interessanti e avanti con gli anni. Probabilmente nessuna mira più a spogliarsi per fare solo la modella. Una ha una scollatura dalla quale si vedono le mutandine, il seno è sceso ad un piano ancora inferiore. Sta per raggiungere la cantina, senza fretta. Per il momento non c’è pericolo. Una guida un cane dello stesso rosso tiziano della gonna. Chiedo a Rossana se è possibile che ne abbia, di cani, di ogni gradazione di colore, per esempio verde veleno o azzurro cielo prima d’un temporale. Lei lo prende per uno scherzo mentre mi viene come dubbio legittimo. Prima di entrare mi accendo una sigaretta. Ogni scusa è buona ad evitare o rimandare il pericolo. Io il pericolo lo fiuto da lontano.
Intanto una ragazza gentile, che risponde in francese, sbatte sul tavolato polipi lessi che taglia, con una paletta adatta, in frammenti infinitesimali. La gente si azzuffa. La dimensione dei bocconi non li scoraggia. L’importante è riuscire a infilarli e a non farseli rubare. Un’altra ragazza sembra voglia solo convincermi di quanto sono sodi i suoi seni. Con quelli cerca di farsi largo. Alla fine delusa desiste e mi chiede permesso. Scivola tra me e la riva rischiando di precipitare in canale. Raggiunge la distribuzione. Nemmeno ho il tempo di spiegarle che ero lì per quello. Che non me ne stavo ad aspettare il battello. Certo che con i giovani bisogna portare pazienza. Quella che potrebbe essere la madre cerca una operazione simile; mi accorgo che si tratta di una signora solo quando ce l’ho davanti; e ancora faccio fatica. Credo che ad una mensa ci sia più rispetto per la fame altrui. Qui sono ossessivamente affamati d’arte. D’arte o del problema “guardami”. Come fai a non guardarli, ridicoli come sono. Quello in pantaloni corti sculetta come una soubrette.
“Vieni. Entriamo”.
Mi lascio convincere per pudore. Che ne sapevo che le vere opere sono le statue di terracotta imbrattate? Imbrattate dal maestro. Appena entro ci sono foto imbrattate. Pensavo fossero quelle il piatto forte. Una delle sculture, che sono di terracotta ma paiono di cartapesta, cammina per una S. Marco nell’acqua alta. Una se ne sta dentro un orinatoio come ad aspettare qualcuno che si avventuri a farla. O come ad aspettarti per farla. Una intralcia i lavori di una benna in un cantiere. Insomma sono d’impiccio persino nelle foto. E le statue? chiederà chi non ha avuto lo stesso piacere. Quelle se ne stavano al piano superiore, a guardare un altrettanto improbabile film. Quella che mi colpisce è una nuca. Dal mio punto di osservazione sembra un bimbo grasso intento in una grassa smorfia nella quale stringe gli occhi. Vorrei aver dietro di che farlo per prendere uno schizzo per appunto.
Esco che mi sento soffocare. Stanno ancora li a parlare, tutti; a far chiacchierare e svolazzare le mani. Uno stormo di dita impazzite. Con spreco di erre mosce e di “Fantastico”. La bionda è vestita da ventenne ma il viso ne denuncia almeno tre di ventenni. Nemmeno il sospetto di una vecchia bellezza, solo l’aria. La bocca che le sega la faccia in due; come un cocomero. Saluta e poi prende sottobraccio uno che se non è un artista è solo un corto sgorbio panciuto con tredici capelli che si azzuffano sopra le orecchie; probabilmente sono sue solo le radici per le estensioni. Due, uomini, da non credere, hanno mocassini di colore inverecondo, e senza pudore, con cintura uguale. Sulla barca addobbata a riva il cuoco si inventa emulo di Silvan. Lancia nuvolette di farina. Una nuvola di capelli bianchi gli esce da sotto il cappello. Da solo vale il prezzo del biglietto. Getta, con gesti da prestigititatore, gamberetti e anelli di calamari infarinati nell’olio bollente. Scende a terra. Versa un enorme polenta fumante a spandersi su d’un tavolo. Tutto quell’universo cinguettante, sul quale svolazzano gridolini queruli e creature ricercatamente improbabili, si riversa attorno alla polenta. Un mattacchione ha nascosto le forchette. I più temerari gridano con gole bruciate. Alcuni la raccolgono con i bicchieri di plastica. E’ divertente vedere quelli che cercano di mangiare, da quella cascata lavica di polenta, con gli stuzzicadenti con cui s’erano avventati sui frammenti di polpo.
Mi accendo una sigaretta. “Andiamo”. Ho paura di non riuscire più a trattenere le lacrime e la grassa risata che mi sale alla gola. Ho paura di compromettere il mio futuro e ritrovarmi bandito da ogni ulteriore inaugurazione. “Non vuoi conoscere il maestro”. Sono orgoglioso di conoscere alcuni professori. Anche Lei è professoressa; il suo diario, però, è volutamente ironico. Non so se riuscirei a trattenermi. Conosco i miei difetti e come sono fatto. Mi invento un impegno. Mi sento in imbarazzo. Poi le dico la verità. Preferisco mangiare messicano al ristorante d’un napoletano, seduti ad un tavolo in riva al lume di candela. Datemi un pennello (adatto) in mano e credo che riuscirei ancora ad imbiancare una parete facendo meno danni. Venezia è bella comunque.