Dato lo spazio esiguo non posso che procedere per estreme sintesi. Spero che il limitarmi a poche, laconiche, righe possa essere solo di premessa.
In vari testi si fa risalire la storia degli afro-americani e della loro cultura al 1619, a dodici anni dalla fondazione di Jamestown (1607) in Virginia, quando una nave da guerra olandese sbarcò un esiguo numero di schiavi catturati in Africa¹. Si sceglie convenzionalmente tale data sostenendo che in precedenza si era assistito soprattutto a deportazioni di negri per far loro svolgere lavori manuali finiti i quali spesso venivano fatti fuori².
In uno scenario simile non vi può essere, all’inizio, ne integrazione ne riconoscimento; non può che restare una confusa memoria culturale che richiama alle varie terre di origine. E’ infatti logico dedurre che i neri d’america abbiano cominciato ad elaborare una propria cultura autonoma nel momento che hanno cominciato a “sentirsi” parte di una terra, ovvero nel momento stesso che hanno realizzato che non ci sarebbe stato ritorno, e che quella terra sarebbe diventata la loro e quella dei loro figli in un triste per sempre.
E’ altrettanto logico ricordare che il blues, in seguito, non può che ricercare le proprie matrici in quelle espressioni proprie diffusesi negli anni precedenti alla sua nascita, come gli spirituals, cantati probabilmente ancora prima dell’800, gli shouts e hollers, lamenti e cronache disperate, e i field holler, canti del lavoro soprattutto nei campi e nelle piantagioni.
In seguito il city blues verrà riscattato dalla presenza di quattro grandi interpreti femminili: Bessie Smith, Ma Rainey, Ida Cox e Alberta Hunter. Unico dato certo è che il primo disco di blues registrato fu un disco di city blues e fu inciso nel 1917 da Mamie Smith col titolo di Crazy blues.
Narrano certi cronisti che, negli anni del suo grande successo, Ma Rainey cantava vestita di un vestito tutto d’oro dal peso di circa cento chili. Le industrie discografiche si accorgeranno col tempo di questo mercato e cercheranno di sfruttarlo così come cercheranno di annacquare, rendere “più bianca”, la musica dei neri d’America.
Ma, prima ancora di parlare di Urban blues e approfondire un accenno proprio alla pentatonia, si dovrebbe dire che l’uso delle «blue note (un intervallo di quinta diminuita che l’armonia classica considera dissonante e che in Italia valse al blues il nomignolo di musica stonata) apparentano il blues alle forme musicali dell’Africa occidentale», e si può tranquillamente affermare che il city blues (o più semplicemente solo Blues), così “orchestrato”, non può che essere uno sviluppo ulteriore del country blues, cantato o improvvisato accompagnandosi con una base elementare dettata spesso dalla chitarra o da strumenti nati dalla creatività della condizione.
Il blues è terra affascinante di grandi leggende. I cantanti di blues erano i veri eroi di un popolo senza storia, senza dignità, senza terra e senza libertà. Le storie raccontate diventano la storia di un popolo. ”Così il famoso Joe Turner diventerà una specie di Robin Hood da opporre alla “white supremacy”, e “Blue Jim” sarà l’eroe dalle gengive color violetto e dagli occhi come lame lucenti di rubino che prende in giro le guardie “bianche” della prigione in cui è rinchiuso, e ancora Railroad Bill, operaio dei campi di trementina dell’Alabama, finirà per qualificarsi come l’eroe negativo più leggendario di tutti…”¹ come verrà raccontato nella figura del travelin’man.
Tra queste, leggenda tra le leggende, Robert Johnson (il re del blues del Delta. Di lui, naturalmente, non restano che poche registrazioni), spesso, anche recentemente, ricordato in vari ambiti senza darne il giusto risalto, magari appunto ricordandolo solo per la leggenda legata a quel nome: quella di aver venduto l’anima per essere il più bravo suonatore di blues. Qui voglio ricordarlo attraverso due dei suoi pezzi, ripresi e resi famosi, anche molti anni dopo, da grandi interpreti (bianchi) del rock:
‘Rambling on my mind
e Love in vain
Ma andiamo con ordine…
_____________________________________________________
1] Antologia del Blues a cura di Elena Clementelli e Walter Mauro; Bompiani.
2] Leroi Jones: Il popolo del blues; Einaudi. E’ lo stesso Jones ad usare il termine considerato spregiativo di negro.



![MARINO: rumoridigente [voci di strada, rumori di gente...] Marino](http://emmedigi.files.wordpress.com/2008/11/mm_primopianobn20piccolo_ico.jpg)


Belissima pagina di storia della musica.. Quante cose non so…!
Rambling on my mind mi ricorda la musica dei Blues Brothers.. E il primo brano i vecchi film americani in bianco e nero..
E’ una musica dell’anima che amo molto.
Buona giornata
Julia
Sapessi quante non ne so io.
La musica che ascoltiamo oggi deriva molto da lì.
buona giornata
Mario