Spinola: dove finisce la libertà.
Non vorrei che le persone a cui voglio bene si debbano preoccupare. Temono che mi esponga troppo. Io non voglio esporre loro quando appaiono o meno in queste righe. O solo per essermi vicine. Allora è meglio che smetta questo Diario a Spinola perché certi Spinolenti non sono per niente dotati per l’ironia, anzi sono alquanto incazzosi. Ne avevo già tre nuove pagine bell’e pronte. Un po’ anche mi dispiace perché non mi sembravano riuscite male. E’ solo che lo so io che quando cerco di darmi una certa autodisciplina, di impormi delle regole, finisce che mi carico progressivamente e alla fine esplodo. Che alla fine le infrango e quando le infrango faccio anche peggio. Rischio di progettare di non scrivere più sul diario per poi accantonare Spinola e chiamare le cose, papale papale, con nome e cognome. Magari persino, che ne so? di non lasciare più solo il grande giornalista del grande giornale locale a parlare di mafia; qui, subito. Forse non sarebbe un buon guadagno per nessuno. Solitamente i miei problemi sfiorano appena alcune persone e non riescono a toccarle ne a sporcarle. Sarà bene che ne riparli col mio… confessore.
Ritratto a tinte sfumate
Spinola e quel posto vicino al mare. E’ in riva ad un fiume. E’ ai piedi dei monti. Ci passa un piccolo corso d’acqua come una pisciata, temo non abbia nemmeno un nome. E’ un posto meraviglioso quando ci si innamora. E’ un posto di merda per la sua pigrizia e quella miseria sorda. A viverci senza incrociare nessuno per la strada. Un cane che abbaia e sporca. Le fabbriche a pochi passi. Gli alberi che si suicidano in silenzio – quelli che si salvano, naturalmente, dal massacro degli amministratori cementificatori – di qualsiasi razza e religione. Infondo poco ospitale. Nemmeno le puttane per quella strada, perché si viene solo ma per dormire. Nemmeno quelle puttane, quello serie, quelle per cui è un lavoro; che lo fanno per bisogno. Solo quelle, sempre più numerose, da per tutto, che lo fanno per passione. Non per un sentimento nobile. Non con spirito caritatevole. Solo per dire l’ho leccato a uno che conosce uno che conosce uno che conta. Perché qui, quelli che contano, fuori da qui conterebbero dopo l’ultimo. Qui ci vivo. Qui ci lavoro. Qui pigrisco e dormo. Insomma, Spinola, come molti posti, è tutto e niente. Sfido chiunque a dire che è un posto che esiste quando non si riesce a convincere nessuno. E’ uno zerbino con la scritta prego di sotto. Qui la storia si è distratta. Se passa un turista lo fa perché si è perduto. Persino i pulman si fermano solo il tempo per pisciare. Perché qui siamo al nord. Qui si prega e si lavora, cioè si parte per andare a lavorare. E anche a pregare è, più che altro, perché non c’è proprio altro. Allora ci si trova per fare, dopo, due chiacchiere. Chi si assenta è perduto.
Le facce sono sempre le stesse ma le lingue sono veloci come in ogni piccolo sputo di paese. La cronaca si stende pigra. I quotidiani locali non hanno bisogno di sprecare inchiostro. La giornalista più conosciuta si è dimessa per noia. Le righe riservate a Spinola ora sono normalmente a disposizione della pubblicità. Io sono una persona riservata e vorrei evitare di fare l’”one man band“. Ma poi di cosa si può dire tranne che di corna? Di una strana natura che sui campi seminati a granturco, ormai talmente rari quanto la dignità, sbocciano condomini che si arrampicano sempre più? Di persone che vivono di un tenore di vita che non dovrebbe essere loro, che questo nemmeno lo si può dire? E di altre, persone, che il tenore di vita lo misurano scalando I buchi sulla cinta? Si finisce di parlare di quello che non c’è: di una piazza promessa ad ogni tornata elettorale, come la piscina, di servizi sociali degni di un paese civile, di lavoro, di posti in cui trovarsi e vivere, di politiche per il disagio e i bisogni, di integrazione, di spazi per i giovani, etc. e chi più ne ha più ne metta. Eppure l’amministrazione non nasconde delle ambizioni. Ma come direbbe il grande Fabrizio abbiamo anche noi, seppure raramente, i nostri delitti di paese. E abbiamo anche il nostro mostro anche se non proprio come quello di Firenze.
Brutti così se ne vedon pochi. Nemmeno con la più fervida immaginazione. Ha un’unica fortuna: il non essere donna; la sua bruttezza sarebbe più che esagerata. In quanto uomo, cioè maschio, si può sempre pensare che magari è intelligente, se non fossero gli occhi a tradirlo. Lo so che non si dovrebbe guardare quello nelle persone. Che forse sottolinearlo è ignobile. Tutto ha un limite. Già a vederlo di lontano ti chiedi: perché risparmiare tanto per poi usare materiale tanto scadente. Si arrampica in punta di piedi per raggiungere la tazzina di caffè. Tutto ha un limite. Sarà anche crudele ma a gente così gli si dovrebbe proibire di figliare. Si creano infelici e odii. A costo di ripeterci parliamo ancora di Giovanni Bellavoce, assessore, in verità ex ma non diteglielo, dal portamento rigido, mellifluo, traditore, carico di libidine; non lasceresti mai nemmeno una salvietta con lui nei paraggi. Figurarsi una figlia in classe con lui. Me lo vedo già davanti gli occhi che pontifica sputando saliva tutto in torno e intanto che cerca, con goffa nonchalance, di toccarle il culo. Racconta che un volta, ma una volta, e deve misurare il tempo con il metro della storia, ha fatto anche il giornalista. Lui lo racconta ma nessuna memoria lo ricorda, nemmeno la più forte e antica. Traducendo il suo pensiero da un linguaggio che dire influenzato dall’atavico dialetto sarebbe essere generosi lo si sente dire che, in urbanistica, il vecchio e il nuovo possono coesistere purché inseriti con garbo e buon gusto come a Parigi. Parigi? Da quale cartolina?
Parla al bar. Forse si riferisce a La Défense. Non certo a Belleville, dove sarebbe un ottimo personaggio. Vuole criticare il ponte di Calatrava o ponte della Costituzione (chissà se lo sa?). Aspetta il tempo affinché l’ospite che lo accompagna paghi i caffè. Temo voglia giustificare gli orrori che sono stati seminati in questa povera città (vedere per credere l’impossibile).
Non è mai abbastanza presto per liberarsi di tali personaggi.
Non abbiamo ancora un nome ma abbiamo già un volto.

Prenotato il seggiolone da sindaco per quello che sarà il nostro sindaco.
Un cenno al programma :
Sanità e Servizi Sociali: le competenze comunali sono minime, i soldi sono finiti. Assicuriamo distribuzione di fazzoletti, di carta.
Urbanistica, edilizia pubblica e privata: non rimane che abbattere.
Ambiente: quale? Si potrebbe difendere la processionaria, unico animale autoctono sopravissuto alla strage barbaricina. Nell’impossibilità verrà diffusa su tutto il territorio quella musica soporifera; d’ambiente, appunto.
Cultura: vedi scuola.
Scuola: vedi cultura.
Bilancio: vedi le ultime dalle borse nel primo giornale a caso. Forse non siamo ancora razzisti ma presto diverremo pezzenti. NON CI RESTA CHE PIANGERE.
Etc.



![MARINO: rumoridigente [voci di strada, rumori di gente...] Marino](http://emmedigi.files.wordpress.com/2008/11/mm_primopianobn20piccolo_ico.jpg)


cavolo mario, per tutto questo devo ripassare più tardi.
Passaggio rapido e invisibile
Buona notte