Lo so che non è più cronaca. E’ passato tempo. Ora abbiamo rinnovato il mandato al nostro presidente. La notizia è di quelle notizie che hanno fatto il loro tempo. Mi sembra però doveroso conservare memoria, non tanto dei fatti, quanto delle persone. Vedi mai che mi capiti ancora di incontrarli. Vorrei riconoscerli.
Ci sono le coppie, anche in politica; come no. A volte sono coppie sposate. A volte di fatto. Altre volte è solo perché si sono incontrati. S’è intrecciato un rapporto. Hanno scoperto di avere delle cose in comune. Come si dice? delle affinità. O di volere delle cose simili. Proprio come nella vita vera. Nel caso loro un sindaco o un prete li hanno anche uniti in matrimonio. Tutto in regola. Vin rosso e vin bianco. Con tanto di banchetto di nozze. E li vedi subito che sono una coppia affiatata.
Una vita spesa ad ignorare. A evitare il lavoro. A promuoversi. Mi si presentano. Mi fanno accomodare in cucina; “fa più confidenziale“. Mi guardo intorno, la casa è una casa, mica un appartamento. Chiamarla casa e non darle il dovuto rispetto. Di quelle che mica puoi comprare con un lavoro dove si fatica. Nel caminetto crepitano ceppi allegri, e fuori non fa ancora così freddo, ma il caminetto è nell’altra stanza. Non tolgo il cappotto. Non sono, come si dice, a mio agio. In tutti questi anni ne ho incontrati molti come loro, non loro. Strano. Non mi si può definire proprio un tipo casalingo. Ne uno che evita le persone come il contagio. In città conosco un po’ tutti. E un po’ tutti mi conoscono. Non tutti, naturalmente, alla stessa maniera. Qualcuno mi ama. Qualcuno non mi apprezza, o meglio non è d’accordo con me. Qualcuno finge di non riconoscermi. Ci sono anche, a volte, episodi che creano dissapori. Persino se ti limiti a parlare di calcio. Insomma ne conosco di gente. Praticamente tutti, almeno tra quelli che si occupano nel sociale.
“Un caffè“?
“Se non è troppo disturbo preferirei un bicchiere di vino“.
Non è un disturbo. E io parlo meglio facendo rigirare un bicchiere di vino tra le mani. Fosse porto sarebbe il massimo, purché rosso e fresco. Di questi miei gusti ne ho parlato fino alla noia. Ho il dubbio però che la conversazione non sarebbe, per questo, più piacevole. Diffido e lo so perché. Naturalmente si scomoda lei. Si alza e si assenta per poco. Se sono vestiti da casa stanno in casa come ad un party. Fumare, credo non si possa fumare. Renderebbe sgradevole l’aria. Ne ho voglia già appena entrato. Mi trattengo. Non ho fretta di mostrarmi a mio agio. E poi voglio avere il tempo di capire perché essere qui. Che poi, io mi conosco, girala e voltala, io prima o subito le cose finisco per dirle. E io, qui, non ci dovrei proprio essere.
Lei si occupava di volontariato. Lui s’è occupato di volontariato. In orari incompatibili. Cerchi uno e trovi l’altra. Di questi tempi chiamano tutto volontariato. Paiono poterne essere stati gli unici beneficiari. Ma era volontariato di sinistra.
“Dove“?
“In diversi posti, anche lontano, ma mai qui“.
Lo dicevo io. Ecco perché nessuno li ha mai visti e qualcuno, uno o due, li ha solo sentiti menzionare; per nome. Lei mora, capelli lunghi, forse una volta bella, ora dall’aria pacatamente sorniona. Magari spera ancora di poter essere notata. Le si legge in faccia che è una persona istintiva. Più di lui. Doveva avere del sangue nelle vene e un po’ gliene deve certo essere rimasto. Lui due occhi di quelli che ti penetrano dentro. Pare di quel tipo che a fargli perdere il filo rischi di perderci la vita. Lui gomma di marca garantita; impermeabile. Eppure c’è in lui, testa rasata, mascella volitiva, qualcosa che trascina a diffidare. “So che ho sentito dire che qualcosa bolle in pentola“.
Il tipo è bene informato. “Vorremmo fare un gruppo di acquisto“.
“E’ questo il punto. Vorrei farne parte come Presidente“.
“E’ questo il punto. Potrebbe farne parte come Presidente“. Questa è Lei.
Per nulla stupidi i due, probabilmente possessori di una certa cultura e di esperienze. Lui a fare il maschio. Lei pronta a scatti di orgoglio. Lui convinto di poter spiegare. Se la casa l’ha pagata il lavoro di volontariato quell’associazione di volontariato non ha badato a spese.
“Veramente noi un progetto ce l’abbiamo, e pure un presidente, e delle idee sul che fare“.
“Ma io mi sono occupato anche del problema dell’acqua“.
Faccio presente che qui, a Spinola, in tutte le case c’è l’acqua corrente, almeno quella non manca. Mancheranno anche altre cose, come una vera piazza, ma l’acqua è arrivata. Si tratta di ricreare un tessuto sociale. Di rimettere le persone in relazione. Di lavorare, mica di ciarlare. Già ne ho avuto abbastanza. Certo non so essere sempre molto diplomatico. “Vi spiego dove siamo, chi siamo, cosa vogliamo fare, come si chiama questa via e qual è il vostro civico. Ho come l’impressione che abbiamo sbagliato tutti porta“. Lei mostra un breve scatto d’orgoglio e di ribellione. Non aggiungo che mi sembrano caduti dal nulla. E dire che trascuro particolari anche rilevanti.
Parlo degli ultimi vent’anni e i loro volti hanno una immobilità glaciale. Accenno nomi e loro non cambiano espressione. Persino quando tocco argomenti che dovrebbero essere vicini ai loro interessi degli ultimi quarant’anni. Persino quando spiego come è nato il gruppo di cui hanno fatto parte, di cui taccio il nome perché fin troppo conosciuto e rispettabile, non ne ricaverebbe certo una buona pubblicità. Confondono la nostra città con le distese sahariane. Nessuno s’è dato nemmeno la pena di avvertirli com’è cambiato questo territorio e a loro sembra normale. Con nemmeno velata insistenza lei vorrebbe candidare lui. Con la stessa arroganza lui vorrebbe candidare sé stesso. Ma questo s’è già detto.
Per dovere d’ospite, e per il vino, lascio capire che saremmo anche disposti ad accettare l’aiuto del loro lavoro. Preciso che dietro a quello che stiamo facendo c’è questo impegno che ormai dura da anni. L’incontro è e deve rimanere confidenziale. Eppure la nostra sede è sempre aperta. L’incontro è utile anche a bere un secondo bicchiere di vino; è bianco, è fresco, è buono.
Valzer politico
28 Febbraio 2009 di Mario



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