Stavo passeggiando per il parco. Passo veloce. – Cammino sempre a passo veloce. A volte mi capita di chiedermi perché. – Fuori dal grande motore clangheggiante della città. La mani affossate in tasca. Suono sfrigolante del ghiaino sotto le suole. Odore di erbe umide. Una leggera bava d’aria ancora frizzante. Il lamento della catena dell’altalena. Troppo presto per altre voci. Troppo presto per tornare. Giornata di festa. Infondo è un giorno senza destinazione. Come quasi tutti i giorni di festa. Quel loro impalpabile timore. Da uomo solo.
Parlavo con Lei. Naturalmente ero da solo. Sono seghe mentali. Mi capita spesso. Resta sempre un discorso in sospeso. O la voglia di parlare. O semplicemente il bisogno di occupare la testa su qualcosa. Poi due logorroici, o come direbbe Lei compulsivi, ridondanti, soprattutto nel mio caso, lasciano sempre un rumore di parole dietro. Un ricordo su cui tornare. Magari semplicemente un avverbio. Io sono per il logorroico. Mi pare termine più appropriato. Soprattutto nel nostro caso. Libero da psicosi; da eccesso.
Poi il pensiero scivola leggero e distratto. Scivola su Alberto; senza una ragione precisa. I pensieri si librano. A volte l’uno si intromette nell’altro. Soprattutto quando sono lasciati a sé. Quando non mi fisso. L’uno interviene e l’altro si perde. Nemmeno lascia traccia. Anche se ci provo. Dicevo: mi trovo a pensare involontariamente all’amico Alberto. In verità con lui mi torna anche il ricordo di Eva. Di lei in una immagine precisa. Sono buoni colleghi i due. Spesso è lui a parlarmene. Io la conosco appena. Non granché. La trovo leggermente presuntuosa. Provoca. Torno, per un attimo da Lei. Allora, lasciando separati i piani, penso che le si debba risposta. Non sempre la dò. Spesso no. Infondo, non è importante. E sto facendo una leggera confusione. Altre volte se la cerca . Mi stuzzica. Infondo sono sereno. Non ho amarezze. Non ho rimpianti. Niente di particolare. Se non ne parlo non è nemmeno per non entrare nel gioco. E’ tutto così complicato. Non riesco a mettermi in altri panni.
Come direbbe Lei: è solo letteratura. Tornando a quel mattino. Erano solo pensieri che s’intrecciavano. C’è un po’ di tensione tra noi. Con Eva. Con Alberto invece tutto è tornato come prima. Lui crede in Dio. Io più negli uomini, e soprattutto negli incidenti. E Alberto è uno di quegli amici che solitamente non danno angoscia. Che aiutano a disfarsi della noia. A far correre le ore. Esercizio importante quando non si è attesi. Quelli insomma con cui il caffè lo prendi anche volentieri. Così ero tornato sul fatto perché era inusuale vederlo preoccupato.
“E’ per Eva“.
Me l’aspettavo. Per quanto posso essere giudice Alberto è un uomo che piace. Per la sua educazione. Per la sua parlantina attenta e composta. Perché ha sempre cura di sé. Penché si fa pochi pensieri (leggi scrupoli). Non ultimo perché non ha bisogni; e ha una bella macchina, il che aiuta non indifferentemente. Non ha la fila ma non gli mancano nemmeno le occasioni. Spero non si senta un po’ di invidia nel mio parlarne. Solo non capisco cosa ci azzecchi con Eva. Ne parla spesso. Troppo per una collega. Non che sia brutta, Eva, anzi. Poi è un tipo piacevole. Ha un viso con occhi grandi e la frangetta sulla fronte. E sotto sembra proprio fatta per bene. Due belle gambe. Niente da dire. E tutto il resto. Spesso spinto in faccia all’immaginazione dal modo in cui si veste. Sicura sui tacchi. A volte mi sono soffermato anch’io, a sbirciarla. Non che sia troppo attento. Quando uscivano. Mentre si salutavano. Ma non mancava mai, Eva, di sfoderare una certa civetteria. La trovavo una donna troppo guardami. E poi con un marito sempre puntuale. Lì, fuori della porta. Ad aspettarla. E lei che correva a baciarlo. Facendosi vedere. Come a sbattere in faccia il loro rapporto. Quella loro felicità; infrangibile. Cioè mi ha sempre dato l’idea di una porta guai.
“La chiamo. Dopo un bel po’ riesco a parlarci. Dice «ah! Sei tu? » Non «Ah! Sei tu? » Capisci“?
“Veramente no“.
“Come no? Dice solo «ah! Sei tu»“?
Aspetto il seguito. Lui ha sempre fin troppo insistito su quel solo colleghi. Un mezzo sospetto ce l’avevo. Ma lui s’è sempre fatto premura di negare di dire che no; scherzi. Lui è adulto. E vaccinato. E’ grande abbastanza per non aver bisogno di consigli per mettersi nei guai. Odio le sue cravatte. In realtà lo dice bene ma non ha nulla da dire. Giusto una come lei potrebbe incantare. Giusto con le donne. Pardon. Con certe donne. Non vorrei essere. Bisogna saper distinguere. Anche tra le donne. Non sono tutte uguali. Nessuno con un po’ di buon senso gli darebbe credito, ad Alberto. Oltre a quel po’ di benessere non c’è altro. Però più di un po’. I suoi sono stati generosi. E poi stiamo in un epoca di parole. Dove non contano i fatti. Vallo a dire che è vuoto. Come detto quel vuoto lo racconta bene. Era per questo che ero rimasto sorpreso nel vedergli in volto quella leggera patina di preoccupazione. Non proprio di disagio. Forse solo di impercettibile contrarietà.
“Naturalmente non era una vera domanda. Sapeva che ero io“.
“Cosa ti aspettavi di diverso e perché? Mi sembra una cosa come un altra“.
“Non capisci. E’ un discorso. Di tono delle parole. Era come scocciata. Delusa“.
“Forse si aspettava. Altro“.
“Forse. Non è quello. Non mi spiego. Per me è tutto come sempre“.
“C’è qualcosa che non so e che dovrei sapere“?
“No! cioè sì! cioè. Forse. Non vorrei essere frainteso, sembrare pettegolo. Forse dovevo nemmeno cominciare. Forse dovrei raccontarti“.
La mia pazienza si stava esaurendo. O ci uscivo instupidito o trovavo di che restare fuori. Cominciavo a sospettare che fosse pericoloso lasciarmi coinvolgere. Un poco lo conosco. Per lui le donne sono donne e gli uomini uomini. Si nasce con il proprio ruolo, il proprio compito. Con lui, naturalmente, come con tutti, parlare di donne è parlare di avventure. Anche se è festa. La guerra dei sessi. Quell’inseguimento. Il troppo finisce in noia. Non dovevo faticare a capire dove andava a parare. Mi chiedevo dove mi stesse portando. Non avevo però nessunissima curiosità. Che poi non le sopporto le confidenze tra uomini. Da un po’ mi accorgo di star meglio tra le donne.
“Insomma; non chiedere niente. Ci ho provato“.
“Come“?
“Provato. Provato. Prima che lo chiedi. M’ha dato buca. Un bel NO! a caratteri cubitali“.
Non so perché ma non mi sorprese. Era una cosa probabile. La cosa più logica: “Succede“.
“Era una cena tra colleghi. La prima che veniva. Non stò a raccontarti tutto. Me la son trovata accanto. Non l’ho cercata io. Giuro. E così s’è cominciato a chiacchierare. Più che altro tra noi, di noi. Succede in quelle cene. Un po’ ci si isola. Si scappa dalla confusione. Non riesci a governare i discorsi. Troppi per metterci ordine. Non che lei conti. Veramente. Ma sai; l’occasione. Ho scoperto che non è nemmeno stupida. Eva. Dico. Ma mi ascolti? Insomma: era una serata piacevole. C’era tutto per una serata piacevole. Dopo un po’ era piacevole isolarsi. Io me ne stavo un po’ sulle mie. Un leggero imbarazzo. Non volevo che pensassero. Era una delicatezza per lei. Che lei pareva non avere. Era disinvolta“.
Faccio la parte di quello che sa. Di quello che un po’ sa e il resto la lascia dov’è: “A volte non vuol dire. Non sempre è bianco o nero“.
Lui non si scompone. Non si lascia interrompere: “L’avevo accompagnata con la mia. La sua era rimasta sotto da me. Mi segui? Così, quando l’ho riaccompagnata. Insomma. Le ho chiesto solo: vuoi salire? Mi ha dato del pazzo. La dovevi vedere“.
“Forse non se l’aspettava. Infondo la conosci meglio tu“.
“Mi prendi per stupido? Vuoi che non sappia? Lei parlava e parlava. Come completamente a proprio agio. Non che io stessi zitto. Un poco il filo glielo facevo. Fai quelle cose. Sai? Cercavo le parole. Il modo di dirle. Insomma: solite cose. Cerchi di mostrare il profilo migliore. Forse Giulio ci osservava. Aveva uno strano sorriso. Già! tu non conosci Giulio. Uno che più pettegolo. Forse stava pensando che ci stavo provando. In quel momento niente di tutto quello. In quel momento. Anche se gratuitamente. Sei con una donna. Cerchi di farti bello. Almeno ci. Ti dico che se l’aspettava. Che non aspettava altro. Dovevi vederla. Anzi, sai cosa ti dico, lo chiedeva. Mi pregava. Lo intimava. Ora a te non sembrerà. Ma era così. Almeno sembrava. Ne sembrava persino impaziente“.
“Cos’è successo“?
“Insomma. Te lo devo proprio dire? Ad un certo punto comincia a farsi confidenziale. Mi prende la mano. Quella libera. Senza bicchiere. Mi propone un brindisi. Alla felicità. Alla leggerezza. Tutte quelle cose. Stupide. Nemmeno me le aspettavo. Ad una vita senza problemi. Senza pensieri. Non sto cercando di menar il can per l’aia. Quando è passato l’extra le ho preso la rosa. Mi sembrava anche più facile. Mentre mangio allunga la mano. Lei. Eva. Capisci? Niente di ché. Non pensare. Ma insomma. Credo nessuno se ne sia accorto. Era così. Pur sempre un gesto di una certa intimità. Di incoraggiamento. E’ stato allora che ho pensato: Io ci provo. Veramente: Questa ci sta. Insomma. Ma mica lì. Io sotto casa un pensierino ce l’ho fatto. Più di uno. Anche accompagnandola. E lei. Sembrava continuamente dirmi sì. Insomma ci ho provato. E quella niente. Come un pezzente“.
Mica lo sapevo bene cosa avrei dovuto dire: “Potevi aspettartelo“.
“Certo. Me lo aspettavo. L’avevo messo in conto. So che tipo è. La vedo anch’io col marito. Ma non si può mai sapere. Se non l’hai osservata bene non è niente male. E anche di tette. E’ messa bene. E il culo. Ti assicuro. Ne vale la pena. E sodo“.
“Allora perché non hai lasciato stare? Perché non hai rinunciato? Non dirmi il vino. Per quello che ho visto non ti ho visto mai diverso da te“.
“Se non lo facevo chissà cosa poteva andare a raccontare in giro. Coi colleghi. Al massimo mi dice no. Le donne fanno così. E’ nella loro logica. Ci devi almeno provare. Ma non un NO! così. Non l’aspettavo. In ufficio mi evita. Non avevo potuto parlarne. E’ per questo che l’ho chiamata. Al cellulare. Per un po’ non ha nemmeno risposto. Poi risponde così. Quasi scocciata. Come se la cosa non fosse sua. Ora mi spiace che questo crei della freddezza. Dell’imbarazzo. E nemmeno ora sono proprio convinto. Per me. Ancora. Ci sta. Tu cosa dici? Non so che fare. Forse in quel momento. Quello che mi scoccia è che ora sembra lei l’offesa. Infondo con un semplice no era finito lì. Amici come prima. Quello che mi scoccia è che m’è costata anche la cena. E per niente“.
Si infondo anche quella di Alberto è una ferrea logica maschile, ma a me sembra che qualche grinza la faccia. Soprattutto per quella sua indomita convinzione. Eppure nel gioco delle parti ogni uno interpreta il suo ruolo. E’ solo che non sempre la sceneggiatura finisce come lui o lei vorrebbe. Accelero perché vengono a cadere le prime gocce sottili.



![MARINO: rumoridigente [voci di strada, rumori di gente...] Marino](http://emmedigi.files.wordpress.com/2008/11/mm_primopianobn20piccolo_ico.jpg)


Anch’io cammino sempre con passo veloce e mi diverto a riaggomitolare il filo dei pensieri…
Raramente riesco a ritrovare il capo-pensiero..
Buona serata
Julia