Con lei, con Claudia, il tempo non rischiava mai di essere una spesa superflua. Era della pazienza che si sentiva di fare difetto. In fondo era stata la prima sera. Ne era stato lusingato. Era certo che sarebbe stato solo per una sera. Quella volta lei aveva detto guardando il suo piccolo falso rolex: “Si sta facendo tardi”. Lui aveva vuotato l’ultimo sorso di bianco dal bicchiere e aveva fatto il gesto di chiederle alzandosi: “Devi rientrare”? Poteva sembrare che lui avesse trovato quella pazienza. Poteva suonare come una nota gentile. Lei aveva affossato la testa sulle spalle, come dire che le ore passano comunque ineluttabilmente. Come a spingere lui a mostrare il gioco. Ne avevano riso insieme, ognuno fingendo di ignorare il perché del riso dell’altro. Ognuno trovando un pensiero furbo e sconveniente; in quel gioco delle parti. S’era detto solo una cena. Lui a fare il cavaliere galante. Lei a fingersi schiva, e a cercare di credersi occhi sognanti. A inventarsi una voce con note argentine che le cantilenavano in gola, tra le labbra, dietro la barriera spessa e rossa del rossetto, strette tra di denti aguzzi, schiave della lingua saettante, come potessero diventare lusinghe. Ma lui si stava già alzando.
“Un ultimo bicchiere”?
“Magari quello no ma”…
Era stato subito chiaro che non aveva più fretta. Che nessuno l’aspettava. Si era controllata. Aveva avuto bisogno prima di andare un attimo al bagno. Anzi, per mostrarsi educata, aveva chiesto a lui il permesso, per andare alla toilette. Gli aveva assicurato che avrebbe fatto presto. Lui l’aveva aspettata appena fuori della porta. Lei si era fatta aspettare. Era meglio se non né avesse bevuto altro. Era solo che il vino le dava alla testa. Perché poi lei si sentiva strana. Non sapeva dire come, ma strana. Glielo aveva confidata appena lui aveva acceso il motore. Gli aveva ricordato che s’era detto solo una cena. Ma che sì! perché no! sarebbe anche potuta salire. Ma solo due minuti, niente di più. Tutto il resto ancora lo ricordava, lui, bene. Non c’era molto di che andar fieri. E s’era detto: storia per una sera.
Lui aveva pensato a lei solo distrattamente. Lei non ci aveva più pensato, almeno fino a quella mattina. Si era svegliata allegra. Con una canzoncina in testa. Aveva deciso che alla cosa avrebbe potuto pensare anche un’altra volta. Si era preparata la colazione e si era scordata il caffè sul fuoco. Si era lusingata davanti allo specchio. Alla fine aveva deciso che sarebbe andata a fare di compere. Magari anche un paio di scarpe. Questo l’avrebbe costretta a passare prima dalla banca. Aveva tutto il tempo che voleva. Non la infastidiva. Nemmeno quel cassiere che tirava il collo ogni volta che lei passava. Anzi, forse la divertiva.
L’aveva incontrata per caso davanti alle vetrine del “Tempo Mare”. I soliti chi si vede! e come mai qui? di grammatica. Il sorriso affrettato di lei. Lui garbato a stringerle la mano. Un momento di studio tra loro. Un uomo e una donna; e un silenzio. Un bacio sulla guancia che lei gli aveva imposto. Il riso di lei a cantilenare come con orgoglio. L’indelicatezza di lui: l’occhio che cerca l’orologio. Lei che interrompe il silenzio. Sei di fretta? Non proprio. E allora che ne dici di un aperitivo? Si trovò ridendo a chiedersi chi aveva scritto le battute. Lei a domandarsi se era proprio scemo. Per un attimo immobilizzati lì tra un se e un ma. Nessuno aveva aggiunto né l’uno né l’altro. In fondo era lui che doveva far vedere che stava a lui decidere. Lo prese sottobraccio. In fondo tutto di lei era in quello che si poteva vedere (pensava lui tra sé). Certo che da quel punto di vista non c’era da lagnarsi. E lei non si lasciava mai andare. Non un attimo di distrazione. I suoi riflettori non si spegnevano mai. Lei, equilibrista dei tacchi, a dondolarsi, per farsi guardare. Claudia si ripeté tra sé. Come se avesse paura di essersene scordato il nome.
Lo guardò negli occhi incerta se mostrare vergogna o malizia. Lui la teneva già tra le braccia, ma erano ancora sulla porta. Sai, non le ho messe. Ho pensato che avremmo fatto prima. Perché dovrei proprio andare. Lui se ne era già accorto, ma forse lei aveva già pensato quella frase. E forse l’avrebbe detta comunque. Lei lo lasciò fare. Lui le sfilò l’abito dalla testa. Tornò a baciarla cercando di mostrare tutto il trasporto di cui era capace. La cercò. Lei aveva lasciato che fosse lui a spogliarla perché tutto ha un limite. Perché almeno quello. Perché amava sentirsi desiderata. Perché non voleva mostrarsi sfacciata. E poi per altri ancora perché. E intanto cercava parole di sospiri che aveva mandato a memoria. Le credeva le uniche parole adatte. Le parole della dolcezza. Forse erano solo sciocchezze.
Di cosa altro avrebbero potuto conversare oltre a dirle che aveva un gran bel paio di tette. A lei bastava quello e se lui glielo avesse ripetuto, ne sarebbe stata ancora più contenta. E per essere belle erano belle, e anche tutto il resto. Lui aveva voluto guardarla. Lei aveva fatto di tutto per farsi guardare. E poi aveva usato tutto il tempo che rimaneva per guardare lui. In fondo si poteva anche dire un bell’uomo. Lei voleva distrarsi. Lui era costretto a farlo. Lei non voleva pensare che era stato tutto così veloce e così… così… così senza poesia; in fondo. Si consolò pensando che la poesia, quando c’è, è quella che ci portiamo dentro. E che l’amore poi altro non è che l’amore. Cercò almeno di sentirsi comoda. Cercò almeno di farsi un minimo coccolare. Sarebbe dovuta proprio scappare.
Amore minimalista
3 Luglio 2009 di Mario



![MARINO: rumoridigente [voci di strada, rumori di gente...] Marino](http://emmedigi.files.wordpress.com/2008/11/mm_primopianobn20piccolo_ico.jpg)


Giuro che mi dedico domani e dopo a leggere gli arretrati. Un caro abbraccio, e fatti vivo.