Quando le vedo arrivare, da lontano, distraggo i miei occhi dal libro. Lei mira diritto al mio tavolo. Chiudo senza aspettare di raggiungere la fine della frase. So che sarebbe inutile. Annastella pare non aver mai tempo di aspettare. La sua voce ha sempre fretta di dire, come se al tempo mancasse il tempo. Come fosse sempre davanti ad una urgenza; ad una fretta. E ha sempre, anche, questa sorta di smania di raccordare le cose, di metter mano a tutto come un orologiaio fissato. Ama una sorta di perfezione maniacale che tende ad armonizzare ogni tutto. Vorrebbe spargere sorrisi. Benché ben più giovane si muove come mi avesse adottato. Lo so che è cura di molte donne ma in lei è singolare, non brilla molto per senso materno. Non sa cosa sia essere madre e forse si difende così. Pare fragile ed è per ciò che si incaponisce di non mostrare d’esserlo. Eppure non sa nascondere questa propensione alla protezione con me. Avvicinandosi irradia una strana luce. C’è qualcosa, nella sua espressione, di furbescamente perseguito che, conoscendola, mi pare allarmante. Mi direi “scappa” non fosse che non ho mai, in vita mia, dato ascolto al buonsenso a costo di pagarne ogni conseguenza. Ché poi io sono curioso di mio. E mi lascio affascinare molto ingenuamente e caparbiamente dall’imprevisto. Accavallo le gambe. Mi accorgo delle cose sempre dopo averle fatte.
Mi riesce difficile capire quella sorta di suo sorriso soddisfatto. “Michele, ti presento Rossana”. E mi chiedo chi è. Per quell’attimo sono anzi tentato di chiedermi cos’è. La supera di almeno due spanne. Rossa è rossa ma certamente non di suo. Se mai lo è stata ora non può esserlo che grazie ad un complice e diligente parrucchiere. Mi alzo per porgerle la mano. In realtà, da seduto, le sue dimensioni mi fanno soffrire di soggezione. “Michele”. La vista seduta mi sovrasta come una enorme ombra, e proprio nel mentre si fa sera. Bacio Annastella. Il bacio che è solo saluto. Se c’è un pensiero astuto in quella testolina è un pensiero che spero di sbagliare. Non posso chiederle ragione. Sono troppo stanco e invecchiato anche per una nuova amicizia. Non è di che è solo che ormai amo sbadigliare in faccia alla noia e alla tranquillità. Non ho più voglia di chiedere alcunché tranne che sorbirmi il mio caffè. L’unica emozione e starmene seduto qui e guardare passare le persone. Sono sempre una gran fonte di interessi e di commenti, i passanti. Sarei scortese se anche solo provassi a descriverla, questa Rosanna. E poi anche se Annastella è un po’ una garanzia; con lei non c’è pericolo di noia. Vorrei avercela quella gioia di giocare e la sua fiducia. Mi accontento di un buon libro. E avrei continuato a farlo. Che poi dell’amica quella pare non avere più l’età. Sembrano madre e figlia. “Prego,” dico loro “caffè”? Finirà certamente per una cioccolata con panna. Annastella ci rinuncia raramente. Chissà se anche l’altra, quella … quella … come ha detto che si chiama? Rossana, ha gusti uguali? E speriamo che lei, Annastella, non cerchi, come suo solito, di farmi più bello. Dovrebbe ormai ricordarlo che mi mette imbarazzo. Sono già sulla difensiva. Mi accorgo delle cose sempre dopo averle fatte.
Rimugino in me: sarò anche brontolone ma forse ha ragione. Il fatto è che non amo evitare le cose. Che quelle, le cose, mi intrigano. Avrei detto: uno che non evita la minima polemica. Dovrò ricordarmene per rammentarglielo. Avverto Clara di non accettare soldi. E’ stupido sentirsi osservati, alla mia età. Non è più nemmeno tempo di provarne piacere. Chissà che ragazza era quando ero ragazzo? Amo le storie tanto da cercare sempre di raccontarmele. Le amo fin da quando ero bambino e ricordo ancora le poche che sono riuscito a farmi raccontare. Mica c’era troppo tempo per la fantasia, e io bimbo sarei stato incontentabile. Forse è da allora che ho cercato di inventarle da me. E forse è di questo che tutto si è fatto difficile. Senza sfumature né mezzi termini. Non ho bisogno di niente e di nessun aiuto. E poi chissà che tipo è oltre quello che posso vedere e che mi vuole lasciare capire? Certamente non è meno ostinata. A parte che si può conoscere una persona da come sorseggia il suo caffè. Ma una persona non si conosce mai abbastanza. E poi ha chiesto anche lei la cioccolata con la panna, naturalmente. E’ simpatico che non se ne faccia riguardo. Forse dovrebbe, e non solo ora. Basterebbe che si piacesse. Infondo non mi cambierebbe nulla. Vorrei vederla con la punta del naso imbiancata di panna e sorridere. Il sorriso è contagioso. Ho sempre il timore che vengano a mancarmi le parole. E’ forse per questo che troppo spesso ne ammorbo l’aria, di parole e suoni. Che frugo a trovare argomenti e pretesti. Questa Rossana non è una di occhi che si abbassano o che si fanno intimiditi e diffidenti; tutt’altro. E’ una che sfida la sfida.
Ma poi perché quel “Piacere!” sputato con intimazione? Non volevo essere scortese, solo sembrare disinvolto e spiritoso. Solitamente mi riesce. Con una donna, almeno per le prima volte, con più fatica. Non volevo provocarla. Non volevo essere sgarbato e nemmeno con Annastella. In realtà non volevo niente. Perché avrei dovuto? E non l’ho cercata. Che bisogno ha di mostrare ostentatamente questa sua autonomia? Sembra quasi aver bisogno di mostrare una sorta di indipendenza e libertà. Alla nostra età. Ormai siamo le persone che siamo. Che poi una gentilezza è solo una gentilezza. Si può esserlo, gentili, in qualsiasi circostanza. Costa come essere sgarbati. E non sembra proprio “piacere”. Come sono strane le persone. Comunque basta che abbiano accettato e si siano accomodate. Che poi a lei certe attenzioni le garbano. Sto per dirlo ma poi lo tengo per me. E’ amica sua. Che me ne importa? Non mi cambia la vita. Vorrei dirle “Lascia stare”. Ormai è nelle mie abitudini. Ci interrompe Clara che giunge con le ordinazioni. Clara ha i tempi giusti. Manco farlo apposta. Il sole le batte in faccia. Non mi arrischio di chiederle se preferisce cambiare posto. Infondo la sua vita è sua. E’ grande abbastanza. Chissà dove si sono conosciute quelle due? E io sempre a pensare che conduca una vita monotona. Quasi monacale. Meglio distrarsi dal pensiero. So che lei se ne offende. E’ graziosa con quel grigio topo. E nemmeno dev’essere molto che ha chiesto aiuto alla parrucchiera. Comunque l’amica mi pare sulle sue. Faccia come vuole. Infondo sto bene anche da solo e stare da solo, da Clara, non mi riesce facile.
Accendo una sigaretta cercando di evitare che il fumo vada loro incontro. Dovrei togliermelo questo maledetto vizio, ma me lo sono ripetuto fino alla noia. Certi vizi fanno più nobili le persone di tante virtù. Non che ne sia questo il caso. Ormai non è nemmeno più cortese offrire una sigaretta. Siamo un popolo in via di estinzione. Gente che si deve nascondere. E sono certo che lei non fuma. E’ strano, quando sorride sembra faticare a farlo, ma quando riesce a farlo, anche se per piccoli attimi, gli occhi hanno bagliori di una luce iridescente. Deve avere un bel sorriso quando riesce a crederci convinta; allora il suo volto sembra persino bello. Mi sorprende; anche lei di Venezia. Vorrei poter fare una battuta. E’ troppo presto. Non la conosco abbastanza. E’ solo curiosità. Di scoprirla; di conoscerla. Di non lasciarmi scappare il momento, fuggevole. Una visita inaspettata. Certo non avrò di che rivederla. Non si viene da Venezia per vedere Spinola. Cosa l’ha spinta? “E’ per mia nipote”. Certo che questi veneziani mantengono sempre quest’aria da colonizzare. Ma veneziani si resta per sempre. Non sono mai riuscito a riprendere quello che di me è rimasto là fin da allora. Forse è che essere veneziano è per sempre. Ma forse basterebbe che mi limitassi ad ascoltarla. Basterebbe che mi lasciasse il tempo di riordinare le cose. Perché lottare? E’ forse perché con le donne mi pongo sempre così. Ma lei non mi risparmia. E quando mai? E’ generale ma perché lei? Forse è di questo che Annastella voleva divertirsi.
Non fosse venuta l’avrei chiamata io. Però mica vale la pena prendersela. Gliene dirà quattro alla prima occasione. Solo quattro giorni fa avevo un anno di meno. Mi verrebbe da risponderle: ripassa. In realtà non avevo nessuna ambizione di essere sgradevole né intenzione di cercare la sfida. Non ne avrei motivo. Non ne ho più voglia. Non ne troverei nemmeno un perché. Certo mica lo so fare un passo indietro. Cerco sempre una risposta alle domande, anche alle più imbarazzanti. E non è, lei, donna che ti invita a mentire. La sua voce, leggermente monocorde, a tratti si infervora e si colora. Piace anche a lei lasciarsi trasportare. Certo ha una padronanza maggiore. Si sa controllare di più, ma poi non proprio troppo. E questo mi piace. Nemmeno i passeri la temono. Certo che sospendo qualsiasi giudizio e mi faccio cauto. Già di per sé è la donna a farmi cauto; comunque. E’, per me, sempre un terreno scivoloso. Pensavo di aver lasciato ormai questi timori. Più che indispettirmi mi diverte. E non ho mai pensato di essere il solo veneziano.
Certo che a raccontarla c’è da non crederci. Sono meravigliosamente affascinanti le sorprese che possono riservare certi incontri. Le arcane coincidenze della vita. Come fosse un unico gioco, attorno alla stessa giostra. Girovaghi di strade che non sanno essere numerose ed estranee. Paesaggi sempre uguali e consueti. E’ così che incontri vecchi volti dove mai avresti immaginato. Ricordo quella volta che mi è successo persino a Istanbul. Strana città quella città così diversa. Con la bellezza di un fascino diverso. E l’oriente ad un passo. Quell’oriente che non avrei mai toccato, allora. E un mare in qualche modo simile. Forse tutti i mari mi sembrano un poco uguali. E’ passato fin troppo tempo. Potrei chiederglielo. So che non lo farò. E’ solo un divertente dialogare con una sconosciuta. Alla fine ognuno se ne andrà conservando solo il nome. Forse nemmeno quello. Certo non è certo il tipo da lasciarsi mettere ai margini di una conversazione. Chissà se ne ha veramente di cose da raccontare. Si comporta come fosse abituata alla presenza di uomini intorno. Non si può mai dire di una donna quando la incontri a questa età. E’ strano come riesca infondo a vincere il disagio. Pare proprio mettere le persone comode. Potrei scoprire che è persino simpatica. Non cercasse il confronto potrebbe essere amabile. A parlare di Venezia si potrebbe parlare per sempre.
Eppure ci si può incontrare anche ogni giorno e non vedersi mai. La vita è anche così, mica segue regole. Hai voglia a metterci ordine. Non ha nessuna logica, la vita. E il gesto dell’uomo. Ti chiedi quasi sempre quando è troppo tardi. E mi piacciono le donne che non si nascondono dietro ad occhi che evitano. Che non cercano di fare le graziose e anzi non hanno pudore a mostrarsi. Ma che ci fa una di Venezia qui. Ce ne sono tanti, ma solo perché né sono stati cacciati. Perché come me sono emigrati. Magari con la stessa nostalgia, nell’impossibilità di tornarci. E parlano da veneziani, ma evitano di parlare di Venezia. Come fosse per sempre e non potesse essere più la loro città. Ma cosa c’entra in questo momento? Dovrei riuscire a non distrarmi ma ne ho una sorta di paura. Occhi che non si abbassano. Eppure Venezia è come un piccolo paese, o almeno lo era. Alle fine tutti sembravano conoscersi. Ti incontri. Son pochi e sempre quelli i posti. Credo che sia una città che non sa cambiare. I ragazzi cercavano dove potevano ritrovarsi. Ed era sempre lì, a San Marco, a San Bortolomio, dove lo spazio si faceva campo. C’è un che di stupore e di rimpianto in ciò. E’ sempre stato così. A pensarmi ritrovo la solita malinconia. Com’è possibile restare ancora, oggi, in una città che non c’è più? E’ solo un percorso pieno di fantasmi. Ecco cos’è: lei sembra portarseli dietro. Forse è quello. Forse per quello ha quella luce opaca.
“Ero un’altra, di sicuro…” E’ facile a dirsi. Perché cercare di giustificarsi. Non l’ho chiesto. Non me lo deve. Non né è obbligata. Non è da lei farsi bella. Almeno non credo. Ma non la conosco. Continuo a raccontarmi una storia che non c’è. Questo qualsiasi donna l’avrebbe detto. Dì qualcosa di diverso. Di più tuo. Dì più originale. Non raccontarmi che eri bella. Non la so immaginare cioè bella. Non la so immaginare. La guardo soltanto. E cerco di non darglielo a capire. La vedo per quello che è. Tutti sono stati giovani. Tutti hanno avuto un momento magico. Non lasciamoci andare a tristezze. Chissà se è rossa di suo. Forse nemmeno i suoi ricordi a vedermi oggi mi riconoscerebbero. Aver sfiorato le stesse persone non ci permette di avere lo stesso passato. Tra quelle calli i ricordi passeggiano lenti e ostili. Credo di non essere cambiato di meno. Ma poi per un uomo è diverso. Non mi sognerei mai di raccontare che ero bello. Non lo sono mai stato. E poi a che varrebbe. Ero solo più giovane. Forse solo più stupido. E oggi un poco lo evito, lo specchio. Vorrei non avere questa età e sentire questa stanchezza, questa rassegnazione. E’ brutto viverla, questa età, e sentirsi inutile. Come se tutto fosse stato inutile. Come posso riuscire a pensare a me senza lasciarmi distrarre? Non lo so. Ho paura di mostrarmi sgarbato. Che qualcosa mi sfugga. Scusami, nuova amica, ma devo sempre imparare ad ascoltare. Troppi sanno ascoltare solo se stessi. Non sono molto più bravo. Sono a volte curioso e altre distratto. Che poi mica e colpa mia se il tempo non è stato gentiluomo.
“Torno più tardi”. Cosa vuol dire? Dove diavolo se ne debba andare così di fretta, lasciandoci qui; è un intrigo. E che gli dico ora a questa? Come se fosse facile. Stavolta me la paga. Eppure non è da lei. Lei non perde mai l’occasione per due chiacchiere. Sono certo che a chiederlo avrebbe una scusa bell’e pronta. E poi sarebbe scortese. Ora che gli racconto? E’ la solita lotta fra un uomo e una donna? Non che l’abbia considerata cioè donna. In un certo senso è come parlare ad un vecchio amico. Non credo voglia essere solo guardata per quello che è. E ho consumato fin troppo tempo ad impigrirmi. Mi sposto sulla sedia sporgendosi in avanti, le braccia sui braccioli e le dita intrecciate. La guardo senza altro timore. Mica occorre sempre avere una ragione e chiedersi prima perché si fanno le cose. Tanto è impossibile trovare quella risposta. Cazzo! Proprio ora avrei bisogno di farla. Forse dovrei dirle qualcosa di carino. Non so se saprei essere convincente. Infondo è piacevole parlarci. Ho d’improvviso paura che possa leggermi tutti questi pensiero. Mica è una novità. Le paure me le cerco e me le invento. Dovrei parlare gesticolando meno. Lei sembra più sicura anche nella postura. Sono sicuro che anche questo è solo in apparenza. Non è di quelle. Ne sono certo. La sua confidenza è spontanea. Per una strana ragione, che non capisco, credo non sia artefatta, ma che non permetta di essere fraintesa. Forse è in quel suo sguardo. Nella sua voce. In quel suo mostrarsi comoda. Mi sembra di conoscerla da più di questo poco tempo. Certamente me la racconto. Il merito è suo ma anche nel mio immaginario. Ha un che di famigliare. Sa guardare. Niente sembra ricercato e forzato. Forse non fosse così mi sentirei colpevole per quella carineria che non trovo. Mi riempio di forse. Cerco il momento e la scusa per andare a pagare. Sarei scortese diversamente. Resta un imbarazzo comunque. Parlarci mi ha fatto ritrovare Venezia. Non so perché ma sto bene. Non mi va di parlare di ieri, mi fa sentire vittima di qualcosa che non c’è. Non mi va di giustificarmi. Spero che Annastella inviti anche me. Ma poi chi non lo conosce Matteo? E forse allora ho incontrato anche Marinella, ma la memoria non mi aiuta e in questo momento è solo una vecchia canzone. Amavo Fabrizio e ho continuato a farlo. “Venezia dove”? “S. Polo”. Ma perché parlare in italiano.
Incontro
1 Ottobre 2009 di Mario



![MARINO: rumoridigente [voci di strada, rumori di gente...] Marino](http://emmedigi.files.wordpress.com/2008/11/mm_primopianobn20piccolo_ico.jpg)


Credo che ripasserò con più calma.
Un caro saluto