Un giorno, non molto tempo fa, vi abbiamo raccontato una favola che favola non è. E’ questo post comincia così come cominciano le favole ma finisce subito ed è di diverso avviso (forse solo di confuso avviso). Eppure quella storia subisce tutte le condizioni di una favola. Ma si sa, le favole si leggono ai bambini; ma non era per bambini. Si sa, le favole vivono la sera e muoiono il mattino. Sono brevi quanto può esserlo la fantasia. E poi sono materiale di libri. Dormono nelle librerie e nelle biblioteche. Ma quella favola con la notte non ha mai smesso d’essere favola. Almeno d’essere solo favola. E’ diventata realtà. Ha preso carne. Si è accompagnata al timore che si potesse dissolvere. Ha trascinato con sè ogni protagonismo. Ha ripreso il proscenio. Quando impazziscono i giorni e le ore allora è quasi impossibile rimettere ordine. Forse è solo perché qui non popolano gli gnomi. Che giorno è?
A raccontarle le favole sono belle, e quella lo era. A prima vista lo era e poteva continuare ad esserlo, anche nello spazio e nel tempo. Ne avevano entrambi la pazienza. Ma a raccontarle le favole assumono quell’alone di misterioso. Si soffermano a compiacersi. Indulgono; con piccoli ammiccamenti. Alla fine restano tutte sugli occhi impiastricciati, increduli, sgranati, sognanti di chi le ascolta. Se le favole son belle ti costringono a misurarti con quel bambino. Con il bambino in te. Ma se si parla di amore si parla sempre di favola. E non c’è età che permetta di sottrarsi. E’ stata l’illusione, a volte, a pensarlo. Non si è mai troppo vecchi per essere bambini. Per incontrare il pifferaio. Per inseguire un sogno con gli occhi fissi incantati di quel sogno. Che poi sia solo un blog la cosa non è proprio certa. Ma poi a che serve una favola oggi, con questi tempi? Ogn’uno però ne può fare l’uso che crede. E’ questa la magia di un sorriso.
Quando cominciava Rossana si guardava senza riconoscersi e ripeteva “tienimi con te”. Tutto sembrava cambiato. Tutto. Niente lo era. Eppure l’acqua cullava tutta una città (allora come ora). La diluiva in forme che tremolavano impazienti (facile scambiare, a Venezia, sogno e realtà). Una città che ancora, allora, alzava la fronte di orgoglio. Di ragazzini per le strade e per i campi e a gridare dietro alla luna. Loro lo avevano fatto. E di giochi sull’acqua. Acqua su cui la barca scivola e che il remo accarezza. Che il remo accarezza con la stessa attenta delicatezza con cui la mano sfiora il capo della persona amata. Con un rispetto che altrove sembra perduto. Come si può non sognare? Non credere alle favole? Si cresce, s’invecchia, si resta uguali. Anche se l’acqua non era limpida, era solo acqua.
Ma a diventare realtà ci si sporca delle piccole parole delle realtà. La realtà riconosce il pianto come il riso. La realtà conserva la memoria e i rimpianti. Si chiede tutti i suoi perché. La realtà incide le sue storie su pagine di diario e non vuole dimenticare. La realtà si fugge per poi, sempre, ritrovarsi. E la realtà ti sbatte in faccia i frammenti di sè, della realtà; magari distorta ma senza compiacimenti. Ha un prezzo la realtà. Lì non ci sono eroi e i cattivi rimangono cattivi. Dove si è letto che nella realtà arriva sempre il finale lieto? Quando avviene non resta che restarne sorpresi e perplessi. Lui conserva solo quelle parole che gli si ripetevano ossessivamente in testa come un ronzio: “Lasciati amare”. E lei non ha occhi, oggi, che per il suo Michele. E’ per questo, per questa delicata dolcezza, che non può che essere favola e non potrà mai essere realtà.
Tienimi con te
29 dicembre 2009 di Mario





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