Era un po’ che lo osservavo, distrattamente, con non eccessiva curiosità, con blanda attenzione, senza farmene vedere. Come dovrebbe fare una donna. Come sarebbe lecito cercando di mostrare e non mostrare quel leggero interesse. Non che qualcosa fosse mutato tra noi. Nemmeno che vi fosse qualcosa che aveva smesso di funzionare nelle mie cose. Potevo ancora dirmi contenta e soddisfatta. Forse si potrebbe parlare di una sorta di regressione; di un rimpianto. Cose da psicologia da quattro soldi. Niente di più falso. Avevo solo orecchiato alcune frasi tra i loro discorsi. Ero al corrente di alcuni successi. Era tornato ad essere libero e sembrava poterselo permettere. O forse era solo perché mi ero trovata a chiedermi un motivo (uno solo) per il quale non gli avessi mai dato attenzione. O forse non era niente di tutto ciò. Mi faceva vedere il suo profilo destro e il suo orologio, in continuazione. La macchina parcheggiata fuori era una bella macchina, ma questo lo sapevo già. A dire il vero era anche comoda; questo invece, prima, non lo potevo sapere.
Un posto vale l’altro. Mi lascia sotto casa. Lo lascio con solo la cravatta addosso. Non è nemmeno un piccolo segreto che possa restare tra noi. Lui potrà anche raccontare che è andata diversamente, ma lo sappiamo entrambi e ce l’aveva scritto negli occhi sgranati prima di salutarmi: avevo ucciso il suo amor proprio.
Piccoli delitti 1: La macchina
31 marzo 2010 di Mario





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