Non è accademico ma assurdo interrogarsi sul taglio da dare quando si deve commentare una notizia del genere che per la sua drammaticità colpisce quasi allo stesso modo lo scrivente, i protagonisti e il lettore; questo giustifica, anche se solo in parte, l’imbarazzo che mi coglie nel commentare i fatti.
La commovente vicenda, ignorata dal grande pubblico dei lettori, trova oggi diffusione solo dopo un doloroso travaglio personale e solo in nome del “dovere di cronaca” e del “diritto di informazione” mi sono deciso a passare in redazione queste poche parole per la stampa.
Per la prima volta nella mia lunga e non sempre agevole carriera il mio mestiere di giornalista e la mia etica professionale si sono trovate in travagliato conflitto col mio essere uomo e con i valori più sacri a cui mi sono sempre ispirato e in cui ho sempre creduto senza la minima esitazione.
In questi ultimi tre mesi assolutamente nulla era trapelato e la cosa sarebbe passata inosservata se non fosse giunta al nostro giornale quella breve nota di fonte attendibile sulla quale fonte non possiamo naturalmente che mantenere il più stretto riserbo.
Lo stesso riserbo che riteniamo dovuto agli involontari quanto disgraziati protagonisti colpiti da tanto dolore a cui spero giunga tutta la mia e la nostra (della redazione tutta) solidarietà e stima; è sufficiente dire che gli avvenimenti hanno visto la luce, nel senso più preciso e pregnante della frase, in quella terra di santi e di iconografie virtuali che è l’Umbria.
La giovane madre è una donna gracile e bionda di venticinque anni e sei mesi, che abita appunto in questo nostro grosso centro umbro in via delle Colombe al civico cinque interno due, al suo primo parto.
La signora è stata ricoverata al locale Ospedale Civile in data primo maggio, dopo una gestazione serena e per nulla traumatica, per dare alla luce un bimbo che gli esami avevano pronosticato di sesso maschile e di peso aggirantesi presumibilmente tra i tre chili e mezzo e i quattro.
Tutto lasciava prevedere il buon esito di un parto che non presentava alcun particolare problema, la donna non può che confermare di aver avuto la massima assistenza da parte di tutto il personale ospedaliero; così come dobbiamo testimoniare che nulla era stato trascurato da parte della puerpera stessa oltre al suo ottimo stato di salute.
La levatrice conferma che i tessuti si presentavano sufficientemente elastici e che tutto procedeva nel migliore dei modi quando, la “mammina” è stata trasportata in sala parto immediatamente dopo la rottura delle acque.
Il marito è entrato assieme alla “sposina” per assisterla e condividerne quel momento sempre magico e che mai tanto come questa volta era destinato a rimanere tra i ricordi di tutta una vita; qualora fosse necessario anche l’uomo può dare ulteriore testimonianza di come tutto si fosse fino allora svolto nella maniera più soddisfacente.
Comprensibile era il suo impaccio nell’assisterla nelle povere mansioni che erano a lui demandate: nel bagnare le labbra e asciugare la fronte della sua compagna con quella piccola garza umida che gli avevano fornito.
Il futuro padre cercava continuamente gl’occhi della cara amata con una delicatezza che si può solo immaginare mentre le contrazioni si facevano più violente e frequenti ma data la posizione e l’emozione non riusciva a cogliere con lucidità completamente il susseguirsi ormai febbrile degli avvenimenti.
Con la mano libera teneva dolcemente la mano della moglie sforzandosi di trasmetterle serenità e non l’angoscia e la tensione che gli esplodevano dentro ma la donna, con la sensibilità comune in questi casi, non poteva non leggere sul sudore di quel palmo quelle preoccupazioni e gli sorrise amorevole cercando di tranquillizzarlo.
Lui vedeva il medico e il personale paramedico affaccendarsi spasmodicamente oltre il ventre prominente della sua cara metà e solo la novità della situazione bastò a preoccuparlo e lo confuse ulteriormente; racconta che gl’occhi coglievano immagini sfuocate e che gli bruciavano come in preda alla febbre, tutto il suo corpo reagiva allo stesso modo alla tensione.
Il medicò aveva ordinato la flebo e poi dovette incidere ma solo un piccolissimo taglio, gli spiegò dopo, data la posizione in cui si presentava il feto e il suo notevole peso. Ma lui non ricorda l’ordine dei gesti ne si accorse di quel taglio che per altro richiese solo tre punti di sutura.
Poi, come per una improvvisa accelerazione, tutto precipitò e assunse un ritmo frenetico come in una di quelle brevi farse del muto se non fosse per la solennità dell’evento e per la sua non prevedibile conclusione.
Un bimbo di oltre quattro chili scivolò fuori dall’alveo materno come una saponetta e schizzò fra le mani esperte del vecchio medico; era un bimbo sano di aspetto e dal colorito roseo, pieno di carne abbondante che veniva voglia di morderla e coprirla di baci; con un impercettibile profumo dolce di vomito.
Quei cuscinetti di carne riempivano i piedini e le manine paffute dalle dita tozze che frugavano allegre l’aria e gl’occhi, quando si aprirono, mostrarono quell’azzurro cheto che illuminava il volto della giovane.
Il dottore disse: “E’ un bel maschiotto!” sul sospiro di liberazione che mandarono simultaneamente gli sposini ma immediatamente non fu più possibile nasconderselo: il nascituro presentava una escrescenza sul capo della forma di un disco traslucido; anche se era attaccata – come dire – in modo sommario era con estrema evidenza una vera e propria aureola.
Il bimbo era bello, certo, con piccoli riccioli biondi impomatati alla testolina tonda e le guanciotte piene da pizzicotti. Non aveva sofferto del parto, le carni si presentavano pulite e la pelle era liscia e vellutata; attorno agli occhi d’acqua marina si affollavano mille piccolissime rughe che davano al suo sorriso un che di antico e di pacato.
Non si poteva riscontrare, nemmeno volendolo, nessun’altra anomalia se non quell’assurdo discoide tremante, indeciso, come in bilico sul vertice di quella tozza figuretta dalle gambette storte; proprio come in quei maledetti quadri del Perugino.
Il medico non ebbe un attimo di indecisione e non mostrò imbarazzo: prese l’unica decisione che può essere razionalmente adottata in simili casi. Non ebbe nemmeno bisogno di tante parole, colse immediatamente lo sguardo d’intesa e di approvazione della povera coppia; tutti sapevano che non esistevano alternative: bisognava intervenire immediatamente e qualsiasi persona di buon senso comprende questo.
Non si persero che pochi attimi per permettere alla giovane di tenere il figlio appoggiato al petto e la donna lo coprì di baci vincendo l’orrore per mezzo di quel grande sentimento che è l’amore materno.
Poi il bimbo le fu tolto e con invidiabile efficienza e con la massima celerità fu approntata la sala chirurgica. Ripetiamo che nessuno può muovere il minimo dubbio che quella fosse l’unica soluzione che si potesse adottare.
Il delicato intervento impegnò tutto lo staff medico per più di due ore ma, nonostante il prodigarsi di tutti, l’operazione non poté avere l’esito sperato e non fu possibile rimuovere l’ingombrante aureola e la pur forte fibra del bimbo non superò la crudele ma necessaria prova.
Un eminente scienziato dell’Università del Maryland, da noi appositamente interpellato, ha laconicamente commentato che “Forse è meglio così.” poiché nei pochi casi in cui il paziente è sopravvissuto non ha poi potuto godere di una vita normale. Un altrettanto noto accademico italiano ha colto l’occasione per ribadire la sua già nota posizione sui “diversi” e i meno fortunati e sulle carenze di istituti alternativi. Ma si sa che in questi casi ogn’uno si sente in diritto di esprimere la propria opinione per quanto discutibile essa sia.
Quando toccò alla caposala annunciare alla donna quella drammatica perdita prematura del figlio la povera giovane fu presa dalla disperazione e dallo sconforto che nemmeno il marito riuscì ad alleviare; anzi la sua fu anche più violenta di quella della moglie.
I fiori che inondavano la stanzetta parevano avere un colore opaco e funereo e sembravano mandare un odore di desolazione; come profumassero d’incenso. La mammina non seppe trattenere i singhiozzi davanti a quella perdita irreparabile mentre stringeva a quel petto dove cominciava la montata lattea una camicina bianca finemente ricamata. Bisognerebbe essere fin troppo previdenti e non anticipare mai, in nessun caso, i tempi.
Siamo certi che la giovane età e il fisico sano permetteranno alla donna di non abbattersi troppo, di superare il difficile momento e di riprovare dimenticando così con relativa celerità questa amara vicenda magari con l’occasione di un altro, più felice, lieto evento.
Anche se con questo involontario ritardo inviamo alla giovane mamma gli auguri più sinceri di tutta la redazione e i miei in particolare e invitiamo chiunque voglia a manifestare la sua solidarietà a questa donna così violentemente ferita nei suoi affetti più cari come la perdita di un figlio tanto atteso e desiderato che appena nato non ha avuto il tempo per chiamarsi Adamo.¹
1] scritto il 27.02.1995





![MARINO: rumoridigente [voci di strada, rumori di gente...] Marino](http://emmedigi.files.wordpress.com/2008/11/mm_primopianobn20piccolo_ico.jpg)


Strano… secondo me non poteva che chiamarsi Salvatore, ma pure Antonio o Francesco, anche se Gabriele e Michele sarebbero stati ancora più appropriati. Le aureole non sono cose da tutti, se proprio non gli trovavano un posto in qualche chiesa avrebbero comunque potuto mandarlo al Grande Fratello e sicuramente le raccomandazioni non gli sarebbero mancate.
Io conoso la storia del bambino che appena nato mostrava due piccole appendici sulle spalle… preludio di due alucce angeliche che nessuno volle riconoscere. Anche questo diverso fu soppresso con grande sollievo da parte dei genitori.
Ma per quale giornale scrivi?
Un racconto geniale, mario. L’ho davvero assaporato