Quel nome lo trovava un nome insolitamente brutto. La trovava una ragazza particolarmente banale; avrebbe detto anonima. Eppure a guardarla non si poteva negare che fosse una donna attraente o meglio bella (i due termini non sono di per sé sinonimi). Proprietaria di una bellezza calma, consolante, tranquilla. I suoi occhi erano grandi e quieti. I capelli neri incorniciavano un viso di una rotondità non ordinaria e aggraziata. Era anche alta da lasciarsi guardare. Si trovò all’improvviso a pensare tutto questo: era una che stava sulle sue non perché diffidava degli altri; insomma, una persona appartata. Era il suo sorriso ad essere insapore accompagnato dal suono piano delle parole. A lui non era mai parsa poi così bella come quella mattina a seguito di un grave lutto. Fu scusandosi che si accorse di quel cambiamento e di come fosse in tutto donna. Si accomiatò sforzandosi a non girarsi. Il destino aveva detto che avrebbe incontrato l’amore, ma non avrebbe mai creduto si trattasse di un amore, per quanto frivolo, che aveva già incontrato così spesso. Le telefonò solo per tornare a scusarsi e per informarsi della sua salute. Non aveva mai sentito un pettegolezzo su lei ma si accorse solo dopo averlo detto di averglielo chiesto: “Non credi che ci si potrebbe vedere; una di queste volte”? Non gli rispose di no ma sembrava una cosa in cui non credeva troppo e comunque non aveva alcun entusiasmo nella voce. Lui si chiese se era il caso e poi, dopo alcuni giorni lenti, la richiamò; in fondo non aveva altro da perdere. Camminarono indietro nel loro passato. Poi lei salì come se niente avesse potuto cambiare niente. Lui non aveva ancora alcuna certezza, ma si accorse che era vero che nonostante il nome era tutta da mangiare.
Addolorata
25 novembre 2011 di Mario





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Pensa se si fosse chiamata Meringa