Non era stato molto diverso di come sarebbe stato se l’avesse pagata e gli aveva lasciato, dopo, dentro, quel senso vuoto di insoddisfazione; di vergogna e non solo quello. Aveva riserbo nel raccontarlo perché il giorno non è solo una notte pallida ma il suo rovescio e ci cambia. Ma ci sono cose che fai una volta perché credi di potertelo permettere e di riuscire a dimenticarle invece al mattino lei era ancora lì vicino, (in quel preciso caso) nello stesso cuscino. Lei che era solo un nome. Un nome, appunto, per la notte. E nemmeno quello. E una camera a poco prezzo. Tutto per il bisogno in una sera di non pensarci. E fuori una pioggia sottile, quasi nevischio, e un odore di gomma bruciata e un pallore senza luce. Lei, con le sue parole, che lo raccontava ridendo. Come se non gli bastasse già ripeterselo nella testa quando non ci sarebbe stato bisogno di parole, ma piuttosto di silenzio. E che cosa c’era poi da mostrare orgoglio? Nemmeno fosse lui. E anche in questo caso poi… parlava un italiano drammatico. Avrebbe voluto che non restasse nemmeno un capello sul cuscino. E ancora autostrada da fare. E nessuna scusa plausibile. Non sarebbe stato da lui. Ne era incapace. Con il dramma di una colazione, da consumarsi in fretta. E allora la borsa buttata distrattamente. Il viaggio che riprende. Lei che ripete che non ha nulla nemmeno per cambiarsi. Che sembra non capire. Che si interroga sui tempi del futuro. Alla radio davano Used Cars¹. Il paesaggio non aveva niente di epico sotto il cielo pesante e il viaggio sembrava non volere finire. Per fortuna che almeno aveva smesso la pioggia.
1] Bruce Spingsteen in Nebraska





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