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Girava per la terrazza conficcandosi le unghie nelle palme delle mani, impotente. Impotente davanti al fuoco. Guardò sua moglie. Stava piangendo. Aveva paura. Era la prima volta che aveva paura. Come se la mitraglietta scarica le facesse sentire che la resistenza di Hassan altro non era che una bambinata e che i ragazzi che avevano addestrato affannosamente erano solo dei pupazzi. Avrebbe mai potuto offrire qualcosa a sua moglie? Una parola per rassicurarla e per infonderle un po’ di forza?
Senza un’arma sapeva che sarebbe morto nella sua casa come un topo in trappola.
Non sopportava che Suàd piangesse. Quando lui la guardò esasperato gli disse solo due parole:
— Hassan, il bambino?
Omar? Proprio per Omar cercava di battersi, per i piccoli del paese, maestro di giorno e combattente di notte.
Già, il suo bambino! La risposta era sulle barricate di cui ha bisogno chi combatte, e chi combatte ha bisogno di armi.
Gli balenò l’immagine degli invasori che festeggiavano una meschina vittoria ottenuta contro pacifici villaggi.
Guardò sua moglie, sarebbero morti tutti e tre se non avessero preso subito la strada per Birak Sulayman, le Cisterne di Salomone. Lì avrebbe lasciato il bambino e la madre, insieme agli altri profughi, e sarebbe tornato indietro a fare qualcosa.
— Vieni!
Le prese la mano e scesero la scala insieme. Si avvicinò al letto di Omar e lo tirò su. Dormiva. Sognava un giorno nuovo, felice, col sole della speranza. Si sarebbe riaddormentato tranquillo fra le braccia della madre.
Vide sua moglie che apriva l’armadio; riempiva un fagotto di vestiti poi andava verso il tavolino e prendeva la foto del loro matrimonio.
E se ne andarono, la moglie col fagotto, lui con Omar. Se lo stringeva delicatamente al petto cercando di dargli calore con tutto il suo affetto, in modo che non avesse paura né aprisse gli occhi su quella notte di terrore. Le pallottole avevano smesso di fischiare e neanche i cannoni tuonavano. Gli ebrei avevano forse capito, finalmente, che era inutile sparare sul villaggio disarmato. Forse risparmiavano munizioni o si riposavano in vista dell’attacco finale. Avrebbero preso Battìr, disarmata sul fianco della valle, scendendo dalle loro postazioni sul monte.
Hassan si voltò verso casa sua. I muri bianchi erano impregnati dell’argento della luna e il profumo dei fiori del mandorlo li purificava con generosità primaverile. Le pietre con cui la daisua casa era fatta venivano dalle cave della montagna, portate dai suoi avi. Il suo giardino era frutto di zappa i cui colpi erano portatori di mille promesse.
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Sanira Azzam (Palestina 1927 – Giordania 1967)
da La coperta rossa in Palestinese e altri Racconti, pagine 26, 27 e 28.
Edizioni Q – Roma.





![MARINO: rumoridigente [voci di strada, rumori di gente...] Marino](http://emmedigi.files.wordpress.com/2008/11/mm_primopianobn20piccolo_ico.jpg)


Quanto dolore e quanta ingiustizia…. e il mondo tace.