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Posts Tagged ‘racconto breve’

Sul posto era intervenuto il collega De Martinovich. Era persona seria e zelante. Le risultanze non facevano una piega ed erano esposte in un italiano senza infamia e senza lode. Si trattava certamente di suicidio anche se la vittima aveva scelto un modo insolito di farlo. La morte era giunta per asfissia. Doveva voler essere proprio certo di porre fine alla sua vita. Si era sigillata la testa dentro un sacchetto. Si era inciso profondamente le vene dei polsi in verticale. Era entrato nella vasca e si era immerso nell’acqua tepida. Poi si era legato le mani dietro. In un certo senso anche un procedimento complesso a cui la scientifica aveva faticato a dare un ordine temporale. Forse quando si era chiuso sulla testa il sacchetto di nailon si era giù tagliato ai polsi. Sicuramente l’ultimo gesto era stato per annodare quella corda. D’altro canto non avrebbe potuto essere differente. E quando è stato rinvenuto il corpo, dalla moglie, corpo e acqua erano ormai già freddi. Gli agenti intervenuti lo avevano trovato così.
Leggevo il rapporto e lo giravo per le mani. Avevo la sensazione che qualcosa mi sfuggisse. Di avere sotto gli occhi come un indizio che non combaciava, e che eppure non riuscivo a mettere a fuoco. Avevo letto tre volte quelle righe e continuavo a sentirmi confuso, a disagio. Non che lì per lì qualcosa mi dicesse qualcosa, era solo un fastidio astruso. Un nodo scoperto. Come un filo da annodare. Per quanto avessi deciso di non dar peso a quella sensazione mi sono trovato a ripensarci a cena. E poi durante la notte. E nelle ore successive. Così chiamai il collega. Non riusciva ad aggiungere nulla a quanto già verbalizzato sul posto. Aggiunse solo che aveva parlato anche con la moglie. E che la donna gli aveva fatto una buona impressione e gli aveva dato risposte esaurienti. Lei era in casa in quel momento ma stava guardando la televisione. Aveva sentito i rumori prodotti dal marito, in bagno, senza farci caso. Non poteva proprio pensare ad una disgrazia simile. Niente lo faceva presumere, nulla lo lasciava immaginare. Dopo poco più di due ore, alla fine del film, forse era «Colpevole d’innocenza», una cosa del 99 ritrasmessa in prima serata, la povera donna non vedendolo tornare aveva cominciato a preoccuparsi. Andata in bagno aveva trovato il corpo e chiamato subito la polizia senza toccare niente o quasi. Non seppe dirmi altro.
Poi all’improvviso fui infastidito da quel nome: Oresteio Parnaso. Forse per la particolarità di quello stesso nome. Mi sembrava di averlo già sentito. Ne ero quasi certo. Sono andato in archivio e mi sono messo a scartabellare. Non senza fatica né senza polvere sono riuscito a rintracciarlo. Esisteva una denuncia fatta dallo stesso, cioè Parnaso Oresteio, e convalidata dalla testimonianza della moglie: tale Clitenestra, da signorina Di Giovanni. L’indagine, a carico di ignoto, non aveva avuto seguito, sia per gli indizi scarsi sul possibile responsabile dell’atto criminoso, sia per la scarsa importanza del fatto. Purtroppo le forze a disposizione sono quelle che sono e bisogna stabilire delle precedenze. Non è possibile seguire ogni indagine con la stessa doverosa attenzione, e di ferimenti in una città come la nostra ce ne sono più di uno ogni notte. Per farla breve mi sono riletto attentamente il dossier.
Dopo aver precisato le generalità il denunciante aveva fatto una rapida panoramica personale dichiarando alcune cose su di sé, sul loro ottimo rapporto e sulla moglie che definiva una gran bella donna, ammirata e corteggiata, ma, a suo dire, virtuosa. Era stata una serata come tante. Alla fine si erano recati in un cinema, l’Astra per la precisione, per vedere «Il postino suona sempre due volte», quello dell’81 diretto da Bob Rafelson e con Jack Nicholson; indubbiamente un gran bel classico. Si stava proiettando una delle scene basilari, quando lui stende lei sulla tavola infarinata, con Jessica Lange che è l’immagine più ineguagliabile della lussuria che il cinema abbia mai mostrato, o poco prima o poco dopo, sul punto non era riuscito ad essere più preciso, quando un uomo aveva preso posto sulla poltrona a fianco della moglie. L’essere poco presentabile dava l’idea di poca pulizia, aveva la barba da fare, ciabatte ai piedi e gli mancavano anche alcuni denti. Quello aveva subito iniziato a importunare la signora allungando le mani. Infastidito, anche e soprattutto per il fastidio arrecato alla moglie, l’Oresteio aveva proposto alla donna di cambiare posto. Così avevano fatto ma non soddisfatto anche lo sconosciuto aveva cambiato posto tornando ad arrecarle disturbo, a molestarla. Le faceva delle espressioni lascive e le toccava le gambe, le cosce. Il dichiarante aveva allora provveduto a far intervenire il personale del cinema. L’uomo prima aveva borbottato qualcosa di incomprensibile, forse in preda ai fumi dell’alcool, poi la vittima aveva sentito all’improvviso un dolore lancinante; una fitta. Senza capire cosa era successo si era ritrovato all’ospedale con una ferita da taglio che aveva richiesto diciassette punti di sutura. La ricostruzione finiva qui. La denuncia era stata archiviata perché l’indagine non aveva raggiunto nessun risultato e la colpa era stata data a ignoto.
Solo a fine lettura mi son potuto dire soddisfatto. Finalmente cominciavo a trovare pace. Ciò che mi aveva disturbato togliendomi il sonno era quello strano nome che sapevo dentro di me di aver già incontrato. Si fosse chiamato Pinco e Pallino probabilmente non sarei tornato a scavare su quella vicenda. Eppure c’era anche qualcos’altro. Mi dissi che non ero mai contento. Un po’ me la presi con me stesso. Richiamai Bernardo che con altre parole mi ripeté quanto mi aveva già detto e già sapevo. E’ stato allora che ho pensato di telefonare alla povera vedova. Non sapevo cosa cercavo; forse inseguivo lucciole. Lei si mostrò subito molto collaborativa e disponibile. Fissammo per il pomeriggio seguente. Mi aspettava nel salone. Era una casa da ricchi. Un lampadario che illuminava come tutto il firmamento e di più. Sul marmo del pavimento un tappeto grande come un campo da baseball; insomma il lusso più lussuoso. Mi aveva detto esattamente le stesse cose tranne sul film che sosteneva che il marito si fosse sbagliato e si trattasse del vecchio «Furore». Il resto combaciava alla lettera e questo non mi aiutava a riaprire l’indagine sul vecchio incidente. Sul suicidio si era proposta di farmi vedere quel bagno. Pensai che se diceva quel bagno poteva significare che in quella casa c’erano più di un bagno. Per il resto il suo resoconto combaciava con quanto dai rilievi e dai referti autoptici. Non poteva aggiungere nulla se non la sorpresa di averlo trovato in bagno. Aggiunse che la porta non era stata chiusa a chiave. Prima di togliere il disturbo le feci un altro paio di domande, niente di rilevante. Mi rispose in modo esaustivo. Era bionda. Di un biondo che era quasi candido. Poi con una voce suadente che non scorderò per tutto il resto della vita che mi resta da vivere mi sussurrò: “Spero che non vi siano dubbi sul fatto che il mio povero marito si è proprio voluto ammazzare. Non mi chieda il perché, spesso non ci sono spiegazioni per gesti come questi. Posso fare qualcos’altro per convincerla? Qualsiasi cosa? Non ha che da chiedere”. Sono vecchio anche del mestiere e so valutare bene le persone che mi trovo davanti. Se poteva esserci in me anche il minimo alone di un sospetto le sue parole lo hanno dissipato all’istante.

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Era un mattino di un giorno indefinito di giugno. Decido di chiamarla a casa: “Gianna”.
Sono Juliana”.
Cercavo Gianna”.
Gianna non c’è”.
Quando la posso trovare”?
Non so se torna”.
Ci penso e mi sembra scortese: “Un caffè”?
Un breve silenzio: “Hai da fare”?
Penso che tutto possa aspettare. In fondo sarà una cosa veloce. Sbrigativa: “Non molto”.
Perché non andiamo a prenderlo un po’ fuori”.
Non ci rifletto, passo io: “Passo io”.
Sapevo che stava da lei. Non me la ricordavo. Forse era bionda. Mi sembrava solo fosse sudamericana. O qualcosa di simile. Forse nemmeno l’avevo mai vista. Forse me ne aveva solo parlato Gianna. Non ricordavo nemmeno in che modo. Forse era Gianna a stare da lei. Ultimamente la ascolto poco. Non si fa aspettare molto. Sale e si mette comoda. Anche troppo comoda. E sorride divertita: “Dove si va”?
Non so. Fai tu”.
Dove vorresti andare”.
Per me possiamo essere anche già arrivati”.
Allora… anche per me.” –e sorride compiaciuta.
Cosa ti va”?
Non essere impertinente”.
La guardo, è senza pregi e senza difetti; e senza vergogna. Ci penso un attimo. Vestita è vestita come fosse la zia di Gianna. Se così si può dire vestita. Cioè è vestita anche della fretta di mostrarmi cosa nasconde sotto i vestiti, cioè sotto la gonna. Non so guardare altro. Lei se ne accorge: “Qualcosa non va”?
Le sorrido e controllo il traffico: “Potresti anche metterti più… più… composta”.
Ho dimenticato qualcosa”?
Potrei dirle di sì. Ne avrei il diritto. Non è proprio quello che voglio. Mi va anche di guardare ma vorrei farlo da solo: “No! è solo… lasciamo andare. Va bene così”.
Bene”.
Torniamo su da te”?
E perché? E poi c’è ancora lui”.
Da me”?
Non vorrei averti fatto guidare per nulla. E non ho molto tempo”.
E…”?
La guardo allibito e lei mi spiega: “Infondo… è anche comoda”.
Mi guardo torno: “Ma”…
Aspetta, tolgo la cintura”.
Alzo le spalle: “Aspetta, abbasso il sedile”.
Mi sorride e dice: “In fondo non mi dispiace farglielo sotto il naso; anzi farlo sotto il naso a tutti. Anzi mi da un po’ di… di… emozione in più. Mi stavo annoiando quando… Non ti dispiace, vero”?
Non posso mostrarle tutti i miei timori: “Figurati”.
In fondo… quasi quasi… forse è stata proprio una fortuna che mi si sia rotta la macchina. E tu sei stato proprio gentile ad offrirti di venirmi a prendere”.
Ricordami il nome”.
Juliana”.
Credo di doverle almeno un complimento: “Sei.. sei gentile e… e sei un gran bel pezzo di… di Juliana”.
Lo so”.
Poi mi chiede: “Vuoi che la tolga”.
Fa niente. Non vorrei farti fare tardi”.
Me ne frego del rumore delle altre macchine e delle macchine stesse. Le sfilo la copia del contratto da sotto il culo, ma ormai è tutta stropicciata; dovremo rifarla. Intanto penso alla storia che mi dovrò inventare con il cliente.

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Frugando finalmente attentamente Rossana scoprì impigliato nel fondo del cestello della lavatrice un calzino; uno solo. L’unica cosa certa era che nei loro cassetti non c’era il gemello di quell’indumento. Michele dopo averci riflettuto a lungo trovò la cosa strana perché non c’era nessuno, né tra i parenti né tra gli amici, ad avere un piede solo. Cercò di dare un piede a quel calzino. Pensò alle persone che erano passate per quelle stanze. Fece qualche telefonata, inizialmente senza risultati. Si accorse che nessuno dava abbastanza importanza ad un singolo pedalino. Chissà da quanto tempo era rimasto lì ignorato? Poi si sentì con Giuseppe Maria, suo nipote. Il ragazzo s’era fatto uomo e ora aveva anche due bambini. Non si sentivano da anni. Giuseppe Maria si informò se era di lana e a rombi rossi e blu. Non aveva bisogno di aggiungere altro: era suo e aveva conservato l’altro senza riuscire a capire dove poteva essere quello che ne faceva il paio.
Per Michele quel ragazzo, Giuseppe Maria, allora bambino, era stato come un figlio; anche se era figlio della cognata. Una donna cattiva e di pessimo carattere. Molto piena di sé e di invidia, ma questa era un’altra storia che avrebbe riportato solo amarezze e non c’entrava nulla col motivo della telefonata. Le cose avevano portato l’uomo lontano e si era dimenticato di chi aveva dedicato anni a farlo crescere. Non c’erano stati dissapori. Forse era stata solo vita. Forse c’erano altre spiegazioni che Michele non sapeva e non avrebbe saputo comprendere. Forse solo pigrizia. Comunque ogn’uno è responsabile delle proprie azioni e Michele non era tipo da aspettarsi della riconoscenza. Non l’avevano fatto certo per quello. Ogni forma d’amore non dovrebbe avere bisogno di ricompense. Non ne era interessato. Semplicemente aveva faticato a riconoscerne la voce. Avrebbe voluto chiedergli tante cose, dopo tanto tempo, ma le domande non gli venivano. Si sentiva imbarazzato ed era tipo che odiava parlarsi e stare al telefono.
Giuseppe Maria gli spiegò che avrebbe dovuto andare da quelle parti visto che aveva in progetto di recarsi a visitare i genitori. Sarebbe potuto passare di persona a prendere quel pedalino. Michele non si diede nemmeno il tempo di pensarci e senza sapere perché gli rispose che in quei giorni era impegnato, che se gli dettava l’indirizzo glielo avrebbe spedito in una busta per posta. Interruppe la conversazione e non volle nemmeno tornare sulla sua decisione. Non sarebbe riuscito a giustificare quel suo bisogno di non ritrovare il passato.

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linguacciaAll’inizio la guardo e non la vedo. E’ mattina e me ne sto ancora confuso in cucina. Sono rincasato tardi. Martina era tutta di fretta. Entra ed esce. Si spoglia e si veste. Cerco di abbracciarla. Non riesco a prenderla. Mi scivola tra le dita e ride divertita. Mi dice: “Debbo andare in ufficio. Devo proprio scappare”. La imploro ma non ha nemmeno un attimo. “Mi aspettano”. Ho un po’ di mal di testa. Forse ieri ho esagerato un po’. Si sa come vanno queste cose. Alzo le spalle. In fondo il mio era solo un gioco. Un gioco e un po’ no. Sono ancora intorpidito. A vederla è ancora bella. Insomma stiamo insieme e non ci siamo ancora stancati l’uno dell’altra. Prende la borsa e quand’è sulla porta mi dice all’improvviso: “Ti ricordi Flaviana. Devi. Te ne ho parlato. Quella mia amica. Forse me ne sono scordata. Scusa. Insomma, quella. Ieri sera è arrivata. Spero non ti dispiaccia. Non starà molto. L’ho accomodata nella stanza degli ospiti. Non ti darà fastidio. Io torno presto. Appena posso. Bacio. Cerca di essere gentile”.
Mi saluta e scappa. Il mattino ho bisogno di un po’ per connettermi. No! non ricordo me ne abbia mai parlato. Mi verso un altro caffè. Lo prendo sempre amaro. Martina dice che quando racconto una cosa mi perdo sempre in tante parole inutili. Non mi sembra. E’ che mi disturba non capire. E che ho sempre tante domande da pormi. Nel frattempo mi sono già scordato il nome della nostra ospite; dell’amica. Ho sempre il timore di trovarmi a disagio. Lei riesce a mantenere costantemente tanti contatti. Gli amici e le amiche del ginnasio, dell’università, quelli nuovi, i clienti del lavoro, un mondo intero. Non sono bravo come lei. Non amo stare al telefono. Rimando sempre troppe cose. Annego nel mio caffè. Mi immergo nei pensieri. Mi accendo la prima. E non riesco a ricordare tutto il suo mondo. Sento dei rumori. Dev’essere… lei, l’amica, che si sta alzando. Butto la cenere nel lavello e torno a sedermi. Provo ad accendere la tele; un telegiornale. Spengo quasi subito. Le notizie che danno non mettono in sintonia con un mondo che va alla deriva. Penso di tornare a letto. Fuori la mattina è più pigra del sottoscritto. A questo non ci posso fare nulla.
Quella di ieri sera è stata proprio una pessima serata. All’improvviso si sono aperte le cateratte del cielo. E’ precipitata acqua a catinelle. Non ricordo nulla di simile. Sono rientrato tardi, cercando di fare meno disastri possibili; ero bagnato fradicio, fino al midollo. E lei già dormiva. Cioè tutta la casa dormiva. E nella mia vita entra… Flaviana. Cioè entra come un tornado. Decisa. Già allegra di prima mattina. Uscita così dal letto. O forse dalla doccia. Già sveglia. Non fa caso a me. Sembra quasi non vedermi. Come non ci fossi. Fossi parte del mobilio. E non si guarda molto attorno. Come conoscesse già la casa. Controlla il mattino alla finestra; distrattamente. Ne pare delusa. Nemmeno ho il tempo di guardala come poi avrei voluto. Dopo mi dirà che è bella. Arredata con molto buon gusto. Ricordo il suo nome perché me lo dice: “Flaviana”. Insomma: “Ciao”! “Ciao”! E va diritta verso la macchinetta. Se ne versa una tazzona dal bricco. Anche lei amaro. Amaro e senza latte. Mi chiede se mi spiace: “Ne prendo una tazza anch’io”.
Guarda in tralice la mia tazza dove il mio caffè si sta freddando triste e stanco sulla tavola. Non ero stato preparato. A volte Martina è fin troppo laconica. Soprattutto quando va di fretta. Mi ero fatta un’idea diversa. Non mi ero fatta un’idea. Pensavo sarebbe stata una giornata come tante. Non so se la dovremo accompagnare in giro per la città. Certo non è pronta per uscire. Non so come comportarmi. Non ho nulla da dire. Sono solo sconcertato. Scosso da lei. Forse non la dovevo accogliere in cucina. Forse se fossi rimasto in salotto tutto sarebbe stato diverso. Fossi stato in studio; davanti al computer. Eppure sembra completamente a proprio agio, in casa sua. Neanche farlo apposta sono libero da ogni impegno. Potrei fare qualche telefonata. Non c’è nulla di urgente. Il postino suona e infila la posta in cassetta. Per un secondo penso a come mi avrebbe accolto se glielo avessi portato a letto, quel caffè. Per quel secondo mi sento furbo. Libero la mia grande fantasia. Poi rimetto i piedi per terra. E’ stata solo una riflessione stupida; me ne rendo conto. E’ lei che ispira certe fantasie. Il suo atteggiamento. Le sue parole. La sua voce. Quel sorriso. “Lo prendo amaro anch’io”.
Martina le deve Aver parlato di me. Io di lei non so proprio nulla. Tranne quello che vedo, e che mi lascia vedere. Abbastanza per farmi confusione. Sicuramente non sono amiche dalla scuola. Non mi tornano gli anni. Lei, Flaviana, ne ha qualcuno in più. Cosa volevo dire? Ah! sì. Ha quella specie di giacca chimono. Corta. Ho il sospetto che non abbia che quella. Intendo… addosso. Scaccio quel pensiero. Non so cos’ho questa mattina. Pensare non fa certo onore. La nostra ospite sembra più a suo agio, in casa mia, di me. “Alfredo, vero”? Stavo dicendo… forse l’ha messa uscendo dal letto. O dopo la doccia. Deve averla trovata in armadio. Non la ricordo. Direi che non l’ho mai vista addosso a Martina. Forse mi sbaglio. Non so se è per il colore: nero; lucente. Però le ciabatte sono sicuramente sue. Mi chiede di mia moglie. “Sì! Martina è già uscita”. Martina ha riempito tutta la mia vita. E’ una donna che non lascia un angolo vuoto. Una di quelle. Sempre in movimento; attiva. Attenta anche alle cose più minute. Sempre curiosa. Sempre sul pezzo. Con l’argento vivo addosso. E io resto lì muto a guardare quella sorta di amica. In verità sono pochi attimi ma mi sembrano una eternità. Il tempo è sempre stato un valore relativo. Quando sei in ritardo corre. Altre volte va come vuole. Se aspetti qualcuno o qualcosa pare non passare mai. Cerco di convincermi che quella relazione può aspettare. Intanto la guardo in silenzio.
Lei si lascia guardare. Forse sente i miei occhi addosso: “Volevi dirmi qualcosa”?
Cosa? Questo non lo doveva dire. Cioè non lo doveva fare. Si appoggia al piano cottura e si gira verso di me; sorridendo. Il chimono si apre perché non può diversamente, la stoffa si schiude poco trattenuta dalla ciocca, inventa una scollatura vertiginosa. Sembra non accorgersene. All’improvviso non ho più nessun dubbio. Fuori ha ricominciato a piovere. E non ho proprio parole. Non so che dire. Ripeto come un cretino: “Sì! Martina è già uscita”. Mi dice che non fa nulla. Che quello che le doveva dire lo può fare anche più tardi. Che può aspettare. Mi chiede se lo posso fare anch’io; aspettare. Che è stata gentile. Credo intenda ad invitarla. Perché se non era per Martina non avrebbe proprio saputo dove andare. Mi confessa che è contenta finalmente di conoscermi. Mi chiede che me ne sembra. Non so a cosa si riferisca. I miei occhi sono incollati là. Quasi in una attesa febbricitante. Anche se lo so che non è carino da parte mia. Dice che la sua è una visita. Un paio di giorni. Non è nemmeno una vacanza. Deve vedere un avvocato. Ma anche per quello c’è tempo. Non s’è messa fretta. Non credo di seguire il filo che segue.
Chiede qualcosa di me aggiungendo domande alle altre domande. Rispondo per cortesia quando ne afferrò qualcuna. Quando trovo uno spazio tra una domanda e l’altra. Qualcuna è anche un po’ indiscreta. Intanto la guardo, incerto se la sto vedendo. Scuoto la testa. Si dice contenta che fra noi vada bene. Mi dice che mi trova silenzioso, riflessivo. Che di questo Martina non gliene aveva parlato. Mi chiede se c’è qualcosa che non va. Si guarda. Guarda il suo abbigliamento. Ride: “Non sarai mica turbato”? Taccio. Taccio perché non ho il tempo di pensare. Tanto meno di trovare una risposta adeguata. Una giustificazione. Qualcosa che abbia un senso e, in qualche modo, mi giustifichi. Vorrei dirle di no. Non mi crederei da solo. Ho il sospetto che la sappia la risposta. Mi limito ad osservarla. A controllarla. Sì! di anni ne ha più di qualcuno più di noi. Questo non conta. Ride: “Scusa. Ho messo la prima cosa… E’ che mi sono subito sentita come a casa. A mio agio. Qui. Avete proprio una bella casa. E Martina è un amore. Una vera amica. Ti dispiace”? Non so se mi dispiace. Non direi che mi dispiace. Di questo credo di esserne certo. Ha una voce affascinante; e le sue parole diventano progressivamente suadenti. Cerco di spiegarle: “Aveva un impegno che non poteva rimandare.” –non so perché sento di dovermi giustificarmi, e intanto ride.
Continua a tenere la sua tazza in mano. Non sembra molto interessata al caffè. Non ne ha preso che un piccolo sorso. Semplicemente sembra che con quella fra le dita si senta più sicura. Una cosa così. Forse si sente i miei occhi addosso. Le serve a sostenerli? Non posso fare altro. La prego nella mia testa di stare ferma. Di non muoversi. Di rimanere così. Guardarla è affascinante. Qualsiasi movimento non potrebbe che peggiorare la situazione; farla precipitare. Fuori ha smesso di piovere. Mi ripete la domanda: “C’è qualcosa che mi volevi dire”? No! Non ho nulla da dire. O almeno quello che vorrei dire non è carino. Non è da dire. Meglio tacere. Mi manca la saliva. Non sto più in me. La sedia è diventata scomoda. Non so perché ma sono eccitato. Forse la novità. Forse la sorpresa. Forse semplicemente c’è qualcosa in lei. Forse solo la sua presenza. L’unico problema è che se ne accorge; e ride divertita. Prima che abbia il tempo di alzarmi da quella sedia mi confida quello che le sembra un segreto: “Scusami, non farei mai un torto a Martina”.
Cerco di giustificarmi; di scusarmi. Sono un idiota. Le sue parole mi ributtano sulla sedia. E come spesso mi accade credo di non aver capito niente. Non che… insomma… intendo in altre circostanze, naturalmente. La mia vita non è così abitata da… da donne nude. Anche se non dovrei dire che è nuda. E’ nuda sotto. Il chimono la copre quel poco. E brava indubbiamente a mostrare senza fare vedere. In verità ha visto molto e non mi ha mostrato niente. Non mi ha mostrato ancora niente. Mi spiega che lei non vuole complicazioni. Che esce da una storia difficile; incasinata. Mi chiede se è meglio… se preferisco… se si deve andare a vestire. Credo mi legga la risposta nel viso e ne è divertita e soddisfatta. Dice che la sua vita è sempre stata così. Credo monotona; tortuosa; complicata. Non so cosa credere. Lei è immobile. Io sono una statua, solo che la sua postura è morbida ed io sono rigido, teso. Completamente. Comincia a raccontarmi di come si sono conosciute. Due parole e cambia subito discorso. Dice che quello non era importante che forse non mi interessava. Mi spiega che è arrivata stanca. Che viaggiare la stanca. Ma che questo era ieri, perché ha riposato bene. Mi dice di non aver fretta. Sembra si stia prendendo gioco di me. Anche questo non lo capisco. Riprovo ad alzarmi da questa maledetta sedia ma ancora una volta lei mi blocca: “Per quanto credi ne avrà Martina”?
Torno a non capire. Non so se faccio bene ma chiamo mia moglie. Le chiedo come sta. Poi entro in argomento. La nostra ospite è attenta alle mie parole. Quando chiudo la comunicazione la metto al corrente che Martina purtroppo dovrà fermarsi fuori a pranzo. Che ci dovremo arrangiare. Se vuole possiamo scendere fino all’angolo. Non è poi così male. Come cuoco semplicemente non so cucinare. Lei ci pensa. Ci pensa ancora un po’. Come se non capisse completamente le mie parole. Poi dice che le spiace. Che le spiace per lei. E anche per me; forse. Che non sa come rimediare. Che non vorrebbe essere un problema. Che sono fin troppo gentile; anche a starla ad ascoltare. Se voglio che se ne vada. Per la prima volta sento il suo nome nella mia voce. Lei si diverte del mio imbarazzo: “Flaviana… ecco… io… non vorrei cioè vorrei… non fraintendere”…
Lei mi guarda stupita. Penso che anche lei fatichi a capire. Me lo dice con gli occhi. Poi anche con parole senza pause: “Non vorrei dovermi sentire in colpa. Puoi anche dirmelo. Non è certo un dramma. Ti capirei. Non prendertela così. Anch’io le voglio bene. Ma, come si dice… se è quello che vuoi, che anche tu vuoi, allora potrei volerlo anch’io: «occhio non vede, cuore non duole». O qualcosa di simile. Non facciamo male a nessuno. Non è quello che volevo. Scusami. E’ successo. Così. Senza intenzione. Credimi. Senza malizia. A proposito di vedere… –ride e ammicca a sé, a quella sua presenza, più orgogliosa, quasi arrogante; ancora più certa di sé– Pensavo… se non ti spiace… certo… Sai cosa penso? Io credo di no. Allora… Se lei si ferma a pranzo, possiamo pranzare anche noi. Non è come pensi ma… sempre, se non ti spiace, vorrei pranzare di te. Ora. Adesso. Il tempo non è mai abbastanza da poterlo lasciare scappare. Non credi”?
E’ in questo preciso istante che mi mostra spudoratamente un capezzolo con la ferma intenzione di farmelo proprio vedere. Di confessarmi un segreto. Scostando la stoffa. Ha ancora quella maledetta tazza in mano. Non sono mai stato schiavo del tempo. Né delle ore né dei minuti. Non metto mai la sveglia se non ho un appuntamento. Il mio orologio biologico è sempre stato sballato. Martina dice che sono un ritardatario nato. Non so perché pensare a lei non mi sembra argomento giusto. Sto per dire qualcosa di cui mi potrei pentire. Sono bravo a non dirla. E quando sono in casa non lo tengo al polso, l’orologio. Infatti guardo l’ora ma non lo indosso. E’ quello che si può chiamare un riflesso condizionato. Eppure so che, come mi ha assicurato, non torna. Che siamo completamente soli. Fino a sera. E lei appoggia finalmente la tazza. Per avere le mani libere. Per omaggiare i miei occhi. Per farne mostra di entrambi sostenendosi i seni. Per mandarmi un messaggio definitivo, indiscutibile. Insomma è troppo tardi per qualsiasi considerazione.
Non danzasse con i miei sentimenti, non fosse così intenta a rubare tutta la mia attenzione, a riempirmi gli occhi di lei, così… nuda, potrebbe sembrare una tranquilla donna di casa; forse. Corro fugacemente il rischio di informarmi sulla sua età. Intanto in silenzio mi dice tutto di sé. Tutti i suoi segreti. I segreti del suo regno. Del suo corpo. Il resto sembra una galleria fotografica. Assume pose come se la dovessi ritrarre. Non vuole mettermi fretta. Me lo ripete e ribadisce. Il suo è un invito esplicito. Allo stesso tempo vuole provocarmi. La sua espressione mi chiede se sono soddisfatto. Se mi piace quello che vedo. E’ certa di sé. Sembra intenzionata a restare in cucina. Non so cosa pensare. Non so se ho altre preferenze. Credo che preferirei andare di là. C’è anche troppa luce. Ha un ramo di pesco nel basso ventre. O qualcosa del genere. Ma questo dice che non lo devo andare a raccontare a nessuno. Tanto meno a Martina. Assolutamente. Non sono il tipo. E’ una cosa che deve restare tra noi. Mi trova d’accordo. Mi sembra di sentirla aggiungere che deve restare una cosa senza importanza. Non ne sono sicuro. Non la sto più ad ascoltare molto. Sono distratto. Le sue parole sono ormai solo rumore. E confusione. Confusione nella confusione. Non ricordo nemmeno più cosa dicevamo del tempo. O solo pochi istanti fa.
Oramai mi ha fatto vedere tutto quello che c’era da vedere, che ha da offrire. Si corica sulla tavola. Il suo invito è esplicito. I suoi occhi sembrano gridare finalmente e ora. Non ho il tempo di afferrarla, di spostare la mia tazza, nemmeno di toccarla, solo il tempo di alzarmi, che all’improvviso nella stanza irrompe Martina. Sarebbe stupido e banale che cercassi di giustificarmi dicendole che non è successo niente. Non ancora. Devo essere sufficientemente ridicolo con in pantaloni abbassati. Mi guarda e mi fulmina. Si dipinge in volto un’esclamazione di sorpresa. E di disapprovazione. Mi dice che sono uno stronzo. Che non se lo sarebbe mai aspettata. Sembro l’unico responsabile, e colpevole. Non riuscirò mai a togliermi il dubbio che quelle due fossero d’accordo. Forse persino che l’amica non fosse tanto amica, o persino che fosse una professionista. Se non proprio una professionista nemmeno una novellina. Una che indubbiamente ci sa fare, e sa come farlo. Mi continueranno sempre a rimbombare nella testa le parole della traditrice: “Ti sei fatta attendere. Non sapevo più… Se tardavi ancora un po’”… Per me era già tardi.

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Foto da Vincitori e VintiNon avrei voluto essere nemmeno nei panni di quei poveri difensori. Nomi di tutto rispetto. Il meglio. Non doveva essere facile nemmeno per loro. A carico degli imputati c’erano montagne di accuse, di prove e di testimonianze. Non sussisteva il minimo dubbio. Colpevoli erano colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio. Non si trattava certo di questo. Né dell’entità delle colpe. Alcuni avevano ucciso anche con le proprie mani. Tutti avevano dato scientemente gli ordini. I nomi delle vittime erano in un elenco senza fine. Solitamente, per subirne meno il peso, ci si limita ai numeri.
Le cose non sono mai o bianche o nere. Nessuno poteva avere alcun dubbio: le pene sarebbero state pesanti per tutti. Per alcuni si parlava della vita. Per qualche altro sarebbe stata comunque una condanna a morte vista l’età avanzata. Ma la legge è fatta da uomini per gli uomini. Non si somministra la giustizia; anche quella è un concetto aleatorio o soggettivo. Si applicava quella legge formulata appositamente per quel caso, come per gli altri casi simili. La guerra è un’aberrazione della storia; ci si illude che sia una eccezione. Ogni morte è morte. E anche la morte di quei colpevoli rappresentava togliere loro la vita. Che diritto ne avevano uomini su altri uomini, più o meno come loro. Ma quello di cui si parlava in quell’aula severa e in quell’aria grave erano crimini di guerra. Certamente il delitto più grave che l’essere umano possa concepire. Un crimine che spinge agli estremi. Che richiama alla vendetta.
Eppure nessuna vendetta è giustizia. E quando si entra nella logica della guerra chi può definirsi innocente tranne quelle vittime? Forse noi giudicanti che non abbiamo partecipato in prima persona? Chi crede di aver dato la morte per la vita? La verità è che il giudizio è sempre impartito dai vincitori, non dai giusti. Ma chi giudicherà i crimini dei vincitori? E chi si potrà definire Giusto? Niente può essere definitivo tranne quelle morti. Non si può cancellare l’orrore. Ci saranno altre vendette, altre condanne. La coscienza del mondo rimarrà scossa. La memoria tornerà a visitare le notti di tutti i sopravvissuti. La storia non finisce con una condanna, anche se esemplare. Già sul banco degli imputati sbiadisce l’arroganza del potere. Ora il potere è in mano ai giudici; a uomini. Del tutto uguali agli uomini che dovevamo giudicare. Non ero stato a guardare. Mi ero indignato. Dentro di me avevo gridato. Non sapevo perché non mi sentivo l’unico innocente. Quei crimini hanno lordato anche me. Nelle notti ci pensavo e ancora ci penso. Termine complesso quello di giudice. Avrei voluto rinunciare a quel ruolo. Non mi sentivo libero di esprimere un verdetto. Che condannavamo l’orrore. E non riuscivo ad illudermi che potesse essere l’ultima guerra.
Indubbiamente l’orrore va condannato. La confusione che era in me derivava dal fatto che con l’orrore si condannavano gli uomini. Non ero certo che vi fosse un’alternativa, un altro modo di procedere. Non era questo il punto, il dubbio, la perplessità. Il malessere era dovuto nel dover decidere della vita di qualcuno. Un malessere che non si sarebbe comunque mai sopito. La domanda restava. Avevamo noi il diritto di trasformare i carnefici in vittime? Come avrei potuto spiegarlo a mio figlio? Quali braccia avevano imbracciato le armi giuste? Esistono? Avevano difeso la libertà, certo. Forse qualcosa che si sarebbe potuto chiamare civiltà, democrazia, in altri mille modi. Qualcosa che analizzata diventava impalpabile, quasi indefinibile. La guerra non ha vincitori. Allora chi giudica i vinti? Con quale diritto? L’unica via di uscita si nascondeva sul rifugio che il mio giudizio non era determinante. Che potevo liberare la mia coscienza allineandomi alle decisioni degli altri. Non mi era sufficiente, ma non mi restava altro. La condanna era scritta prima che ci si riunisse. Era la storia che la imponeva. Eppure anche quelli erano uomini.

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I tempi erano duri per tutti e col tempo s’erano fatti ancora più duri, soprattutto per lui. Il mondo era in preda alla più completa anarchia. Crisi da euforia. Eppure lui sapeva fare bene il suo lavoro ma, a sentire loro, non faceva mai abbastanza. Pian piano si stava dichiarando sconfitto e si stava rintanando dentro a se stesso. Non c’era ormai nulla da stare allegri. Il benessere passato aveva riempito tutti di troppa euforia, di troppe aspettative, di boria e di smanie. La verità era che l’intero universo si era riempito di un unico popolo di consumatori compulsivi. Nessuno si accontentava più di niente, dovevano avere di più, soprattutto per i loro piccoli mocciosi frignanti. E tutti sapevano tutto.
La vita di un bambino dovrebbe essere fatta di sogni, di aspettative; cosa ne potevano capire? Erano le favole che cose più belle per gli occhi innocenti. Invece anche quei gnomi, i sopravvissuti alla politica di Erode, erano i primi a piagnucolare lagnandosi e tirando su il muco che colava dal naso. Ma mica era colpa dei piccoli mostri, nessuno gli aveva insegnato che l’erba voglio non nasce nemmeno nel giardino del re. E tutti avevano scordato l’importanza di un cavalluccio a dondolo, di un burattino di legno. Quelli sì erano giocattoli, che stimolavano la fantasia; i sogni. Invece volevano quegli orribili oggetti di plastica, affascinanti sì nei loro colori, ma così anonimi e tutti uguali. Le bamboline simil modella anoressica. Poi i videogiochi. Poi l’ultima novità in fatto di telefonini e tutte le altre diavolerie, elettroniche e non. Soprattutto e ancor peggio preferivano la rozzezza e la quantità alla qualità.
Lui arrivava con tanta fatica col suo pacchettino e sembrava un pezzente. Eppure ricordava le antiche grida argentine piene di gioia e di giubilo. La meraviglia della sorpresa nei loro occhi. Niente di quello era sopravvissuto. E il papà univa i suoi così tanto inutilmente preziosi regali. E la mamma i suoi. E gli zii. E i nonni. Persino gli estranei. Una gara a chi fa e vizia di più. Era naturale che così prima o poi –più prima che poi– tutti avessero smesso di credergli; di scrivergli. E lui aveva perso entusiasmo e passione: com’erano belli i tempi in cui correva da per tutto e non aveva mani per tutti tanto che doveva farsi aiutare da quella vecchia befana. In cui un libro accompagnava le notti della famiglia davanti ad un focolare. La felicità di una vita semplice. Senza motori e reattori. Senza shuttle e macchinine telecomandate al posto di quelle di latta con la chiavetta per caricarle. O avrebbe trovata una soluzione, qualsiasi, o sarebbe stato presto definitivamente messo in pensione.
Lui aveva amato i bambini. Tutto quello aveva cambiato anche lui. Voleva tornare a provare quel piacere, tornare ad essere amato; creduto. Si sarebbe fatto in quattro, e anche in otto, purché tutto tornasse come ai bei tempi. Le favole tornassero ad essere favole, e lezioni di vita, e la televisione… beh! quella poteva anche andare a fanculo. Era stata lei la massima colpevole di tutto quello sfascio. Dall’uomo sulla luna, e ancora prima, e tutto il resto. Ma lui non era che un umile artigiano, un lavoratore, poco più di un manovale. Era consapevole dei propri limiti. Si sarebbe accontentato di poter fave il proprio lavoro. Non era certo un dio, né aveva mai voluto illudersene, non poteva accontentare tutti e anche di più. Anche perché lui invecchiava e l’incremento demografico era impazzito. Anche un pacchetto ciascuno le sue forze non erano più sufficienti. Forse avrebbe avuto bisogno di pensarci prima.
Chi aveva ancora bisogno di credere in lui? Certo di situazioni tragiche era pieno il mondo. Non poteva fare per tutti ma poteva almeno occuparsi di qualcuno. Tra i tanti sventurati, non senza rimpianti, quell’anno aveva deciso di optare e di cercare di occuparsi meglio dei bambini palestinesi. Era stata una letterina particolarmente commovente a farlo decidere. L’uomo doveva ritrovare la fame, la fatica, il dolore per tornare ad amare la vita. Loro sì continuavano ad accontentarsi delle cose semplici e avevano bisogno di ritrovare speranze per tornare ad essere bambini e immaginare una vita normale; quella di tanti bambini, quella che avrebbe dovuto essere di tutti i bambini. Si mise al lavoro per tempo con tanta fatica e alla fine aveva una slitta piena di sogni, di carte lucide e nastri colorati. Aveva quasi ritrovato l’orgoglio e la passione di un tempo che credeva perduto. Partì rincuorato ma non arrivò mai. La notte del 24 dicembre 2008 fu abbattuto dallo scudo protettivo contraereo israeliano prima ancora di arrivare a sorvolare il cielo di Gaza.

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Mi sento come se fossi di legno. Chiedo immobile: “Che fai”?
Mi risponde: “Niente.” –non è né sicuro di sé né di me né di quelle parole. Tantomeno pare disinvolto.
Per quel niente… non mi sembra. Sento anzi la sua mano immobile su di me. Non riesco a guardarlo.
Mi domando se non sia colpa mia. Non mi sembra. Aveva parlato di francobolli, gli avevo detto che non mi interessano i francobolli e non credo alle farfalle. Che studio chimica lui lo sapeva. Avevamo detto solo un caffè. Un caffè e due chiacchiere. Da amici. Da buoni amici. Da compagni di sede. Mi aveva convinto perché aveva quel libro. E io devo ancora dare l’esame. Poi lui lo aveva preso corretto, quel caffè. Io senza zucchero. In punta di sedia. Mi aveva indicato dov’era il bagno.
Mi aveva chiesto del mio colore preferito. Che lui sapeva che ero una ragazza seria ma… Dove avevo preso quella collana che a lui pareva bella. Mi aveva spiegato che mi aveva guardata. Aveva continuato con una serie di quelle sue osservazioni argutamente banali. Poi mi aveva detto che mi voleva far vedere la casa. Voleva un parere non mi ricordo più per cosa. Mi ha mostrato la poltrona che usava suo padre. Le tazzine della mamma. Il letto del gatto che era morto la precedente estate. Oltre l’ultima porta ci siamo trovati in camera. La sua non me l’aveva ancora fatta vedere. Non ne ero curiosa. Mi ha mostrato il quadro elogiando il pittore, ma non lo avevo mai sentito nominare. Mi ha detto che per capirlo pienamente bisognava vederlo con la luce giusta. Aveva spalancato la finestra. Si era seduto ai piedi del letto, davanti all’opera d’arte. “Solo così si può ammirare nel suo meraviglioso splendore. Guarda i colori; i toni”. Mi aveva pregato di sedere vicino a lui. Di non temere. Che non c’era niente da aver paura. Mi aveva promesso che non mi avrebbe mangiata. Solo dopo tutte quelle raccomandazioni avevo trovato il coraggio e avevo accettato di sedermi. “Vedi anche tu come lo vedo io”? Per dire il vero era lo stesso, identico, pessimo, nulla era cambiato. Mi sembrava cosa dozzinale, incerta, di poco conto. Mai l’avrei appeso nella mia stanza. Solo che quella stanza non era la mia stanza. Era quella dei suoi in viaggio. Non gli ho chiesto dov’erano. Conosco così poco di lui. Cristina me ne aveva accennato e non era stato certo in modo entusiasmante, né elogiativo. Non ci siamo fermati più di due volte a parlare e un paio in mensa. Forse abbiamo preso un panino. Tutto qui.
C’è anche la trapunta sul letto, nonostante ormai sia abbastanza caldo. Sembrava comunque un tipo per bene. Non so come dirlo e allora lo dico così come mi viene, senza perifrasi; rischiando di apparire volgare: “Lo sai che mi stai toccando una tetta”?
Cosa”?
La mia tetta”.
Credo di sì”.
Ci pensò. E’ un cafone. Dico indispettita: “Come ti sembra”?
Non si accorge del tono nella mia voce e credo che nemmeno ricordi più la mia domanda: “Così”.
Dico: “C’è troppa luce”.
E’ ancora fintamente baldanzoso: “Se vuoi posso abbassare”.
Dico: “Guarda che la maglietta è bianca”.
Faccio attenzione”.
Dico: “Potrei anche toglierla”.
Se vuoi”.
Dico: “però sotto ho la canotta”.
Lo so”.
Dico: “Potrei togliere anche quella ma ho anche il reggiseno”.
Ho pensato erroneamente che sapesse tutto: “Lo sento”.
Dico: “Però potrei togliere anche quello”.
Come vuoi”.
Dico: “Mi sentirei più libera”.
Anch’io”.
Al sorriso che lo anima e che lo mostra entusiasta e impavido dico: “L’ho messo… non mi immaginavo”…
Neanch’io”.
Dico: “E non vorresti toccare anche l’altra”?
Magari”.
Prima che passi ai fatti dico: “E magari mi vorresti anche baciare”.
Magari”.
Dico: “E che mi stendessi a letto”?
Magari”.
Stai pensando che potrei togliere anche il resto”.
Mi aspetto un nuovo magari e invece… “Mai mi sarei”…
Faccio la spavalda e dico: “Non ho mai perso così tanto tempo per così poco. Ora fammi un piacere: togli quella mano del cazzo. Mettiti tranquillo e vai a fare in culo mentre io me ne torno a casa. Se non sai come fare tieni le mani a posto o infilale nei tuoi pantaloni. Se mi va con qualcuno non ho bisogno di tante balle che non ho tempo da buttare. Se non studio per quell’esame finisce che i miei mi menano. Fallo da solo e grazie per il caffè”.

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