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Posts Tagged ‘racconto breve’

La prima volta che Giovanbattista Ismaghi, giovane volonteroso avvocato d’ufficio, incontra la donna è in un giorno di maggio piovoso. Gli piomba addosso, nel suo studio, all’improvviso e senza aver fissato alcun appuntamento, per chiedergli aiuto, come tanti, come tutti, per il suo amore che, a detta della stessa, è stato incarcerato innocente, per un banale equivoco. In realtà lei entra nella stanza, e nella sua vita, come un vero uragano, tanto che l’uomo ha l’istinto di salvare l’ordine delle sue note, temendo di vedersele vorticare intorno, trattenendole in attesa di bonaccia. Si sente goffo in quel gesto e alza gli occhi a scrutare l’autrice di tutto quel terremoto. Nonostante gli occhi gonfi di pianto, la voce rotta e i capelli fulvi scapigliati, anche se ha avuto a disposizione solo quel breve tempo lasso di tempo, il difensore ha modo di soffermarsi ad apprezzare la bellezza traboccante della femmina, nonché quella vitalità decisa e senza remore né pause. Ha la sensazione che possa essere causa di disgrazie e si abbandona allo schienale della sedia. Ciò che lo distrae su quei pensieri è solo il tempo di un attimo per poi tornare a interrogarsi sul problema che può aver spinto la poveretta a interpellarlo per chiedere il suo aiuto; si arrende poiché non riesce a spiare nei suoi pensieri: “Cosa posso fare per lei, signorina”?
Lei è ancora del tutto alterata e non sembra ancora in grado di ricondurre alla ragione quella disperata rabbia: “Signora, prego”.
Capisce che dovrà lottare chiedendo aiuto alla sua abbondante pazienza. Solo a seguito di alcune pacate sollecitazioni e rassicurazioni, e ad un opportuno bicchiere d’acqua, la poveretta ritrova un minimo di compostezza e riesce a mettersi seduta quasi comoda, a smettere d’ansimare per ritrovare ordine anche nella sua narrazione. Alla fine l’uomo di legge non può che rimandare ad altro incontro, per un più approfondito colloquio, al fine di avere il tempo di documentarsi sui fatti.
Gli occhi della donna si erano fatti vitrei e sembrano non riuscire a contenere più quell’oceano di lacrime che spingevano per affacciarsi e poi abbattersi tra le sue mani alla ricerca di un rifugio. La sua voce è spezzata da quelle emozioni e di indignazione furente: “Lei mi deve credere, questo è un mondo becco. E la legge… la legge… è fuorilegge. E’ in mano a manigoldi. Gente infida, pronta a vendersi per due spiccioli e a credere al primo che apre i boccaporti per dar aria alla stiva. Che se la mettano al culo, mi scusi, la loro arroganza. Sembrano tutti colombe, colombe, invece sono… sono… avvoltoi. Campano sulle disgrazie. Godono del male altrui”.

Il legale rivede la donna un paio di giorni dopo nella stessa stanza. Lei ha ritrovato la sua calma e, se non è del tutto padrona del proprio stato, lo è almeno in parte; s’è presa cura di sé, prima di recarsi all’appuntamento; in quel momento è in perfetto ordine. Ha portato, come segno di rispetto, un paio di bottiglie di vino e un po’ di soppressata che lui può solo cercare di rifiutare per educazione. Come detto ha dei bellissimi capelli rossi leggermente ondulati che le incorniciano delicatamente il viso. Un ovale squisito, il nasino sottile e soprattutto una linea del mento che affascina l’uomo che la giudica perfetta. Snella anche se non certo magra, l’abito le modella mollemente il corpo rendendole grazia e facendole giustizia di un complimento che suggerisce anche a chiunque la guarda, e davanti è teso e pieno. Ciò che colpisce però di più il legale sono nuovamente gli occhi, così grandi e pieni di messaggi sfuggenti che si accendono come fiammelle, per un attimo pieni di morbida dolcezza e subito dopo pronti a scoppiare tra bagliori di insolenza e sfrigolii di allettamenti. Nota a margine che la voce accompagna vivacemente il mutare del colore e della luce di quelle iridi. E’ certo di trovarsi davanti ad una femmina decisa, che sa quel che vuole e che normalmente sa anche come ottenerlo, e se ne sente lusingato. Non è certo che non sia stata la stessa donna la causa dei propri mali. In quell’attimo vorrebbe solo starla ad ascoltare, ma è persona ligia al dovere, quello non è sicuramente il posto dove lasciare libertà a far danzare il gioco complesso della parti nella seduzione, e soprattutto gli preme come impostare in tempi brevi una linea di difesa per un caso che si presenta tutt’altro che semplice, proprio per la figura dell’imputato. Come sua abitudine mostra di cercare le parole tra le sue carte mentre il contenuto dei documenti l’ha già mandato a memoria, ma è solo per avere il tempo di riflettere su come esporre ciò che costruisce il castello dell’accusa, modulando allo stesso tempo il tono della voce, dando enfasi e o comprensione, e anche perché gli è di difficoltà sostenere nel tempo quello sguardo.
Vorrebbe non doverlo dire ma non può che dirlo: “Vediamo… il reo Massimiliano Aldebrandi, nella notte del 13 aprile eccetera eccetera dopo una lite violenta e presumibilmente in preda ai fumi abbondanti dell’alcool eccetera eccetera cioè visibilmente, a detta dei numerosi presenti, ubriaco, aggiungerei fradicio, stando a quanto rilevato sul posto, ha accoltellato la vittima Pietro Marin per tredici volte eccetera eccetera fino a ridurlo in fin di vita. Dico tredici. Ora signora… Ramona, sembra che per lo stesso Marin, scaricatore al porto e padre di due figli, un maschio e una femmina di anni eccetera eccetera, dicevo che per lo stesso Marin difficilmente si avrà la fortuna di vederlo uscire vivo dallo stato in cui giace. L’uomo versa in condizioni disperate”.
Sembra capire e non capire e non voler capire né sentire. Dopo aver pazientato ed averlo ascoltato attentamente, ed in religioso silenzio, la donna interrompe per un attimo il giovane interlocutore per rivendicare le proprie ragioni ed abbozzare una propria lettura ed esposizione sui fatti, così come trascritti dagli organi inquirenti, e in alternativa agli stessi: “Si tratta di calunnie. Tutte calunnie. Invidia. Iano è persona d’animo gentile. Buono. Mai sarebbe capace di simili cose. E’ incapace di fare del male ad una persona. Senza aggiungere –e qui la voce della donna ha una pausa– che a quell’ora di quella notte mio marito era a letto con me. Il pudore dovrebbe vietarmi di ammetterlo. Questo è certo nonostante tutti quei paroloni che mi rendono difficile seguire la logica di tutti quei ragionamenti arzigogolati, e tutti quegli eccetera che mi mandano via di senno”.
La menzogna non è un arte che la buona donna sappia destreggiare con perizia e conoscenza, certe pause non possono che tradire la veridicità di quel tentativo maldestro. Consapevole di non aver mai trovato un cliente che non si dichiarasse innocente, e che simili reazioni da parte dei parenti degli accusati, che a volte si spingono fino a rasentare l’isteria, sono parte del suo ordinario e del suo onorario, e che pertanto è sempre stato aduso e pagato per frequentarle, farvi fronte, lasciarli sfogare e risolverle, nel migliore dei modi, provando a calmare gli eccessi e muovendosi, suggerendo quel minimo di speranza ragionevole, senza vendere illusioni miracolistiche, prova a riportarla alla ragione, accattivandosi al contempo anche un minimo di credito. Il suo compito non è certo agevole: “Emerge, a latere dell’accusa primaria, per completare l’immagine dell’incriminato e dar più vigore alla stessa accusa, e un po’ per tentare di evitare lungaggini su un ricorso alla casualità di un evento simile, nella storia dello stesso, che l’Aldebrandi risulta non essere nuovo ad episodi di violenza, anche incontrollata, anche nei confronti della moglie, –si sente costretto ad alzare faticosamente gli occhi verso di lei– la qui presente, davanti a me, Terraneo Ramona, ricoverata più e più volte per percosse con abrasioni, ecchimosi, fino a riscontrare costole rotte in numero significativo, e un tentativo di strangolamento eccetera eccetera, mi scusi, con ricoveri ospedalieri che poi la stessa ha attribuito a proprie distrazioni e/o ad incidenti. Inoltre lo stesso ha subito alcune condanne per furto e ricettazione anche in tempi recenti ed era libero in attesa di altro giudizio solo da un paio di settimane. Eccetera eccetera. Si evince perciò una personalità di difficile controllo e atta all’aggressività anche immotivata. Debbo continuare? Credo che di questi fatti lei sia abbondantemente al corrente, o sbaglio”?
Lei non può credere che, proprio lui, il suo difensore, non le creda. La donna si sente in qualche modo tradita e smentita, smascherata, e ha un attimo di perplesso silenzio in cui, in modo evidente, fruga in sé alla ricerca affannosa di un percorso attraverso cui sconfiggere il proprio imbarazzo e trovare parole con le quali costruire una teoria alternativa e più benevola e comprensiva di quanto s’è sentita rinfacciare, in quel tempo e in quel muto riflettere si fanno assenti anche i suoi occhi. Alla fine l’espressione rassegnata del volto la tradisce nonostante la volontà delle sue parole che comunque curiosano intorno per creare una tesi di riscontro, se non altro meno ostile e avversa, o anche solo per non incontrare quelli dell’altro. Luci e ombre si allungano sulle pareti in un gioco di ricami pesanti e la grande quantità di volumi presenti le incute soggezione. Alla fine la sua voce esce con un tono da confessionale: “Non voglio raccontare bugie proprio a lei. Io mi affido alle sue mani, eccellenza. E tra le sue braccia. Come ad un’ancora. E’ vero, sono sbadata. Però… Sì! è vero. Con Iano ci sono stati anche, tra noi, alcuni battibecchi, dissapori, anche accalorati. Ma solo qualche volta. Io non ho un caratt… In quale famiglia non ci sono? Mi dica lei? Ma niente di grave, almeno niente di così grave com’è scritto in quelle carte, niente che una donna non possa scordare, per il proprio uomo. Lui è mio marito. E poi lui mi ama. E’ stato sempre con amore. E in seguito mi ha sempre chiesto scusa. Mi ha promesso che non lo rifarà più. Per tutto il resto le assicuro che si tratta di bugie. Delle parole di persone prive di qualsiasi valore. Vagabondi da osteria, mi creda. Senza dignità né vergogna, si fidi di me. E quel Marin”…
Si blocca. Fa per ribadire poi ci rinuncia, non saprebbe più da dove ricominciare. Aspetta come in attesa di una sentenza; gli occhi imploranti, ora sì, immersi in quelli del protettore, che sembrano invocarne la pietà. Trattiene a stento le lacrime. Lui cerca di restare impassibile. Non gli è facile e se ne sorprende.
Allo stato delle cose non le posso che promettere che farò il possibile”.
Un po’ perplessa, il possibile alla donna sembra poca cosa, ma aveva principiato fin dall’inizio a fare assegnamento sull’uomo nelle cui mani aveva affidato il suo destino, e si rende conto, anche se non vorrebbe, che la situazione è… è complicata e che lei da sola non avrebbe saputo dire come era meglio muoversi; non avrebbe cavato letteralmente un ragno dal buco. Un ragno dal buco? Forse l’unico rimedio a tutto, e a tutto c’è rimedio, è la pazienza e quella fiducia. Lei non sarebbe brava né nell’una né nell’altra, si ripromette di far di necessità quella cosa lì, senza nessuna certezza nemmeno in se stessa. La campana batte le ore. Deve anche tornare al lavoro e preferisce non insistere oltre.

Verso la metà di un ottobre ancora caldo, ma dell’anno seguente, non si può dire che le cose stessero andando meglio, tutt’altro. Nel frattempo per l’ offeso non c’era stato, come diagnosticato, nulla da fare ed era perito in ospedale, se non si vuole considerare come novità il fatto che l’imputato, nel mentre diventava sempre più irrequieto e scalpitante, anche a causa di frequenti crisi di astinenza, rinfacciava alla donna, con sempre maggior veemenza, di non fare abbastanza per la sua libertà. Così anche la consorte, che chiede ripetutamente di poterlo almeno vedere, mostra segni di impazienza, che però nel tempo si stanno impercettibilmente placando. Ora le sue parole sono più sotto controllo e trovano una pacatezza che permette uno scambio di pareri persino piacevole. Tende la tela sul torace; nonostante un po’ di impaccio, dovuto alla differenza di ruoli e di ceto, che la costringe a tacere qualche osservazione che le spinge in gola e che diversamente, e in altro contesto, scaturirebbe spontanea. Si può dire che i numerosi incontri l’hanno messa leggermente più a proprio agio, non del tutto, nel senso che sembra non avere più tanta fretta, e a volte si spingono fino a sfiorare il parlare di argomenti per nulla inerenti le accuse; quasi privati. La donna porta una grossa collana di terracotta, che le scende fino a sfiorare l’incavo accennato dei seni e che sembra franare al suo respiro senza sollievo. Di tanto in tanto le dita vanno su quelle perle facendole ruotare su sé stesse.
Sono proprio vicina al limite. Se un giorno deciderò di lasciare, lascerò tutto”.
Questa volta era arrivata molto puntuale, come spesso è accaduto per i loro incontri, senza recare però nulla con sé. E’ tentata di scusarsene con il giovane leguleio rinunciandoci subito, si sentirebbe in dovere di dare troppe spiegazioni e di perdersi nelle trappole di troppe parole, ed è quello che non ha mai voluto. Non ama essere costretta e giustificarsi e poi continua a preferire i fatti alle parole perché è sempre stata educata nel fare a scapito dell’argomentare, e poi, insomma, a parole non saprebbe come dirlo, e questo la rende debole e insicura, e questo la rende nervosa e irritabile e irritante; è tanto meglio se sta più zitta che può. Si liscia la stoffa sul busto col palmo della mano. C’è da aggiungere, qualora ce ne fosse bisogna, che si fida ormai completamente della persona a cui si era consegnata quasi al pari di un confessore, apprezza la sua calma e la misura delle sue parole, non spesso comprensibili, ma sempre sicuramente adatte. Toglie ogni piega dal corpetto in modo quasi isterico. Gli sorride turbata e timorosa. Osserva attentamente l’uomo che ha di fronte per misurarne ogni gesto e far tesoro di ogni consiglio e lo trova, oltre che preparato, almeno questo le sembra, un giovane educato, non le è mai stato certo frequente essere trattata con tanti riguardi, e, perché no, di bell’aspetto. Pensa dentro di sé. Fissa la lampada da tavolo spenta. Si sistema la scollatura in modo nervoso e cera di controllarsi nel riflesso della finestra. Le piace come si passa la punta delle dita sopra le tempie mentre si immerge tra le sue carte e le legge i suoi appunti, o come si sistema il ciuffo proprio in quel momento, e ancora come di quei capelli prende sopra pensiero delle ciocche e le arrotola giocandoci in preda alle proprie osservazioni, o nel tentativo di dar forma ad una riflessione, quando cerca di sfuggirgli; e lui si sente osservato.
Ma si sa come queste cose vanno per le lunghe e l’avvocato non ha grandi novità da comunicare alla sua cliente. Gli era sembrato di percepire qualcosa di diverso in lei, qualcosa che prima non c’era o non aveva notato. Aveva riassunto tutto e fatto il punto della situazione alla luce di tutti gli sviluppi, ovvero nel limite che non vi erano stati cambiamenti rilevanti dall’inizio, tranne il fatto che l’accusa aveva nel frattempo potuto rintracciare una serie consistente di testimonianze, e tutte avvaloravamo l’iniziale descrizione dei fatti. Si erano presi un caffè dandosi un intervallo nel silenzio più completo. Lei ha spostato e poi sistemato il calamaio che è sul tavolo fermandolo in una posizione che le deve sembrare più idonea, ben sapendo che è solo un oggetto di arredamento che il suo interlocutore non utilizzerà mai. Al suo viso, e ai suoi occhi, si adattano perfettamente i colori del viola, del blu e delle terre bruciate; gli stessi che, con buongusto, ha scelto per il proprio abbigliamento. Gli appare leggermente nervosa e si avvede di come si passa una mano sulla gonna, ma lui non può che sospettare quel gesto data la sua posizione, ma sente il rumore della stoffa; non riesce a trovare più nulla da dirle. Avrebbe desiderato e voluto scurarsi per non aver potuto fare molto di più, lo stesso Aldebrandi non si era mostrato troppo collaborativo, ovvero chiedeva confusamente che facesse qualcosa borbottando sui suoi disagi, imprecando e facendo altri discorsi confusi, senza aggiungere la minima cosa che potesse essergli utile. Era lui stesso a condannarsi colpevole.
D’altro canto, da subito, s’era avveduto di trovarsi davanti un uomo dalle mani enormi ma dal cervello minuto e poco aduso ad essere usato, cioè un uomo rozzo, manesco e volgare, adatto solo a fare lavori da sforzi, o forse a evitare anche quelli. Tra le sue carte non aveva trovato un lavoro onesto che il colpevole avesse frequentato per più di qualche ora tanto da aver lasciato qualche traccia, e aveva anche la sfacciataggine di dargli del tu e di parlargli come se fossero in confidenza. Gli era capitato che il carcerato si spingesse persino oltre ogni limite fino a spiegargli quanto aveva bisogno di tornare a casa, elogiando le doti, anche più intime, della sua consorte, e di quanto e come gli mancasse, e all’avvocato era rimasta rimbombante nella mente quella frase finale: “Ma l’ha vista?” e alcune domande altrettanto indiscrete. L’uomo aveva ragione almeno sul fatto che qualsiasi altro sarebbe stato disposto a fare di tutto pur di avere una donna come quella. Giovanbattista era sempre stato bravo a frenare certe confidenze e a sviare certi discorsi, la volgarità lo aveva sempre infastidito, e anche in quelle occasioni era riuscito, anche se a malapena, a riportarlo su discorsi concreti e relativi al motivo delle sue visite, ossia al suo lavoro e ai motivi della lite e delle conseguenze.
Credo non ci sarà carnevale migliore. Tutti si stanno già prep”…
E?”…
Non vedeva cosa potesse unire un uomo simile con la donna che aveva davanti. Senza ragione alcuna se l’era lasciato scappare prima di avere il tempo di mordersi la lingua e ingoiare il tutto: “Le donne amano innamorarsi dell’uomo sbagliato. Dedicarsi alle cause perse. Testardamente; come una missione divina. Come un riscatto”.
Cosa intendete di?”…
No! scusi, m’ero distratto. Non volevo… Stavo pensando a voce alta. Alla signora che ho visto prima… prima di voi. Ma la sua è una causa persa, non come la sua… cioè la vostra. Non so se può”…
Gli aveva risposto non troppo convinta: “Credo di poter capire. Ma non sono interessata alle storie delle altre. Non sono curiosa. Mi interessano le storie quando… Quello che ho sempre odiato è l’essere pettegolo”.
Non aveva mancato di notare la leggera differenza di età che c’è tra loro e ricorda, senza motivo, e banalmente solo per alcuni istanti, di essere stato introdotto ai segreti dell’amore, di pomeriggio, proprio da una donna già allora molto più anziana; dalla prosperosa e generosa mamma di un amico, quando era ancora lontano dalla maturità. Invitandolo a prendersi una pausa gli aveva offerto caffelatte con i biscotti. La rivede ancora anche in quel momento davanti a sé nuda, con le sue carni lisce e molli che riflettevano in modo accecante la luce, i seni larghi che cominciavano ad adagiarsi e quel sorriso, quel sorriso così indecente. Si spinge ad uscire da quei ricordi che gli creano impaccio anche se gli sembra di rivedere ancora una volta quella donna, con la sua impudicizia e la sua sfrontatezza, davanti agli occhi. Spesso s’è trovato con vergogna a ricordare quei momenti, i loro gesti, la fretta della matura e la propria inadeguatezza, come si fosse lasciato togliere non solo i panni da dosso, ma anche la comprensione dell’improvvisata e improbabile amante che rasentava una imbarazzante palese benevolenza e indulgenza. A volte gli viene da ridere, altre è molto più severo con sé; era stata una sola volta e non l’aveva rivista e, in seguito, gli era sorto il sospetto che l’amico avesse potuto intuire. Non certo per sua colpa. Cerca di scacciare ogni altro residuo pensiero. Si premura di chiedere alla cliente se ci siano delle perplessità o se quella nuova provvisoria situazione che viveva le creava dei disagi rilevanti ovverosia se a casa va tutto per il meglio o bene e poi non trova proprio altro che concludere l’incontro: “Credo che con questo sia tutto. Ci potremmo vedere”…
Lui consulta l’agenda. Lei resta perplessa e lo fissa per un lungo attimo riflettendosi nell’animo prima di interrompere la frase: “Quanto vi devo”?
Lasci stare, signora Terraneo; questa volta niente”.
Avete fatto qualcosa per me. –I suoi occhi si accendono di fascino, come se in un istante vi fosse scoppiata dentro la luce di una tempesta di diamanti, li sbatte e li socchiude, lo fissa dalle due fessure con furbizia, come avesse trovato una risposta, quegli occhi si trasformano in un istante in lusinga– Credo di dover fare qualcosa per voi”.
L’uomo non è certo di essersi impadronito del motivo di quelle parole e si disimpegna da quella che sembra una supplica, mentre legge negli occhi della donna anche un alone come di sofferente sacrificio; quel martirio: “Non deve prendersi disturbo”.
Forse quel giovane è fin troppo giovane e sprovveduto o fin troppo educato. Certo non è quello il posto più adatto: “Nessun disturbo”. La bella donna non è abituata a sentirsi dire di no; è più incline a credere che nel suo generoso sacrificio di non essere stata del tutto intesa, al rifugiarsi della distrazione dei documenti e della situazione e dello stesso giovanotto, o di aver avuto fin troppa fretta. Lei anche troppe volte ha avuto l’occasione di pronunciarlo quel no, ma non se lo sarebbe mai immaginata di poterselo sentire rivolgere e le parole dell’uomo, e il loro tono, le restituiscono proprio il significato di quella sillaba. Quello ricevuto è un chiaro e inaspettato diniego e ne resta per un solo istante interdetta; realmente incredula. Crede di essere lei a non aver capito. Assume quel tono licenzioso, un po’ professionale, giacché ancora stenta a credere a ciò che ha udito. Stenta a credere anche a quello che sta per sentire dalla propria bocca. Testardamente rifiuta quella risposta e vuole rendersi pienamente conto di chi ha di fronte: “Possiamo divertirci un po’. –e azzarda sulla propria reputazione l’ultima scommessa, nel dubbio che possa essere quello il freno, o un misero equivoco – Per voi… nulla mi dovrete”.
Sono atteso”.
Per lei è troppo. Ne è indispettita. Come una ragazzina capricciosa. Ne è offesa. Come una donna che crede di sapere. Prova ugualmente ad insistere, ormai ne ha fatto una questione di onore e di dignità. Allo stesso tempo per quello è disposta a rinunciare proprio a ciò che credeva non sarebbe stata mai in grado di rinunciare: alla dignità. A tradire se stessa. Eppure le sue parole, la sua voce, hanno un tono che suona falso come certi gioielli fin troppo vistosi e nel dire le parole si guarda intorno come smarrita. Non riconosce la propria voce. Non avrebbe il coraggio di affrontare uno specchio, in quel momento. Non sa se è quella la sua parte o un sospiro di sollievo: “Sono brava. Poi mi sarete grato. Nessuno s’è mai”…
Grazie Ramona”.
Nello stesso istante in cui viene interrotta la donna si rende ancor più pienamente conto del rifiuto e di essersi spinta leggermente oltre aggiungendo qualche parola di troppo, che si sarebbe potuta interpretare nel senso forse persino indecente o licenziosa. Solo per gratitudine si è espressa in quel modo volgare, da donna libera, quasi da donnaccia, lasciando sospettare la sua conoscenza dell’arte del meretricio quale fosse una donna di strada. Si morde la lingua e vorrebbe potersi rimangiare soprattutto quelle ultime parole, quel “nessuno” o quel “mai”, o almeno reagire, davanti a quel presuntuoso, indignandosi e facendogli presente la sua volgarità al cospetto di una donna onesta, solo che il diniego l’ha lasciata senza forze e senza certezze e sa d’aver ancora bisogno di quei servigi e dell’abilità di uomo di legge. E’ nelle sue mani e non le è mai piaciuto dover dipendere da un altro e persino dover fare attenzione ad ogni parola. In fondo non è certa le dispiaccia tornare a vestire i propri panni. Certo non aveva mai osato tanto, e non si riconosce. Aveva cercato di farsi bella per lui. Non ne aveva mai avuto bisogno ma, soprattutto, non si sente comoda in quelle vesti. Non sono sue e si sente solo stupida.
Nello stesso momento, senza altra ragione, la donna presta ulteriormente più attenzione al giovane che ha davanti, e lo vede come un ragazzo, proprio un ragazzo, tanto da muoverla a tenerezza. L’idea che le era venuta e l’aveva spinta alla proposta non era proprio quella di una… di “un momento di intimità”, eccola ancora una volta farsi trascinare dalla propria impulsività e lasciarsi sfuggire, seppur mentalmente, parole che non le sarebbero state bene in bocca, e non le rendono onore, ma solo quella di dimostrare la propria riconoscenza e anche per cortesia; anche nel tempo, se ne fosse presentato il caso o l’opportunità, e non nega a sé stessa che non le sarebbe dispiaciuto fin da subito, anche se non se l’era detto, provare a giacere tra le braccia del giovane come di un uomo di legge e potere.
Comunque continua a non trovare per nulla sconveniente l’invito fatto e a non comprendere le remore dell’altro; sui suoi argomenti, e sul fascino che recano le sue armi di seduzione, le sue lusinghe, non ci sono santi né madonne, in cielo come in terra, che possano muovere anche il minimo dubbio o biasimo. Non si poteva dire magra ma si poteva definire bella. Cosa aveva che non andava? Forse era quel tomo che non la meritava. Meglio così. Ma… Non sono forse affusolate e lunghe le sue gambe, sottili le sue caviglie, stretti i suoi fianchi, e non sono forse tette quel suo gran paio di tette che tutti si premuravano di ammirare? –eccola che ci ricascava. Dannazione! la manda letteralmente in bestia stare davanti a quell’uomo sempre pronto a fraintendere e con cui doveva misurare parola per parola prima ancora di pronunciarla. Vorrebbe scappare. Si sarebbe portata via con sé la curiosità di… sentirsi stringere in un abbraccio.
L’uomo invece fugge consapevole di fuggire. Trova rifugio nelle proprie riflessioni e con frequenza riesce ad assentarsi per concludere che non è mai stato avvezzo a mescolare le due cose e soprattutto, nella sua posizione, meglio è essere e restare estremamente cauti e, seppur incapace di negare di esserne attratto, spera solo, quale ultimo alibi, che nel futuro gli si possa ripresentare l’occasione, in altre differenti circostanze, ma non sa come dirlo alla sua protetta o farglielo garbatamente capire in quel momento. La donna è donna semplice e anche il minimo sbaglio, anche una sola parola fuori luogo, seppure inconsapevole e incolpevole, potrebbe nuocergli alla carriera e esserne di intoppo se non di impedimento, quando non mettere a rischio il buon nome e l’onorabilità del padre e della famiglia. E’ anche troppo schiava delle emozioni, spontanea e imprevedibile. Esattamente ha tutto quello che serve a una donna da tenere lontana, da non portare al proprio fianco.
La sua assistita è una tentazione ambulante e perpetua e non gli dispiacerebbe intrattenersi affettuosamente con lei, anche se solo per qualche per istante, anche in quello stesso posto cioè subito. Guardando quelle labbra tacere, ora come indispettite, o emettere quella varietà modulata di suoni, ne è rimasto letteralmente incantato. Nel vedere respirare ed ansare la blusa ne era rimasto letteralmente stregato. E nota che in quel giorno la sua assistita profuma in modo garbato. Crede di non aver visto né provato nulla di simile, ma deve controllarsi e richiamarsi continuamente alla prudenza, come all’avvedutezza e al massimo riserbo; rammentando a sé stesso che in quell’ambiente, nella legge come in politica, non c’è mai stato posto per i santi.
Lo donna si ricompone sulla sedia e sembra non aver nessuna intenzione di lasciare l’ufficio; non almeno a breve. Pare avere altro da aggiungere. Infatti, nelle parole che seguono, il legale trova un minimo di interesse e di speranza, assieme ad una notevole cifra di sorpresa e sconcerto: “Vede dottore… forse la mia richiesta le potrà sembrare strana. Fin da stamane volevo dirglielo. Nel frattempo un po’ ho cambiato idea. Non mi fraintenda, io voglio ancora bene a Massimiliano, ma ho avuto modo di riflettere, in questo breve periodo, che per me è stato bello, ho avuto modo di pensare. Anche il nostro parlare mi resta piacevole. Insomma vorrei che lei non si impegnasse in eccesso per la libertà di quell’uomo. Le chiedo solo di non affaticarsi troppo, cioè di non esagerare. Mi creda: non ne vale la pena. In fondo, finché sta dove sta, debbo ammettere che passo una vita più rilassata e più serena, non mi manca ugualmente nulla, anzi, perché non ho mai potuto contare su quel buono a nulla tranne che alla certezza che si bruciava anche i miei di soldi, e ora posso disporre a piacimento delle mie ore. Sì! credo che finché lui è carcerato la vita è meglio per me e per tutto il quartiere. E sono sicuramente più tranquilla finché lui è là. Non dico che… non sono impazzita, ma se può essere utile so cose che gli inquirenti non sanno o non hanno ancora trovato, se mai lo faranno, cose che mi sono state dette o ho capito da sola. Insomma il mio è solo un invito a non farsi trascinare in tribunale troppo dalla foga dell’arringa e dall’ambizione di perorare con la causa la sua carriera. Lei è fin troppo bravo e fin troppo una brava persona. Insomma quell’uomo non se lo merita e se non ha fatto quello, su cui ci sono ben pochi dubbi, qualcosa ha fatto e bisogna anche avere rispetto per la vedova e per chi sta fuori. E pure lui lì è più tranquillo. E non gli faccio mancare niente”.
La guarda diritta in volto. E’ come una belva che si prepara a ghermire la preda. Legge nei suoi occhi la fermezza di quella decisione. E’ come un agnello che cerca di impietosire il cuore guadando come se fosse immune da qualsiasi peccato. In fondo la capisce senza alcuna fatica. E’ come una donna che cerca di irretire col suo fascino usando un semplice e accondiscendente: Vi prego. Ci pensa e ripensa per alcuni attimi. Non ci aveva mai creduto. Invece avrebbe dovuto aspettarselo. Forse gli manca ancora un po’ di esperienza; soprattutto in fatto di donne. Forse è solo un uomo: “Ci sarebbe un mio collega, non lo definire un amico, un vero buono a nulla, a cui potrei passare la causa. Non ne ha vinta una neanche avesse avuto tutta la protezione di tutti i santi del paradiso, persino quando era evidente che la persona che difendeva era totalmente e palesemente estranea ai fatti. Questo mi libererebbe di tutti gli obblighi nei tuoi confronti, posso spingermi a darti del tu? e nei confronti dell’Aldebrandi, cioè del suo… del vostro congiunto. Direi che lei potrebbe sentirsi libera anche nei miei confronti e che eventualmente ci dovessimo tornare ad incontrare, ci si potrebbe incontrare senza obbligo alcuno e liberi da legami legali e questioni di lavoro e opportunità. Ci potremmo cioè vedere, diciamo da voi, tra un paio di settimane, diciamo il tempo minimo per preparare tutte le carte, e vi potrò confermare che mi sarò liberato dall’impegno. E potrete sentirvi libera”.
In un attimo la donna si illumina completamente in volto e pare soddisfatta di quella soluzione tanto da volere stipulare il patto all’istante e sul posto. Cerca di leggere qualche titolo sul dorso di quei libri, si sistema le vesti, si guarda preventivamente quanto inutilmente intorno e cerca di frugare fuori dell’ampia finestra, si tira sulle braccia le corte maniche quasi volessi chinarsi sul mastello per appressarsi a quell’opera, scosta il calamaio e la penna d’oca timorosa di recare danno, si protende sulla scrivania, spazza con impeto e rabbia le carte che la invadono, gli prende la mano per il polso, lo osserva fin nel fondo degli occhi e si infila quella mano all’interno della scollatura prima che lui possa, anche volendolo, solo pensare di opporsi al gesto così spontaneamente entusiasta: “Lo sente signor avvocato come mi batte forte il cuore? La posso chiamare Giovanni e Alberto”? “Giovanbattista, prego”. “Fa niente; Giovanbattista. Posso darti del tu? Lo senti? Mi hai ridato la speranza e la vita. Te ne sarò per sempre e perpetuamente grata. Aspetterò con ansia notizie da te e… la tua visita”. L’uomo non sa più trattenersi capendo che l’attesa sarebbe stata troppo lunga e estenuante comunque e, quando la donna si allontana, non può proibirsi di ammirare con attenzione le splendide forme di quel didietro parlante, tanto da farsi preda dell’impulso di richiamarla e ormai ha perso ogni controllo.

P.S. (Quasi una morale) L’uomo si prese diciassette anni, e furono diciassette lunghi e meravigliosi anni, non certo per lui, dopo di che la vita si prese la libertà di condannarlo a non tornare da quella donna che non era più la sua donna. Col tempo di lui si son perse le tracce, qualcuno dice sia andato a sbattere contro un coltello più svelto del suo. Cosa ne fu degli altri nostri protagonisti?
Il non più così giovane e inesperto avvocato oggi è una figura di rilievo del foro, nominato e ammirato da tutti; nel frattempo il padre è venuto a mancare all’improvviso, per arresto cardiaco, mentre non era nella sua camera né con la sua sposa. La donna invece ha ricominciato a vivere, separata e risposata con una persona facoltosa, di tanto in tanto, ma sempre più saltuariamente, si incontra e si intrattiene ancora con l’avvocato per il quale avrà sempre un debito di riconoscenza. In verità tra i due si è instaurato un vero e duraturo rapporto inossidabile di amicizia; lei è lusingata e ne ammira la cultura e l’eloquenza; lui è affascinato dalla voglia di vivere, dall’intelligenza e dalla prontezza, nonché dalla risolutezza; se cerca un consiglio lo trova in lei. Solo in particolari e rare situazioni tornano ad essere anche amanti.
Ramona porta ancora con sé la memoria della sua precedente bellezza, anche se la vita non è stata con lei troppo avara e, grazie anche a qualche aiuto, si potrebbe anche adesso definire donna affascinante, tanto che ancora qualcuno si gira ad ammirarla per strada, nonostante non sia più una ragazzina. Gli occhi però sono sempre gli stessi: pieni di vita e di seduzioni.

N.B. Anche questa foto è stata “rubata” dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato.

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Nel c’è più posto in questo mondo per i sogni. La vela era tanto gonfia che un attimo ancora sarebbe stata strappata via. L’ammainai ormai rassegnato. La stiva era vuota e di pesce ben poco. Non mi restava che tornare a piangere le mie sfortune. A cercare qualche chiacchiera e un bicchiere di vino. Pensai ad una vecchia canzone. Ormai non mi aspettava più nessuno al porto. Questo avrebbe reso più facile il mio ritorno. Ma non avevo nemmeno nessuno interessato ad ascoltare le mie lamentele. Ancora non volevo credere che lei se ne era andata. Ero tornato e avevo trovato solo un biglietto. Non riuscivo a rimproverarmi nulla. Tranne che le notti sono lunghe. E la vita corta. Dimmi… Dimmi… Ma non mi davo pace. Avrei dovuto andarmene anch’io.
Lanciai la rete più per disperazione che per altro. Un’ultima testarda ostinazione rassegnata. Non era la prima volta. Ormai erano giorni che pescavo amarezza e debiti. Bevvi un lungo sorso di vino dalla bottiglia. Gli occhi mi bruciavano di pioggia e di sale. Non vedevo che tempesta e buio. Poi lampi a ancora buio. Schiaffi violenti battevano sulla superfice del mare alzando onde immense e schiume che restavano bianche solo pochi attimi. Poi il nero ingoiava tutto. Non riuscivo nemmeno a provare paura. Cercavo di governare la mia Giovannina. In quei momenti non hai tempo di pensare ad altro. E non c’è posto nemmeno per la signora pura. E’ un lusso che non ti puoi permettere, se vai per mare. Non c’è posto per altro. In più ho sempre creduto che se affronti le difficoltà lo puoi fare solo se ti convinci di pensare che non può toccare a te. Che non può essere quella la tua ora. Cioè se riesci a non pensare. A limitarti a fare. Anche se in cuore preghi come una canzone. E’ solo che raccomandare l’anima a dio, è la più facile delle filastrocche. La prima bestemmia che viene alla gola.
Con la manica cercai di tergermi la fronte. Affondai mezzo braccio in mare e annusai il sapore di quell’acqua. Nei momenti più strani si fanno cose che non hanno altra spiegazione. Semplicemente si fanno. Non mi sentivo più le mani che erano piene di calli e di tagli provocati dalle corde. Dalla rabbia imprecai e sbattei il berretto in sentina. Decisi di averne abbastanza e principiai a ritirare la rete. Io sono solo un povero pescatore e non le so raccontare bene le cose. Non mi faccio molte domande. Non trovo tante risposte. Conosco il mare e i suoi umori. I venti. Tutti i pesci. Tutti forse è troppo. Non esiste un tutti. Tiro e quella resiste. Testarda sembra non volere venire su. D’istinto penso che si sia incagliata in qualcosa; in qualcosa di grosso. Lì, sul fondo del mare. Ci metto forza, perché per fortuna di quella ancora ne ho. Cocciuta, ma finalmente pareva voler cedere; e lo sforzo era grande. Per quanta ne portassi alla fiancata altrettanta cercava di portarmi giù. Guadagnavo corda lentamente come una penitenza. Un grano di rosario alla volta.
La ricorderò per sempre quella notte. Non potevo credere di aver messo il guinzaglio ad un tonno. Non in queste acque. Non a quel modo. Eppure era una pescata pesante, ma certo non potevo immaginare. Nella rete si muoveva e si divincolava. Pensai una pescata abbondante in un bel branco. Magari di sgombri. Questo mare tra sarde e sardine non da molto altro, raramente qualche orata, qualche dentice, una ricciola, quasi mai nemmeno un rombo. Questo e un braccio amaro. E poi io, con la mia barca, non è che mi posso allontanare più di tanto da riva. Le pensai tutte. Poi è cominciata ad affiorare un’unica pinna. Era un esemplare solo. Lo avevo sospettato fin dal primo strappo, la rete si dimena in modo diverso se è affollata da un branco o è prigione di un unico enorme soggetto. Doveva essere comunque molto grosso. La fatica che mi chiedeva era immane. Forse una cernia, ma proprio grossa. No! era più affusolato. Pensai ad uno di quei piccoli pescecani che da noi chiamano “cagnolini”. Solo che peso e dimensioni sembravano più del suo parente più feroce. Ma in queste acqua non s’è mai avvistato un esemplare di quella specie. In realtà in queste acque non era stata mai avvistata nemmeno la mia pesca. Nonostante il buio e la mia incredulità cominciavo a poterla vedere. Incredulo ho spalancato tutti gli occhi. Nella rete s’era impigliata… Nella rete, lo giuro su tutti i santi del paradiso e su Nettuno protettore di tutti quelli che vanno per mare, c’era, davanti alla mia più completa meraviglia, una sirena. Completa di testa e capelli e squame e pinne e coda e tutto il resto. Una vera sirena.
Per chi non lo sapesse la sirena non è un pesce, è un mammifero. Respira l’aria come la respiriamo noi. Non correva certo pericoli. Se si agitava era perché si sentiva imprigionate in quelle maglie. E per la sorpresa. E perché l’avevo trascinata a forza lontano da casa. Fuori dal suo mondo. Forse aveva timore. Forse paura. E gridava, se si possono dire grida le sue. Avete mai sentito la voce di una sirena quando schiamazza? Beh! Non le so spiegare. Che poi sarebbe solo tempo perso. Lei gridava e si dimenava e si dibatteva furente rischiando di farsi male. Doveva essere un esemplare di circa sessanta sessantacinque chili. Come l’avrei potuta sognare ma anche più bella. Anche se qualsiasi signora, in quelle condizioni, si sarebbe detta che non era presentabile. Cercai di calmarla e mossi per tornare. Non ero ancora deciso a liberarla per paura che mi sgusciasse e tornasse in mare. Poi lei ha cominciato a capire i miei occhi, ma eravamo già arrivati. Non è stato facile convincerla, ma non c’è niente di facile. Son rimasto povero ma sono felice, e ancora è il mare a darmi quel poco da mangiare. Ora posso dire di essere fortunato. Non è molto ciarliera, forse potremmo dire che non è nemmeno di grande compagnia, per lo più se ne sta lì a guardare gli scogli con gli occhi malinconici. Eppure lei è il mio tesoro. Non ne parlerei se non fossi ubriaco. E’ un segreto, il mio segreto. Lei non penserà mai di separarsi da me e io non proverò mai più il morso della solitudine. Ho un solo rammarico: quello di aver pescato era l’ultima delle sirene. O forse è lei che ha cercato la mia rete. Non se ne sono più viste perché non ce ne sono più.
Non mi credete? Non vi sorprenderà se la cosa non mi meraviglia. Eppure voi credete ad un dio che non v’ha mai dato retta, e lo invocate perché risponda a voi, solo a voi; tra i tutti proprio alla vostra richiesta. Alle vostre malignità non voglio dar risposta. Tuttavia sarebbe sufficiente solo un attimo di attenzione, da allora non ho più portato al mercato nemmeno una sola alice, non perché non ce ne siano più, o sia diventato d’improvviso incapace, o abbia smesso di conoscere la costa, pescarle si pescano e più di prima, e solo perché lei ne è molto ghiotta e mangia solo quelle.

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13 giugno, tarda mattinata. L’uomo è affacciato alla finestra. Fuori continua una pioggia sottile. Osserva le gocce scivolare sui vetri, in silenzio, e tutto resta in silenzio dietro quei vetri. La stanza non è un granché ma lui non ha intenzione di fermarsi per molto tempo. I suoi giorni sono preziosi e contati e non ama particolarmente stare lontano per molto tempo. Non ha nemmeno disfatto del tutto le valigie, sa cosa vuole e dove può trovarlo, inoltre non gli piace la confusione e la città, preferisce il mare. Da allora non è più riuscito a liberarsi di quelle immagini che gli sono rimaste impresse nelle retine. Non è una vendetta la sua, è solo un contratto. Una volta quel posto lo conosceva bene. Era da lì che era cominciato tutto. Era da lì che erano partiti.
Come ogni città anche quella è un insieme di logiche e segreti e mondi; poco è lasciato al caso. Per conoscerla veramente c’è bisogno di una guida locale esperta, ma l’offerta è ampia e può soddisfare ogni esigenza. Per ragazzi e ragazzini bisogna scorrere la tangenziale, meglio se in certe ore, ma tutte le ore si rivelano adatte se non si hanno pregiudizi. Le droghe dei poveri scorrono a fiumi. Per quelli che hanno gusti più… più classici si può anche restare dentro il perimetro delle mura del centro. Un grande richiamo per chi ha fantasia e sogni e ambizioni, e sete di avventura da spendere e dilapidare, è il locale casinò, meno nominato di quelli della Croazia ma non inferiore nelle offerte; meno chiacchierato e più facilmente raggiungibile. E anche lì c’è tutto, anche le slot.
Chi in città vuole veramente divertirsi e può permetterselo, cioè chi cerca il lusso e donne giovani non necessariamente mozzafiato, ma anche un po’ di pulizia e presunta riservatezza, ed è disposto ad illudersi di poter trovare l’avventura, allora deve recarsi nei grandi alberghi del centro, grazie a compiacenti portieri, sapendo prima dove andare e quali sono i lasciapassare. Certo molte cose appartengono all’illusione poiché ciò che è bello appartiene agli occhi di chi guarda e i misteri sono sempre segreti che appartengono a tutti.
Per entrare in questa nicchia riservata conviene farsi precedere e guidare da una telefonata ai coniugi Benedetti, una coppia molto introdotta nel giro, intraprendente e dinamica, capace di trovare soluzioni a qualsiasi pretesa, purché, appunto, non si pongano troppe limitazioni di prezzo. Come in ogni luogo la differenza è data da vari fattori, oltre alla qualità della merce, di come viene presentata, e di altro, e anche influenzata dal tipo di incontro: se viene richiesto un incontro singolo o multiplo. Fin dagli esordi i due avevano puntato ad un commercio serio e d’alto bordo e i primi spiccioli che avevano messo da parte se li era guadagnati direttamente la moglie, gran bella donna e prosperosa, che aveva occhi ammalianti e, lei stessa, desideri altrimenti inconfessabili e inappagabili. I due hanno costruito la loro reputazione molto velocemente, soppiantando la concorrenza dei russi e degli albanesi, e ora hanno un catalogo che si potrebbe definire infinito, alcuni indirizzi informatici dove si possono vedere anticipatamente le immagini delle ragazze e scegliere, delle agende da perderci la pazienza e gli anni, e hanno fondato una loro casa cinematografica.
Alcune studentesse della locale università e dei licei cittadini sono ultimamente e comprensibilmente tra le stelle più richieste della loro scuderia. Per Samantha 3246 bisogna prenotare con almeno tre settimane di paziente anticipo, però in quei giorni la ragazzina è sotto periodo di esami, pertanto non accetta incontri che il martedì e il venerdì, naturalmente in orario scolastico. Come detto la scelta è illimitata e va dallo stipendio mensile di un impiegato di medio livello a vere e proprie fortune, alcuni imperi si sono dissolti in poche notti fra quelle lenzuola morbide e profumate, così alcune di quelle bellezze ormai giunte alla notorietà maggiormente chiacchierata, ma con rispetto, sono uscite dal giro per quello più importante, risolvendo tutti i problemi che avrebbe potuto riservare loro il futuro. Non è un mistero che la contessa Acquadolce prima, da signorina, si concedesse all’hotel Astor, e che l’affascinante presidentessa dell’associazione giovani industriali, nonché imprenditrice di grandi fortune ereditate in un lasso di tempo molto contenuto, abbia dovuto lasciare gli studi per curare i propri affari, né come prima offrisse la sue preziosissime grazie, e a quanto pare la sua sapiente arte, nelle camere e nei saloni dell’albergo conte d’Abruzzo, che di stelle le annoverava tutte.
La malignità popolare sussurra con deferenza come la contessa ami ancora ricordare quel passato con qualche rimpianto, concedendosi di tanto in tanto qualche svago, con amici o ospiti importanti, ma solo tra le mura della sua villa e ai bordi della piscina, per intrattenere quella clientela molto selezionata di affezionati e introdotti. Pare che le sue feste siano occasioni difficili da dimenticare. A parte qualche favore personale, o vecchi e nuovi e rinnovabili debiti di riconoscenza, la contessa lo fa solitamente solo in cambio di piccoli regali raffinati, preferibilmente con diamanti incastonati, o comunque preziosi almeno quanto una decappottabile di lusso. Sono questi gli ambienti dove, come volgo popolare dice, lo champagne scorre come l’acqua dei torrenti di montagna quando si sciolgono i giorni del ghiaccio, dove i soldi aprono qualsiasi porta e soddisfano qualsiasi debolezza e virtù, e dove si accettano anche le carte di credito. Lì storie Hollywoodiane si intrecciano e eredità nostrane di antica data.
Chi invece è di più miti pretese ed è costretto ad accontentarsi deve raggiungere via della Misericordia o le sue stradine secondarie, un po’ fuori mano e subito, dal primo aspetto, posto di minore decoro e decenza. Affollata di grida, di studenti e di ogni tipo di perdigiorno, ha però un suo fascino e richiamo peculiare giacché ogni portone è una meta cercata, e, davanti a qualcuno, si snodano piccole fila di appassionati e abituali, molti dei quali ormai si conoscono tra loro e non di rado ci vanno anche per elogiare le proprie esperienze o solo per parlare. Il vero motto però è che, sapendosi accontentare, si può trovare soddisfazione anche a prezzi veramente contenuti e spesso si riesce a tornare salvando qualche euro nelle proprie tasche. In realtà quelle strade sono anche un vero paradiso per gli occhi giacché la virtù di cui sono meno generosi e dotati i clienti, come le fornitrici di servizi, è la pazienza. Ultimamente si fa un gran parlare bene di Marcella, ma sono passioni destinate a durare poco nel tempo, quelli che sono giunti per primi hanno potuto illudersi che fosse quasi una prima volta, e andare in giro a raccontare questo e quello, i più grandi prodigi e le più incredibili meraviglie. Non che non sia ancora una primizia e una bellezza, ma presto ogni sua specialità diverrà l’offerta banale rintracciabile in tutte le professioniste, tanto che già si comincia a favoleggiare e spasimare di una certa Tamara, e non sarà difficile trovare ragazzine, più giovani e altrettanto belle, a fare altrettanto se non anche di più; ammesso che sia rimasto ancora nel quartiere un di più.
Lì si avventura con precauzione anche qualche benestante e persino qualche facoltoso per soddisfare il proprio bisogno di volgarità, e sono i più blanditi, ma si riconoscono subito, come uno cernia in una boccia di pesci rossi. In quel territorio la fanno da padroni figure mitiche locali con la camicia aperta fino all’ombelico e pesanti catene d’oro al collo, e modi spicci, mescolati, in una guerra concorrenziale, al loro equivalente di nuovo insediamento, di ogni provenienza, etnia e colore, per lo più glabri in petto e con meno entusiasmi per la visibilità. Ultimamente si stanno affacciando, con timidezza, anche i cinesi ma pare incontrino una certa difficoltà. Lì si vende proprio di tutto e anche di più e al ventitré esercita, con ostinata tenacia, da quanto è dato ricordare, la signora, fermata in una recente retata.
17 giugno, prime ore di un pomeriggio senza sole. Naturalmente il posto più frequentato dalle professioniste a tutte le ore, anche e soprattutto in quelle in cui non sono al lavoro, è il centro commerciale, ed è nel parcheggio, seduto dentro la sua macchina, che l’uomo sta aspettando. Osserva attentamente entrare e soprattutto uscire quel mondo di consumatori. Loro, le donne generose, sono sempre perfettamente riconoscibili, sempre pronte a suggerire la tentazione. Per onestà si dovrebbe convenire come tutti siano perfettamente riconoscibili, tranne un certo tipo di assassini. Davanti all’attenzione dell’uomo passa frettolosamente la vecchietta in ciabatte. Può riconoscere la massaia sola e quella che può disporre del marito. Così osserva scorrere le coppie, l’operaio che è costretto ad accompagnare la moglie, e la sposina che si porta dietro il ragioniere, il pensionato deluso, il commesso servizievole che esce solo per poi tornare subito al lavoro, e anche l’orgoglio dello scialbo illetterato che si porta a casa il televisore piatto di tanti pollici che solo la piazza grande può contenere. A tutti il protagonista presta ben poca attenzione e neanche un attimo del proprio interesse. Poi la vede.
L’uomo non scende dalla macchina e apostrofa la signora alzando leggermente il tono della voce ma restando al volante: “Mi scusi… permette una parola, signora Milvia”?
La donna si mostra dapprima seccata e non fa caso di venire chiamata per nome da uno sconosciuto. Senza neanche riflettere che il suo nome sia abbastanza chiacchierato da diventare popolare. Lei stava pensando ad altro, anzi quello non era il tempo di pensare. Semplicemente si stava chiedendo se non aveva scordato niente. Fa per proseguire diritta. Poi si ferma e torna sui suoi passi. Naturalmente si mostra sorpresa ed esterrefatta nonché infastidita ed annoiata. Guarda le borse gonfie che sta trasportando, quasi chiedendo comprensione; da una spuntano delle foglie di carciofo e un manico di finocchio. A quella vista, nella stessa donna, scatta un attimo d’ilarità che riesce a controllare a stento, poi cerca di ritrovarsi: “Prego?”…
Per un po’ l’uomo si limita a guardarla fissamente. Gli anni non hanno avuto nessuna misericordia della signora, sono passati come un nubifragio su una spiaggia del littorale, lasciando solo ricordi di rovine. Sulla faccia uno strato d’intonaco, spesso e crepato, se possibile peggiora la situazione, e fa ricordare all’uomo una barca in disarmo, con gli alberi tristi e le vele parzialmente ritirate; spiaggiata. Anche sugli abiti che indossa gli occhi dell’uomo non sono maggiormente clementi. Anche se ha sempre saputo che una professionista resta professionista sempre, e anche quando cerca di vestirsi da signora resta una di quelle, una del mestiere. I tacchi sono troppo alti, i colori troppo sgargianti, le gonne troppo corte, la maglia troppo attillata e scollata. Tutto è appariscente, vistoso e chiassoso, per non essere troppo notato e non denunciare lo scempio e la menzogna di quel travestimento: “Mi hanno indirizzato a lei. Ho da proporle un affare”.
Guarda dentro la macchina e cerca di farsi un’idea della persona che sta alla guida. La macchina è di lusso e dev’essere molto comoda, magari anche con l’aria condizionata. L’occupante è vestito in modo impeccabile ed elegante, lei ha sempre avuto rispetto per quel tipo di uomini con un vestito stirato, preferibilmente gessato, e la cravatta intonata. Rasati e pettinati. Che sanno profumare di buono. Dal polsino della camicia gli spunta un orologio massiccio, d’oro. Peccato abbia occhiali da sole che non le permettono di capire il colore degli occhi. L’insieme le dà una buona impressione e quel po’ di fiducia; la fa anzi sentire fiera. Controlla senza troppo attenzione l’ora; alza le spalle e si dice: perché no?
Si è appena tolta qualche capriccio e ogni ora alla fine è buona per fare un po’ di soldi. In fondo quel loro maledetto mestiere è quasi come una missione, come adoperarsi per un opera meritoria di sostegno ai bisogni, come fare l’infermiera o il dottore, come era nei suoi sogni, o più essere nella protezione civile o tra i vigili del fuoco, non ci sono orari. Alza le spalle sulla testa e decide di ascoltarne il desiderio, anche se non ne avrebbe molte voglie e l’orario non è quello che invoglia a soddisfare i capricci del primo venuto. Lei lo sa che gli uomini che la cercano possono avere tutto, ma scordano sempre di portare con sé la calma, e che non vogliono accettare orari, né si chiedono quando le loro richieste sono opportune. Loro, gli uomini, credono sempre che quelle come lei siano a loro completa disposizione, giorno e notte, in qualsiasi momento, e che non abbiamo una vita propria, tantomeno normale, come se non mangiassero, non andassero dal parrucchiere e non facessero i loro bisogni. Solo che l’uomo elegante la incuriosisce, ha qualcosa di insolito.
L’uomo è riuscito a catturare l’interesse della donna che finalmente si abbassa e si affaccia al finestrino appoggiandoci i gomiti. Con un tic probabilmente dettato dall’abitudine gli occhi pesantemente sottolineati fanno cenno alla generosa scollatura e al seno pesante. Lui ha la stessa pazienza e la stessa fretta dell’uomo d’affari, eppure sembra un tipo deciso, di quelli che annusano come lupi la preda e vanno diritti al loro scopo, decisi a ghermire la vittima e a ottenere quanto si erano preventivamente prefissato. Misurato nelle parole, dove non c’è spazio per il superfluo, e pronto all’azione. Lei ormai ha occhio per i rappresentanti dell’altro sesso, e per i rappresentati di commercio, e se non pensasse che è per lavoro ne potrebbe essere affascinata. Ha spesso avuto momenti di ammirazione per il successo e per il bel mondo, sono debolezze di tutti, e si è data a volte spazio per sognarsi dentro quel mondo, a fianco di una persona interessata, che avesse attenzioni e gentilezze per lei, oltre a portarla nei locali di moda, proprio facendola salire in una macchina come quella. Pensa a quanti resterebbero ammirati a bocca aperta a guardarla, e che forse in quella mattina potrebbe non essere la cosa peggiore che le potesse capitare: “Cosa posso fare per te, bel giovanotto”?
Giorgio”.
Inizialmente le sembra di non capire. La donna guarda l’uomo con attenzione e pazienza, il suo silenzio odora di sospetto lontano lontano, e di sudore non mentito dal profumo asfissiante, e prima di parlare disegna, come di abitudine, le labbra a cuore, con un vezzo da ragazzina delle medie. Poi decide di indossare il suo sorriso migliore di disponibilità, vuole essere altrettanto gentile, e lo fa diventare largo e accomodante, e pieno di quelle che lei crede promesse, mentendo a sé stessa e a quanto aveva pensato solo un attimo prima: “Carino; non faccio in macchina ormai da un po’, solo in casa. In più… Giorgio? Non conosco nessun Giorgio. Un vostro amico? Se intendete… per tre dovete impegnare in modo più interessante e persuasivo il portafoglio”.
L’uomo mal sopporta perdere tempo e dover correre troppo dietro alle cose e alle risposte. Cerca di mantenersi tranquillo: “Noi sappiamo molte cose di voi, signora –e quel signora sottolineato ha perso anche il minimo aspetto di educazione per farsi solo sberleffo e insulto– Giorgio, il vostro uomo. Quel Giorgio. Ora vi ricordate”?
La signora lo guarda allibita, ma poi, da persona di intelletto, capisce che qualcosa non va, che non è come aveva previsto, che non è stata cercata per i suoi servigi, per le sue grazie, che non c’è nessuna voglia, nemmeno una frettolosa esigenza, né particolare né mediocre. Nemmeno per un attimo pensa di elencare all’uomo in quanti e quali modi si potrebbero divertire, e in quanti luoghi, perché l’uomo non è un cliente. Ne è un po’ delusa. Percepisce una certa impazienza. La donna appoggia le borse: “Fossi interessata; diciamo: se lo conoscessi… di cosa parliamo? Quanto”?
Potrebbero esserci per lei… diciamo… mille euro”.
La donna ci pensa solo brevemente, la cosa la confonde. Non si chiede cosa possa aver fatto; non ne ha il tempo. Certamente quel signore non può essere un piedipiatti. Capisce che può provare a strappare di più, forse molto di più, non che voglia essere cupida, ma nemmeno stupida, e la vita è dura per tutti, e non si lascia scappare la possibilità: “Ma è il mio uomo”.
Lui sapeva fin dall’inizio che probabilmente si darebbe trovato in un situazione simile e che avrebbe dovuto contrattare, ma non ha la pazienza necessaria; è come se fosse inseguito da un destino inesorabile, però non perde la calma né la sua compostezza. Guarda l’orologio, lo sfila e lo porge alla donna; è una grossolana imitazione ed è placcato, ma ha visto come lo guardava incantata. Forse aveva previsto anche questo o qualcosa di simile: “Perdonate, parole grosse. Direi piuttosto il vostro papa. Comunque… capisco. E non sono affari miei. Diciamo che potremmo arrivare a cinquemila euro. Mi sembra una proposta onesta; anzi molto generosa. Per molto meno troviamo chi ci scarica anche un’intera chiatta”.
La donna si mostra subito fin troppo velocemente soddisfatta e si riempie gli occhi di bagliori in un sorriso cordiale ancorché confidenziale, sforzandosi però di fingersi indignata; di insolenze ne ha conosciute tante da essere ormai avvezza a farsene una ragione, e darvi il peso che meritano, cioè la stessa densità di un sospiro d’inverno, il fastidio della brina sulle foglie. Probabilmente una cifra simile, tutta in una volta, non l’ha incontrata di frequente e ha la sensazione che stavolta non la dovrà dividere con nessuno: “Non siete molto cortese. Dovrei sentirmi offesa, Ma gli affari sono affari”.
Per un attimo teme di aver avuto troppa fretta. Pensa di provare ad alzare ulteriormente la richiesta. L’altro ha ceduto troppo velocemente. Vince la paura di lasciarsi sfuggire l’occasione e di veder sfumare quella fortuna, di mostrarsi ingorda. Vince la sua solita arrendevolezza. Quella che è stata la sua condanna. Ormai le cose sono andate come sono andate. Perché dovrebbe porsi troppe domande? Non servirebbe a niente. E le hanno sempre complicato la vita. Si vede i soldi già in mano: “Posso chiedere con chi sto parlando”?
Non ha importanza. Se proprio è necessario può chiamarmi Drusan”.
Lei non è una stupida: “Parliamo dei soldi”.
Duemila subito e gli altri tremila dopo, quando Giorgio fa la cortesia di farsi… trovare. –come a confermare quelle parole l’uomo estrae un mazzo di banconote nuove dal cruscotto, le conta con attenzione e le allunga alla donna mostrando che era già preparato a quella richiesta– Ecco a voi. I patti sono patti”.
La donna artiglia il malloppo con un velocità impressionante, come un’aquila che afferra un agnello, e se lo porta via. Infila le banconote nella scollatura senza contarle, soddisfatta di mostrare fiducia nei confronti del suo interlocutore. Fruga nella borsetta finché non trova una penna e sul retro di un conto degli alimentare verga un indirizzo e glielo porge. L’uomo lo guarda con finta distrazione e lo mette nello stesso cruscotto da cui aveva estratto la cifra pattuita quale anticipo sul loro accordo. Lei si sente leggera e felice e non ne fa mistero, anzi non cerca nessun pudore per nasconderlo. Torna ad accennare al seno e a cercare di richiamare su di esso le attenzioni dell’apparentemente disinteressato, e poco plausibile, partner, nel tentativo di elogiare le proprie formosità in un gesto estremo di sfacciata fiducia, tanto poco credibile che non riesce a mentire nemmeno a sé stessa. Sceglie di prendere il suo destino momentaneo con decisione come un toro per le corna. Afferra la maniglia della porta chiusa e la tira a sé, naturalmente senza che quella ceda alla quella violenza, facendo il cenno di voler salire: “Pagato avete pagato. Posso essere gentile per voi”.
Lui declina l’offerta con un semplice e laconico ma eloquente: “Grazie”!
Lei riesce a nascondere magistralmente la propria delusione. Vorrebbe aggiungere che l’uomo non sa quello che si perde e che è tutto pagato, ma non è cosa. Non fosse perché il mondo va così sarebbe anche disposta a non farsi pagare, persino a farlo lei. La situazione l’ha intrigata e in un qualche modo incuriosita. Non è interessata al momento alle conseguenze della loro transazione e, anche fosse più padrona di sé, e fredda, probabilmente non cambierebbe una virgola alla decisione; non ha più l’età per cercare di rammentare lontani ricordi e antiche paure, per altro non ha mai creduto alla ragionevolezza di una rappresaglia divina. Lo ha imparato che era solo una ragazza che la vita non è una questione di ragione o torto, di giusto o sbagliato, ma di opportunità; e ne ha sempre avuto conferma fin dall’inizio, fin dentro in casa. Deve ammetterlo che probabilmente puttana è nata, ma che, se così non fosse, non aveva mai avuto nessuna possibilità di fuggire a quel destino; che poi c’è ben di peggio nella vita.
L’uomo mette in moto e prima di partire si allunga ancora una volta verso di lei per dirle le ultime cose. Lei sa che non l’avrebbe più rivisto e ritorna dai suoi pensieri: “Naturalmente non ci siamo mai incontrati; inutile dirlo. E’ più che un consiglio. Avete il tempo per dare ancora un saluto al vostro Giorgio, ma fate in fretta”. Mentre la macchina si allontana lei si sistema le calze, ma lo sa da sola che è un gesto inutile e che lui non la sta più guardando. Lei torna sui suoi passi, verso il centro commerciale, ora non è costretta a rinunciare a quelle scarpe di finto pitone.
21 giugno: Su La gazzetta urbana, in prima pagina, viene diffusa la notizia: Giorgio De Vittis, ex discusso cooperante durante la guerra dei Balcani, ed ex contractor in vari scenari di conflitto, ben conosciuto in seguito alla magistratura, nonché alla cronaca cittadina e ai nostri lettori, per accuse di rapina, detenzione e spaccio, ricettazione, induzione e sfruttamento della prostituzione, è stato trovato stamattina, alle prime ore dell’alba, sull’uscio della sua casa freddato con tre colpi precisi di pistola. Le forze dell’ordine sono state chiamate in loco da un vicino che aveva portato fuori il suo cane. Le dichiarazioni dell’uomo, che sono state prontamente verbalizzate sul posto stesso, significano che l’amara scoperta è stata fatta passando casualmente in loco, trattandosi di una piccola costruzione in località scarsamente frequentata, e che, per non nascondere la verità, ad accorgersi del corpo riverso è stato il cane stesso che è andato ad annusare i poveri resti. La cronaca nera della nostra città non ha spesso occasione di intrattenersi in simili atti criminosi, tanto efferati, ma si pensa ad una vendetta nell’ambiente, anche se gli investigatori sono decisi a non tralasciare nessuna ipotesi come nessuna traccia. Il soggetto, che era anche sospettato di essere in odore di vicinanza o commistione alla mafia, ma si ritiene la cosa poco probabile, lascia una moglie, da cui era da tempo separato, e due figlie di diciassette e diciannove anni. L’unica cosa certa è che non si è trattato di una rapina in quanto gli assassini non sono nemmeno entrati in casa dove sono stati rinvenuti oggetti di refurtiva, alcuni libretti al portatore e una certa quantità di dinari di dubbia provenienza. Naturalmente, come sempre, verrà setacciato l’ambiente del malaffare, e verranno sentite tutte le persone che sono entrate in contatto con la vittima e che possono essere informate sui fatti. In primo luogo, quella che sembra essere la sua attuale compagna, e altri nomi che paiono, allo stato attuale delle indagine, appartenere prevalentemente al mondo del meretricio. Naturalmente il vostro giornale sarà sempre presente sul posto, e sugli sviluppi del caso, pronto a darvi tutti gli aggiornamenti di questa intricata vicenda istante per istante.
22 giugno, prime ombre della sera. La donna comincia a temere di poter avere più seccature di quanto avesse preventivamente calcolato e messo in conto; sospetta di aver chiesto una cifra fin troppo modesta per quel suo servizio. Non le va di avere a che fare con le forze dell’ordine, di rispondere alle loro curiose domande, ma spera ancora che non sia necessaria alcuna sua testimonianza. Non si sente in torto, in fondo ormai erano mesi che Giorgio non si faceva vedere e si faceva depositare i soldi senza casuale su un conto postale. Lei mantiene ancora ostinatamente la speranza che i due fatti possano non avere alcuna connessione diretta tra loro, e che il delitto sia stato compiuto senza che gli assassini avessero bisogno delle sue indicazioni, conoscendo in anticipo le mosse e l’indirizzo del nascondiglio del loro bersaglio. Si convince che tra il suo colloqui con lo sconosciuto e il fatto di sangue non ci siano legami. Quell’uomo non può essere un assassino. Entra nella sua testa anche un’altra ipotesi: che tutto dipendesse da uno sbaglio o per rabbia nell’impeto di una qualche accesa discussione dalla quale lui non si sottraeva mai. La donna andava riflettendo in questi termini e in silenzio, costeggiando quella stradina senza marciapiede posta a ridosso dell’estrema periferia, dove non passa mai nessuno nemmeno a pagarlo a peso d’oro; non ricordava di esserci mai venuta, ma l’appuntamento era stato fissato là con la telefonata. Naturalmente non era stata nemmeno sfiorata dalla tentazione di chiamare il porco. Capiva quella eccessiva riservatezza che però le sembrava anche un po’ esagerata; la verità è che aveva accolto quella telefonata con sollievo, come una liberazione, quando già cominciava a sospettare che non avrebbe più visto il resto dei suoi soldini. Quando arriva la macchina non l’avrebbe potuta distinguere poiché era un’altra macchina, del tutto diversa sia nel colore, che nella marca, che nel modello. Si dirige verso la stessa solo perché lui si fa riconoscere suonando le trombe e lampeggiandole coi fari. Lei fa un cenno d’intesa con la mano, un sorriso spontaneo e si affretta. Certo per lei i soldi erano importanti, ma non sa negarsi il piacere che le riservava il rivedere lo sconosciuto, non era riuscita a proibirsi, di tanto in tanto, di pensare a lui, e per quell’incontro aveva cercato di prepararsi come meglio poteva, delusa da tutto e da tutti, ma armata del suo grande coraggio. In fondo forse c’era un segreto tra loro. E un’intesa. In fondo non aveva mai creduto a chi le aveva sempre detto che i sogni muoiono all’alba, e stringe a sé la borsetta. Intenta in tutti quei pensieri tarda un po’ più del dovuto ad accorgersi che la macchina non rallenta, anzi accelera. Fu trovata nel fosso quasi due giorni dopo, sulla faccia era rimasto un grido disperato e vicino alla mano protesa c’erano tre banconote da dieci euro. Banconote che però furono subito nascoste nelle tasche di chi per primo aveva rinvenuto la povera e sfortunata donna.

P.S. La foto del titolo è stata rubata dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato. L’altra è di una “vanitosa” trovata in rete.

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Non posso certo dire che mi resta il tempo per annoiarmi, ma nemmeno che mi trattano male. E non ho grandi rimpianti da lasciarmi dietro. Solo che quando non c’è lei, come si dice qui da voi, i sorci ballano. Ballano si fa per dire. Cerco di non pensarci e di pensare solo alle mie cose, che ne ho da pensare, e a quello che debbo fare. Il tempo corre anche troppo in fretta. Certo non si possono lagnare. Non parlerò perfettamente la vostra lingua ma so fare il mio lavoro. Non fosse per quello. Non fosse per il padrone. Ma è sempre la mattina ad essere la più complicata.
Entra ciabattando e mi dice: “Martina, ci sarebbe il letto da fare”. So dove vuole andare a pensare, non sono scema, ma osservo ugualmente annoiata che è appena stato rifatto. Lui, così, coi pantaloni del pigiama, con la canottiera che dovrebbe essere messa in lavatrice, mi fa, con un sorriso che crede furbo, deve credersi spiritoso: “Dopo sarà da rifare”.
Ci avesse almeno pensato prima. Non so se mi piace che pensi che tutto gli è dovuto. Che anche questo è compreso nei quattro soldi che mi danno a fine mese. Mi pagano per lavare, per stirare, per pulire, per occuparmi della casa e del frigo; non per occuparmi del padrone, né per le sue voglie. Certo non mi fa piacere la volgarità del suo gesto. Solo che ho bisogno del lavoro. Però… Intanto non mi chiamo Martina. Chi è questa Martina? E non sono mica stupida, che se viene all’orecchio della signora devo trovarmi un altro posto prima ancora di poter finire di dire “Scusa”. Fortuna che gli è sempre bastato un attimo, e non è nemmeno di troppe pretese. E’ un porco ma nemmeno come porco è un gran porco. Forse sono gli anni. Credo invece che non è vera nemmeno la scusa degli anni. Che è sempre stato così: un buono a nulla; come in tutto il resto. Ci sono certi uomini che si credono più di quello che sono. E forse si illude anche di farmi piacere. O non gliene frega niente. Non ho mai fatto molto per farglielo credere. Non fosse che è per bisogno… Sono costretta e lo lascio fare. Intanto continua a ripetermi con la sua voce affannata, raccattando il respiro dove solo un miracolo glielo può far trovare: “Dopo ti sposo. Dopo ti sposo”. Non è mai riuscito ad arrivare oltre la terza dichiarazione, ma ormai ho smesso di credergli da sempre; sono certa che sarà il signorino a prendersi cura di me.

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Finisce la festa. Tutti se ne vanno. Alla spicciolata. Vanessa era arrivata con Ferruccio, cioè Ferry, come lo chiama per prima lei, il suo compagno storico. Quando sono alla porta lei sembra ricordarsi: “Scusami tanto, mi ero dimenticata di una cosa. Ci vediamo più tardi”.
Lui la guarda contrariato: “Quando”?
Ribatte un po’ seccata: “Ferry Dopo. Dopo; alla massimo ti telefono. Non ti preoccupare, ho la mia”.
Resta lì, con me sulla porta, affiancandomi, finché non saluto anche Alberto, e poi la Cinzia. Resta lì come a fare gli onori di casa. Abbraccia Gastone: “Ci dobbiamo vedere una volta di queste”. Quello la guarda come sorpreso di quella famigliarità e confidenza. Mi bisbiglia in un orecchio che quel poverino non ne farà mai una di giusta. Poi mi sorride, mi da un colpo sulla spalla e mi avverte: “Io aspetto di là.” –e si chiude dietro la porta. Ormai anche gli ultimi rimasti sono sul piede di partenza. Aspettano solo che ci stringiamo le mani. I soliti “Grazie”. I soliti: “Ma figurati”. I soliti: “Bella festa”. I soliti: “Siamo stati proprio bene”. Sonia mi dice che ci vediamo in ufficio. Cosimo si raccomanda per quella vacanza. Per ultimo si congeda Sauro. Mi sono distratto e dopo lui mi sento finalmente libero e da solo. Mi riempio i polmoni d’aria. E’ stato bello, ma è sempre fiaccante. Non me ne ricordavo più. Torno in salotto. Per un attimo resto sorpreso di trovarla ancora là.
Non le deve essere sfuggita la mia espressione di stupore. Mi fa cenno con la manina come stesse su una nave che salpa per una crociera. Non mi rimprovera o almeno cela quel biasimo dentro il sorriso. Faccio i conti a come posso liberarmene in fretta. Mi tolgo la cravatta e finalmente respiro. Sono ancora prigioniero delle scarpe, come di una morsa. Ho proprio bisogno di rimettermi completamente in libertà. Un bicchiere in più. E poi la confusione mi stanca sempre. E la casa è rimasta tutta da riordinare. Forse le potrei chiedere un aiuto. Non si offre. Non mi pare il tipo. Appoggia il calice al tavolino. Osserva: “E’ avanzata un sacco di roba”.
Pazienza”.
Tutte quelle tartine”.
E’ sempre così”.
Mi regala un consiglio pieno di buonsenso col fare della brava massaia; magari lo è: “Puoi metterci sopra un canovaccio bagnato. Poi possiamo far cena; poi. Però; buono.” –e fa cenno al vino. Ne prende un altro sorso e torna ad appoggiarlo. Non mi aspettavo molto di più: “Allora cosa ti ha fatto trattenere”?
Per un attimo temo di essere stato sgarbato. Non ritiene importante darmi una risposta. Finge di non aver sentito. Stringe gli occhi per mettere a fuoco la mia presenza. Mi sento come se avessi invaso un suo spazio. E’ rilassata e molto a proprio agio. Pare non avere la minima idea di far finire la serata. Sembra solo pazientare ed aspettare. Mi dico che le mancano solo le ciabatte. Certo che un intero pomeriggio su quei tacchi deve mettere a dura prova la resistenza anche la scorza della più coriacea delle aspiranti al martirio. Infatti si passa le dita su un polpaccio. C’è un po’ di stanchezza anche nella sua pigrizia. Dico tanto per dire. Perché il silenzio e il suo sguardo mi paiono ingombranti: “Gradisci? Te ne prendo un altro po’”?
Fa tutto da sola. Con non troppe parole. Quasi si tratti di uno scherzo. Mi accusa e scusa dell’assurdo sospetto che ci sia una mia deliberata intenzione di tentare di farla ubbriacare. Mi da benevolmente del mascalzone. Niente di più. So che non fa sul serio, o almeno lo spero. Lo fa come se tra noi ci fosse un’antica familiarità. Mi chiede se può confidarmi un segreto. Prima che possa rendermi disponibile si è già rimangiata la preghiera, l’offerta. Prima ancora che possa cominciare a nutrire la benché minima improbabile curiosità. Perché sono cose da donne. Perché certe cose sono persino volgari dire. Tiene il tono della voce molto sotto controllo e le parole paiono, tra le sue labbra, un bene prezioso. Gli occhiali l’hanno sempre fatta anche più matura di quello che è; sì! gli occhiali. Per lei sono uno strumento di seduzione. Li sistema sul naso: “Siediti e… parliamo”.
Cerco di restare al motivo che l’ha spinta a rimanere: “Di cosa mi volevi parlare”?
Spero sia qualcosa di importante. Avevo progettato per mettermi a mio agio e assistere alla partita. Spero che possiamo fare in fretta. Cerco di dirglielo, e poi mi sembra maleducato. Un derby è un derby. Inoltre mi interrompe prima che abbia modo di aprir bocca: “Sembri proprio un ragazzino”.
Le chiedo perché; mi risponde di lasciare stare. Che non ha importanza. Non per offendere. Così. Tanto per dire. Solo una impressione. E’ che le sembro buffo; in quel momento. Ritto in piedi. Spettinato. Stravolto. Con l’aria e gli occhi persi. E la mano in tasca. Disinvoltura? Ride. E la fatica delle parole che trascino. Perché per lei Ferryforse perché ha un paio d’anni più di noi, e sembra averne dieci in più. Mi chiede quando li compio. Scopre, con rammarico, che lei è solo poco più vecchia. Si pente di avermelo confidato. Credeva fossimo coetanei. E’ solo questione di mesi. Solo che sono a cavallo tra un anno e l’altro. Quando non si ha molto o niente da dire allora si parla di quel niente. Per farlo lei usa un sacco di parole.
Mi ripeto in testa il suo nome: “Vanessa”. Come una marca di collant. Ma non porta i collant. Non per questa occasione: “Non sempre l’età distingue le persone. Le persone sono per quello che valgono”.
Chiede “E io”? Insiste: “Puoi essere onesto”.
Sono caduto nella trappola senza colpe. Non potevo non correre quel rischio. Non mi era stata data nessuna scelta. Mi rendo conto di essermi infilato in un ginepraio. Non sono la persona adatta a fare graduatorie. A stabilire un valore per gli altri. Non posseggo veri termini di confronto. E poi… cosa le potrei dire? Ci sono molti aspetti delle persone. Quand’è arrivata a braccio del suo cavaliere ho pensato una cosa. Quando si è complimentata per alcuni titoli della mia biblioteca ne ho pensata un’altra. Quando s’è intromessa, non richiesta, in quella conversazione, non richiesta e inopportunamente, ne ho pensata un’altra ancora. Ora, se dovessi esprimere un parere, se ne fossi costretto, ne penserei probabilmente ancora un’altra: Un’altra che magari prima di sera sarei disposto a cambiare. Mi limito a farle un cenno di apprezzamento. E’ la cosa più sensata che posso fare, e anche la più gradita.
La osservo. Così tranquilla. Sul tavolo quelle tartine sopravvissute. Il telefonino antidiluviano. Le sigarette e lo zippo con l’immagine laccata. L’odore del tabacco. I capelli biondi raccolti con voluto apparente disordine. I buchi senza orecchini sui lobi. Il volto sostenuto leggermente dalla mano, poggiata sul gomito. L’anulare a sfiorare i denti tra le labbra socchiuse. Labbra dal rossetto quasi del loro colore naturale. Solo per farle lucide. Il sorriso enigmatico e confidenziale. Il vestito nero. Quei due giri di perle della collana. Uno stretto quasi a soffocarla. L’altro tanto ampio da arrivarle ben oltre la scollatura; fin quasi al ventre. Contornandole un seno. Di quello non poteva dire di averne troppo. La guardo e lei ammicca quasi a dire: “Guardami, hai visto”? Il vestito nero già corto che era risalito. Quel suo studiato distacco. Le scarpe nere a punta, con i tacchi. Le calze nere velate. Le lunghe gambe; molto lunghe. Le gambe mascherate dalla seta; e dove finisce la seta il bordo delle calze, e poi solo le gambe. Il colore della loro pelle. La pelle candida. Nivea. Liscia. E ancora più su. Fin dove si può spingere l’occhio. E dove con la sinistra, quella con l’anello del fidanzamento, distrattamente, disinvoltamente trattiene la stoffa del vestito. E dove la pelle torna a perdere il suo candore dietro la maschera. Camuffata dalla menzogna di una stoffa… impalpabile.
Improvvisamente mi gira la testa. Cerco di uscire. Una scappatoia. L’aria mi sembra viziata. Le finestre son rimaste chiuse. L’odore del fumo s’è quasi dissolto ed ora è soffocato da quello del suo profumo. Un profumo garbato. Non troppo invadente. Lo aspiro. Mi torna a girare la testa. Per un attimo sono tentato di succhiare il vizio di quella fragranza. Cedro? Che altro posso fare? Insisto: “Cosa avevi da dirmi”?
Dovessi descrivere la situazione, per entrambi, direi una situazione impacciata. Impacciata e interlocutoria. Sembra seriamente che cerchi di riannodare dei fili spezzati con la memoria. Quello nostro sembra diventato un gioco. Scaturito da dove, non lo so. Una sorta di tiro alla fune. Per vedere chi cede per primo. Sono i silenzi ad essere alieni e indifferenti. A fare male: “Da dirti?… Ah sì. Credo di essermene scordata. Non lo ricordo più. Probabilmente nulla di importante. Magari dopo mi ricordo. Dopo”.
E allora decido di stare a quel gioco che ha cominciato lei più o meno deliberatamente, di cui sta cercando di dettare le regole: “Vuoi che accenda un po’ lo stereo”?
E questo basta a cominciare a farle scoprire le carte. Assume un tono gratuito di burla: “Musica. D’ambiente. Assassina. Non vorrai farmi credere… Non ne dovresti avere bisogno. Non vorrai simulare timidezza? E che io ci caschi? Non è proprio il caso”.
E’ passato tanto tempo da quando un corteggiamento si è arrampicato per sentieri tanto contorti. Una finta prudenza. Quasi il rincorrere quell’età perduta. Come due ragazzini. Certo ne sono stato preso alla sprovvista. Almeno all’inizio. Finché non ho varcato questa soglia. Finché non ho visto come mi stava aspettando. E la luce del suo guardarmi. Per provocarla accenno a prendere posto davanti a lei. Non funziona. Funziona: “Certo che sei proprio divertente. Dove ti siedi. Vieni qui –batte il palmo sulla morbidezza del divano– vicino, che da lì facciamo fatica a parlare. Non ti mangio mica. Certo che sei proprio un bel tipo. Naturalmente scherzo, cioè non pensare quello che stai pensando. E’ solo che siamo molto più comodi. Non credi? E ci possiamo anche vedere negli occhi. E’ stupido starsene di qua e di là. Come se cambiasse qualcosa. Come se… per quello che gli altri potrebbero pensare. Io voglio bene a Ferry. Ci possiamo parlare guardandoci negl’occhi. E gli altri non ci sono. Non ci possono vedere, né possono pensare. Finalmente se ne sono andati. Bella festa. Complimenti. E poi che si facciano gli affari loro. Che ne hanno di corna a cui pensare. Tranne non sia una scusa per spiarmi”.
Su quell’affermazione e sul modo di cibarsi avrei qualcosa da dire. Qualcosa di non troppo signorile. Sono tentato di farlo. Mi trattengo. Ma non è forse vero che ci stiamo sbranando, con sentimento? Che la passione si nutre sempre della carne dell’altro Non ne avevo più la voglia. Né il tempo. A questo punto… Come si può vestire sulle proprie labbra un no? Quel rifiuto non è mai stato scritto. Assaporo compiutamente la sua bellezza. La bellezza della lusinga. Di ogni lusinga. Della propria presunzione. Della mia e della sua. Rinuncio a sedermi. Rimando ostinatamente il momento. Volutamente. Ormai sono affascinato da quella lotta. Da quella guerra dove non ci sono vittime e quasi mai si fanno prigionieri. Ne sono irretito. Disordinatamente. Involontariamente. Ora cosciente. Presente. Disorientato. Potrei allungare la mano. Non lo faccio. Ho troppa curiosità. Sono sicuro di me. Una sicurezza che lei continua a trasmettermi, in ogni momento. Strana. Temo di non saper palesare indolenza. Temo invece di palesare avida attrazione e intemperanza. Resto in piedi: “Sono… contento che hai voluto rimanere”.
Contento non è la parola giusta. E’ il termine adatto solo in quel contesto; nel ragionare. Un modo garbato. Per poi denudarci veramente. Liberarci di ogni paravento. Di ogni barriera. E lasciare voce solo alla carne. Al precipitare delle emozioni. E’ interprete perfetta della commedia che ha messo in scena, quasi ne fosse avvezza. Quasi l’avesse già interpretata. Non ho tempo di dubbi a riguardo. Lei è solo una donna. Né sta a me dire quale. Inseguire disagiate elucubrazioni di costume; morali. Chiedermi dei perché. Dei dopo. Stiamo solo decidendo quale deve essere il momento per denudarci. Entrambi. E lei svestirsi anche di quell’aria di signorilità. Per tornare ad essere solo donna. Per lasciare solo posto alla passione. Senza altre domande. Il momento nel quale accettare di diventare amanti: “Ti senti a disagio? E’ casa tua. –si controlla– Scusami. Che distratta. Non volevo. Non sarà perché mi si vedono le mutandine”?
In modo inopportuno e insistente i miei occhi non erano riusciti a starne a distanza sufficientemente. Non se ne erano allontanati che di qualche passo, troppo in fretta e per troppo poco tempo. Troppo tutto per non tradirmi. Il messaggio che le avevano dato era fin troppo palese e arrendevole. Era andato oltre anche alla mia stessa finzione. Avevo voluto essere e sembrare deliberatamente indiscreto, e invadente e sfacciato. Sa di aver vinto. Di aver piegato ogni resistenza. Anche quelle presunte. Anche quelle che non c’erano mai state. Le si vedono le mutandine e ne è consapevole e colpevole, e le si vedono in trasparenza. Che ci siano poi è assolutamente indifferente e quasi un inganno. E le si vedono per la sua caparbia voglia e decisione di farmele vedere. E allora perché dovrei deluderla. Toglierle l’ultima soddisfazione. Toglierle. La fisso diritto, tra le gambe spalancate. Ingoio. Mi invento un’ultima timidezza: “Anche”.
Ride. Si molleggia sui cuscinoni. Ride. Finge ancora di credermi. Osserva come il divano sia molto comodo; e enorme. Che ci sia posto a sufficienza. Cerca di convincermi che il diavolo non è poi così brutto come lo dipingono. Mi comanda: “Vieni qui”! Divertita. Come se tutto fosse cominciato leggendo sul dorso di quel libro. All’improvviso. Con sua stessa sorpresa. In una sorta di negazione. E di rinascita. Confessa che lui la fa sentire libera. Senza volerne fare una giustificazione. Non le impone nulla. Solo per rimandare ancora. Un’altra volta. Mi dice che non ha mai superato quella soglia del pudore. Mi prega di crederle. Mi ordina di farlo. Il tutto quasi in silenzio. Raccontato più con gli occhi che con le parole. Poi svela la sua ultima battuta prima di salutare il pubblico: “Se vuoi posso anche toglierle; subito. O puoi togliermele tu prima di dopo. Come preferisci”.
Non so se ha già posseduto tanta disinvoltura. Non mi interessa. Non rifletto sul suo umorismo. Sul suo sarcasmo. Credo stia sfidando anche se stessa, senza averne possibilità di conferma. E stia sfidando la propria fiducia. La sua stessa stima. E che in fondo abbia smesso di importarle. Le sue unghie le lacerano la pelle per l’impazienza, troppo a lungo trattenuta. Penso “Troia”! Dico: “Vuoi che andiamo di là”?
Si rilassa e si gusta il trionfo, la mia resa, la fine della lotta. Senza distrarsi da quella sua aria da gran signora sofisticata, con la voce impostata, senza spostare gli occhi, sfidandomi, si sfila la collana e mi interroga. Si libera degli anelli, e interroga il mio sguardo. Accenna al brillante e alza le spalle: “E proprio carino il mio… Ferry. Forse un po’ mammone. Ma mi vuol bene”. Gli occhi son accuratamente truccati e un po’ miopi. Li fa ancora più fessure. Passa la lingua sulle labbra e torna ad interrogarmi. In un’ultima provocazione. Si toglie gli occhiali e appoggia anche quelli al tavolino. Assume un aria accondiscendente e rassegnata: “Come vuoi”.

L’avevo interpretata come una di quelle che se la tira. Con un po’ di puzza. Che ha sempre un’opinione, anche quando parlano gli uomini. Che ti fa annusare l’odore. Il profumo. Che ti gironzola intorno. Cerca di portarti a guinzaglio. Cerca il complimento. Ti blandisce ora in modo suadente, ora in modo elegante, sofisticato, ora in modo impertinente sfiorando raramente la audacia. Che adesca solo per amor proprio, per poi lasciarti di stucco senza nulla nella rete. Rete. Non c’è mai stata troppa confidenza tra noi. Non è mai appartenuta al gruppo più ristretto. Mai entrata nel novero dei miei veri interessi. Sì! l’avevo notata, ma distrattamente. Solo per il suo modo di fare, e perché stava con Ferruccio. Forse mi dice: “Qui o là per me non cambia.” –non la sto più ascoltando. In cuore mi dico solo e orgogliosamente “Qui e là”. Naturalmente seguo opportunamente e senza fretta il suo consiglio: mi accomodo sul divano. Vicino a lei. Finalmente tace. Mi faccio più vicino. Sorride. Molto più vicino. Sorride. L’abbraccio. Credo che sorrida ancora. La bacio. Risponde disinteressatamente al bacio. La cerco. La trovo. Sospira. Mi lascia entrare in confidenza. Il seno è più di quanto mi avesse lasciato immaginare. L’abito un po’ mi aveva mentito. Il resto non mi resta che scoprirlo da solo. Scoprirlo. Cerco di infilare la mano. Ormai completamente curioso di lei. Non è che un attimo. La sua mano mi ferma. Si appoggia al mio petto e mi allontana leggermente. Mi fissa negli occhi. Ha un aria quasi di rimprovero. Resto interdetto. Contrariato. Incredulo. Perplesso. Cosa c’è? Torna a sorridermi: “Però dopo… se mi prometti… facciamo un gioco. Ti faccio un indovinello. Sai, ho visto un abitino. E’ una cosettina, ma è proprio bello. Non posso chiedere a lui. Se non indovini metti sul tavolino, cento euri. Gli altri venti ce li ho io”.
Ride del mio imbarazzo. E’ tentata di consolare la mia impazienza. Aveva, per un solo attimo, abbassato gli occhi come una santerellina in preghiera. Non era riuscita a tenerli bassi che per un momento. Non voleva chiedermi veramente scusa. Li riporta dentro i miei, fiduciosa. Non potrei mai dirle di no. Tanto meno ora: “E se indovino”?
Si sente molto sicura: “Il soldi non sono tutto. Cosa centra? Mi valuti tanto poco? Quelli sono solo la quota. –si toglie le sue invisibili mutandine per metterle tra il bicchiere e il piatto. Approfitta per bere un altro sorso. Gli occhi ammiccano e si fanno spudorati.– Quelli puoi metterceli anche subito sopra. Credo di essermeli già guadagnati. Che pensi? E poi non centrano con quello che stiamo…. Ormai lo farei lo stesso anche se non l’avessi visto. Sei carino. Sei stato gentile. Mi fai divertire. Abbiamo mischiato i ruoli e le parti. Non mi era mai successo. Così. Forse mi hanno educato nella menzogna. Se però indovini la risposta, né dubito, vorrà dire che in cambio io, senza nemmeno rivestirmi, ti faccio cena; invece delle tartine. Quelle se segui il mio consiglio ti durano; in frigo. Insomma cena in casa o mi porti a cenare fuori”.
Prendo le mutandine e le porto al naso. Aspiro. Segue il mio gesto e condanna, con compiacimento, la volgarità del mio fare. Mentre la lascio ancora, per un attimo, in attesa della risposta affondo le mie dita in lei. Non se la prende. Sorride. Mi lascia fare. Fiduciosa. Sospira soddisfatta quando mi vede infilare la banconota in quel respiro di tessuto impalpabile. Alzo il suo stesso calice e aggiungo solo: “Affare fatto”.
Si mette comoda. Alza le mani in segno di resa. Sorride soddisfatta. Si lascia togliere il vestito. Mi esorta nuovamente a guardarla, fiera. Mi consiglia a non avere troppa fretta. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo, e anche di più. Non è una donna da rinunciare ad avere l’ultima parola: “E’ solo perché è tanto carino. Credimi. Dovresti vederlo. Anzi, se vuoi, vengo a fartelo vedere”.
Solo per i soldi le sarebbe bastato limitarsi a chiedermeli. Ma forse sto lasciando parlare il mio orgoglio. O forse lo sapeva fin dall’inizio. La guardo e non mi sembra più la stessa. Mi pare diversa. Certo per quel poco l’avevo sempre vista vestita. Vestita anche di sobrietà e di alterigia. Vestita e fuori dalle chiacchiere. Mi domando se anche quella presunta volta seguente… se… cioè… se verrà… quanto mi costerà. Quanto mi potrà chiedere la prossima volta per vederlo, e quanto per toglierglielo. Se il prezzo è lo stesso per levarselo e farselo sfilare. Quanto pensa possa valere ogni suo capo di abbigliamento. Per esempio quelle sue mutandine. O una delle sue scarpe. Una di quelle calze. A questo proposito, non so se perché se ne è scordata ma, non le ha tolte. Poi smetto di pormi domande. Ringraziando Vanessa.

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Uomo anziano fa ballare una bambina al parco. Foto in B/NOdio le principesse. Lo zio Augusto mi veniva prendere a scuola. Avevo detto a mamma che non volevo. Che preferivo farla in bici. Diceva che la strada era lunga e pericolosa. Che dovevo dirgli grazie. Che ero un’ingrata. Che pericoli può nascondere una strada di giorno? Mica ingoia le cose. Di lui invece nessuno aveva saputo più nulla. Sembrava un segreto. Si sussurra sia stato a lavorare all’estero. Come fosse una colpa. Era riapparso festeggiato e senza domande, e io avevo e non avevo undici anni.
Lo zio Augusto era simpatico a tutti. Faceva incredibili giochi con una moneta, sulla fronte, sulla spalla. La faceva sparire. E anche con le carte. E altre cose da diavolo. Aveva il sorriso sempre gorgogliante e sembrava conoscere tutte le storie. Così mi faceva salire sulle ginocchia e me le raccontava, quelle storie. Credo che qualcuna se l’inventasse. Le diceva con voce calda, quasi in un sussurro; come me le confidasse in un orecchio. Come un segreto. E in tutte o quasi c’era una principessa. E lui finiva allegro spiegandomi che ero io la sua principessa. Nessuno mi avrebbe creduto. Lui andava e veniva e nessuno gli chiedeva dov’era stato. Probabilmente fuggiva per un po’ finché qualcuno dimenticava.
Con due fratelli l’avevo imparata presto quella differenza. Eravamo spesso soli in casa. Era soprattutto Rolando, quello subito prima di me. Mi aveva anche spiegato che era solo un gioco, e che non era un gioco, perché ai maschi piace che una ragazza sia carina con loro. Perché quelle cose piacciono agli uomini. Si sentiva già maschio e uomo. E mi ripeteva che ero cretina. Che ero solo una bambina. Che avrei capito, col tempo. Che mi insegnava cos’era la vita. Che avrei dovuto dirgli grazie. Ma nemmeno lui le sapeva bene le cose. Voleva solo darsi arie. Era solo un ragazzetto che aveva fretta di crescere. Se protestavo o provavo a scappare mi riprendeva e diceva: “Sei solo una sudicia mocciosa”. Mi chiamava sempre così mio fratello Rolando quando voleva insultarmi: “Sudicia e mocciosa”.
Un giorno mi ha costretta ad andare con lui. “Riccardo se l’è lasciato scappare”. Mi ha portata a spiare l’Elvira che lo faceva con Riccardo, mio fratello più grande, sulla paglia della stalla. Mi sentivo confusa e colpevole a guardare gli altri di nascosto. E non capivo i versi che facevano. Me li ricordo ancora. Li ho qui davanti agli occhi. Così Rolando, per prendermi in giro, ha cercato di spiegarmi. E di dirmi che ci sono molti modi per far felice un uomo. Anche senza restarci. Era la prima volta che vedevo due grandi fare all’amore. Dopo abbiamo spiato anche la mamma. Non avrei mai creduto allora che anche la mamma facesse quelle cose. Non era possibile. Ma in fondo le nostre erano quasi solo parole. La sua curiosità di ragazzo che cambia. Quel leggero prurito. Quel fingersi adulto. Anche l’imbarazzo inconfessato del disagio. Dell’immaginazione che corre troppo veloce. Stavamo crescendo insieme.
Con zio Augusto era diventato diverso. Lui era un uomo, e un uomo grande. Sapeva di tabacco e di sudore; di poca pulizia. Mi diceva come stavo diventando grande. Che mi stavo facendo una vera signorina. E bella. Avrei voluto credergli. Provare orgoglio. Per quanto cercassi non mi vedevo bella. Lui intanto continuava a parlarmi. E io ero stretta sulle sue ginocchia. Mi teneva la mano e con la sua mi insegnava come muoverla. “E’ il nostro piccolo segreto”. “Non devi dirlo a nessuno”. E io avrei voluto gridare. Dirgli che non mi piaceva quel gioco. E che non mi piacevano i segreti. Non ero mai riuscita a conservarne uno. Ma lui chiudeva gli occhi beato e mi diceva: “Sei la mia piccola principessa”. E che dovevo guardare. E vedere cosa succedeva. Cosa fanno le donne agli uomini. Ma se si sporcava i calzoni se la prendeva con me. Si arrabbiava, ma gli passava subito in una soddisfatta risata di rimprovero.
Le prime volte era stato già dentro la macchina. Mi porgeva un fazzoletto. Mi diceva che ero proprio brava e lo facevo felice. Cercavo sempre di non restare sola in casa con lui. Inventavo delle scuse. Nessuna scusa funzionava. Allora mi rintanavo nella mia cameretta. Mi chiudevo a chiave. Mi prendeva inquietudine già quando sentivo i suoi passi pesanti sulle scale. Dopo poco arrivava e mi costringeva ad aprire. Mi accarezzava i capelli come per consolarmi. Mi chiedeva perché ero triste. “Prova a dargli un piccolo bacino”. Mi faceva orrore. Lo zio Augusto sapeva odore. E più che un segreto mi sembrava una limega. Ma la sua grande mano sulla testa era molto convincente. Era molto più forte di me. E quella mano mi accarezzava sotto le gonne. E io mantenevo quel maledetto segreto perché mi vergognavo a dirlo. Perché avevo visto lei, mamma, quella volta con lo zio Augusto. Mi avrebbe detto che ero una piccola vipera. E bugiarda. E mi avrebbe punita.
Lo zio si fermava spesso a cena e lei rideva alla sua allegria. Guardavo quell’uomo che si comportava come un padre e incredula capivo che poteva avere tutte le donne che voleva. Quelle sere, quando se ne andava, prendeva l’uscio sempre barcollando per il vino. E salutava mamma con una grande pacca sul sedere: “Mi sembra che ci stiamo allargando”. Lei gli diceva che era un cretino, ma glielo diceva compiaciuta. Come se avesse detto anche a lei principessa. Poi rigovernava canticchiando tutta presa nei suoi pensieri. E io l’aiutavo e finivo di asciugare le stoviglie. Non ho mai capito se mia madre non sapeva o non voleva sapere. Avevo orrore dei miei giorni e mi consolavo pensando al futuro. Per fortuna a scuola me la cavavo bene.
Tutto questo prima che lui sparisse l’ultima volta. E prima che lasciassi casa senza dare veramente il mio indirizzo. Mi sono iscritta all’università e ho cambiato città. Lavorando per pagarmi gli studi e la stanza. Non era stato difficile imparare ad arrangiarmi da sola. Il posto era piccolo e buio ma a me bastava. Mi credevo che questo fosse solo il mio passato. Non lo avevo mai dimenticato perché non si può dimenticare, ma avevo provato a vivere. Finalmente ero uscita dal mio incubo. Tutto era cambiato, persino gli amici. Ho ritrovato la mia serenità. Mamma telefonava qualche volta per sentire come stavo. Non proprio spesso. Certe sere nemmeno mi andava di sentirla. Se voglio notizie le chiedo ai miei fratelli. Con loro ancora qualche volta ci si vede. Soprattutto con Rolando. Ho veramente voluto lasciarmi tutto dietro. Ho sempre saputo che anche il peggior incubo finisce col mattino. E non ho mai creduto alle favole.
Poi una sera sento bussare. Vado ad aprire e me lo trovo davanti, lo zio Augusto. Lui non parla, io non dico niente. Poi istintivamente lo spingo con energia e rabbia per il petto e precipita giù per le scale. Lo osservo, senza emozioni, ballonzolare gradino per gradino. Si trascina fuori. Sarà la mamma a dirmi che all’ospedale ha raccontato che è caduto in casa. Non ci crede ma non sa cos’è successo e non lo può immaginare. Dice che “Poverino, un dramma permanente. Zoppicherà per sempre”. Le spiego che no! non andrò a trovarlo all’ospedale. Lo odio e preferirei fosse morto, ma questo non lo dico a lei. I segreti sono segreti per sempre. Cerco di essere convincente col mio distratto mi spiace. Le chiedo notizie di tutto il resto. Lei mi parla ancora solo di lui per dirmi che ora gli sarà ancora più difficile trovare un lavoro. A che gli serve se si fa “prestare” i soldi dai miei?
Il mio ragazzo non sa. E’ paziente e gentile. Capisce solo che qualcosa non va. Mi dice che saprà aspettare. Non pretendo possa capire; è un uomo. Per andarmi anche mi andrebbe. Gli voglio bene veramente. E’ solo che la voglia passa subito. Il sogno svanisce in un istante. Dopo il primo bacio mi prende qualcosa, una sorta di angoscia. Non so far altro che ritrarmi. Chiudermi in me. Eppure certi giorni mi pare proprio di riuscirci. Subito restiamo delusi entrambi. Lui dice che non vuole sforzarmi. Crede di capire. Gliene sono grata. Lo adoro, anche se quasi solo per telefono. Comunque senza toccarci. Quando mi tocca scatta quel qualcosa. Le sue mani sono quelle dell’altro. Le sue mani sono orribili, anche se non lo sono. Mi invento delle scuse. Che non mi sento sicura. E’ solo che lo zio Augusto non è mai uscito dalla mia vita. Devo andare a cercarlo e chiudere quella storia. Zoppicando viene ad aprirmi. Resta sorpreso sulla porta. Lo spingo dentro: “Come stai, vecchio”?
Vive in una stamberga che puzza di alcol, di fumo e di fritto. Non deve essere stata rigovernata da anni. I piatti inondano il lavello. Uno schifo. Proprio come lui. Lo spingo sul letto. Non ci avevo pensato prima ma decido in quel momento. Mi spoglio nuda in piedi, davanti a lui. Pretendo i suoi occhi su me. Sono molto cambiata. Più di quello che vede. Mi guarda ed è lui ad aver paura. Quasi mi fa pena. E allora ricorro al ricordo. “Cosa c’è? Non ti piaccio più, vecchio? Ora sono una donna. Non sono più quella bambina”? Salgo sulle coperte luride. Lo sfido con rabbia: “Che c’è, non ce la fai”? Fatico a restare nella parte. Lo odio ma non mi è mai stato facile essere cattiva: “Non sono più la tua principessa”? Forse pensa di rispondermi, poi preferisce tacere. Respira a fatica. I suoi occhi mostrano terrore. Mi nutro di quel sentimento e mi da forza. Sono decisa di me. Gli do un calcio sulla gamba offesa.
Non è più troppo grande. Allora ci prova e mi chiede scusa. Mi chiede perché. Vuole saperlo. Sentirselo dire. Come se da solo non lo sapesse. Come se almeno lui fosse riuscito a dimenticare. Mentre mi domando quante volte lo spiego a lui: “Voglio fuggire e diventare finalmente una donna. Avere una famiglia. Dei figli. E voglio che quei figli possano andare e tornare da scuola in bicicletta”. Sono parole che mi ero preparata da tempo. Passo la corda intorno al collo e al lampadario e lo costringo a tirarla da solo finché l’istinto non cede ed ha bisogno d’aiuto. Ho già pensato a tutto: sparirà di nuovo e anche questa volta nessuno si chiederà né dove né perché. La vita è proprio assurda, quasi ironica, che mi verrebbe da ridere; proprio mentre esala il suo respiro gli torna la boria. Per un istante torna a sentirsi uomo. Lo faccio come un addio e godo mentre lui muore. Eppure stavolta il senso è di liberazione. E’ la mia prima vera volta ed è piacevole; è rivalsa. E quando trovo quel quaderno a righe con quella grafia incerta so chiaramente cosa fare: scrivo una cartolina d’addio a nome suo e la concludo con “Alla mia principessa”.

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Incontrarla non è stato facile. Non lo sarebbe stato per nessuno. Non che mi sia sentito veramente in pericolo, quello no! ma un poca di inquietudine l’ho trovata da subito. Le ho chiesto se si era persa. Pareva non sapesse parlare. Il suo sorriso era rassicurante; per lei. Sicuramente sapeva dove si trovava. Era padrona di ogni cosa. Nemmeno ha ritenuto opportuno tranquillizzarmi, darmi una sola risposta. La sua sicurezza era dipinta in tutto il suo viso. Ero io che mi ero perso. Ma lei non volle approfittarsene. Tra quei sentieri non è semplice ritrovare la strada. Raccoglievo funghi, o almeno uno di noi due era andato nel folto per raccoglierli. O forse mi convincevo che le cose stessero così. E forse avevo cercato quella avventura. Cerco era tanta la mia confusione. Mi era stato detto che a volte la ragazza si aggirava da quelle parti. Curiosità? L’insisto della caccia o dell’uomo? Non ero più sicuro di niente. Certo il suo comportamento, quel sorriso e quel vestito, erano insoliti. Tutto era insolito. Un mantello rosso. Il suo fascino distratto. Il suo sorriso provocante eppure naturale, come se dovesse conquistare tutto. E tutto solo sperare e sognare di lasciarsi conquistare. L’odore di muschio. Il suo odore di fragole e miele. Un accenno di pudore. La mancanza di pudore. Mi chiesi cosa ci facevano là due personaggi come noi. Forse era vero che l’avevo cercata. Forse era vero che mi aveva trovato. Nulla è mai come sembra. Non ho osato chiederle dove andava. E poi mi sarebbe parso superfluo. Avevo sentito mille volte mille storie. Non pareva avere fretta. Era come mi stesso attendendo appoggiata a quel tronco. E quando aprì la cappa finì completamente, d’improvviso il mio fiato. Credo stesse per slacciarla o almeno così mi sembrò.
Il sole si infilava tra le fronde fitte cercando di baciarla. Ero senza parole e senza forza. Inconsapevole di ciò che succedeva intorno. Incredulo e scuotevo la testa cercando di rendermi conto. Per quanto avessi sentito non avrei mai potuto immaginare abbastanza. E forse mi ero anche distratto. Sarebbe potuto succedere a chiunque e credo sia scusabile; plausibile. Volevo offrirmi se la potevo accompagnare. Sembrava disinteressata e non aver più nessuna meta. Certamente mi ero distratto. Al seguito di un rumoroso frusciare di foglie inaspettato e all’improvviso spuntò: un omone grande e grosso. Due spalle larghe come tutta la lunghezza delle mie braccia. La faccia che c’era conficcata dentro aveva la mascella quadrata, due occhi carichi di rabbia e le fattezze plebee. Il naso era spiaccicato come avesse picchiato contro una roccia dura. La sua voce era più un grugnito che un suono umano. Ci fu vicino con passi lunghi quanto tre dei miei. Fui pervaso da un indescrivibile spavento. Come se fossi stato sorpreso mentre commettevo un gesto infame. Lei si giustificò subito: “Non sono stata io. E’ stato lui. E’ arrivato e ha cominciato a guardarmi come un cretino. A fare il cretino”. Capii che non dovevo essere là. Forse non aspettava me e nemmeno il caso. Dovevo avvertire il branco. Mettere in guardia gli altri. Cercai timidamente di dire a quel gigante: “Signore, abbiate pietà di un povero lupo”. Quell’uomo che si dava le arie di un guardiacaccia ma era stato un volgare cacciatore di frodo, alzò l’enorme mano ma poi la trattenne. Mi guardò senza degnarmi nemmeno di disprezzo. Come fossi solo la nullità che ero. La prese sotto braccio e si allontanò. Me l’ero proprio vista brutta. Anche se ho deciso di uscire dalla favola, da quel pomeriggio non riesco a fare altro che pensare a lei.

P.S. Foto “rubata” dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato

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