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Tornando a parlare di vampiri, ai quali continuo a non credere, i soliti sciocchi sono abituati a pensare ai libri, ai films, a prestare fede a tutto quello che si racconta, alla Transilvania. Ripeto che non esistono, non almeno i “non morti” che girano nella notte in cerca di prede, ma se ci fossero li vedrei più facilmente immersi nella nebbia londinese. Con più facilità ancora potrei immaginarli mescolati tra noi. Quelle narrate e passate a leggenda sono certamente figure simboliche. Per la mia esperienza si potrebbe dire che potremmo individuarli in quelli che si approfittano dell’ingenuità o della bontà degli altri. Io che sono signora della notte, forse La Signora della notte, potrei affermare che non frequentano quelle ore, né quei locali, ma che anzi, se si possono individuare in qualcuno questo qualcuno è decisamente abitante del giorno. Persino fin dalle prime ore. Non vorrei sembrare cinica ma sono tentata di pensare che i miei operai, che tra l’altro amo con profonda tenerezza, sono la cosa più vicina alla mia astrazione di vampiri. Sempre per dire. Non sono forse loro che si nutrono del mio sangue? Non sono forse proprio i salariati, quelli che si fanno chiamare proletari perché non sanno che fare figli, a nutrirsi delle nostre fatiche? E non aggiungo altro che ieri, a causa di uno sciopero, si sono ritardate tutte le consegne.
Se ho un nome e la gente mi considera e mi chiama Signora Elisabetta è perché me lo sono guadagnato, ma questo l’ho già detto. Io ero proprio come loro, le mie operaie, e lui, il mio primo, girava per il capannone e allungava le mani; e quelle ridevano. Sempre pronte e sempre disponibili in tutto e per tutto, la testa china e pedalare, anche così sudate. Quando s’è provato ad infilarle nella mia scollatura, che ho ancora un décolleté che si rispetta, io gli ho lasciato uno sguardo avvelenato di sfida. L’ho aspettato dopo l’orario e gli ho fatto capire che non ero come le altre, una da una botta e via. Povero vecchio, gliel’ho fatta ricordare all’infinito quella notte e l’ho lascito assolutamente senza fiato. Non ero certo alla prima esperienza e lui una come me non l’aveva ancora trovata. E subito ho messo in chiaro che le mani doveva tenerle al loro posto che di carne ne avevo a sufficienza. Qualche palpeggiatina sul lavoro poteva passare, qualche avventuretta di una notte, perché io capisco che un uomo abbia le sue fantasie e che non gli puoi propinare sempre la stessa pietanza, in fondo mi annoio anch’io, ma una storia non l’avrei mai sopportata. Ho detto “una settimana bianca” e ti insegno tutto quello che non sai; e gli metto il guinzaglio al collo. Non è forse stato così? Non c’è voluto di più. Ho imparato a sciare e a non perderlo mai di vista. Al ritorno eravamo già commendatore e moglie. Mica che sia stato tutto rose e fiori. Anche di questo ne ho già fatto cenno. Era più l’arroganza di pavoneggiarsi con una bella donna, e senza falsa modestia posso dire di esserlo sempre stata, che desiderio concreto del piacere per il suo corpo.
In verità non si è mai mostrato geloso, ma da subito avevo capito che qualcosa non andava. Guardava i ragazzi come avrei dovuto guardarli solo io, allo stesso modo e anche di più; questo non me l’aspettavo da uno nella sua posizione. Li guardava e li pagava, e spendeva una fortuna e un’altra a riempirsi il naso della forza per attraversare quelle notti e quelle battaglie. E ha fatto prendere un po’ anche a me di quel vizietto anche se non era il fiato lungo che mi mancava. C’era solo quella frenesia, quella sorta di fretta. Ma di giorno era un vero e proprio straccio, povera stella, e anche gli affari non se ne giovavano. Ho dovuto imparare a prendermi sulle spalle tutta la fatica e le responsabilità e gli ho insegnato a guardare me e me con loro. Gli ho aperto gli occhi a un mondo. Loro erano carini con lui a ringraziamento del fatto che ero cortese con loro; della mia disponibilità. Con i soldi si può comprare tutto quello che si vuole. Eravamo soddisfatti tutti: è rimasto un vizio ma è diventato un vizio che non ci spremeva troppo. Ma i miei amici me li tenevo stretti, nel vero senso del termine, e non andavo certo a raccontarli a quel depravato. Poi una sera ha voluto provare a vedermi con una donna e io naturalmente l’ho accontentato e gli ho regalato anche quella avventura, perché non avesse proprio nulla di cui rimproverarmi, e ha solo guardato e non ha partecipato. Dentro mi son detta “Contento lui…” ma non è stata nemmeno la fatica che credevo, un’esperienza come un’altra, che nel tempo è diventata quasi normale, anche senza lui, per cambiare; anche se continuano a piacermi gli uomini, possibilmente giovani e robusti. E lui aveva gli stessi miei gusti e gli piacevano sempre di più e delle donne, di tutte le donne, s’era ormai annoiato. E forse proprio questo servì a tenerci ancora più uniti.
Non dovessi pensare ai miei operai sarei una donna completamente serena e felice; quasi inoperosa. E vi sembrano meno vampiri quelli delle tasse che hanno succhiato fino all’ultima goccia di sangue tutta l’Italia? I miei capricci e le mie soddisfazioni me li so prendere e godere. Non c’è niente di meglio poi che lasciarsi pigramente a letto. Quello che mi ha insegnato la vita è che quando trovi quello giusto non devi avere un attimo di esitazione, devi gettarti subito sulla preda prima ancora di pensare, e così ho fatto allora: Ho affondato subitamente i denti sul suo collo fino a sentire il gusto inebriante del sangue. La vita poi ha voluto privarmi presto del mio primo marito. È stato un grandissimo dolore, anche se avevo già conosciuto grazie a lui il mio nuovo sposo, ma anche l’apice della mia fortuna. E assicuro tutti che lui non torna a passeggiare nella notte. Ho dovuto fare da sola e ho preferito la cremazione e ho l’urna con le sue ceneri sopra la mensola del caminetto. Questo a conferma che i veri vampiri sono solo nelle fantasie malate.

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S’è subito sparsa la voce: “Pare che quelli di via dei Mille vogliano entrare nel nostro territorio”. Si è creato un gran trambusto ma il grido unanime è “Andiamo”. In un lampo siamo lì tutti radunati e si sono uniti a noi anche quelli più grandi. La loro presenza è invadente ma ci fa sentire più forti. Giovannino ha portato la nostra bandiera con la lepre che salta e la scritta: Resistenza o morte. Nella fretta qualcuno è arrivato così com’era e qualcuno si è presentato disarmato. Silvio addirittura ha il pallone della partita interrotta sotto il braccio. Gli dico che forse è meglio se lo lascia lì.
C’è il fervore dei preparativi e l’eccitazione che precede ogni evento importante. Mi allaccio la scarpa e mi sistemo alla bell’e meglio. Mi guardo intorno e ci siamo quasi tutti. Provo a dire la mia ma nessuno sembra sentirmi anche se cerco di alzare la voce. Ormai hanno deciso all’unanimità: “E’ guerra”. Cesare in bicicletta va in un lampo a fare di vedetta. Ho sempre pensato che le donne siano una palle al piede per queste cose, stanno bene a casa quando c’è pericolo, ma sono contento che sia tra di noi perché lei non è come le altre e sa rendersi utile. E’ con suo fratello e sa farsi rispettare e ha una lingua lunga. E poi a lei ci penso io, in fondo aspettavo questa occasione. Le gironzolo intorno deciso a non perderla di vista, ma l’anarchia è all’apice. Chi va da una parte, chi va da un’altra, ci vuole qualcuno in grado di organizzare quel concentramento spontaneo.
Nella foga Gilberto, tutto impolverato, s’è già strappato la maglietta che sembra un reduce. Qualcuno si spinge a gridare alla secessione, altri alla rivoluzione. Dalla bocca di Beppe, com’è ovvio, sgorgano fiumi di dubbi; è il solito cagasotto. Il momento è serio. Mi giro e Tania è ancora poco lontana da me, ma ha cominciato a fare la stupida con Stefano, gli gira intorno, ride per ogni nonnulla e civetta. Io ci ho perso la testa per lei e la cosa non mi va, ma con Stefano preferisco non mettermici contro. Lui è un pezzo di marcantonio e ha il rispetto di tutti. Non che ne abbia paura ma sarebbe stupido mettersi a discutere tra noi in un momento come questo. E suo padre è maggiore per davvero. Ma con lui non potremo mai essere amici, troppe cose ci dividono, oltre all’età. Poi li vedo allontanarsi e quando torna, dopo di lei, ha un’espressione stupida e soddisfatta e si sta sistemando i calzoni. Strizza d’occhio a tutti e gonfia il petto. Sembra aver deciso che dev’essere lui a prendere il comando e dice solo: “Cosa stiamo aspettando”?
Non me lo faccio ripetere due volte. Ci dividiamo in gruppi. Io capito nel gruppo con Tania. Alla fortuna va data anche l’occasione e un po’ di aiuto. Abbiamo il compito di vigilare al Ponte di Legno. Se li avvistiamo dobbiamo tenere la posizione ad ogni costo e far fracasso per far arrivare gli altri. Per dirla è una postazione tra le più rischiose. Non c’è un vero e proprio sentiero ma c’è il grano alto e i ciliegi. Ci acquattiamo sulla riva e si sparge un silenzio teso tra noi. Lei si piega per guardare oltre il margine. Sembra un’attrice. Ha una posizione affascinante col sedere che sembra un vero invito. I jeans sono tesi in una esse piena, non resisto e allungo la mano e le dò una pacca. In un lampo accecante che non mi lascia un secondo per accorgermene mi stampa una cinquina sulla guancia che mi turbina l’universo in testa. Non ho il tempo di protestare perché mi sputa addosso uno “Stupido!” rimbombante.
Si spargono le voci più varie ma non avvistiamo anima viva né sentiamo altro suono che il silenzio della campagna. Continuo a riflettere su quanto è successo pieno di domande prive di risposte senza distrarre la mia attenzione. La sbircio e pian piano il rancore si stempera, è troppo bella perché possa durare a lungo. Un passero centrato da Claudio cade al suolo. La tensione resta alta. Lei invece guarda fisso lontano sempre con quell’aria da offesa. Decisamente se l’è presa. Studio come farmi perdonare. Fiorenzo finisce coi piedi nell’acqua e se ne esce blaterando. Frugo in tasca e non trovo un fazzoletto. Sto sudando.
L’inquietudine è insostenibile. Mi preoccupo per lei. Le chiedo se per cortesia vuole andare dagli altri per dir loro che è tutto tranquillo. Nemmeno mi guarda e mi risponde: “Vacci tu. Io resto dove si combatte”. Non è il coraggio quello che le manca e, per quello, nemmeno il fascino. Finalmente si staglia una figura in lontananza. Sono il più pronto. Lo centro alla testa ma solo di striscio e distinguo come comincia subito a sanguinare. Ho il tempo di riconoscerlo dalla voce con cui in un attimo si allontana bestemmiando: è solo Erdet il barbone. Un personaggio inoffensivo, capitato per caso. Non fa nulla, mi sento un eroe e soprattutto lo sono soprattutto per gli altri. In più dovrebbero starsene a casa loro e non immischiarsi nelle nostre faccende. Cosa ci viene a fare nei campi, in territorio di guerra? Inoltre, nella fretta, ho appoggiato male il piede e mi son preso una storta alla caviglia; ora zoppicherò per un pochino. Il modo in cui Tania mi vede è cambiato, è tornata a guardarmi e ha ripreso a sorridermi, e mi sento grande. Come dice la canzone maggio è un bel mese per morire.
Le ombre della sera cominciano ad allungarsi e ancora non si è ingaggiata battaglia. La prima voce che si sente in lontananza è proprio quella della madre di quel cafone di Stefano che lo chiama per cena. Pian piano tutti si alzano e se ne vanno. Restiamo solo io e lei e lei mi fa un sorriso disarmante. Mi abbraccia con calore e mi stringe a sé. Mi dice che è fiera e di stare attento a me. Sento ansia nel suo respiro. Sento il suo corpo contro il mio e il contatto benevolo del suo seno che si sta sviluppando. Mi esorta fraternamente, ripetendomi quello “Stupido”, a non farlo più ché noi siamo veri amici. Sono al settimo cielo e anche un po’ deluso. La lascio lì e scappo a casa perché è tardi e non voglio che mi veda con i lucciconi agli occhi.

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Due case e mezza è un piccolo paese, come ci si può già immaginare dal nome. Prima di esservi destinato lui ne ignorava persino l’esistenza e si era chiesto se era segnato nelle carte. Segnato doveva essere segnato, e il territorio era anche ampio, solo che gli insediamenti erano sparpagliati. Per lui era stata una promozione inaspettata, la provincia era invece molto estesa e tranquilla. Sarebbe stata una noia, la vita che lui, appuntato scelto della benemerita, aveva sempre sognato, non fosse che avevano cominciato ad arrivare quelle denunce di vecchietti scomparsi. Scomparsi senza un funerale e senza nessun preavviso. Nessuno aveva dato grande importanza ma poi avevano cominciato a trovare quei mucchietti di cenere e frammenti d’ossa sparsi per le campagna. In alcuni di quei frammenti erano evidenti segni di denti. Lo scosse dal suo torpore il risultato che quei segni di denti non appartenevano sempre ad animali, anzi erano presenti in tutti i reperti solchi lasciati da denti umani. Non voleva credere di potersi trovare davanti ed un caso di necrofagia se non addirittura di cannibalismo.
Come si suole dire brancolavano pigramente nel buio, e i mansionari non gli erano di grande aiuto. I nonnetti continuavano a sparire. Non avevano nulla in comune tra loro né si frequentavano o si conoscevano. Invece qualcosa in comune c’era, ma gli ci volle del tempo per scoprirla in mezzo a tutte quelle carte. Vivevano tutti in casupole isolate, vivevano tutti con poco e nessuno aveva dei nipotini. Era poco ma da quel poco poteva cominciare a muovere una certa curiosità. Fu così che, intervistando vicini, seppe che pochi sapevano qualcosa sugli scomparsi, ma che la maggior parte d’essi affermava che erano vecchi scorbutici e che non amavano i bambini. Gli sembrò che fossero pettegolezzi privi di importanza. Nemmeno lui aveva in gran simpatia il trovarsi mocciosi tra i piedi. Quella sera telefonò controvoglia a Livia perché faticava con quell’amore a distanza, e lei curiosa gli chiese di come non procedevano le indagini. Cercò di salutarla con un minimo di ottimismo anche se in cuor suo aveva la certezza che tutto sarebbe finito come una bolla di sapone. Doveva esserci un’altra spiegazione logica. Quella notte sognò il ritorno dei vecchietti arzilli da una gita in qualche posto di fede in cui erano andati a chiedere uno sconto sull’età e sugli acciacchi. Al mattino il suo ottimismo trovò delusione.
Naturalmente fu un vero caso a risolvere il caso. Quel mattino se ne stava andando a funghi quando sentì delle lamentele provenire da un piccolo casolare poco fuori dal sentiero. Si avvicinò e scoprì due ragazzi nell’intento di spingere dentro un forno un’immonda vecchietta che cercava di opporre una testarda e strenua resistenza. Accompagnati al commissariato gli dissero di chiamarsi Carlo e Carla e, dopo qualche resistenza e vari mutismi, gli spiegarono che una vecchiaccia prima di quella vecchiaccia li aveva accolti in casa, chiusi in una gabbia e ingrassati per farne cena. Gli spiegarono anche com’erano riusciti a liberarsi e come la decrepita quasi cieca fosse finita a sua volta nel forno al loro posto a far da pranzo. Si giustificarono perché dopo tanta prigionia non gli era stato più possibile ritrovare i disperati genitori e avevano dovuto in qualche modo arrangiarsi, e in quell’arrangiarsi avevano perseguito la vendetta contro quei vecchi scorbutici ingordi di ricordi e di carni giovani. Restò allibito soprattutto per le rimostranze della vecchia dagli abiti bisunti e dal fiato pestilenziale da aglio, ma volle andare fino in fondo alla cosa. Non trovò un pretesto per trattenere la obsoleta e dovette, a malincuore, invitarla ad andarsene, ma grazie alla sua coscienziosità scoprì il vero nome di quei due fratelli privi di documenti che non si chiamavano Carlo e Carla, ma Hänsel e Gretel, cioè con nomi a dir poco inusuali.
I due ragazzi, ormai diventati quasi adulti, senza perdere i loro “sogni” da ragazzini, erano di quelli che vengono definiti immigrati di seconda generazione. Certo avrebbero avuto le carte in regola essendo scesi verso sud, se solo si fossero potuti rintracciare i genitori. Ma, è comune e noto, che chi viene da una cultura diversa un po’ di quella cultura se la porta sempre dentro. Assieme ad abitudini differenti e insolite, usi e costumi, a strane forme religiose non raramente infarcite di esoterismo, a manie e quant’altro. Ci vogliono generazioni e generazioni per lavarsi di dosso tutto un retaggio culturale, eppure nessuno aveva prima pensato a loro, tradito anche dai nuovi nomi che s’erano dati. Carlo e Carla sono nomi talmente comuni dalle nostre parti da non lasciare spazio al minimo sospetto. Inoltre il loro aspetto era quello di due ragazzi a modo pasciuti e ben nutriti, non certo quello che possono avere due zingarelli abbandonati. Fu subitaneamente fatto un comitato di sostegno in favore degli orfanelli e una raccolta di fondi, e furono presto trovate un paio di famiglie disposte all’adozione. La vecchia fu rifiutata anche dal ricovero, venne sfrattata e fu costretta con tanto di ordinanza comunale ad andare a vivere in città, domiciliata malvolentieri presso il figlio maggiore. Tutto il paese fece una gran festa per la sua nomina a brigadiere. Unica nota di amarezza fu che ricordò di aver dimenticato presso quella stamberga i funghi raccolti e che, tra tante preoccupazioni, la stagione era volata via. Chi l’avrebbe sentita Livia, lei che ne era molto ghiotta? Decise di aprire un fascicolo per appropriazione indebita, ma il tempo è l’unica cosa che non si può mettere in cella.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra leFoto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

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Mi disse “Vieni con me!” promettendomi una vita che non avrei potuto immaginare. Macchine e allegrie. Feste e musica. Locali e boccali di birra. Notti sfrenate e stremate. Risate. Fumo. Benessere. Un tappeto volante, come nella favola di Alì Babà. O almeno così immaginai e mi lasciò fantasticare. E io fui così stupida da credergli. E fui così stupida da credere alla sua macchina nuova, ma ero ancora una ragazzina. Cosa può sapere una ragazzina?
Non avevo dormito per tre notti prima di seguire il mio principe azzurro. Prima di scappare per sempre da casa. All’inizio fu proprio così. Fu più di quello che ero riuscita a sognare. Almeno per alcuni giorni. Ero felice e facevo di tutto per poterglielo dimostrare. Mi sarei buttata sul fuoco. E’ proprio quello che avrei fatto. Era incredibile. Ero ammirata e corteggiata. Una sera mi ero trovata tra uno che diceva di essere un regista e uno che mi diceva che faceva l’attore e finii un po’ brilla. Quest’ultimo era proprio piacente e aveva un grande fascino, ma io non avevo occhi che per il mio lui. Non che fosse bello, né che fosse giovane, ma era tutto per me. Pendevo dalle sue labbra e non perdevo una parola. Cercavo di renderlo orgoglioso di me. E mangiavo quel poco perché era nell’etichetta e per non ingrassare. Guardavo quel mondo che mi regalava e imparavo. Imparavo per diventare anch’io una vera signora. La sua principessa.
Durò un mese, forse due. Poi cominciai ad avere i primi sospetti. Qualcosa che ci turbava. L’albergo che protestava per il ritardo nel pagamento della stanza. Cene disertate all’ultimo. Strane telefonate. Persone che non si facevano trovare. Piccole avvisaglie a cui forse non diedi il dovuto peso. Un giorno mi confidò che se non pagava gli avrebbero sequestrato la macchina, e che era un momento difficile ma passeggero. Come detto avrei fatto qualsiasi cosa per lui e glielo dissi.
Mi spiegò che doveva quei soldi ad un vecchio bancario che si era anche esposto per lui. Gli chiesi come potevo aiutarlo. Prima si fece evasivo e dovetti insistere. Poi, quasi con pudore, che stupida, mi spiegò che forse se fossi stata gentile con quello le cose, almeno per il momento, si sarebbero appianate. Gli dissi inorridita: “Tutto ma quello no”. Fu sorpreso. Poi come indignato. Alla fine si fece insistente e un po’ insolente. Anche un po’ violento. Mi rinfacciò e mise in dubbio che il mio fosse amore. Mi fece sentire un verme irriconoscente. Era come un obbligo e il sacrificio divenne la mia pena irrimediabile e da cui non potevo sottrarmi. Mi consolai dicendomi che sarebbe stato “Solo per questa volta”. Si scusò, mi ringraziò e mi consolò spiegandomi che aveva degli affari in vista; che la difficoltà era solo momentanea. Che tutto si sarebbe sistemato. Che mi amava, ma amava veramente.
Andai all’appuntamento in un sudicio alberghetto col vecchio maiale confortandomi, durante tutto il tragitto, col pensiero che lo dovevo e lo facevo per lui. La cosa non rese più facile né il viaggio né tutto il resto. Lui, il vecchio, mi aspettava già in camera e non ebbe la minima gentilezza per me né mostrò educazione. Sembrava con molta arroganza che tutto gli fosse dovuto. Non mi piaceva il modo con cui mi guardava né sentirmi la sua bava sulla pelle. Per fortuna era più esigente la sua fantasia di quanto la sua età e le sue forze gli permettessero. Alla fine mi sentivo sporca e mi vergognavo. Avrei voluto dirlo a quello che mi aspettava tranquillo nella nostra stanza, ma lui mi abbracciò, mi chiamò fatina, e mi riempì di coccole e complimenti che non ne ebbi il coraggio né trovai il modo.
Mi ronzavano però nelle orecchie poche parole fra tutte quelle laide che il vecchio mi aveva detto nel suo frasario indecente che anche le meno volgari mi sembravano oscene: “Povera stupida. –e, ancora peggio– Sei fatta per questo”. E il suo questo era naturalmente un epiteto scurrile. Quella notte non ebbi voglia di fare l’amore, anche se lui aveva insistito. Era stato tutto troppo orribile per me, ma lui non lo capì e ne rimase deluso e offeso. Fu la prima volta che mi dice dell’inutile e noiosa puttanella. Lui. Le ricordo ancora le sue parole poiché mi ferirono nel profondo. E ricordo la stizza con cui me le sputò in faccia. Il mattino seguente però sembrava tutto dimenticato.
Per qualche giorno tutto parve tornare alla normalità, certo senza feste e grandi chiassate; restammo soli noi due. Ma io non riuscivo e scordare e non mi aiutava il fatto che lui volesse sapere. Che fosse curioso. Che mi chiedesse particolari di quella brutta sera. Non mi piaceva la sua insisteva di sapere se quella sera mi era piaciuto. Capivo che non avrebbe accetto la verità, una reazione ostile. Ebbi la sensazione che questo lo eccitasse e lo rendesse soddisfatto di me. Ero quasi sul punto di sentirmene fiera o almeno di cercare di convincermene. Lui diceva le cose come non avessero quasi alcuna importanza né peso ringraziandomi, scusandosi e spiegandomi che in una coppia ci si deve aiutare nel momento del bisogno. Mi piaceva allora quella parola: “Coppia”. Mi dava il senso di un’importante vittoria e nascondevo la mia tristezza tra le sua braccia. E continuava ad insegnarmi tante cose dell’amore. Mentre io certo non avevo molto da rimpiangere della vita che avevo lasciato.
Poi, presto, tornarono le difficoltà. Nel frattempo si erano ripresi quella macchina e avevamo dovuto lasciare la stanza in albergo. Siamo andati a stare da un amico. Mi ha spiegato che per la generosità dell’amico avrei dovuto essere carina con lui. Il mio No era stato risoluto, ma tornò a dirmi che ero la sua fatina e la sua salvatrice. Alla fine pose termine alle mie ritrosie sputandomi in faccia che “Dopo la prima volta le altre son tutte uguali”. Tornò a dirmi che ero “Solo un’inutile stupida puttanella”, che non lo amavo abbastanza e che ero priva del senso dell’opportunità. Se ne rimase fuori fino a tardi perché io potessi soddisfare le voglie di quell’inquilino e pagare in quel modo la nostra pigione. Al ritorno chiese all’altro, e non a me, soddisfatto se era andato tutto bene. L’altro si mostrò lievemente deluso e gli disse che mi doveva insegnare, insegnare l’educazione. Fu così che quella notte la passammo a parlare e lui a rimproverarmi. Mi spiegò come fosse una cosa naturale e io dovessi imparare a non pensarci ed essere disponibile e cortese.
Capii in quel momento che era stata la seconda volta, ma che ci sarebbero state molte altre occasioni e bisogni. E contemporaneamente che ormai non avrei più potuto né avuto l’opportunità di dire di no, e che le occorrenze si sarebbero ripetute; lui non aveva né cercava più un lavoro e i suoi piccoli furtarelli non permettevano certo il minimo lusso. Gli ricordai le sue promesse. Mi rispose che la vita non regala nulla e che tutto bisogna guadagnarselo. Che potevamo ancora avere quella bella vita, se mi facevo furba. Che mi dovevo dire fortunata perché la natura mi aveva fornito di questa risorsa, di questo visetto carino e da ragazzina, del corpo da ninfetta, di quest’età nella quale non si è ancora donna. Mi spiegò che come facevo impazzire lui, che di queste cose ne sapeva, allo stesso modo facevo impazzire quelli che mi vedevano. Mi disse che ci avrebbe pensato lui. Che le preoccupazioni erano finite. Che la nostra vita si stava mettendo al meglio. Finì ripetendo che ci avrebbe pensato lui a me e io finii per capire che ero in gabbia.
Mi abbracciò ma i suoi abbracci non erano più gli stessi e provai l’impeto di sottrarmi e ribellarmi. Mi guardò stupito per chiedermi “Che cosa c’è, ora”? Cercai di spiegarmi con le lacrime agli occhi, ne ricavai in regalo il mio primo schiaffo. Fu lapidario: “Qui l’uomo sono io e tu fai quello che ti dico io”. Mi disse con rancore anche tante altre cose che mi ferirono talmente nel profondo che preferisco continuare a cercare di dimenticarle. Chiamai casa piangendo ma abbassai il ricevitore appena sentii la voce di mia madre. Non ebbi il coraggio di sostenere quella voce. Mi ripetevo all’infinito quanto ero stata stupida, ma non riuscivo più a credermi che lo facevo per amore.
Agli incontri si susseguirono altri incontri. La mia vita era diventata quella. A suo sconosciuto seguiva uno sconosciuto, o qualcuno che avevo già incontrato ma con cui magari non avevo scambiato nemmeno una sola parola. Di cui nemmeno sapevo il nome. Lui non faticava certo a trovarmi nuovi ammiratori. Se non cominciavano a sembrarmi normali quelle circostanze e quelle sempre nuove e incredibili richieste almeno cominciavano a sembrarmi meno odiose e moleste. Mi sentivo una cosa e cominciavo a riuscire a non pensarci. Tutto era come avvenisse fuori di me. Senza che potessi farci nulla. Mi stava diventando estraneo. Mi veniva chiesto di vestirmi in vari modi. Di fare questo o quello, così o cosa. Un pazzo mi chiese di essere picchiato, sfogai su di lui tutta la mia rabbia e lui mi prego di non esagerare e insieme di esagerare.
Incontrai anche uno studente che restò a guardarmi e chiese solo di parlare. Mi disse che viveva con i suoi ma che aveva una stanza solo per sé. Mi chiese di posare per lui. Lo frenai prima che andasse oltre, perché sapevo che lui, il mio uomo, non mi avrebbe mai lasciata libera. Eppure mai mi adattai né meno abituai a quella prigione, resistevo a quel po’ di rassegnazione. Mi chiudevo nel mio silenzio. Con lui c’erano sempre meno sentimento. Ormai era solo sesso e anche di quello ne rimaneva poco. Quando rientrava ero stanca e indolenzita. Lui sembrava non volerlo capire. Se ne stava lì e mi aspettava, oppure usciva e chiamava prima di rientrare. Per fortuna sapevo continuare a sognare, e in quei sogni ero ancora una principessa. Per mia fortuna non tutto quello che mi aveva detto era una bugia. Ho scoperto il tappeto magico nel fondo dell’armadio, ed è con quello che mi appresto a volare fuori dalla finestra.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra leFoto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

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E’ solo una ragazzina. Ha il corpo da bambina e gli occhi da depravata. E’ il vizio in persona. Perde il tempo con uno completamente fuori di testa. Un gigante coatto. Con tutte le rotelle fuori posto. Un violento. Tutto muscoli, e la calotta con le ragnatele. Lui fruga nella spazzatura. Ma con lei diventa un agnellino. Forse per lei è solo un gioco. Un passatempo. Basta che gli si avvicini. Che gli si strofini un poco addosso. Se lo rigira come vuole. E’ lei che gli fornisce la roba. Lo rimbambisce di merda; e di sesso. Ha ormai le vene tutte spappolate. Ridotte ad un colabrodo. S’è fatta un tatuaggio nuovo. E un piercing. Proprio lì. E lui per lei andrebbe all’inferno e ritorno. E’ solo che sta riducendo la città come un inferno. Quando gli schizza il dolore dilaga.
Vorrei non doverci avere nulla a che fare. Ma lei la mette sulla vigliaccata. E poi non mi dispiacerebbe sentirmi le sue mani addosso. Quelle mani piccole piene di dita. La guardi e sembra una bambola bambina. Mentre quelle dita lavorano e ne sanno una più del diavolo. Vorrei proprio potermi levare lo sfizio. Perché l’ho vista all’opera ed è un vero demonio. Credo lo faccia anche per interesse. Mi chiedo come si corrompe una tipa del genere: con le caramelle? Mi viene da ridere da solo. E se non bastasse la sua depravazione si accompagna anche con un linguaggio da trivio. Appropriato a lei. E con amiche che la equivalgono in fatto di perversione. Credo che ami dominare il suo uomo. Che nemmeno a lei dispiaccia dare dolore. Che goda anche di quello. Soprattutto di quello.
L’aspettavo alle quindici. Era già tornata nel fumetto.

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Probabilmente storie del genere si sono già sentite e sono state raccontate. Niente di cui meravigliarsi, anche se ce ne sarebbe di che meravigliarsi. Magari cambiano i nomi, i posti e altri piccoli particolari, ma molte cose appaiono come le stesse, hanno dei tratti comuni. E si sarebbe benissimo potuta titolare questa nostra storia anche come “Il cuore della mamma”.
Dopodiché coi tempi che corrono, che per di più non corrono affatto ma al massimo zoppicano, in periodo prolungato di crisi, è frequente rifugiarsi nelle storie. Ma anche in questo, come su tutto, ci sono pareri discordanti. C’è chi dice che sia il frutto della crisi galoppante e chi sostiene sia per il ricordo del benessere perduto. Comunque sia la gente e le tradizioni non sono più le stesse. Nemmeno i valori di un tempo esistono più o almeno si stanno dissipando. Le certezze come Lascia o raddoppia sono ormai una lontana chimera; come il venditore di pere cotte, l’odore di una fuga di gas, restano solo come il sapore di un’età antica, sognante, di un’epoca andata. Senza nascondersi che Michelino, il nostro protagonista, aveva il sospetto di non essere il benvenuto. Non ricordava una volta che la mamma lo avesse chiamato per il suo vero nome. Non ricordava una volta che la mamma gli avesse preparato la cioccolata calda. Gli avesse risparmiato un rimprovero anche quando lui non capiva di cosa dovesse essere sgridato. Né si ricordava gli avesse mai tagliato le unghie, così aveva imparato a rosicchiarsele. Era sola, povera donna, sola con un figlio piccolo da crescere e per di più sempre o quasi di cattivo umore. Diceva che la vita era matrigna e che il pane costava troppo e che la luce non andava sprecata. Aveva dovuto arrangiarsi molto presto nella vita. Inoltre era spesso distratta, con la testa tra le nuvole, e non aveva molta memoria. Ma era brava a fumare, proprio brava; lo faceva da vera esperta.
Sì! a fumare era veramente brava e si allenava molto; continuamente. Le stanze erano piene di quell’odore nauseabondo. I posacenere erano tutti straripanti e spesso le spiaccicava nei piatti o il figlio se le trovava annegate in qualche bicchiere. Era tanto brava nel fumo, sua madre, quanto era disinteressata alle faccende di casa, ma aveva talmente altre cose in testa.
Appena cresciuto Michelino aveva imparato che nella vita bisogna ingegnarsi e arrangiarsi da soli. Quasi naturalmente aveva appreso ad asciugarsi il moccio sulla manica e tutte quelle cose che permettono di sopravvivere alla solitudine. Cresciuto si fa per dire perché era rimasto alto poco più di uno sputo e deriso dal mondo intero. A parte le ginocchia sempre sbucciate, i denti irregolari e non rendevano certo migliore il suo aspetto i due che erano già caduti, gl’occhi in fuori sempre socchiusi alla ricerca di mettere a fuoco il mondo intorno e due orecchi sparati a raccogliere vento, uno grande e uno più grande, e uno più alto dell’altro. Lui stesso si impauriva un po’ ed evitava di frequentare lo specchio. E’ comprensibile se nemmeno da piccino piccino nessuno avrebbe trovato il coraggio di mentire e spingersi a dirlo bello. Persino agli altri bambini non piaceva e si trovava spesso da solo a guardare gli altri giocare. E non eccelleva nemmeno dal punto di vista dell’intelligenza, le cose gli si dovevano dire almeno cinque volte per rendersi conto che era come non avergliele dette. Era pieno di domande ma non riusciva a comprendere la più banale delle risposte. Riusciva a scambiare persino i nomi dei colori. E’ così altrettanto comprensibile che la povera donna non ne fosse fiera. Non aveva mai ammesso che fosse suo figlio e gli camminava sempre almeno dietro metri avanti, o lui trotterellava dieci metri dietro lei. Era figlio di una distrazione, della sfortuna; figlio di quella donna che non lo avrebbe mai confessato e di serata di svago, di cui per di più non ricordava un fico secco tranne un dolorosissimo mal di testa. Un figlio completamente inutile, una vera palla al piede, e ne ebbe ulteriore e definitiva conferma quando rivolgendosi ai servizi sociali si ricordò che si era scordata di registrarlo all’anagrafe al momento della nascita. In quelle ore aveva ben altri pensieri e come detto non c’era nulla di cui vantare fierezza od orgoglio. Ma la colpa più grande di quella povera donna, se di colpa si può parlare, era la distrazione.
La prima volta se l’era scordato in un supermarket, anzi nel bel mezzo di un vero e proprio centro commerciale. Era un mattino di un sabato. Non si era nemmeno trovato troppo male. Fosse stato per lui avrebbe continuato a vivere tra quegli scaffali, ma all’ora di chiusura cominciarono a chiedergli con chi fosse e dov’era la sua mamma. Come si chiamasse e cose del genere. Il banconiere del banco del pesce si ricordava di lei perché lei era sempre fin troppo gentile con quell’uomo rozzo che anche puzzava. Si ritrovò a casa a notte fonda accompagnato dai carabinieri chiamati dai servizi di assistenza. Si ricordava che l’insieme delle persone ne avevano costruito un episodio ben più grande e grave di quello che era. In fondo lui s’era preso una pizza e s’era riempito gli occhi di tutte quelle cose meravigliose. E nessuno era stato troppo sgarbato nei suoi confronti.
La seconda volta si era trovato da solo in un area di sosta in autostrada, ma nemmeno quella volta s’era perso d’animo. Grazie al cellulare avevano rintracciato il suo indirizzo, ma la madre aveva la macchina in panne. Così grazie anche ad un automobilista gentile era stato riportato a casa, anche se quell’automobilista era stato fin troppo premuroso. Avrebbe preferito non viaggiare più né chiedere più un passaggio ad un viaggiatore che amava così tanto i bambini. Lui non era abituato a tanta gentilezza, a tanto affetto. E poi la radio era sintonizzata su un canale che non parlava che di cose religiose e mandava solo musica che era una vera nenia. Lui non aveva mai frequentato troppo la parrocchia e non aveva ancora l’età per la prima comunione. Non le capiva le cose dei preti.
Quella volta però non s’era fatto prendere di sorpresa, nel frattempo s’era, per così dire, fatto scaltro. Non è forse la mancanza di occasione che costringe l’uomo ad essere onesto? Partì per quella gita con cinque chili di pane raffermo nello zaino. E cominciò subito a sbriciolarlo fin dai primi passi. Naturalmente senza farsene vedere. Era stato proprio fortunato perché stavolta non ci sarebbero stati banchi di pesce in quel bosco, né banchi d’altro genere, né bottegai. Sì! proprio fortunato, e due volte, perché si accorse di non avere in tasca il telefonino, eppure era certo di averlo messo, e di là non passava alcuna macchina. Ma poi, come seppe in seguito, non c’era nemmeno campo. Sarebbe stato perso in mezzo al niente, e privo di niente, non fosse stato prudente e non avesse portato quel pane e sparso i suoi bruscoli. Allora senza perdersi d’animo si mise subito in cerca della pista che quei minuzzoli segnavano. Si sentiva allegro perché si sentiva furbo e perché la cosa gli sembrava semplice ma semplice non era. Quasi subito si accorse che l’intero bosco era ricoperto di briciole e non tardò a trovare il primo ragazzino che cercava di seguire le proprie in una grande confusione. Poi incontro il secondo. Poi il terzo. In uno spazio minimo di tempo si avvide che quel bosco era pieno di ragazzini come lui che come lui, senza entusiasmo, cercavano di ritrovare il sentiero per tornare. Erano una vera folla, si sarebbe detta una generazione.
Il bosco friniva di garrule voci argentine. Tra le ombre e i lampi di luce che filtravano tra le fronde era straordinariamente affollato. Sembrava che tutti i bambini del mondo si fossero dati appuntamento. E, come avviene tra bambini, non ebbero bisogno di molto tempo per fraternizzare e organizzarsi in vere e proprie bande, tutti a cercare la via del ritorno. Alla fine fu accettato pure lui, anche se con qualche riserva, ma il tempo passava e il bosco era immenso e quei ragazzini cominciarono a provare i primi bisogni dei loro corpi mentre affioravano malinconie e ricordi. E la fame è fame mentre il mondo che conoscevano era fuori da quella foresta, e lì non c’erano negozi né adulti che pensassero per loro. Perciò misero insieme i loro poveri saperi. Uno aveva imparato, ovviamente dopo qualche mal di pancia, a riconoscere le erbe; e le radici. Era stato il primo a farsi avanti e a mettere a disposizione del branco le sue conoscenze. Era un pelo rosso di bassa taglia pieno di lentiggini, non gli si sarebbe dato un minuto. Con grandi denti sporgenti. Diceva di aver perso l’apparecchio ma nessuno gli aveva creduto. Uno conosceva i funghi, quelli buoni, ma solo alcuni perché glieli aveva mostrati il nonno. In verità lui prendeva quegli altri perché del nonno non s’era mai fidato troppo, ma non confidò mai a nessuno quel suo segreto. Era troppo anziano, il nonno, e non c’era più con la tanto testa. Uno aveva imparato a fare trappole per gli uccellini e per i piccoli roditori, ma in fondo funzionava con qualsiasi animale, sempre di piccola taglia. E ce n’erano persino un paio che sapevano fare il fuoco. Era incredibile. Naturalmente più d’uno conosceva i frutti del bosco. E tutti conoscevano le pigne ma quelle facevano parte, come altre cose, dei loro divertimenti. Trovarono nella boscaglia anche più fitta tutto quello di cui avrebbero avuto bisogno tranne il bacio della buona notte e il tepore di un abbraccio.
Ma ci sono cose necessarie e altre di cui l’essere umano può fare a meno. Anche nella loro breve età compresero presto questa antica e imprescindibile lezione. Alla fine cominciarono a rendersi conto che quella vita non era poi così male, presero a scordare le vecchie nostalgie e anche gli ultimi cominciarono ad asciugare le ultime lacrime mentre il tempo procedeva al ritmo di un valzerino. I pro e i contrari si equivalevano e quella compagnia era persino divertente, valeva certamente qualche fatica supplementare. S’era ormai sparso un senso quasi profondo di cameratismo e le liti finivano sempre più velocemente. Il nostro Michelino aveva legato particolarmente con quello di pelo rosso che lui chiamava Carota senza che quello se n’avesse minimamente a male, almeno dopo un po’. Ma continuarono le loro ricerche come se una voce inudibile e indelebile o qualcosa dentro glielo comandasse imperativamente. Forse era la coscienza d’essere bimbi. Erano passati tre giorni, forse quattro, quando un gruppo, quello del Carlo, avvistò il limitare del bosco e un piccolo paesino. Inizialmente si diffuse l’euforia prima che sopravenisse un senso di sano e robusto realismo: di tornare nessuno aveva più voglia. Decisero che notte tempo avrebbero fatto le loro scorribande tra le povere case di quell’abitato ma che poi sarebbero tornati con le prime luci al loro bosco.
Dopo una certa ora, pressappoco quando la luna era alta nel cielo e il buio non poteva essere più fitto, scendevano a razziare per procurarsi quello che quella natura non poteva dar loro. Scorte giganti di caramelle e leccalecca, senza scordare la cioccolata, qualche fettina di carne dalla macelleria, indumenti; stoviglie, eccetera; fu proprio il nostro Michelino a tornare con un accendino. A rubare si impara presto come se non fosse un mestiere, e non c’è bisogno di geografia o geometria. E poi i grandi non possono riuscire a pensare che a fare quello siano proprio dei bambini, i loro stessi figli. I grandi sono dei semplici quando si tratta di ragionare, scelgono la logica più elementare e se non trovano una spiegazione si accontentano di nessuna spiegazione continuando a cercare dei ladri che non ci sono. I ragazzi si dissero come quel paese e gli altri dov’erano in seguito scesi come un’orda barbarica dessero l’impressione sinistra di città fantasma. Le vie erano silenziose e non le attraversavano le risa dei giochi dei monelli. A tradire leggermente questo senso di abbandono restavano solo poche luci accese dietro le finestre. Qualche pericolo c’era: una volta proprio Michelino fu colto sul fatto e preso per un orecchio da un robusto nottambulo che lo condusse fino all’uscio di una casa, forse scambiandolo nel buio per un altro, ma nessuno rispose al suono del campanello e lui riuscì a sgattaiolare via. Quella sera davano la partita di coppa dei campioni e sull’altro canale una sentimentale e lacrimevole telenovela. A loro non mancava la televisione perché avevano imparato a raccontarsi storie attorno al fuoco.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra le “Foto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

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Se nessuno l’ha ancora detto mi chiamo Sante. E sono Sante quello fortunato giacché la fortuna ha riso proprio a me. E la mia fortuna è lei. O lei è parte della mia fortuna. No! naturalmente non sono andato a casa sua. Almeno non ancora. Non so se mi inviterà. Non so nemmeno se me lo auguro. Se mi farebbe voglia. Prendere appunti: Se c’è un invito accertarsi che non ci sia la madre. E non parlo di una storia banale. Di una storia di quelle che capitano tra ragazzi. Il mio è un segreto, ma un segreto da adulti. Per il resto il mio cuore l’ho già dato ad un’altra. Sono, o sarei, o più precisamente provvisoriamente ero, impegnato. Nemmeno sono certo del suo indirizzo, ma posso chiederlo. Ed è una storia da non dire. Di quelle che non si possono raccontare. E’ successo tutto ad una festa. A casa di amici.
Magari a uno grande… ma no! Anche a uno grande. Mica capita tutti i giorni. Muoio dalla voglia di dirlo a Claudio. Non so da dove cominciare. Non vedo l’ora che torni. E’ stato proprio sfigato a perdersi quella festa. C’era da divertirsi, veramente. E si sarebbe divertito anche lui. E invece gli è toccato S. Martino. Con i suoi. Sono stato proprio figo. Un vero… amatore. Mi ha fatto… Mi ha fatto una… Ancora non riesco a crederci. Non mi sembra vero. Voglio vedere proprio che faccia fa. Ma forse non dovrei dirlo a lui. Forse è un segreto. Non dovrei dirlo a nessuno. Né a lui né tantomeno a Loretta. Ma a Loretta non mi passa proprio di dirlo. Non so cosa ha preso a quella. Loretta, la mia Loretta; è piccoletta ma è tutta piena. E’ che lei è anche proprio carina. Dovrei dire che ha fatto quasi tutto lei. Il massimo. E mi ha chiesto di fare un giro col motorino. Promesso gliel’ho promesso. Mica potevo dirle di no. Dopo quello che c’era stato.
Accendo una sigaretta, distrattamente. La spengo subito e apro la finestra perché mia madre altrimenti sente subito il puzzo. Ha il fiuto di un segugio, quella. Devo chiedere a Giovanni se me lo presta un’altra volta. Magari solo un’altra volta. Non può dirmi di no. Sarebbe un giuda. E’ per una giusta causa. Magari gli prometto di presentargliela. Certo che è stata proprio una figata. Mi ha lasciato senza parole. Sbalordito. Che è stata lei a chiedermi di ballare. Ma io la guardavo già da un po’. C’ero andato contro voglia, a quella festa. Perché non c’era nemmeno Loretta. E non conoscevo quasi nessuno. Fortuna che ci sono andato altrimenti me la sarei persa. Sono certo che a Loretta passerà. Sarà stata di cattivo umore. Non volevo darle un dispiacere. Ma poi occhi che non vedono. Tra noi è tutto come prima. Per me. Con lei è diverso. Devo stare attento. Non vorrei che mi sgamasse. Per me la sua amica è solo un’avventura. Mi chiedo se è disposta a fare anche di più. Ma perché dovrebbe dirmi di no? Dopo quello che c’è stato. Tra noi. Perché dovrebbe dirmi di no? Magari me la fa vedere. Penso che sia una di quelle. Che non si faccia troppi scrupoli. Una che ci sa fare. Una che sa cosa fare. Una a cui piace.
Io… per me… ero proprio imbarazzato. E lei era tranquilla. E io avevo paura che arrivasse qualcuno. Spero non se ne siano accorti. Che non ci abbiano visti. Ma poi cosa mi importa? Quasi quasi… Se non importa a lei. Cioè ero in confusione. Vorrei vedere un altro. Non capivo più quello che facevo. Cioè che faceva. Ma dopo mi sono messo tranquillo. Stavo bene come un pascià. Le ho fatto proprio perdere la testa. Me la stavo a godere e a guardare. Ma io a Loretta voglio bene. O almeno credo. Adesso sono così confuso. Non riesco a pensare. Non riesco a pensare con calma. Loretta magari la vado a prendere domani a scuola. Si fa la pace e amici come prima. Mica lo deve per forza venire a sapere. Se non glielo dice quello scemo di Claudio. Ma Claudio se lo fa lo rompo. Ma con quella come faccio? Magari la porto in motorino. Giovanni non può dirmi di no. Gli spiego che è per una giusta causa. Di vita e di morte. Gli dico solo meno che posso. Non vorrei trovarmelo tra i piedi. E la porto in campagna. Sarebbe una figata. E’ già fatta.
Una domenica così non la potrò dimenticare. Che quasi quasi, solo a pensarci, mi vien voglia di rifarlo. Solo che adesso, in questo momento, mi sembra squallido. Con lei è stato tutto più bello. Se ci fosse qui lei… Magari glielo posso chiedere. Ma come si fa a chiedere una cosa del genere? A una ragazza? Mica posso… Potrei chiamarla per telefono. Magari è più facile. Sarà? Ma mica posso al telefono dirglielo. Che ci avrei voglia. Ancora. Anche subito. La faccio venire qui. In cameretta. Con la scusa di studiare. Dico a mamma che ho i compiti. Che mi faccio aiutare. E intanto lei lo rifà. Zitta zitta. Certo non posso chiudere la porta. Mia madre non me lo permetterebbe. Con una ragazza poi. Magari potrei chiedere a Claudio quando i suoi non ci sono. Ma forse non posso. E’ un po’ che gli ha messo gli occhi addosso. Ma son certo che non se lo fila. Ormai l’ha presa per me. Ma se lui mi chiede? Se dopo cerca di fare lo stupido? Se ne vuole approfittare per sé? E poi chissà quando i suoi tornano ad andarsene. Una storia così non si può rimandare. Non si può tirare alle calende. Col rischio che Loretta ci scopra. Certo che se non freno la fantasia… è diventata una fissa. Ma come si fa a non pensarci? Dopo che è proprio successo? Maiala che confusione.
Lei ormai ha perso la testa. Eppure sa di me e Lorella. Non glien’è fregato niente. Forse è una di quelle che non ci bada. Anzi credo che le piaccia meglio. La chiamo o la faccio aspettare? Io la chiamerei anche subito. Fosse per me. Che ne so? Le dico: “Ti ricordi di me”? Mi sembra stupido. Fa ridere solo pensarci. Anche i polli. Ma certo che si ricorda. Le dico: “Quello della”… Perché mi sento così stupido? E se le chiedessi direttamente se le va di rifarlo. Ma certo che le va. Se l’ha fatto era perché le andava. E poi perché dovrebbe dirmi di no? Una quando ha fatto quello è disposta a fare tutto. Crederci non ci credo, ma magari è disposta a farlo con due. In fondo l’ha fatto lì. Che tutti avrebbero potuto vedere. Che poteva capitare qualcuno. E’ che lì l’ha fatto per me. Di questo ne sono certo. I baci non mentono. Mica sono geloso. O forse solo un po’. Adesso.
E’ che a chi capita una fortuna mica può dividerla. Rivenderla. Ci farei qualche spicciolo. Non è così facile. Non è colpa mia se Claudio era via. E’ capitato perché doveva capitare. E forse è stato meglio così. Certo che mi ha fatto toccare. Per dirla bene non so cosa toccavo. La maglietta era vuota. Devo provare a vedere se me le fa toccare anche Loretta. Ma con lei è tutto diverso. E poi mi sembra diversa. Non so se con lei… Lei non è così. Ma è donna anche lei. Comunque è stato figo. Soprattutto perché ha toccato lei. Anche il resto ma quello. Quello è stato il massimo. Mi ha fatto sentire un vero macho. Uno stallone. E un maiale. Insomma mi son sentito bene. E quando provi una cosa così non è semplice poi non pensarci. E se mi si appiccica?
Potrei sempre mandarle un messaggio in Facebook. Non certo dei cuoricini. Era vero come al cinema. Solo che eravamo noi gli interpreti. Io e lei. Dal vero. Certo che a guardarla non si direbbe. Sembra così una ragazzina. Che non era santarellina lo sapevo. Son cose che si sanno. Ma non fino a quel punto. E io che mi sarei accontentato del bacio. Mi dicevo: “E se non ci sta”? Poi quando l’ho baciata ho capito subito che le andava. Mica ha fatto la ritrosa. Mi son trovato subito la lingua fino in gola. Non ci sa molto fare. Ma magari sono uno dei primi. E sono stato anche fortunato. Dopo mi son detto: “Non si sa mai”. E così è proprio stato. Certo che avrei una voglia di gridarlo. Magari sono stato proprio il primo. Il primo a cui l’ha fatto; voglio dire.
Dopo non ha voluto che la accompagnassi a casa. Naturalmente voleva che restasse un segreto solo nostro. Che non si sapesse. Vuole rendere più bella la cosa. Con un po’ di mistero. Magari passo sotto casa. Che se si affaccia magari le faccio un salutino. Però il giro col motorino me l’ha chiesto. Questo è certo. Come è certo tutto. Non mi sto inventando niente. Magari Claudio non mi vorrà credere. Che faccia come vuole. So io che è vero. E so anche come farglielo capire. Se la porto fuori magari gli dico il posto. Vediamo se crede stavolta almeno ai suoi occhi. Forse gliene ho raccontate troppe. E’ che mi andava. E poi ero stanco di sentire lui. Lui che si vantava. E’ che in questo posto di merda tutti si conoscono, e conoscono tutti.
Insomma… mi son fatto l’amante.

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Mi chiama Loretta, povera piccola. Pare preoccupata. Ne ha fatto un dramma. Pare voglia diventare una storia senza fine. Cerco di rassicurarla: “Guarda che non è successo niente. E’ stato solo un bacio. Mica una storia”.
Non avevo ancora capito di cosa parlava. Se voleva parlare di me, cioè di noi, o di lui. Non sono certa che non stia piangendo. Tira su col naso. Il respiro è rotto. E parla piano per non farsi sentire. Comincia a preoccuparmi. Capisco che vuole parlare di lui. Del cretino. Per andarmi non mi andrebbe. Forse non dovevo dirglielo. Facevo meglio a farmi gli affari miei. Che anche io ce li ho. La mia mania di preoccuparmi per gli altri. Così mi imparo. E’ che in verità non è stato solo un bacio. Non faccio nemmeno tempo a pensarci che lei si fa coraggio: “Mi ha chiamato. Voglio dire: lui. Insomma, ho rotto. Non so proprio cosa devo fare”.
Non so se cerca da me una risposta. Un consiglio. Il momento per abbandonarsi al pianto. Un biasimo. Compassione. Penso che non ce ne sia uno per il quale vale la pena darsi pena. O almeno non l’ho ancora conosciuto. Vorrei dire che dovrebbe guardare me che vado ad una festa e non c’è nemmeno Claudio. Niente di niente. Solo una banda di sfigati. Che forse per lei è stata una fortuna. Faccio meglio a mordermi la lingua. Sembra proprio giù, la scricciola. Non saprei proprio come consolarla. Per così poco. E’ che io forse non dò l’importanza che da lei. Se è andata così è perché doveva andare così. Non piango mai sopra alle cose. L’ho imparato dalla vita. Lasciare prima di essere lasciata. Cambiare prima della prima noia. Il mondo è bello proprio perché è vario. E lì fuori ce ne sono tanti. Spengo la tele. Mi distrae. Mia madre mi chiede chi è. Le faccio segno di non rompere. Mai un attimo di pace con la vecchia carampana tra le scatole. Si deve sempre mettere di mezzo. Farsi quelli degli altri: “Hai fatto bene. Se l’ha fatto una volta… Voglio dire se l’ha fatto con me… Capace di farlo ancora. Anzi sicuro. Credimi”.
Non so che film s’è fatta in testa. Per me è chiuso. Non ho nessuna voglia di rivederlo. Certo che il motorino era proprio un bel motorino. Un giro ce lo farei. Ma solo un giro. Se mi invita ci vado. Ma solo per quello. E stavolta non le dico nulla. E se poi lui si mette in testa qualcosa? Una volta è una volta. Non ho proprio voglia che si ripeta. Anche la lotteria la estraggono una volta sola. Se si fa delle fantasie gli dico che non è più tempo di elemosina. Le spiego che era “proprio una domenica di merda”. Non fosse stato per quello… nemmeno me ne ricorderei. E non staremo qui delle ore a parlarne. Meglio se me ne restavo a casa. E’ così che mi ricordo di ringraziarla per avermi passato i compiti. Mi dice che “Non è nulla.”, ma mi ha salvata. La verità è che non l’ascolto molto. Mi dice cose senza senso. Capisco e non capisco. O lei non vuole capire. Certo che è stato proprio uno stronzo. “Meglio così. Che l’abbia fatto con me, voglio dire. Non credi? Almeno io sono un’amica. Così l’hai saputo. Se era un’altra non lo venivi nemmeno a sapere. E te le tenevi in testa. E magai eri anche contenta”.
E pensare che io non ci pensavo proprio. E’ andata così. Doveva andare così. Mi stavo rompendo. Non fosse stato lui sarebbe stato un altro. Che fessi son tutti fessi uguale. Tranne che a lui nemmeno sembrava vero. Con quella faccia. Ci potrei campare e ridere per mesi. E poi a pensare che poteva essere una prima mi ha proprio solleticata. Dovrebbe dare meno peso alle cose. E farsi più furba. Non puoi chiedere se non dai. E come puoi tenerti un ragazzo se gli regali solo degli odiosi no? Deve ancora imparare tutto. Devo ancora spiegarle molto. Cerco di richiamarla alla realtà. “Insomma –le dico– Parliamo di cose serie. Hai visto l’ultima di Canzone x una vita”? Mi dice piagnucolando che stavolta se l’è persa. Comincio ad avere il sospetto che si tratti di una cosa seria. Spero solo che lui non lo vada a raccontare. Che non se ne vanti. Se non era per me starebbe ancora a girare dischi. E per me faceva lo stesso. Anzi stavo per andarmene. Una banda di sfigati. E lui proprio un moccioso. Se lo dice lo sputtano. Quanto è vero dio. “Se è per me non ti devi nemmeno preoccupare. Io nemmeno mi ricordo come si chiama”. Il fatto è che nemmeno gliel’ho chiesto.
A dirla tutta nemmeno io me lo immaginavo. Da tutti ma non da lui. Credo che Loretta sia stata la prima. E lui per lei. Certo che anche lei poteva scegliersi di meglio. A parte l’apparecchio… insomma può passare. Insomma… E’ uno che proprio non ci sa fare. Ma io un segreto me lo porto nella tomba. Mica lo so che mi ha preso. Forse proprio per la sorpresa. Volevo essere gentile. Lo guardo e gli dico: “Cosa fai”? Si scusa e toglie la mano. “Io… Io”… Tremo al pensiero che non finisca più con quella litania di “Io”. Mi spiega confuso e balbettano e mi propina la prima che gli viene. Che non sapeva dove metterla; la mano. E proprio lì, sul culo, la doveva mettere. Lo scuto e son quasi tentata di credergli. Sarebbe da uno come lui. Magari è anche vero. Forse gli è solo scivolata. Ci penso. Guarda gli altri e fa. A una festa è praticamente normale. Mentre balli. Ma io mica sono così. Non so se credergli o essere più incavolata o offesa. Intanto tornano ad abbassare la luce. Santa pazienza. Penso senza pensarci “Ho fatto trenta”… e gli rimetto la mano dov’era. Volevo essere gentile. Lui balla e la lascia lì come morta. Lo incoraggio un po’. Poi mi ricordo che tra un poco avrebbero ridato la luce. Sembra soddisfatto. Dovrebbe essermi grato per una vita almeno.
Dovrebbero farmi santa. Gli dico: “Vieni!” –e cerchiamo un angolo tutto per noi. Ci appartiamo. Senza dare troppo nell’occhio. Sono stanca di sentirmi spintonata. Del brusio. Si farmi calpestare i piedi. E poi non è che nemmeno mi vada tanto il ballo. Come tutte ballo per conoscere ragazzi. Per fare amicizia. Usciamo e ci sediamo sui gradini. Mi guarda imbarazzato. Imbranato. Non può sostenere i miei occhi. Come per un senso di vergogna. Poi fa per avvicinarsi. Si trattiene. Mi fa tenerezza. E le frasi gli si rompono in bocca. Riprova più volte. Si pente prima di riuscirci. Vorrebbe ripetere il bacio. Ma ora la luce è abbacchiante. Non c’è la scusa del ballo. Non ha nessun pretesto. Ci vediamo direttamente in faccia. S’è rotto qualcosa. Capisco che devo fare da me. E riprendo da dove ci siamo interrotti, dal bacio.
Per un po’ se ne sta buono. Cerca di impegnarsi. Per imparare imparerà. Cerco di non perdere la pazienza. E ce ne vuole. Poi mi cerca la tetta. Non è che ne abbia molte. Anzi quasi niente. Per essere onesta la mano gliela porto io. E’ la sua giornata fortunata. Se aspetto lui… proprio non ci sa fare. Mi fa proprio compassione. Avevo chiesto a Loretta: “Ma tu hai mai fatto qualcosa di più”. Tanto per chiedere. Tra amiche. Mi ha guardato sbigottita. Come non capisse. “A me puoi anche dirlo. Qualcosa più che un bacio”. Credevo che sapere già la risposta. Ma lei non me l’ha detta. E nemmeno io le ho detto. Tanto non me l’ha chiesto. Eppure sono sicura che è curiosa. E io so tenere un segreto.
Non so se ho fatto bene a non dirlo a Loretta. Forse lo dovrei fare. Glielo dovrei dire. A lui ho detto: “Vieni!” –e ci nascondiamo, si fa per dire, dietro la scala. In piedi è un casino. Allora mi stacco un po’. Era meglio se restavamo seduto. Eravamo troppo in vista. Lo guardo con quello sguardo. Non capisce. Faccio con calma. Glielo prendo io. Lui mi guarda. Io lo guardo e lo interrogo. Nessuna risposta pervenuta. Volevo essere gentile. Lo guardo e mi distraggo. Ha un gemito di sofferenza. “Scusa”. Torno a fare attenzione a quello che faccio. Lui si irrigidisce. Chiude gli occhi. Ci vuole un attimo. Sono certa che è la prima volta. Almeno la prima volta che non lo fa da solo. Nemmeno quasi il tempo di incominciare. Spero non si sia messo strane idee in testa. E’ stato solo un pomeriggio di domenica. E poi non mi potrei mai mettere con il ragazzo di un’amica. Nemmeno se è già ex, come lui. Mi dico: “Ma ti sei visto”? E mi rammento che però ha un gran bel motorino.
Lo guardo e non riesco più a trattenere il riso. “Tranquillo. Guarda che non è così che le ragazze restano incinta. Volevo essere gentile”.

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In fondo Loretta è solo una ragazzina. Ha tette grandi ma la testa da ragazzina. Infatti mi guarda così. Come un cagnolino bastonato. Delusa. Forse dovrei sentirmi in colpa per lei. Ma in colpa per cosa? E’ stata una cosa senza importanza. Non so proprio come dirglielo. Non mi piace quando devo dare brutte notizie. E poi ormai gliel’ho detto. Ma non è poi proprio questa disgrazia. Non è morto nessuno. Come si dice… dopo un papa… Per me è finita già quel pomeriggio. Era già finita prima di cominciare. E’ stato solo un bacio. Cioè un bacio e poco più. Ma anche questo mica gliel’ho detto. Invece: “Vedrai che ne trovi un altro”. Fa una faccia che non ti dico. Mica la potevo immaginare. Ho il terrore che mi si metta a piangere; povera stella. Certo che sarebbe esagerato. E poi per uno così. Come lui.
Lacrime versate proprio per nulla. Non bisogna mai fidarsi dei ragazzi. E lui s’è dimostrato un… un traditore. Son tutti uguali. Alla prima occasione… zack! Meglio saperle prima le cose che mai. Certo che nemmeno io me lo sarei mai immaginato. Bruttino è bruttino. E imbranato. Così io e lei stiamo lì per un po’ in silenzio. La gente passa e non fa caso a noi. Solo qualche cretino un po’ più cretino. Non fosse per l’apparecchio magari potrebbero notarla un po’ di più. Mi tolgo la gomma da bocca.
Ma ha proprio un gran bel paio di tette per una alta uno sputo. Credo che non lo sappia. Qualcuno dovrebbe pure dirglielo. Forse è di quelle che ne prova vergogna. E la maglia è stretta. Morbidosa. Vorrei io… Allungo una mano e prendo a carezzargliene una. Così quasi distrattamente. Perché mica lo so perché. Forse solo perché sono grosse. Fanno rabbia. Fanno invidia. So che a loro piacciono. Perché vorrei averle io. Insomma lo faccio e basta. Mi guarda allibita. “Cosa fai”? “Ti palpo una tetta”. “Ma siamo… ma sei una ragazza”. E’ divertente la sua faccia allibita. Una vera provocazione. Siamo tra amiche. E chi vuole guarda. Alzo le spalle.
La sua espressione mi sfida: “Ecco, vedi, ha fatto così”. Certo che mi viene da ridere. E’ un gran divertimento, con lei. Guardo la sua faccia. Le passo l’altra mano dietro la nuca. La trascino verso di me. Avvicino le labbra. Mi guarda sbalordita. Non fa resistenza, forse è troppa sorpresa. Le do un bacio vero; come si deve. Veramente provo. Lei stringe le labbra, tenacemente. Cerca di togliersi. Ma io insisto. E la sua resistenza diventa meno ostinata. Si affloscia. Le labbra diventano più morbide. Più umide. Leggermente si schiudono. Le forzo e lei si lascia andare. E risponde al bacio. Uno resta ad osservarci. Gli mostro l’indice e se ne va. Mi verrebbe da ridere. Non fossi impegnata. Se lei non ci mettesse partecipazione. E anche troppa lingua. Intanto cerco il capezzolo e glielo strizzo che mi verrebbe la voglia di infilargliela sotto la maglia la mano. Sono certa che mi ci vorrebbe un attimo per aver conferma che le piace; veramente. E quanto le piace. Io le so le cose. Ormai ha gli occhi premuti. Come stesse sognando. E non pensa più a chi la sta baciando. In fondo un bacio è un bacio. E siamo tra amiche.
Quando mi stacco le manca un po’ il respiro. Ha le guance arrossate. Prova vergogna a guardarmi. I suoi occhi fuggono dai miei. Io la fisso. Mi viene da ridere. Forse capisce solo in quel momento nuovamente cosa è successo. Si guarda intorno sospettosa. Abbassa gli occhi. Le accarezzo affettuosamente i capelli e le dico: “Ha fatto come ti ho fatto vedere”. Lei cerca di dire qualcosa, poi sceglie di tacere. Non si è ancora ripresa. Non deve aver mai baciato molto. Forse solo con lui. E forse nemmeno con lui. Almeno non tanto nemmeno con lui. Mi sembrava un po’ imbranata. Ma son cose che si imparano in fretta. Le faccio cenno: “Puoi toglierlo”? Mi fissa allarmata: “Perché”? “Tranquilla, mi piacciono ancora i ragazzi. E’ solo… voglio solo provare a farlo senza quel maledetto aggeggio”. E lei remissiva lo toglie.

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In fondo Loretta è solo una ragazzina. Si atteggia da donna. Ne ha di storie da ascoltare. Quasi mi fa tenerezza. Non avevo proprio voglia di scuola e così la trascino con me. Le ho detto: “Vieni”. Ha rinunciato a chiedermi perché. Lo ha fatto solo con gli occhi. Ad un semplice sguardo posso anche non dar retta. E poi a che servono tante parole? Lasciamo gli zaini nel suo sottoscala e siamo libere. E’ così che ce ne andiamo ai giardini. Mi piace la primavera.
Le passo lo spino. La guardo. L’avevo visto aspettarla fuori della scuola. Claudio è così carino. E lui è amico di Claudio. Poi quella festa. E lei non c’era. Credo dovesse andare con i suoi. E lui se ne stava in un angolo. Metteva i dischi. Abbassava la luce. E tornava alla sua sedia. Sì! non so proprio come dirglielo. Anche se è una cosa da niente. So solo che debbo farlo. Mi tolgo le cuffie. Peccato, c’erano gli One Direction che facevano l’ultima, quella che mi piace tanto. “Te lo devo proprio dire”.
La gente passa e non fa caso a noi. Solo giusto qualche sconvolto appassionato perditempo. Guardano più lei. Veramente fanno solo caso a quelle. Gli uomini sono tutti uguali. Ad uno gli sorrido e subito smette di gironzolare e si allontana. Gli faccio le linguacce dietro le spalle. Anche lei si diverte a guardarmi.
Passa una coppia che porta a pisciare il cane. Ona nuvola da niente attraversa il sole. Poi passa un ragazzo. Bighellonante. Lei alza lo sguardo. Lui ha un attimo di incertezza, ma non trova il coraggio di approcciarci. Si ferma. Non si avvicina. Non faccia nemmeno a tempo a sorridergli. Gira le spalle e se ne va. Lei chiede cosa mi sembrava. Credo non le dispiacesse. Nemmeno a me. Stavo per richiamarlo io. Lei mi ricorda che sta con Nicola. Le dico che era solo per divertirsi. Così, tanto per fare. E poi le racconto proprio di Nicola. Della festa. Di quella maledetta festa. Insomma come dicevo sembrava perso. Il suo… bello. Gli occhi sempre abbassati.
Intanto con la mente torno alla festa. Per non dimenticare nulla. Mi decido e vado io da lui a chiedergli se vuole ballare. Penso: ho fatto la mia buona azione quotidiana. Ma questo a lei non lo dico. All’inizio era proprio duro come un ceppo. Mi confessa che sta con lei. Non gli spiego che già lo sapevo. Mi dice che lei non doveva non venire. Per quello nemmeno Claudio è venuto. Ci fosse almeno stato lui. Poi parliamo del più e del meno. Parlo più io. Quello che mi piace. Cose così. Non è un tipo di molte parole. Poi non mi va di sentirlo parlare di scuola. Mi dice che senza di lei è triste. Pian piano un poco si scioglie. Mi dice che sta bene con lei ma… Nemmeno quel ma glielo riferisco. Mi confessa che gli piace scrivere poesie. Se voglio sentire l’ultima. Se lo accompagno me la legge. E’ una poesia d’amore. Non che me lo aspetti da lui. Un pretesto. Una scusa. Comunque lo guardo diffidente e gli spiego che preferisco restare. “Sai come vanno le cose”.
A questo punto lei è curiosa. La festa era proprio una lagna. La musica piena di dolcificante insapore. Gli altri ragazzi erano anche peggio. Le dico “Una cosa da non augurarla nemmeno ai nonni”. Non vedevo l’ora che finisse quella canzone. Ma poi mi ha chiesto di accompagnarlo al tavolo. Si è fatto un amaro. Forse per darsi coraggio. E poi siamo tornati a ballare. Quella proprio mi piaceva. Era un lento sì ma un lento figo. Lui era più sciolto, anche se un po’ sudato. Mi spiega che non sempre la domenica lo lasciano uscire. Che ha molti compiti. Che ho un bel vestito. Proprio bello. Mi dice che mi ha già notata. Che non sono per nulla male. Insomma va sul complimento. Lo guardo bene. Mi sembra una causa persa. Mi sussurra una cosa carina.
A questo punto lei pende dalle mie labbra e le sfugge un incuriosito: “E dopo”?
Ha fretta di sapere. L’accontento.
Si abbassa la luce. “A quel punto ci ha provato”. “Come ci ha provato”? “Ha approfittato per baciarmi”. “Come per baciarti”? “Baciarmi come baciarmi. Ha avvicinato le labbra. Sai come si fa. Poi le ha premute nelle mie. Un vero bacio insomma. E ha anche chiuso gli occhi”. “E tu”? “E io. E io. Cosa potevo fare? L’ho baciato anch’io”. E aveva ancora la bocca che sapeva di amaro.
Sembra delusa. Le dico: “Non puoi mica prendertela. Dai, vieni qui. Loro son fatti così”.

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