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Posts Tagged ‘racconto breve’

Caterina me lo dice sempre che sono distratto e con la testa per aria. Credo che un po’ di ragione ce l’abbia. Eppure ho sempre un volante in mano. E’ solo che sono sempre dentro i miei pensieri. Ma venerdì forse ho esagerato. E ne ho avuto la riprova. Ho finito prima il mio giro. Sono stanco e annoiato e rassegnato. Questa crisi ci sta soffocando tutti. La chiave fatica a girare nella toppa, capita. Dev’essere l’umidità di queste giornate, penso. Lei è china nel fare le pulizie. Vestita da casa, cioè libera. Ho ancora nella testa la padovana che mi ha lasciato sulla porta, senza farmi nemmeno entrare.
Caterina ha ancora un bel sedere. Faccio piano e la circondo con le braccia e gliene prendo una in mano. Non si lascia nemmeno troppo sorprendere così indaffarata com’è. Mi stringo a lei da dietro e le faccio sentire quanto la amo ancora. Il seno si sta appena rilassando ma è ancora generoso. Mi sembra anzi sia anche di più. Sarà che ho fretta e che ho ancora negli occhi quella e la sua di vestaglia semi aperta. Quella voce leggermente roca, così piena di piccoli strilli isterici che sembravano prendersi gioco di me, che mi risuona ancora nelle orecchie. Sarà che sembrava divertirsi a tenersi i miei occhi addosso, e se li è tenuti. Sarà che è passato un po’ di tempo dall’ultima volta. Sarà che non sono mai stato bravo a tenere a freno le mie fantasie, anche se sono sempre rimaste solo fantasie. Sarà che non s’è battuto chiodo, fatto sta che ho una gran fretta. Ma Caterina, un po’ annoiata e un po’ seccata, cerca blandamente di respingermi, di prendersi del tempo: “Fammi finire”.
Lei lo sa che io quando voglio so essere persuasivo. Mi sarei aspettato un po’ più di resistenza da parte sua. La solita riluttanza con le solite lamentele perché per lei non è mai il momento. Stavolta sono deciso. Le bacio il collo, so che a lei piace: “Non è il tempo quello che ci manca”. Intanto, per essere più convincente, infilo le dita nella scollatura. Le asciugo una goccia di sudore. Le sue mani sono occupate e non può difendersi. E poi perché? sono suo marito. Abbiamo poi tutto il pomeriggio per tutto il resto. Cerca di insistere a sembrare disinteressata: “Credevo ti saresti fermato fuori”. Non mi piace molto quando controlla il mio tempo. Dovrebbe stupirmi che non sia in ufficio. Dovrebbe? Semplicemente non ci penso. Anche per le domande non è il momento. Meglio così, non mi abbandonerò alle solite due uova. Mi deprime mettermi a tavola da solo. E poi, onestamente, tra noi le cose funzionano ancora. E me lo dico con quel minimo di orgoglio.
Lei non è mai stata brava a resistermi. Si scosta il ciuffo dal viso. Ha un’ultima riluttanza stressata: “Sono tutta in disordine.” –ma alla fine abbandona il moccio. La voce suona leggermente rassegnata, ma Caterina è sempre stata ragionevole e cede senza farsi pregare troppo: “Sempre così voi uomini”. Non mi lascia nemmeno il tempo per un bacio e scappa via. Non ha bisogno del bagno. Mi prende la mano per essere certa che io la seguo. Non ho nessuna intenzione di lasciarla nemmeno per un attimo. Scende dai tacchi e lascia lì le scarpe mentre mi trascina dietro di sé verso la camera. C’è troppa luce nella stanza e le tende non sono tirate, ma questa volta non muove nessuna protesta.
Non le lascio neppure il tempo di togliersi le calze. La prego anzi di tenerle. Abitualmente, se le mette, le mette un attimo prima di uscire e le toglie appena rientrata. A parte da fidanzatini non mi ricordo di non averla mai vista non in ordine. Cioè non c’è più stato un momento improvvisato, precipitato tra noi, in cui ci siamo veramente lasciati andare. Uno di quei momenti in cui l’idea ti viene all’improvviso, alla faccia del situazione e del luogo. Un momento come ora. L’amore di quei due ragazzi che siamo stati mi ossessiona, spesso e lo ricordo con dolore. Sono un vero stupido. E’ che lei dice sempre che è meglio essere comodi, che ora una casa ce l’abbiamo. Oggi invece la diverte la mia insistenza anche se sabato è solo domani: “Sei così di fretta”?
La sua non è naturalmente una vera domanda e non si aspetta risposta. Credo ne abbia voglia anche lei, ora ha fretta quanto e più di me. Per un attimo mi prende la delusione: forse ha solo fretta che finisca presto. Mi convinco che in amore non sa mentire. C’è sempre stata molta sintonia tra noi. Sicuramente prova quello che provo io. Mi convinco soddisfatto. E poi sembra tutto finalmente così naturale. A pensarci bene se ci penso è solo perché ci penso dopo. Nel momento in cui i nostri corpi si cercano e si trovano non ho tempo per altri pensieri. Mi lascio andare, chiudo gli occhi fra le sue braccia e mi affido a lei. E non si da nemmeno inquietudine che i vicini la possano sentire. Ritrovo la Caterina che ho imparato ad amare.
Mi abbandono tra le lenzuola guardando il soffitto. E’ stato proprio come ritrovare la passione di allora. Glielo dico credendoci: “Caterina, è stata come una prima volta”. Si alza sul gomito. Mi guarda stupita, mostrando apertamente di non riconoscermi e finalmente la vedo: “Caterina? Io non sono Caterina, ma tu chi sei”?
Sarà che sono un po’ distratto; con la testa tra le nuvole, come dice lei, cioè Caterina. Sarà colpa della padovana. Sarà che devo imparare a guardare dove metto i piedi. Sarà che in questi condomini gli appartamenti sono tutti maledettamente uguali. Insomma… se ci sono parole per uno di questi momenti io non ne trovo nessuna. Vorrei nascondermi. Vorrei scappare. Riesco solo a tacere, poi dico la prima cosa stupida che mi passa per la testa: “Ma che piano è”?
Il quarto.” –mi spiega ridestandosi in quel momento con nella faccia dipinta la più grande meraviglia. Penso che sia tentata di mandarmi subito via; ma non lo fa. Che combatta il bisogno di allungarmi uno schiaffo. Che comunque non sappia come uscire da quella situazione. Come me capisce solo ora che non sono chi credeva fossi. Che si tratta tutto di uno stupido malinteso. Non so che dire: quel maledetto ascensore s’è fermato al piano successivo. In effetti è stata insolitamente appassionata; come Caterina non lo era da tempo. Dovevo accorgermene che anche le lenzuola erano insolitamente lisce, noi non abbiamo mai avuto lenzuola simili. Nella sua faccia entra un estremo stupore e ha un attimo di pudore: fa il gesto di coprirsi con lenzuolo. Mi rendo conto e mi sento ridicolo. Lei si sente ridicola e poi scoppia a ridere: “Scusa, avrei dovuto essere più… più attenta. Capire. Lui non ha più… più tanta fretta”.
Gli occhi le brillano quando sorride e sembra divertita. Non avevo mai fatto troppo caso a lei, è che con i miei orari non è che ci si incroci spesso. Dev’essere una che è sempre in casa. A guardarla meglio non si assomigliano molto, anzi quasi per nulla. E’ leggermente più alta e… è rossa, di un rosso ramato. E Caterina non porta quei tacchi, me ne ricordo solo in quel momento. E gli occhi sono grandi e intensi. Avrei dovuto accorgermi di lei. Non so come scusarmi. Alla fine è lei a toglierci dall’imbarazzo, si accende una sigaretta, Caterina non ha mai fumato, e mentre lei aspira profondamente si confida: “Decisamente è il corteggiamento più… rapido che ho mai vissuto. Non che… Sei sempre così? Potevi almeno darmi il tempo di darmi una pettinata. Devo sembrarti… impresentabile”.
Onestamente non ho nulla di cui lagnarmi. Dovrei esserle solo grato. Dovrei ringraziare la mia distrazione e persino la padovana. Ripenso a quella nostra recente intimità, ancora calda e sudata. Attimo per attimo. Con attenzione. Rivedo ogni centimetro della sua pelle che ora cerca di nascondermi. Vorrei dirle una cosa carina ma tutto suona inopportuno. A tratti allontana lo sguardo e fugge il mio, a tratti mi fissa curiosa come stesse chiedendosi proprio in quel momento chi sono e com’è potuto succedere. Infatti lo ammette: “Non fosse successo… così… credo che non sarebbe mai potuto succedere. Ormai è tardi per… per pentirsi. Ancora non ci credo. Proprio io”. Tira su le spalle come una bambina capricciosa. “Me lo dice sempre che ho troppo la testa tra le nuvole. Che dovrei fare più attenzione. Che leggo troppi romanzi”. E’ tutto fin troppo inverosimile.
Schiaccia la cicca sul portacenere di cristallo con meticolosità. Vorrei chiederle se ne offre una anche a me, ma non trovo il coraggio. C’è un solo posacenere nella stanza. Dal mio lato, sul comodino, c’è solo la piccola lampada. Non so perché ma ho il desiderio di frugare dentro quel cassetto. Forse solo perché vorrei conoscerla, sapere qualcosa della sua vita. Non oso chiederle nulla. Posso solo lasciarmi alla mia fantasia nel momento che ci scopriamo veramente estranei. Non dev’essere facile nemmeno per lei parlarne: “Credo che per provare imbarazzo sia un po’ tardi. Dovevamo pensarci prima”.
Alle sue parole non so fare di meglio che restituirle silenzio. Mi propongo di raccogliere le mie cose e andarmene. Non saprei come accomiatarmi da lei e da quel momento. E allo stesso tempo vorrei non finisse. In fondo Caterina non è mai stata così tanto… Caterina. Provo un veloce bisogno di baciarla, di lasciarle una carezza. Strizzo la stoffa del copriletto nel pugno. Lei sicuramente si ritrova con più facilità di quanto so fare io. Forse perché è la sua casa. Sono proprio tutte uguali, persino i quadri sono gli stessi che abbiamo appesi alle nostre pareti. Con una maggiore attenzione avrei potuto sentire l’odore del fumo. Sono quisquiglie, sfido chiunque. Non noto nessun’altra differenza tranne il suo volto sul cuscino. Il volto di una sconosciuta che vedo solo ora. Cerca di fare la spiritosa e ci riesce. Quando torna a parlare ha un’aria sbarazzina che incanta: “La prossima volta che sbagli piano cerca di essere più carino e fammi uno squillo prima”.
Che stupido, me ne sarei dovuto accorgere per tempo. Troppo era l’insolito in quella nostra mattina. Non ha protestato che era venerdì. Non ha insistito per toglierle, le calze. Ha unghie laccate di verde smeraldo che mi hanno graffiato desiderandomi. Non ha avuto da ridire quando ho lasciato cadere le cose per terra. Le guardo incantato; anche loro appartengono ad un altro mondo. Lei guarda dove guardo io. E’ curiosa di me ma sa non fare troppe domande. Sul comodino è appoggiato un libro aperto: «Didone, per esempio. Nuove storie del passato». Non l’ho letto e lei, Caterina, non lo leggerebbe mai; non ama leggere i libri. La sedia e ricoperta dei suoi indumenti, e non è la solita biancheria; penso sia una donna che ama piacersi. Persino il suo profumo è più insistente. E il suo corpo… è il corpo di un’altra. Forse è solo ora, ma mi da sensazioni diverse. Non saprei definire tutte le differenze. Forse è solo il fascino della novità. “Stavo per dirti che è passato l’amministratore, ancora come fossi lui.” –e ride– “Eppure lui non rientra mai prima delle sette. Ancora non riesco a rendermene conto”.
Non ha bisogno di darmi altre spiegazioni. Parla lentamente un italiano corretto, perfetto; con una voce limpida e ben impostata. Non so se succede anche a voi di pensare in certi momenti alle cose più improbabili; di essere preda della stupidità e delle futilità. A me succede spesso, quando, ed è altrettanto spesso, mi trovo dentro situazioni che non so completamente governare. Eppure dovrei essere quasi immune al disagio, col mio lavoro, ma quando uno ci nasce. Dovrei dire che ho dovuto sposarmi per trovare un posto dove stare. E non credo sia perché sono figlio unico. La timidezza è un abito stretto che ti trovi addosso senza poterlo scegliere. Persino con Lei, con Caterina, non mi sento ancora del tutto completamente libero. C’è ancora una sorta di leggero impaccio, soprattutto in quelle cose. Ecco perché oggi mi è sembrato tutto così bello e così naturale. Forse proprio perché non ho dovuto pensarci prima. Avevo solo voglia di farlo. E stranamente lei, una sconosciuta, la donna di un altro, è stata la partner ideale, grazie anche al caso; e alla mia distrazione. In altre circostanze sarebbe potuta essere solo un sogno inconfessabile. Come ho fatto a non vederla prima? Un po’ di rimorso lo provo ma non è una cosa insostenibile. Non mi va di spiegare troppo. Mi basta sapere che è successo. “Forse dovrei fare una doccia. Che stupida, nemmeno un caffè. –mi guarda dentro– Ma non vorrai”…
Non avrei osato ma mi ha letto nel pensiero. Più che un rimprovero è una lusinga. E’ proprio vero: Non è il tempo quello che manca.
Mi allunga la mano. Quella mano che mi ha frugato l’anima e che ora tengo affusolata e fragile tra le dita. “Sebastiana.” –e torna a ridere. Anche il nome mi piace. E’ strano e forse proprio per questo affascinante. Si accorge che ancora la mano tiene il lenzuolo a coprirla e a scoprirla. Lo getta via divertita ed è tutta nuda e abbagliante: “Vieni qui, stupido”. Credo che dopo lo prenderò volentieri quel caffè.

N.B. la foto è stata “rubata” dal profilo facebook di Enrico Mazzucato.

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Ci sono proprio cose che non ti possono non infastidire. Io non lo so chi scrive queste storie. Va bene aggiungere un po’ di fantasia, ma quello il troppo è eccessivo. Poi la gente ci crede e diventa un’altra storia. Diventa chiacchiere. Ora vorrei ristabilire un po’ verità visto che ne sono stato il protagonista.
Quella sera avevo trovato di prendere due lire, cioè due euri, bisognerebbe aggiornare anche i modi di dire, per dare una mano in cucina in un ristorante dove c’era una festa in grande. Lavavo i piatti con un occhio ai fuochi mentre sentivo venire di là il frastuono di quelli che si stavano divertendo. Era una serata tutt’altro che di riposo. Servito il dolce e finiti i miei compiti volevo farmi una bella doccia prima di andare a ritirare la paga. Maledetto me ho voluto prima buttare un occhio alla festa che pareva non volesse finire. Trovo il coraggio e vado fino al bar. Mi si siede vicino una bella ragazza. Sui vent’anni, alta, slanciata, occhi spalancati; insomma una vera bellezza. Non posso dire molto di più perché con quelle luci vedevo e non vedevo. Tanto che mi sia accorto che era un poco sguaiata e che aveva belle gambe che mostrava abbondantemente scoperte.
Dall’interesse che le ronzava intorno sembrava la festeggiata. Io ho rimesso gli occhi nella mia acqua tonica. Lei sembrava già un po’ su di giri, direi brilla completamente, e mi ha rivolto la parola. Parole farfugliate non con troppo senso, tipo se mi piaceva la festa, se mi divertivo e da chi ero stato invitato. Un bell’imbusto si è intromesso tra me e lei, allora mi sono accorto dell’ora. Le ho detto che dopo una doccia me ne sarei andato, mi sono accomiatato. Quello mi ha detto che si sentiva intorno che ne avevo bisogno, il bifolco, e lei ha riso come una cretina. Un riso isterico istigato dall’alcol.
E così ho fatto. Già pensavo alla fatica della strada e pregustavo il meritato riposo. Ero sotto il getto potente dell’acqua ancora con lo shampoo nei capelli e negli occhi mentre finivo di insaponarmi quando me la sento scostare la tenda. “Ecco dov’eri finito, mio bel giovanotto”. Sono rimasto allibito tanto che m’è caduto il sapone di mano. Lei ride del mio imbarazzo e viene sotto il getto d’acqua con me vestita com’è. Si stava stetti stretti nel box perché era solo di servizio per chi ci lavorava. “Lo sai che sono una vera principessa”? Quello che so è che non era una vera domanda, e non era quello che mi stavo chiedendo. Lei aveva tutta l’intenzione di aiutarmi a lavarmi. Fuori il personale stava riassettando la cucina. Forse per l’acqua a quel punto ha avuto un barlume di lucidità. Cercò di parlare bofonchiando, incapace liberò la bocca di me e mi chiese se avevo la macchina. All’assenso del mio capo mi disse che saremmo stati meglio e più tranquilli lì.
Si sistemò alla meglio tra le risa di sottecchi dei presenti e le loro strizzatine d’occhio verso di me. Gli occhi di Carlo e Giorgio cercavano di bruciarmi dall’invidia. Io mi rivestii, non lo so perché ma non sono uso andarmene in giro con le chiappe al vento, e poi per mano siamo usciti. Davanti alla macchina sembrò un po’ delusa. Disse “tutto qui?”, osservò che non saremmo stati molto più comodi e infine si rassegnò e aspettò che le aprissi la portiera. Nemmeno il tempo di salire che lei aveva già abbassato i sedili. Nemmeno il tempo di sedermi che lei mi aveva spinto giù e mi aveva già slacciato i pantaloni. Mi parlava d’amore e sembrava avere una gran fretta. Io tacevo e cercavo di rendermi conto che tutto quello era vero, che ancora qualche dubbio me lo porto nel cuore. Lei era brava e appassionata e ci sapeva fare, principessa o non principessa. Alla fine mi aveva detto che s’era fatta accompagnare da Michelino ma che lui era di una noia mortale. Poi si batté alla fronte, si ricordò che gli aveva detto di aspettarla e che c’era il taxi per loro. Lo disse con lo stesso tono con cui una donna ti liquida con un “Cielo, mio marito!”. Si scusò, mi diede il bacio dell’addio frettolosamente e scappò via. L’avessi raccontato chi avrebbe potuto credermi?
In quel periodo stavo con Adele. Forse non era un grande amore ma era gentile, e poi funzionava tra noi. Naturalmente non le dissi nulla, ma mi sentivo molto in colpa per quello che era successo. E temevo lo potesse venire a sapere dai soliti Carlo e Giorgio; gli infami. Semplicemente non ne ebbero il tempo. Nonostante quanto feci per tenerglielo nascosto la mia storia con Adele finì proprio per quello. Un paio di sere dopo accompagnai la mia fidanzata fino a casa ed eravamo quasi arrivati quando, aprendo il vano oggetti, si è trovata tra le mani le mutandine che la bella sconosciuta principessa aveva scordato nella fretta di scappare. Cercai di inventare una scusa ma fui maldestro e poco credibile. Non rividi più Adele.
Quasi non ci pensavo più dopo un lungo periodo poco fortunato, sia sul fronte del lavoro che con le donne. Sembrava che la fortuna mi avesse girato le spalle. Da alcune riviste avevo avuto conferma che era una vera principessa. Ero messo talmente male dal punto di vista sentimentale che, debbo ammetterlo, un paio di volte avevo dovuto ricorrere a quelle riviste per fare all’amore. Poi avevo letto che aveva incontrato il suo principe azzurro, che l’aveva perso e lo stava cercando. In quel mondo le cose sono sempre andate in questo modo. Non mi illudevo di essere proprio io l’uomo della sua vita e poi non sapevo come avrei potuto fare. Non sapevo come né dove presentarmi ed ero certo che sarei stato solo deriso. Insomma era stato solo il bell’incontro di una sera diversa dalle altre. Una cosa da ricordare, se non si riesce a dimenticare.
Poi un pomeriggio sento un gran trambusto nella strada. Voci di ragazzi, di bimbi, vociare di gente. Stavo per andare a vedere alla finestra pensando ad un incidente quando sento suonare alla porta. E’ lei, la mia principessa, fresca di visagista, parrucchiere, eccetera, circondata da un codazzo di amici e tutti sembrano divertirsi sguaiatamente. “Cerco il mio principe azzurro. Non ricordo molto. Ero troppo ubriaca, ma questo non conta. Lui ha una cosa mia”. E io vado a prendere le mutandine che ho conservato gelosamente. Mi dice con una faccia che ti dico che potevo almeno lavarle. Non posso confessare il mio rapporto con quell’indumento. “Fa nulla” –e torna a ridere sonoramente seguita dal coro di quei perdigiorno. Si alza la gonna e le prova davanti a tutti: “Sì! Sono proprio le mie”. Allunga una mano prima che abbia uno stupido gesto di pudore: “Sì! Sei proprio il mio” –e ride. E senza chiedermi altro, sembrerebbe inutile anzi superfluo anche a me, si limita a dirmi di seguirla: “Vieni”.
A farla breve si rischia di andar di fretta. Insomma la seguo. Ovvia macchina chilometrica. Scontata villa sterminata. Mi sorge il dubbio che per raggiungere la camera mi ci voglia il passaporto. Mi rassicura subito ed è subito amore e passione, cioè l’amore riprende da dove era stato interrotto. Già dentro quell’automobile non era riuscita a resistere. Domanda: le principesse sono sempre così? Risposta: non ne avevo mai incontrata una. Ci si abitua subito alle comodità. E ci si adegua al lusso. Però il vino, almeno quello, vorrei versarmelo. Possedere un minuto. Non siamo mai soli. Anche quando siamo noi due, quando vorrei intimità, c’è sempre qualcuno. E il tempo che rincorre il tempo. Credevo che sposare una principessa fosse meno faticoso. E che lo sposo sarebbe stato principe. Sono principe ma solo principe consorte. Insomma… non è che ci capisca molto.
Lei è troppo buona nel senso che è troppo espansiva. Cerco di spiegarle che… una moglie… non dovrebbe… Mi dice: “Quanto sei vecchio”. Mi dice: “Quanto sei moralista” –e ride. Non mi va di ritrovarmi nei giornali. Mi va ancora meno di ritrovarci lei e non con me. Cerco di capire e non ci riesco. Uno è un noto pittore. L’altro un famoso fotografo. Mi sento assediato da geni. E io che mi pensavo che erano tutti gay. Invece sono anche loro tutti troppo affettuosi, con lei. Riprovo a dirlo. Mi sento uno scemo. In verità qualcuno vorrebbe essere troppo affettuoso anche con me. Non avevo torto completamente. Non esiste veramente un tutti nella vita. Lo penso mentre lei mi spiega come va il mondo. Nel suo mondo ovvero in quel mondo. Ma io sono solo un tipo semplice. Questo lei lo sa e me lo ripete; un po’ ottuso. Cioè di vedute limitate, e ride. Mi spiega che però mi cambierà. Io mi sento già un altro. O di un altro. E ha sempre meno tempo per me. Cioè per noi.
Non mi vanno gli estranei nella sauna. Non mi va che tutti vedano quel tatuaggio. Molte son le cose che non mi vanno. Smetto di elencarle. Le risposte sarebbero seguite da quella sua risata che ha il sapore dello scherno. Entro in sala e sta baciando uno che non ho mai visto. Mi spiega che è un importante industriale degli insaccati. Mi dice che posso restare. Preferisco andare; lasciarli soli. La sera mi spiega che è solo un caro e vecchio amico. Mi sembrava più giovane di lei. Mi spiega che non c’è niente tra loro. E che anche lei ha i suoi bisogni. E che sono anche affari. E che si vuole divertire. “Che c’è di male”? Che tra noi va tutto bene. Ho un vulcano che mi ribolle dentro. Il magma sale ma non so ribattere. Mi precipitano a terra le braccia. Tiro giù un santo dal firmamento. Metto il muso. “Sei… sei… noioso”. Si abbassa la maschera e torna a dormire. Io invece mi rigiro nel letto e non trovo posizione. Le domande si mettono in coda. E dopo le seguono i dubbi. Sarò anche un piccolo borghese ma non so essere altro. La notte è buia (nessuna novità). Sbatto il libro sul comodino. Lei è di sonno pesante. E il mattino ricominciano i mille impegni.
Si sveglia divertita, lei. Mi chiede: “Non hai visto che tette ha Betta”? Sembra volermi consolare. E’ come parlare con un uomo. Betta è la domestica che si dovrebbe occupare di me. Certo che le ho viste. Non fa che cercare di farmele vedere il più possibile. E ha anche occhi curiosi, la Betta. Forse anche ammiccanti. Anzi certamente. Solo vorrei accorgermi io delle tette della Betta senza che lei mi inviti a farlo. A osservarle. Ma ormai lei ha sempre meno tempo per me, cioè per noi. Forse cominciò a soffrire di stanchezza, e a farmi ripetitivo. Non mi sorprendo che la Betta sia gentile. Anche se mi mette disagio in quei momenti continuare a sentirmi chiamare signore. Eppure mi sento colpevole. Lei, la mia principessa, pare saperlo e divertirsi. Ho il sospetto che le due si bisbiglino i segreti. E che ridano alle mie spalle. E questo sarebbe anche il meno. Ormai la principessina da sempre più confidenza a sempre più “amici”. La mia presenza non fa nessuna differenza. Dice che le piace stare con me. Che è felice. Che quella è vita. La sua vita. E qualche sera è veramente appassionata, come quelle prime ore.
Ma c’è sempre un confine alle cose. Un giorno stiamo parlando. Io sul divano, lei in piedi di la del tavolo. Mi accorgo che, come se non ci fossi, Gastone il maggiordomo le sta toccando il culo. E che lei lo lascia fare divertita. E lui lo fa con perizia e scrupolosità. Legge nella mia faccia e ride. Mi chiede se non mi diverte. Mi chiede se mi va di vedere. Mi spiega che è solo Gastone. Che è con lei da sempre. Lui si mette dietro. Lei si china per facilitargli il compito, si alza la gonna. Lui le abbassa le mutandine. La mia faccia si trasforma in quella di un ebete. Mi spiega che è bello non essere gelosi. E che non c’è nulla da essere gelosi. Mi alzo. Fa la faccia offesa: “Sei antipatico”. “Allora non vuoi che mi diverta”. Fatica a dire le ultime parole. Quel che è troppo è troppo quando la chiama “la mia puttana”. Me ne vado senza interromperli. Quel Gastone mi è stato sulle palle fin dal primo istante. Decido che quella vita nobile non fa per me. Viene a letto molto tardi. Aggiunge che non capisce. Che non sa perché dovrei prendermela. E che così è anche molto democratico. Io aspetto con ansia col braccio sotto la testa che si addormenti. Mi prega di spegnere la luce.
Non è più sveglia, non dorme ancora profondamente. Ne approfitto per darle un bacio. Mi rendo conto che è il bacio che non ci siamo mai dati. Il primo bacio. Un bacio d’amore. Un bacio per tornare rospo. Ora la posso raccontare al passato. Torno ad essere solo me stesso. Sarebbe facile non fosse che ormai mi annoio a vivere ai bordi del fosso. E c’è una rana che mi gironzola intorno. Ma non ho occhi che per una bionda che raccoglie margherite. Cerco di richiamare la sua attenzione gracidando. Attenzione: i rospi non gracidano come le rane «cioè, le rane fanno craaaa craaaa… e i rospi crooooa crooooa». Lei, la biondina, non mi presta attenzione. La raggiunge un giovanotto. Dovevo aspettarmelo. Continuo a non riuscire a non amarla. Che colpa ne ho se anche tornato rospo continuano a piacermi le belle tose?

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Luigi dice che parlo troppo. E parlo troppo di me. Non mi sembra. In verità parlo molto anche di noi. E delle mie e nostre cose. Ma anche di altre cose. Di quello che succede intorno sono informata. Ma io mi chiedo: perché dovrei parlare degli altri? In fondo gli altri sono gli altri. Non è che ne sappia tanto. E poi cosa c’è da dire? E io credo che lui, Luigi, esageri. Molto spesso non mi sta nemmeno a sentire. E ultimamente tutto sembra dargli fastidio. Così preso dai suoi pensieri. E dal suo lavoro. Sembra che solo le sue siano cose importanti. Già! ma lui è un uomo. Come tutti sembra che ogni sua parola cambi il mondo. Loro sono giusti. Sono intelligenti, loro. Loro sono pratici. E poi non sanno cambiare una lampadina. O cucinare un uovo. Alla fine restano sempre bambini. E dobbiamo essere noi a risolvergli i problemi. Pronte a proteggerli e a nasconderli tra le braccia. Sì! dobbiamo essere noi a risolvere tutti i loro presunti problemi.
A volte ci vuole tutta la pazienza dell’universo. E ne ho tanta. La nostra è una storia lunga. È forse per questo che non c’è più quell’entusiasmo. Non che non ci sia cioè… Non mi posso lagnare. E’ una storia d’amore. Lui non mi fa mancare nulla. Ma qualche volta dice che è stanco. O forse sono io che chiedo troppo. E quando non è stanco è anche comprensivo. Che qualche volta vorrei lo fosse meno. Mi sembra così, in quei casi, di interessargli meno. Lo vorrei, a volte, un po’ più geloso. Non vorrei che ci fosse qualcun’altra. Giuro che gli strappo gli occhi. Certo che io sono cambiata. Ma chi non cambia? E’ il tempo che ci cambia. Un giorno dopo l’altro. E al tempo non possiamo rifiutarci. E chiamiamole pure rughe di espressione. Senza crederci nemmeno noi. E mi viene da pensare, ora, a come si è ridotta Giovanna.
Don Igino (a questo proposito non vi sembra strano un nome così, come quello?) invece ha la pazienza che Luigi non ha. Lui sì che sa ascoltare. Non fosse per la tonaca… ma quando la toglie è pur sempre un uomo come tutti gli altri. All’inizio non l’avevo guardato così, voglio dire come un uomo. All’inizio era solo un prete. Poi le cose sono andate avanti. Ci si è cominciati a conoscere. E ci si è conosciuti bene. Molto bene. Ed è stato tutto più facile. Anche per me. Non so per lui. Una di queste volte glielo devo chiedere. È come se sia passato dal mio confessore al mio confidente. Insomma un vero amico. Questo è don Igino. A proposito: “Vi ho detto che è un prete? Non si direbbe, vero”?
A volte credo di andare anche senza il bisogno della confessione. Solo per parlare. Anche senza un motivo di cui parlare. Ma per una donna per bene e un bene liberarsi dei propri peccati. Dopo mi sento meglio. Povero don Igino. Deve avere una pazienza infinita. Non parlo per me. Con tutte quelle donnette che gli riversano addosso tutte le loro squallide storie e le loro perversioni. Dio solo lo sa cosa avviene dietro a tutte quelle finestre. Ne ho sentite di storie. Ma in fondo non è forse questo il lavoro di un prete; avere pazienza, stare ad ascoltare. È soprattutto questo che amo in don Igino. Non che non sia un bell’uomo. Tra lui e Luigi… beh! dieci a due. Ma non è il caso di parlare d’amore. Non con lui, perché l’amore ha anche bisogno di certezze, e di futuro. La sua certezza e nella fede. E allora non so dare un nome a questo sentimento. Gli sono affezionata. E nessuna parola può sporcare il nostro rapporto. La stima che ho di lui. Di don Igino, non di Luigi, perché la stima va conquistata. E poi mantenuta. E quello è più il tempo che passa con la televisione, o fuori. Sospetto che ami di più tenersi quel bicchiere in mano.
Poi c’è sempre qualcuno che viene ad insegnarti che si dovrebbe essere più discreti. Ed è il primo che non si fa gli affari suoi. Solitamente è così. Io quello che ho in cuore ce l’ho in bocca. E dico quello che deve essere detto. Non faccio sconti. E la gente un po’ mi guarda con rispetto. Anche perché io quando mi ci metto mi ci metto. A me non la si fa. So io chi va ogni mattina in visita a quella santerellina di Stefania mentre il marito inforna il pane e non è ancora giorno. So io le vere doti di infermiera di quella bionda evidente e svampita che lavora per il dott. Landonfi, il dentista. Lui è un vero cane ma quando c’è lei non c’è maschio che esca scontento dall’ambulatorio; lui compreso. E la moglie zitta. Ma a proposito di mogli c’è Adele, e ce ne sono tante, che si divertono loro perché così si diverte il marito. E poi li vedi magari a braccetto come due innamorati della prima ora. Già Adele, che se lo facesse per mestiere lavorerebbe meno e meriterebbe più rispetto. Invece lo fa, e “Diobono!” tanto, e solo per il gusto del piacere. Perché io non sono una da credere a tutte quelle storie. Al fatto che sia lui che vuole che lei lo faccia. Non che mi faccia gli affari degli altri. E’ che te li fanno sotto gli occhi. Praticamente alla luce del sole. E si credono anche furbi. E vogliono far passare gli altri che vedono per fessi.
E devo ammettere che provo uno strano piacere a confessarmi. E a confessare anche tutti i loro peccati. Mas quello che importa sono i miei. E’ naturale. Per quelli provo un piacere di cui certi momenti mi trovo a chiedermi se me ne dovrei vergognare. Pentire. E poi confessare quella mia confessione. Quella voglia di dire le cose. Fino al desiderio di esagerarle. Non lo so cosa mi spinge. Forse per avere ancora più cose da dire. Forse per sentirmi rimproverare. Forse solo per avere il suo parere. E gli dico: “Igino”, perché ormai io lo chiamo così, c’è confidenza tra noi, quel don mi imbarazzerebbe, così come dicevo gli dico direttamente “Igino, dimmi Realmente cosa ne pensi. Voglio dire di me. Senza scrupoli. Non trovi che sono ancora una bella donna”? Oppure: “Guardami, ti sembro sia da buttar via”? Soprattutto domande; non ci avevo mai pensato. Non fino ad ora. Ma questi sono solo degli esempi. Solo per dare un’idea. Per farmi capire. Anche se lo so che poi in questo paese tutti finisce in gloria. Ma gli chiedo anche della fede. Non sono certa che la mia e la sua siano la stessa cosa. Io non le so molte cose. E spesso sono confusa. E spesso mi tengo le domande. Per la paura di sembrare una sciocca. Ma ho un capriccio che mi frulla in testa. E glielo vorrei proprio chiedere a lui: “Cosa ne pensa dio dei tatuaggi”?

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Mi lascio cadere sulla sedia sfatto. Ho deciso: prendo un caffè e poi me ne torno a casa e mi infilo sotto le coperte. Cosa le racconto? Ho accettato questo lavoro perché non ho trovato altro: cacciatore di vampiri. Non che ci credessi molto. Non volevo farle vedere che me ne stavo semplicemente a ciondolare in casa senza cercare di reagire. Come uno scansafatiche qualsiasi. Ho girato tutta la notte. Naturalmente senza risultato. Niente che assomigliasse minimamente a quello che cercavo. Mi sono infilato in feste, in balere e discoteche, nei locali più sordidi, per le vie più buie. Mi sono spinto fimo al cimitero. Ne ho viste molte e ne avrei di storie da raccontare. In tasca non ho una lira. Non è con le storie che si mangia e ho accettato di farlo a cottimo: un tot, che non ho capito come si quantifica, ad ogni cattura. Potevo trovarmi un lavoro più assurdo? Rigiro fra le dita il mio cuneo di frassino. Lo infilo in tasca. Puzzo anche di fumo, alcool e un po’ di vomito. Ho bisogno di una doccia. Gli occhi mi bruciano. Una notte insonne per nulla.
Sono bravo a lasciarmi tutto dietro le spalle. Mi si avvicina un tizio, dice “Posso?” e s’è già seduto. “Sono Giuseppe”. Lo guardo senza attenzione: “Anch’io”. Ho scelto questa strategia per non dare confidenza ai perdigiorno. Non si lascia nemmeno sfiorare dalla sorpresa. Aspetto che arrivi il cameriere. Lui mi confida come fosse un segreto: “E’ il tuo giorno fortunato. Se cerchi lavoro hai trovato la persona giusta”. Viene il cameriere. Lui, Giuseppe, per sé lo ordina macchiato con poca schiuma. Aspetto. Arriva l’ordinazione. Esagera con lo zucchero e sembra volerlo mescolare per tutta la mattina. Cerca di destare il mio interesse. “Si tratta di raccogliere patate. La paga è buona”. Gli spiego che sono ingegnere e che non è quasi l’alba. Di rimando mi precisa che lui è uno onesto, si prende solo non venti percento; non come quelli. “Guarda, –gli dico senza degnarlo di uno sguardo– non ho chiuso occhio e questo film non so se vorrò vederlo nemmeno in seconda serata”. Resta deluso. Mi borbotta che non so cosa mi perdo e se ne va senza pagare. Abbandono al vento un sospiro di sopportazione. Si allontana verso un camion parcheggiato sopra il marciapiede. Dev’essere la mancanza di sonno e devo avere un aspetto orribile, da extra. La città non ha ancora cominciato a riprendere vita. In verità comincio ad avere il sospetto di non essere tagliato per il lavoro.
Il giorno non è ancora molto popolato. Solo i primi rumori. Uno si avvicina. Mi guarda bene. Scuote la testa e se ne va verso un altro camion. Dev’essere la camicia. Mai saputo dei giorni delle raccolte. Mi rendo conto di come la notte sia fatta di tante ore. Quel tizio mi ha versato addosso del merlot rosso. Speravo che si notasse appena. Forse questa gente ha occhi da gatto. Il caffè s’è freddato. Richiamo il cameriere per farmene portare un altro. Mi conto i soldi in tasca. Non sono così disperato. Laura mi ha lasciato quelli per passare in lavanderia. I pantaloni possono aspettare. Avrei voglia di prendere anche un cornetto. Ho lo stomaco sottosopra. E mi accorgo che un altro tizio ha sostituito al mio tavolo quello delle patate. Mi fa: “Se hai cinquecento euro in ventotto minuti li raddoppiamo”. Se li avessi non sarei seduto a questo tavolo. Gli rispondo in silenzio osservandolo in viso attentamente. “Si può fare anche con duecento ma allora ci vuole più tempo”. Gli domando se vuole vedere il tesserino. Si alza immediatamente spiegandomi che si trattava solo di uno scherzo.
La sedia non resta vuota per molto. Viene a accomodarsi una donna, anzi anche lei vi si lascia cadere. Sputa un sospiro di liberazione dalla fatica. “Notte dura… eh”? “”! “Ne offri uno anche a me”? Le avvicino la mia tazzina. “E’ stata lunga e inutile. E per te”? Ho il sospetto che mi abbia scambiato per un lavoratore della notte. Per uno che fa il suo stesso mestiere. Non mi interessa di deluderla: “Anche per me”. Cerca le parole e poi infine le trova: “Bel ragazzo, andiamo a divertirci”. Rifaccio i conti in tasca. Il risultato non cambia. “Temo di doverti dire di no”. Mi invento che sono uno studente. Mi guarda con gli occhi stanchi e arrossati, palesando un po’ di delusione. “Peccato. Credimi, mi dispiace. Fosse per me… ma lui non me lo permetterebbe”. Ha voglia di parlare. Comincia a raccontarmi la sua storia. Del figlio. Di lui, il protettore, che la picchia, ma solo qualche volta. “Ma poi è gentile”. Dei genitori anziani: “Naturalmente non sanno”. Loro, i genitori, se ne stanno in campagna. Lei non era tagliata per quella vita. Che lei lo fa proprio per bisogno. Che le piacerei molto. Prova un’ultima volta a tentarmi spiegandomi che è brava. Mi ripete che le spiace perché le piaccio veramente, ma che proprio non può. Vorrebbe continuare. Forse si accorge che l’interesse che le riservo non è il massimo. All’improvviso si interrompe. Mi ringrazia del caffè e si allontana lasciandomi un vago appuntamento: “Ci vediamo”. La sua figura è appesantita. Il passo un po’ trascinato, ma gli occhi non erano brutti. Temo che avendoli avrei rischiato di spendere i miei soldi per nulla, per deluderla. Non so se quelle signore possono provare delusione. Forse la mia è stata anche carina, non saprei valutare quanto tempo fa.
Non resto per molto da solo. Viene al mio tavolo un quarantino in cravatta. Profuma di dopobarba cosparso da poco. Anch’esso invadente. Dopo un po’ si presenta con un “Buongiorno!” e mi spiega che è la mia “Giornata fortunata”. La fortuna sembra accanirmisi contro. “Offriamo un’assicurazione che copre tutto, ma proprio tutto, al venticinque per cento meno della più economica della concorrenza. Sarebbe criminale non approfittarne”. Lo guardo e mi chiedo che idea si possa essere fatto di me. Controllo le mie scarpe e vi è rimasto del fango. Trattengo l’istinto di pulirle contro la gamba dei pantaloni. Forse ha ragione lui: sono criminale. L’istinto cerca di sopraffarmi. Avessi raggiunto subito casa non mi troverei tanta plebe tra i piedi. Possibile che non esista più un angolo di intimità? Vorrei pensare solo ai mei pensieri. Gli rispondo annoiato: “Non ho la macchina”. Dico sempre così per togliermi dai piedi questo tipo di guaritori e santoni. La città è sempre più una giungla piena di trattole. Devo avere l’aspetto della facile preda. “E’ l’occasione perfetta per farsela”. Per istinto mi verrebbe da spiegargli chi mi farei. Soprassiedo.
Mi si avvicina un barbone mentre sto ancora mentalmente lasciando i miei saluti alla signora. Forse si chiede se pietire almeno il solito caffè. Non lo devo aver convinto. Inizia la sua preghiera ma si ferma subito. S’accomiata immediatamente con un: “Buona fortuna, amico” –e si allontana senza girarsi. Non ho ancora trovato la forza di alzarmi. Il letto può attendere. E’ il tragitto a spaventarmi. Non mi sento le forze. Credo di essermi anche appisolato, ma solo per poco. Sono sospeso tra il bisogno di riposo e un fanculo. Incapace di decidermi. Inoltre ho lasciato la macchina a mia moglie. Dovrei comunque farla a piedi. Non è molto ma quanto basta. Intanto i negozi si sono aperti. Una donna esce per le spese. Cerco di immaginare l’occupazione di quei passanti. Verso quale tipo di ufficio si stanno incamminando. Guardo se in qualche tavolo c’è un giornale. La stanchezza ormai è diventata torpore. Credo che faticherei a prendere sonno. Mi faccio portare il terzo caffè per me. Sferraglia il tram. Uno corre per non perderlo. C’è un senso di già visto e di quotidianità in tutto. Non so com’è andata a finire la formula uno.
Vengo distratto dal tavolino all’angolo. Indubbiamente è un bel vedere. Mi osserva per un lungo attimo poi prende il suo amaro e viene a sedersi al mio tavolo. Sembra che tutto il mondo stamattina sia curioso di me. E con me voglia scambiare due chiacchiere. Ho un gesto di disgusto: mi rendo conto di non averlo zuccherato. Le chiedo scusa. La guardo senza prestarle troppa attenzione. E’ una vera signora. Bella è bella. Elegante è dir poco. Il trucco: perfetto. Solo gli occhi leggermente arrossati ma subito li nasconde dietro un enorme paio di occhiali scuri. Ha l’aria di una attrice del cinema e ne assume anche la posa. Rigiro la tazzina. “Divertito”? “No”! “Nemmeno io, per quello… E poi… un vera noia”.
Quando accavalla le gambe lo fa con la consapevolezza che quel gesto può fare impazzire il mondo. Ha preso i miei occhi. Cerco senza riuscirci di mettermi comodo. La stanchezza ha smesso di blandirmi. Insiste: “Nemmeno tu sembri uno che s’è divertito molto”. Temo che il suo tempo non sia dedicato a me. Per un attimo fa scorrere il suo sguardo intorno: “Bella giornata”… Sembra avere altro da dire, ma non lo dice. Allunga un attimo di silenzio. Mi chiedo molti perché. Eppure c’è. Eppure è al mio tavolo. Seduta davanti a me. Attenta ancora a studiarmi. Caldo o meno bevo il caffè com’è. Mi richiama alla realtà: “Cerchi un lavoro”? “Non so”. “Sai guidare”? “Naturalmente”. Pare che oggi abbiano tutti un lavoro da offrire. Ha un sorriso complice: “Cerco giusto un autista. E’ una cosa semplice. Il mio s’è… licenziato, diciamo così, pochi minuti fa”. Desta in me un po’ di interesse ulteriore. Sicura di sé. Sembra poco interessata a qualsiasi mia risposta. Decisa. Mi dice che “Posso provare”. Il “se voglio.” che aggiunge alla fine mi sembra avere il gusto della presa in giro. Persino il tono con cui lo dice sembra porre fine al nostro dialogo. Si alza e va verso la sua lunghissima macchina argentata.
Certamente non ha la preoccupazione di passare inosservata. Io la guardo brevemente allontanarsi e poi pago le consumazioni e velocemente la seguo non distogliendo il mio interessa da lei. Mi scodinzola davanti ch’è una meraviglia. Mi sento molti altri sguardi addosso. Mi metto al posto di guida. Sistemo il sedile e lo specchietto. E’ lei ad indicarmi dove andare. Cerco di guardare solo la strada e di seguire le sue indicazioni sufficientemente precise. Imbocchiamo il corso e poi a destra. Poi rincorro solo la sua voce. Cerco di darmi un atteggiamento disinvolto, se non professionale. Penso che forse è la mia occasione. L’ho cercata tanto e poi è stata lei a trovare me: “Non che non mi spetterebbe il titolo di contessa. Non bado a queste cose. Tu puoi chiamarmi signora Elisabetta”. Un po’ mi distraggo nei miei pensieri. Cerco di respirare il suo profumo garbato. Sembra quasi non fare caso a me: “Credo tu abbia il bisogno di… darti una ripulita”. Annuso l’aria in ansia. L’aria di quell’abitacolo che sa di fumo. Per fortuna non impieghiamo molto ad arrivare.
Mi fa entrare nel suo regno magico aspettando davanti ad ogni porta perché io gliela apra. E’ tutto luce e spazio. Tutto toglie il fiato. Non ho visto nulla di simile nemmeno al cinema. Non riesco a distrarre gli occhi da lei e ho modo di ammirarla tutta con attenzione. Stanza dopo stanza mi perdo seguendola in un alveare di stanze finché raggiungiamo la nostra meta. Come entriamo una musica si diffonde nell’ambiente da sola. La camera da letto è enorme ed enorme è anche il letto che sta al centro sormontato da un soffitto di specchi: “Questa è la mia”. Mi sorride garbatamente mentre le dita affusolate scorrono ad invitare lo sguardo del visitatore, poi ridacchia di pancia. I suoi gesti sono lenti ma sicuri. Intanto è scesa dai sottilissimi tacchi sfilandosi le scarpe. Mi indica il bagno: “Fai pure”.
Non sono riuscito a trovare il suo invito offensivo, mi è anzi parso gentile. Solitamente sono tra quelli che preferiscono infilarsi nella vasca. Magari restando a poltrire immerso di schiuma. Non che abbia fretta ma cerco di fare presto. Dopo mi controllo allo specchio e mi sistemo i capelli. Annuso uno tra i tanti deodoranti che fanno bella mostra di sé sulla mensola e lo rimetto dov’era. Mi passo senza sapere perché i denti con un dito. La stanchezza si fa sentire in sottofondo. I miei pensieri sono un’unica confusione. Non so cosa sta succedendo intorno. Ho solo voglia di annullare ogni domanda. Mi concedo un attimo di tregua; una pausa. Torno dentro ad un accappatoio completamente imbarazzato. Convinto che fuori mi aspetti con una divisa. Invece è rimasta in piedi davanti alla porta e mi guarda ridendo: “Dovresti cambiarti. Dopo guardo se ho qualcosa che ti può andare bene”. Mi sento un verme. In realtà avevo solo bisogno di una ripulita. Magari ne avrebbero bisogno anche i miei abiti; Lungi da me negarlo. Anche solo di una rinfrescata. E di lavarmi i denti.
Mi dice di fare come se fossi a casa mia. Mi guardo torno cercando qualcosa che assomigli a casa mia senza trovarlo. La presenza del letto mi imbarazza. E le impalpabili mutandine di pizzo sulla poltrona. L’aria di intimità che pervade la stanza. La stessa di ogni camera da letto; penso. La musica. Tutto è una ruffianeria. Un’alcova da fiaba in una bolla di sapone. A lei non mancano gli argomenti. “Faccio anch’io una doccia. Mettiti comodo”. Fatico ad immaginarmi comodo.
Mi siedo ad aspettare sul bordo di una sedia fissando la stessa porta dietro la quale è sparita. Sento lo scrosciare nell’acqua. Mi ricordo di aver lasciato la mia biancheria per terra. Non vorrei fare nessun gesto che possa deluderla. Fatico a non immaginare lei sotto il getto. Guardo quel letto. Ho la tentazione di avvicinarmi e accostare l’occhio a quella serratura. Resisto e resisto al tempo che scorre lento. Credo che in circostanze simili molti sarebbero felici di pagare per questo lavoro. Non mi arrendo ad un attimo di panico. Sono certo che presto mi sveglierò dal sogno. La musica è una carezza. Conto mentalmente gli spiccioli che ho in tasca. Non penso sia il caso di andarmene. Torna mentre sono ancora immerso tra le mie stupidità. E’ fasciata da un velo impalpabile: “In certi momenti… capiscimi… di confidenza… va bene anche Elisabetta”.
Avrei dovuto ricordarmi di quello che si dice dei Bátorai quando ho letto quel nome alla targhetta della porta dell’immensa villa? E poi sono proprio io a spiegare a mia figlia perché non ci si dovrebbe mai fidare degli sconosciuti. Cerco di distrarmi un attimo di lei. Gli chiedo titubante delle origini di quel nome. Mi sembra non le vada molto di parlarne. E mi risponde anche leggermente infastidita. Mi conferma che lontanamente, ma molto lontanamente, affondano in Ungheria. “Sai… preferisco che sia tu a togliermelo”. Non avrei bisogno di quell’invito. Sono disposto a perdermi in quell’universo. Non accosta nemmeno le tende: “Magari dopo ti faccio vedere la piscina”. In pieno giorno mi butta sul letto. Le parole le sospira: “Ora non c’è tempo per queste cose”. Capisco che non uscirò più dalle sue braccia. I suoi occhi luccicano di una luce sinistra; colma di lussuria. Ingoia un prolungato sospiro osceno: “Sei proprio un diavolo”. Ha unghie iridescenti lunghe e affilate, e le affonda nella mia carne con voluttà. Mi squarciano la pelle facendola sanguinare. Le sue labbra rosse raggiungono subito quelle ferite e prendono a succhiare avidamente il sangue che cola.

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franca1Strana la mia storia, cioè la nostra. Io e Lei. Cioè questa è la nostra canzone. Oggi. Canzone che nemmeno ricordavo. Sono state altre a farci… ballare. Altre ad essere un pretesto ruffiano. Superfluo. Sono state altre a farci del male. Da continuare a ricordare. Una storia fra le storie. Una canzone che sembra raccontarci. Raccontare noi come tanti di quella generazione. Generazione di ragazzi; la prima. L’ultima? spero di no. Non sta a me dirlo. Una stagione da ignari protagonisti. Da zingari felici. Da navigatori. Da erranti. Con gli occhi assetati di mondo. Ignari di tutto. Persino di noi. E dell’amore. Ma forse l’abbiamo già raccontata. Forse è simile ad altre storie, ma è la nostra. E il pudore non basta.
Già! l’amore. Quel mistero di allora. Che ancora un po’ rimane. E incanta. Com’eri bella. E le parole mi riuscivano difficili. Poi leggere. Poi fluivano. Non riuscivo a fermarle. E poi l’imbarazzo. E allora cercavo di mostrarmi sicuro. E il suono delle tue parole ti faceva molto più bella. Tutto era facile. Tutto era naturale. Finché non abbiamo affogato i nostri timori in un bacio. Lo ricordo come ora. Quella sera. E tutte le mie ansie. E la consapevolezza che la vita mi avrebbe portato via. Mi avrebbe strappato dalle mie cose. Dagli affetti. Dagli amici. Dalla calle dove cercavo le tue braccia. Ma si ha vent’anni una volta sola. E avere vent’anni è un dramma quando si hanno per la prima volta. Purtroppo il tempo non ripete le sue filastrocche. Una volta li hai e poi se ne vanno. E tutto cambia. E tutto è cambiato. Quello che dicevo non era quello che speravo. Eppure sentivo che qualcosa di noi ci apparteneva per sempre. Non si è mai abbastanza stupidi a quell’età. E’ da allora che mi son conservato un “Scusami”.
Sapevo che si consumava una fine. Allo stesso tempo non volevo crederci. E’ per quello che non ci siamo salutati come avremmo voluto. E che per dar credito alla vita abbiamo dovuto perderci. Le parole non nascondono nulla. E’ tutto molto semplice. Non ho voluto legarti a me e allo stesso tempo ho sperato che tutto durasse per sempre. Sapevo tutto ma non volevo credere che l’amico più caro potesse rubarmi quel sogno sapendolo. Ed è così che le tue parole mi hanno colto comunque di sorpresa. Non le ripeto perché le soffro ancora. A sbagliare in due non è più facile rimediare.

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A casa di Alice c’è sempre la chitarra nell’angolo per chi vuole suonare. E c’è sempre qualcuno disposto a suonarla. E qualcuno disposto ad ascoltare. A casa di Alice c’è sempre un posto a tavola per chi vuole fermarsi a cena. No! lei non sa cucinare, ma fa un ottimo tè alla cannella o alla menta. Possono mancare le tazzine ma non mancano mai gli amici. A casa di Alice c’è sempre un posto per chi vuole fermarsi a dormire. E le notti sono lunghe a casa di Alice. Ne hanno scritto un libro, ma non sarà mai pubblicato. Perché ormai tutti conoscono Alice e tutti sanno le sue storie; ma quando le racconta è bello starla ad ascoltare. E quando le raccontano gli altri non è difficile che ne nasca una canzone. Perché Alice non è solo Alice ma è tutto, anche se non ha mai attraversato lo specchio. E quando torna dal viaggio porta con sé i colori e gli odori. Ed è bello viaggiare assieme a lei. Se fosse una donna sarebbe un orchidea, spuntata da sola sotto casa. Sarebbe un rubino senza montatura né confezione. Sarebbe solo un sapore, forse quello del mare. Sarebbe il sole che spunta o quando fa capolino. Sarebbe fiumi di parole ed è fiumi di parole. Inchiostro e sangue. Silenzi e singhiozzi. E tutti sanno di Alice e dei suoi gatti. Legare Alice ad un attimo sarebbe come legare il vento. Non c’è corda così sottile eppure così robusta. A casa di Alice si va per perdersi e non tornare più. E non c’è notte più buia della sua; della notte a casa di Alice.
Nel parco dietro la strada giocano i bambini. Loro non sanno. Tutti a rincorrere un pallone. Tutti a cercare chi non c’è. E chiedi ad Alice un verso di Lorca ma è solo un pretesto. Daresti la vita per un attimo d’amore. Ti trovi solo a chiederti se è mai stato amore. Se è amore quello. Se puoi amare e detestare allo stesso tempo. Ti riempi la testa di perché senza trovare una sola risposta. Una ragione a tutto questo franare. Nel mondo e dentro di te. Perché sai che ci sono cose che non si lasciano possedere. E sai di non aver mai saputo trovare ragione al dolore. E troppe sono le cose che ancora non sai. L’unica cosa certa è l’enorme confusione in testa. E’ questo un grido di dolore o d’amore? E la chitarra s’è presa una pausa. E ora tace, e il silenzio è sempre triste. Nessuno rolla il prossimo spino. C’è del vino rosso che riposa stanco in calici che vorrebbero essere lavati. C’è del fumo nell’aria e nessuno che apra le finestre. Il letto è sfatto. E’ questa l’immagine della solitudine. Ma sai che Alice, lei, tornerà. Col suo sorriso. E nemmeno quello può illuminare la stanza; oggi. Perché il tempo passa, per tutti. E te lo senti addosso; quel tempo. E tutto è immobile. E tutto e diverso. E cominci a scordare i versi di quelle canzoni. Non te ne vuoi andare, ma sei ormai uno straniero. Mentre genti diverse cercano di raccontare su altre rime. Ti sei distratto e lei cerca testardamente di accordare quelle sei corde.

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Si erano conosciuti che si può proprio dire erano ancora ragazzini cioè la loro era una storia che durava da sempre. Una di quelle storie felici da portare ad esempio. Erano allora studenti, giovani universitari. Poi lui avrebbe lasciato dopo otto esami adducendo come motivo la giustificazione di non essere capito. Ecco, forse per penetrare fino in fondo la storia, il lettore dovrebbe soffermarsi su queste ultime parole che all’inizio della loro storia lui aveva pronunciato: “Sono solo persone grette e ignoranti. Non in grado di capire uno come me”. Ma allora lei lo guardava con gli occhi di un amore che stava sbocciando e probabilmente non diede a quelle parole il peso che si sarebbe dovuto dare. Insomma un paio di volte lui aveva anche provato e riprendere gli studi, ma aveva sempre lasciato per lo stesso motivo e non aveva mai finito. Non era grave ma erano numerose e lo sarebbero state di più le cose iniziate e poi lasciate là e mai finite. Lei continuava a guardarlo come si guarda un figlio ed erano incapaci di stare distanti uno dall’altra. I loro occhi e le loro mani erano tutto un cercarsi. Lui parlava e la gente gli prestava attenzione, ma lei nemmeno sentiva quelle parole, gli bastava riempirsi la vista di lui. E lui raccontava in giro di come lei cucinava bene e fosse attenta nello spendere, cioè fosse parsimoniosa, e di com’era attenta anche alle piccole cose. E ballava sulla vita e sui piccoli palchi tranquillizzato del sostegno della sua amata, confortato dalle sue coccole, sicuro dell’assidua presenza del suo seno.
Decisamente quel mondo era troppo piccolo e lui non era adatto alle piccole cose. Qualcuno a fatica può ricordare ancora quando decise di essere un grande scultore. Opere non ne rimangono. Ciò che ricorda il suo nome è più legato alla sua produzione matura, molto varia, che spazia in molti campi ma sculture non ne rimangono e fuori resta la musica. Nonostante vari tentativi anche sostenuti dalla sua proverbiale tenacia, unita allo zelo, non è riuscito mai a far suonare uno strumento. Non se ne diede neanche questa volta ragione ma si sa che nessuno è perfetto e la società che ci circonda non è sempre preparata ai veri geni. La sua sposa non rinunciò e continuò a sostenere quel suo amore maestro di vita con la stessa indefessa vicinanza e affinità. Il parere di quel qualcuno era che lei si esprimesse in senso più compiuto e che le cose le riuscissero meglio, ma lei amava fare il pane e seguire la famiglia; famiglia che presto, grazie al loro grande amore, non tardò ad ingrandirsi. Potremmo dire che la loro era una storia perfetta, che il loro era un mondo felice che un mondo felice può vivere e sopravvivere in questo mondo. Così lui partì e poi torno, come fanno molto uomini. Fece il padre senza impararlo e allo stesso tempo continuò a fare il figlio; stupito. Però era un tipo di sani ideali: quando si giocava alle battaglie lui faceva sempre l’indiano. L’indiano nel senso del pellerossa, cioè nel senso dell’indiano come nativo americano. Era sempre dalla parte giusta. Non partì per il Cile ma fu fermamente contro il boia con la divisa. Non amò mai nemmeno nessuna divisa. Inutile cercare di documentare oltre le sue posizioni ideologiche perché sono sempre state chiare e indiscutibili. Coerenti. Lui non era tipo da compromessi. Forse solo per quanto succedeva nel nostro paese era disposto a qualche concessione, cioè si trovava spiazzato e un po’ confuso. La cultura, pensava, non ha un padre, e soprattutto non ha una madre. Almeno la cultura vera.
Si presentò alla Feltrinelli con un manoscritto che a suo dire, e ne aveva certezza, avrebbe rivoluzionato il modo di capire e fare la storia di ieri e di oggi. Titolo: Le gesta dell’Italia spiegate da don Peppone. Sottotitolo: Storie di ieri e di oggi per capire la grande Storia Patria. Quei quattro ignoranti hanno fatto uno sciopero… Non, chi racconta la storia ha fatto una piccola confusione. Quelle parole fanno parte del testo di una canzone che lui amò in anni lontani. Per tornare alle vicende dell’oggi quei quattro ignoranti gli respinsero il manoscritto con scusa che apparivano già al primo sguardo prive di fondamento e di circostanza. Bestemmiò convinto che nemmeno l’avessero letto. La sua sete di verità aumentò da quel preciso istante e così la sua caparbia lotta per ristabilire la verità e diffondere il sapere. Mise una targa affianco alla sua porta con inciso il suo nome, la data di nascita e la data in cui il manoscritto era stato rifiutato. Lasciò ampio spazio di marmo vuoto sotto per dar conto delle vicende che sarebbero seguite. Si iscrisse ad un corso di giapponese che non riuscì a terminare per impegni vari fra cui la presentazione come capolista alle condominiali per un gruppo che chiedeva la distribuzione in base all’uso delle spese dell’ascensore. Purtroppo tale formazione politica ebbe poca vita in quanto trovò l’opportunità di acquistare una piccola casa colonica fuori dalla grande città e dalle logiche della convivenza. In città tornò un paio d’anni dopo, ma nel frattempo aveva perso l’abitudine a tutto quel rumore e quella confusione. Nel suo studio regnava sempre il completo silenzio o era invaso garbatamente solo di musica classica. Fu in quel periodo che divenne grande fotografo amante in assoluto del bianco e nero molto contrastati e deciso antagonista di Henry Cartier-Bresson. Ancora una volta poco compreso tornò al vecchio amore per il giapponese ma senza studi convenzionali, disse. In verità si limitò alla scoperta della grande poetica haiku e ne apri un Seminario in casa trovando una decina di proseliti.
Per un attimo pensò di fondare una nuova religione di cui lui sarebbe stato il naturale nume ma capì che la sua stessa vita era testimonianza dell’asceta, del cammino di un uomo che si elevava. La sua vita era lezione di vita. Ebbe una certa notorietà in quel periodo la sua iniziativa multimediale: E’ da un rutto cosmico che è nato l’universo. A cui seguì la ancor meno celebre: Bakunin, colui che avversò le rotatorie e assassinò l’anarchia. Sulla guerra di Spagna diede delle letture epiche nelle quali però non mise mai ordine. In tutto quel gran da fare si trovò vecchio restando in fondo il bambino di sempre e continuando ad importunare gli arrivisti che avevano raggiunto facilmente la notorietà grazie alla loro predisposizione al compromesso. Lei continuava ad amarlo come il primo giorno e forse anche di più seppure con un velo di rassegnazione. La vita non aveva loro certo fatto mancare anche prove dure e dolorose, ma quelle prove non erano riuscite che a rafforzare il loro rapporto. Ognuno era l’aria che l’altro respirava. Quel meraviglioso ingranaggio si inceppò solo davanti all’ultimo dei loro numerosi traslochi. Sfrattati avevano cominciato a raccogliere tutte le loro cose, ricordi di una vita. E ne avevano mandato avanti la maggior parte con due viaggi di uno sgangherato camion. Erano quasi arrivato alla fine e la casa cominciava a sembrare vuota. Lui si era intestardito per un paio di vecchie scarpe da tennis e per un monopattino dove aveva disegnato un bambino che rincorreva un pallone. Lei provò a farlo ragionare senza riuscirci, come sempre. Il camion aspettava. Mise in una scatola le tazzine che le aveva regalato una zia per il loro matrimonio con dipinte vedute di Pisa, assieme alle foto di famiglia. In un’altra mise tutti i dvd di videogiochi. Alzò le spalle e si chinò sul lavoro che le rimaneva da fare mentre lui organizzava e inventariava. Avevano caricato tutto per l’ultimo viaggio ed arrivò il momento di salire nel mezzo. Solo allora si accorse che aveva un ego talmente enorme da essere impossibile da trasportare. Imballate le ultime cose, fra cui le stoviglie, decise di seppellire quell’ego sotto il grande olivo. Ora finalmente sembra che lui riesca a stare saldo e tranquillo in un posto più a lungo di quei cinque minuti nei quali riusciva a stare fermo su un’idea.

In questo caso le foto sono state rubate in rete nel profilo Facebook di Antonio Oppo e, come tutte, non hanno nessuna relazione diretta con il racconto.

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Dietro la finestra. Nessun suono. Con gli anni Claudia aveva imparato la pazienza. E a guardare la gente. A riconoscerla. A raccontare le loro storie. Storie che diventavano anche un poco sue. E quel giorno era un venerdì. Normalmente il venerdì Giovanni non riceveva nessuno. Forse quello non era nemmeno il suo nome. Non gli aveva mai rivolto la parola. Gli piaceva immaginare che si chiamasse così. Come l’ultimo degli evangelisti. Ultimo anche in quello. Ebbe un dubbio, ma era proprio venerdì. Ed era mattina quando quella donna entrò. Parlando lei gesticolava molto. In maniera esagerata e insolente.
Stava quasi per andarsene quando lei gli allungò uno schiaffo. E lui la spinse lontana. Peccato non fosse ancora abbastanza caldo. E le finestre fossero chiuse. Doveva frenare la sua immaginazione. Cercò di celarsi dietro la tenda. Aspettava di assistere ad un dramma famigliare. Ne succedono tante e di ogni genere dentro le quattro mura. Cercò inutilmente di leggere il labiale. Probabilmente lei lo aveva apostrofato con uno “Stronzo”. Son cose che si dicono. Che sfuggono. Il rimmel le colava con le lacrime. Lei s’era pulita con la mano. Continuavano a fronteggiarsi. Aveva frugato nella borsetta probabilmente in cerca del coltello. Sicuramente il colpevole era lui. Lei fece per andarsene. Lui gridò qualcosa. Li separava il tavolo. Lei si fermò. Si stava condannando da sola. La prese per un polso. Si divincolò. Lo guardò con furore. La sua bocca si chiuse in una morsa di disprezzo. Quel Giovanni strinse ancora i pugni con fare minaccioso. Stava per scoppiare la tragedia. A Claudia non era mai capitato, in tanti anni, di assistere ad una scena simile.
Fu tentata di chiamare il 113. Non sarebbero arrivati in tempo. Pensò a dove poteva aver messo la macchina fotografica. Non poteva togliere gli occhi dalla finestra. Era sicuramente l’unica testimone. Avrebbero dovuto darle ascolto. Lei gli gettò il vino rimasto nel bicchiere in faccia. Lui si asciugò con la manica della camicia continuando a fronteggiarla. Sicuramente le aveva sputato in fatta: “Puttana”. Lei scosse i capelli. Scoppiò n una risata isterica. Gli sputò in faccia una serie di insulti. Alzò nuovamente la mano per colpirlo. Invece sbottonò un bottone della camicetta, poi un secondo, poi si mise a nudo un seno. Giovanni parve interessato. S’ammutolì. La sua espressione si rilassò. Sorrise a quella donna. A quel gesto. Girò attorno alla tavola e la spinse sulla stessa. Claudia guardò l’orologio incredula. La moglie non sarebbe rientrata che nel tardo pomeriggio. Con la scusa delle lezione in casa il vecchio professore… Si baciavano con furore. Lo stavano per fare in cucina. Lui fece scorrere la mano sulla coscia fino a sollevarle la gonna. La donna sotto non aveva messo mutandine.
Lei lo aveva scritto alla poveretta. E più d’una volta. Forse non aveva ricevuto le lettere. Certo le aveva ritirate lui dalla cassetta. Oppure la picchiava; anche lei. E lei s’era rassegnata. Comunque non riusciva a capirla. E si trovava senza altre spiegazioni. E quella non era mica la sola. Comunque i due amanti si davano da fare, così, in cucina, e con passione. Doveva fare qualcosa. Doveva smetterla il vecchio porco di portarsi le donnacce per casa. Ma nessuno sembrava volerla ascoltare. Intanto i due amanti si erano un po’ calmati. Lui l’aveva aiutata ad alzarsi e così com’era, con i pantaloni a mezz’asta e tutto fuori l’aveva accompagnata verso la camera. La fedifraga aveva finito di sbottonarsi la camicetta e sembrava divertita. Zoppicava perché le si era sfilata una carpa. E lo seguiva accondiscendente. A Claudia non sfuggiva un solo particolare ma non poteva vedere proprio bene tutto. Le finestre erano troppo distanti. Doveva ammettere che lui era un bell’uomo. Anche se un po’ avanti con l’età. Aveva mantenuto un certo fascino. Continuava a non capire come quella donna, le donne, potessero cadere in tentazione, subire le sue lusinghe. E come detto non poteva esserne certa per la distanza tra i due palazzi. Si spostò incuriosita nell’altra stanza per continuare a tenere i due concubini sotto controllo, ma i due avevano le tende accostate. Delusa andò a farsi un caffè nell’attesa di rivederli in cucina.
Ormai da anni la vita degli altri era la sua vita. Che lei ricordasse, da sempre. Cercò disperatamente di mettersi nei panni di quella donna, senza riuscirci. Con una estrema confessione cercò anche di togliersi quei panni come la donna sconosciuta. Una cosa la colpì allo stomaco, sospesa tra un languore e un colpo al basso ventre. La caffettiera cominciò a borbottare. Certe volte s’erano incrociati casualmente, e lui l’aveva guardata in quel certo modo. Lei gli avevo mostrato tutto il suo disprezzo. Convenne che non era poi così vecchio. Forse aveva pochi anni più di lei, anzi erano sette; lo sapeva. Ma lei era una signora a modo, di quelle che una volta chiamavano signore per bene, donne serie. Lei non era mai andata con i mariti delle altre. Non lo avrebbe ammesso ad anima viva: nel dubbio non era mai andata, o quasi. Solo quella volta, che lei ricordasse. Ma lui le aveva detto che in casa non andavano d’accordo. Senza che lei glielo chiedesse. Intanto quei due sembravano non stancarsi mai e ancora si si vedevano. Veramente lei aveva anche un bel seno, doveva ammetterlo. Non riusciva ad essere contenuto in una mano. Ma ora aveva le sue faccende da sbrigare. Non poteva indugiare in quei pensieri dove non trovava nemmeno conforto. Lei era la vera guardiana di quel piccolo mondo. Intanto la televisione andava ad alto volume. L’abbassò anche se dubitava che ci sarebbe stato qualcosa da sentire. Lei la faceva andare la tele ma non riusciva mai a restarne affascinata. Non era come quelle che seguivano ogni programma con gli occhi appiccicato sullo schermo quasi che il mondo fosse quelle. Lei non ne era interessata e non si beveva quelle favole.
Tra i caffè e i pensieri s’era distratto un attimo; quello giusto. I due si stavano salutando sulla porta e nel frattempo s’erano ricomposti e riassettati come se nulla fosse successo. Ma a lei non era sfuggito un attimo, o quasi. Lei lo sapeva che quello del terzo frugava nella posta e leggeva le lettere degli altri inquilini. Che Stefano aveva attaccato nel proprio garage elettrodomestici alla luce condominiale. E credeva che quel piccolo vano fosse un laboratorio di falegnameria. Come potevano non sentire la sega e il trapano che andavano di continuo? Sapeva che il figlio dei Ciabottini succhiava la benzina dalle auto in sosta. Prima o poi l’avrebbero preso, anche se non avevano mai preso in considerazioni le sue segnalazioni anonime. Quel ragazzo sarebbe sicuramente finito male. E poi si faceva anche gli spinelli. Non che la madre si potesse considerare una donna irreprensibile. E dov’era finito suo marito, se mai l’aveva avuto un marito? Povero ragazzo. E lei sapeva che e come il signor Gaetano facesse gli occhi dolci alla signora del quinto, quella Pernilla che si dava tutte quelle arie. Anche quella era destinata a non finir bene. E sapeva anche chi c’era dentro quando l’ascensore si bloccava e non arrivava mai. E chi lasciava le immondizie fuori dal bidone. E non era un mistero per nessuno che il tanto distinto ragionier Bonifazi era fallito. Aveva perduto lo studio e poi la moglie. Non i polli da spennare. Era tornato a spassarsela bene. Una sera l’aveva invitata. Aveva detto per un drink con gli amici. Fossi matta, s’era risposta. Lui non aveva insistito e non glielo aveva più chiesto. Ma era certa che la guardasse dietro.
Quando c’era del marcio lei era incapace di tacere. Lei era una che si faceva gli affari suoi, ma il troppo è troppo. Non poteva vedere le cose e starsene buona a subire. Prese carta e penna e si mise a scrivere l’ennesima lettera alla moglie di quel Giovanni. Stavolta l’avrebbe infilata nella cassetta il mattino presto, prima che uscisse per andare in ufficio. Poi avrebbe scritto alla finanza, la macchina nuova del caro ragioniere Carlo era un offesa per tutti quelli a cui aveva fatto perdere i soldi. Non se la poteva permettere nella sua posizione. Sicuramente era il frutto di una truffa. Infine si sarebbe liberata di quel segreto che la tormentava da tempo: avrebbe confessato ai Carradori che il Di Carlo, che la signora trovava tanto simpatico, si puliva le scarpe sul loro zerbino. Perché tutti la ascoltavano tranne chi avrebbe dovuto? Non era invidia la sua ma bisogno di giustizia. No! non avrebbe voluto essere nei panni della donna e trovarsi tra le braccia di quel Giovanni. Certo avrebbe voluto sentire le cose che s’erano detti. Lei le sue occasioni le aveva avute. Non era certo mossa da invidia. Certo qualche sera si sentiva sola. Un giorno un signore distinto le aveva anche chiesto se aveva esperienze e se le sarebbe piaciuto fare l’indossatrice.
Era giovane allora. Come poteva “con tutto quello che ciò da fare”. Allora le aveva lasciato il suo bigliettino. Ma la Luisella, quella smorfiosa, che era presente, lei sì c’era andata. L’aveva scritto a quel gran signore che della Luisella non ci si poteva fidare, che ha l’alito pesante e non si fa troppi scrupoli, nemmeno per quello. Cioè che era chiacchierata, non che si sapesse qualcosa per certo ma si diceva, e visto come si vestiva e si veste non è difficile da credere, che avesse avuto una certa relazione e fosse una facile da convincere. In testa d’altronde non aveva granché. Erano rimaste amiche ma lei non aveva potuto tacere. Non solo perché non aveva molta simpatia per Luisella, in fondo lei aveva vissuto la sua occasione, gliel’aveva rubata, ed era solo svenevole davanti al primo uomo. E poi cosa c’è di male nel dire la verità. Lei, la Luisella, gliel’aveva anche chiesto ed era stata Claudia a dirle di andare pure, ma le persone debbono sapere. E in verità lei aveva solo chiesto un parere: se a lui sembrava opportuno. Mica gli aveva messo in bocca una risposta.
Inutile rivangare i tempi passati. Allora prese in mano il telefono e lo chiamò il signor Giovanni, ma quando la sua voce rispose lei non riuscì a dire nulla. Certo aveva una bella voce, e doveva essere una persona convincente. Era ormai ora di infornare l’arrosto. Chissà se lui amava la buona cucina.

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Tornando a parlare di vampiri, ai quali continuo a non credere, i soliti sciocchi sono abituati a pensare ai libri, ai films, a prestare fede a tutto quello che si racconta, alla Transilvania. Ripeto che non esistono, non almeno i “non morti” che girano nella notte in cerca di prede, ma se ci fossero li vedrei più facilmente immersi nella nebbia londinese. Con più facilità ancora potrei immaginarli mescolati tra noi. Quelle narrate e passate a leggenda sono certamente figure simboliche. Per la mia esperienza si potrebbe dire che potremmo individuarli in quelli che si approfittano dell’ingenuità o della bontà degli altri. Io che sono signora della notte, forse La Signora della notte, potrei affermare che non frequentano quelle ore, né quei locali, ma che anzi, se si possono individuare in qualcuno questo qualcuno è decisamente abitante del giorno. Persino fin dalle prime ore. Non vorrei sembrare cinica ma sono tentata di pensare che i miei operai, che tra l’altro amo con profonda tenerezza, sono la cosa più vicina alla mia astrazione di vampiri. Sempre per dire. Non sono forse loro che si nutrono del mio sangue? Non sono forse proprio i salariati, quelli che si fanno chiamare proletari perché non sanno che fare figli, a nutrirsi delle nostre fatiche? E non aggiungo altro che ieri, a causa di uno sciopero, si sono ritardate tutte le consegne.
Se ho un nome e la gente mi considera e mi chiama Signora Elisabetta è perché me lo sono guadagnato, ma questo l’ho già detto. Io ero proprio come loro, le mie operaie, e lui, il mio primo, girava per il capannone e allungava le mani; e quelle ridevano. Sempre pronte e sempre disponibili in tutto e per tutto, la testa china e pedalare, anche così sudate. Quando s’è provato ad infilarle nella mia scollatura, che ho ancora un décolleté che si rispetta, io gli ho lasciato uno sguardo avvelenato di sfida. L’ho aspettato dopo l’orario e gli ho fatto capire che non ero come le altre, una da una botta e via. Povero vecchio, gliel’ho fatta ricordare all’infinito quella notte e l’ho lascito assolutamente senza fiato. Non ero certo alla prima esperienza e lui una come me non l’aveva ancora trovata. E subito ho messo in chiaro che le mani doveva tenerle al loro posto che di carne ne avevo a sufficienza. Qualche palpeggiatina sul lavoro poteva passare, qualche avventuretta di una notte, perché io capisco che un uomo abbia le sue fantasie e che non gli puoi propinare sempre la stessa pietanza, in fondo mi annoio anch’io, ma una storia non l’avrei mai sopportata. Ho detto “una settimana bianca” e ti insegno tutto quello che non sai; e gli metto il guinzaglio al collo. Non è forse stato così? Non c’è voluto di più. Ho imparato a sciare e a non perderlo mai di vista. Al ritorno eravamo già commendatore e moglie. Mica che sia stato tutto rose e fiori. Anche di questo ne ho già fatto cenno. Era più l’arroganza di pavoneggiarsi con una bella donna, e senza falsa modestia posso dire di esserlo sempre stata, che desiderio concreto del piacere per il suo corpo.
In verità non si è mai mostrato geloso, ma da subito avevo capito che qualcosa non andava. Guardava i ragazzi come avrei dovuto guardarli solo io, allo stesso modo e anche di più; questo non me l’aspettavo da uno nella sua posizione. Li guardava e li pagava, e spendeva una fortuna e un’altra a riempirsi il naso della forza per attraversare quelle notti e quelle battaglie. E ha fatto prendere un po’ anche a me di quel vizietto anche se non era il fiato lungo che mi mancava. C’era solo quella frenesia, quella sorta di fretta. Ma di giorno era un vero e proprio straccio, povera stella, e anche gli affari non se ne giovavano. Ho dovuto imparare a prendermi sulle spalle tutta la fatica e le responsabilità e gli ho insegnato a guardare me e me con loro. Gli ho aperto gli occhi a un mondo. Loro erano carini con lui a ringraziamento del fatto che ero cortese con loro; della mia disponibilità. Con i soldi si può comprare tutto quello che si vuole. Eravamo soddisfatti tutti: è rimasto un vizio ma è diventato un vizio che non ci spremeva troppo. Ma i miei amici me li tenevo stretti, nel vero senso del termine, e non andavo certo a raccontarli a quel depravato. Poi una sera ha voluto provare a vedermi con una donna e io naturalmente l’ho accontentato e gli ho regalato anche quella avventura, perché non avesse proprio nulla di cui rimproverarmi, e ha solo guardato e non ha partecipato. Dentro mi son detta “Contento lui…” ma non è stata nemmeno la fatica che credevo, un’esperienza come un’altra, che nel tempo è diventata quasi normale, anche senza lui, per cambiare; anche se continuano a piacermi gli uomini, possibilmente giovani e robusti. E lui aveva gli stessi miei gusti e gli piacevano sempre di più e delle donne, di tutte le donne, s’era ormai annoiato. E forse proprio questo servì a tenerci ancora più uniti.
Non dovessi pensare ai miei operai sarei una donna completamente serena e felice; quasi inoperosa. E vi sembrano meno vampiri quelli delle tasse che hanno succhiato fino all’ultima goccia di sangue tutta l’Italia? I miei capricci e le mie soddisfazioni me li so prendere e godere. Non c’è niente di meglio poi che lasciarsi pigramente a letto. Quello che mi ha insegnato la vita è che quando trovi quello giusto non devi avere un attimo di esitazione, devi gettarti subito sulla preda prima ancora di pensare, e così ho fatto allora: Ho affondato subitamente i denti sul suo collo fino a sentire il gusto inebriante del sangue. La vita poi ha voluto privarmi presto del mio primo marito. È stato un grandissimo dolore, anche se avevo già conosciuto grazie a lui il mio nuovo sposo, ma anche l’apice della mia fortuna. E assicuro tutti che lui non torna a passeggiare nella notte. Ho dovuto fare da sola e ho preferito la cremazione e ho l’urna con le sue ceneri sopra la mensola del caminetto. Questo a conferma che i veri vampiri sono solo nelle fantasie malate.

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S’è subito sparsa la voce: “Pare che quelli di via dei Mille vogliano entrare nel nostro territorio”. Si è creato un gran trambusto ma il grido unanime è “Andiamo”. In un lampo siamo lì tutti radunati e si sono uniti a noi anche quelli più grandi. La loro presenza è invadente ma ci fa sentire più forti. Giovannino ha portato la nostra bandiera con la lepre che salta e la scritta: Resistenza o morte. Nella fretta qualcuno è arrivato così com’era e qualcuno si è presentato disarmato. Silvio addirittura ha il pallone della partita interrotta sotto il braccio. Gli dico che forse è meglio se lo lascia lì.
C’è il fervore dei preparativi e l’eccitazione che precede ogni evento importante. Mi allaccio la scarpa e mi sistemo alla bell’e meglio. Mi guardo intorno e ci siamo quasi tutti. Provo a dire la mia ma nessuno sembra sentirmi anche se cerco di alzare la voce. Ormai hanno deciso all’unanimità: “E’ guerra”. Cesare in bicicletta va in un lampo a fare di vedetta. Ho sempre pensato che le donne siano una palle al piede per queste cose, stanno bene a casa quando c’è pericolo, ma sono contento che sia tra di noi perché lei non è come le altre e sa rendersi utile. E’ con suo fratello e sa farsi rispettare e ha una lingua lunga. E poi a lei ci penso io, in fondo aspettavo questa occasione. Le gironzolo intorno deciso a non perderla di vista, ma l’anarchia è all’apice. Chi va da una parte, chi va da un’altra, ci vuole qualcuno in grado di organizzare quel concentramento spontaneo.
Nella foga Gilberto, tutto impolverato, s’è già strappato la maglietta che sembra un reduce. Qualcuno si spinge a gridare alla secessione, altri alla rivoluzione. Dalla bocca di Beppe, com’è ovvio, sgorgano fiumi di dubbi; è il solito cagasotto. Il momento è serio. Mi giro e Tania è ancora poco lontana da me, ma ha cominciato a fare la stupida con Stefano, gli gira intorno, ride per ogni nonnulla e civetta. Io ci ho perso la testa per lei e la cosa non mi va, ma con Stefano preferisco non mettermici contro. Lui è un pezzo di marcantonio e ha il rispetto di tutti. Non che ne abbia paura ma sarebbe stupido mettersi a discutere tra noi in un momento come questo. E suo padre è maggiore per davvero. Ma con lui non potremo mai essere amici, troppe cose ci dividono, oltre all’età. Poi li vedo allontanarsi e quando torna, dopo di lei, ha un’espressione stupida e soddisfatta e si sta sistemando i calzoni. Strizza d’occhio a tutti e gonfia il petto. Sembra aver deciso che dev’essere lui a prendere il comando e dice solo: “Cosa stiamo aspettando”?
Non me lo faccio ripetere due volte. Ci dividiamo in gruppi. Io capito nel gruppo con Tania. Alla fortuna va data anche l’occasione e un po’ di aiuto. Abbiamo il compito di vigilare al Ponte di Legno. Se li avvistiamo dobbiamo tenere la posizione ad ogni costo e far fracasso per far arrivare gli altri. Per dirla è una postazione tra le più rischiose. Non c’è un vero e proprio sentiero ma c’è il grano alto e i ciliegi. Ci acquattiamo sulla riva e si sparge un silenzio teso tra noi. Lei si piega per guardare oltre il margine. Sembra un’attrice. Ha una posizione affascinante col sedere che sembra un vero invito. I jeans sono tesi in una esse piena, non resisto e allungo la mano e le dò una pacca. In un lampo accecante che non mi lascia un secondo per accorgermene mi stampa una cinquina sulla guancia che mi turbina l’universo in testa. Non ho il tempo di protestare perché mi sputa addosso uno “Stupido!” rimbombante.
Si spargono le voci più varie ma non avvistiamo anima viva né sentiamo altro suono che il silenzio della campagna. Continuo a riflettere su quanto è successo pieno di domande prive di risposte senza distrarre la mia attenzione. La sbircio e pian piano il rancore si stempera, è troppo bella perché possa durare a lungo. Un passero centrato da Claudio cade al suolo. La tensione resta alta. Lei invece guarda fisso lontano sempre con quell’aria da offesa. Decisamente se l’è presa. Studio come farmi perdonare. Fiorenzo finisce coi piedi nell’acqua e se ne esce blaterando. Frugo in tasca e non trovo un fazzoletto. Sto sudando.
L’inquietudine è insostenibile. Mi preoccupo per lei. Le chiedo se per cortesia vuole andare dagli altri per dir loro che è tutto tranquillo. Nemmeno mi guarda e mi risponde: “Vacci tu. Io resto dove si combatte”. Non è il coraggio quello che le manca e, per quello, nemmeno il fascino. Finalmente si staglia una figura in lontananza. Sono il più pronto. Lo centro alla testa ma solo di striscio e distinguo come comincia subito a sanguinare. Ho il tempo di riconoscerlo dalla voce con cui in un attimo si allontana bestemmiando: è solo Erdet il barbone. Un personaggio inoffensivo, capitato per caso. Non fa nulla, mi sento un eroe e soprattutto lo sono soprattutto per gli altri. In più dovrebbero starsene a casa loro e non immischiarsi nelle nostre faccende. Cosa ci viene a fare nei campi, in territorio di guerra? Inoltre, nella fretta, ho appoggiato male il piede e mi son preso una storta alla caviglia; ora zoppicherò per un pochino. Il modo in cui Tania mi vede è cambiato, è tornata a guardarmi e ha ripreso a sorridermi, e mi sento grande. Come dice la canzone maggio è un bel mese per morire.
Le ombre della sera cominciano ad allungarsi e ancora non si è ingaggiata battaglia. La prima voce che si sente in lontananza è proprio quella della madre di quel cafone di Stefano che lo chiama per cena. Pian piano tutti si alzano e se ne vanno. Restiamo solo io e lei e lei mi fa un sorriso disarmante. Mi abbraccia con calore e mi stringe a sé. Mi dice che è fiera e di stare attento a me. Sento ansia nel suo respiro. Sento il suo corpo contro il mio e il contatto benevolo del suo seno che si sta sviluppando. Mi esorta fraternamente, ripetendomi quello “Stupido”, a non farlo più ché noi siamo veri amici. Sono al settimo cielo e anche un po’ deluso. La lascio lì e scappo a casa perché è tardi e non voglio che mi veda con i lucciconi agli occhi.

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