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Posts Tagged ‘racconto breve’

Frugando finalmente attentamente Rossana scoprì impigliato nel fondo del cestello della lavatrice un calzino; uno solo. L’unica cosa certa era che nei loro cassetti non c’era il gemello di quell’indumento. Michele dopo averci riflettuto a lungo trovò la cosa strana perché non c’era nessuno, né tra i parenti né tra gli amici, ad avere un piede solo. Cercò di dare un piede a quel calzino. Pensò alle persone che erano passate per quelle stanze. Fece qualche telefonata, inizialmente senza risultati. Si accorse che nessuno dava abbastanza importanza ad un singolo pedalino. Chissà da quanto tempo era rimasto lì ignorato? Poi si sentì con Giuseppe Maria, suo nipote. Il ragazzo s’era fatto uomo e ora aveva anche due bambini. Non si sentivano da anni. Giuseppe Maria si informò se era di lana e a rombi rossi e blu. Non aveva bisogno di aggiungere altro: era suo e aveva conservato l’altro senza riuscire a capire dove poteva essere quello che ne faceva il paio.
Per Michele quel ragazzo, Giuseppe Maria, allora bambino, era stato come un figlio; anche se era figlio della cognata. Una donna cattiva e di pessimo carattere. Molto piena di sé e di invidia, ma questa era un’altra storia che avrebbe riportato solo amarezze e non c’entrava nulla col motivo della telefonata. Le cose avevano portato l’uomo lontano e si era dimenticato di chi aveva dedicato anni a farlo crescere. Non c’erano stati dissapori. Forse era stata solo vita. Forse c’erano altre spiegazioni che Michele non sapeva e non avrebbe saputo comprendere. Forse solo pigrizia. Comunque ogn’uno è responsabile delle proprie azioni e Michele non era tipo da aspettarsi della riconoscenza. Non l’avevano fatto certo per quello. Ogni forma d’amore non dovrebbe avere bisogno di ricompense. Non ne era interessato. Semplicemente aveva faticato a riconoscerne la voce. Avrebbe voluto chiedergli tante cose, dopo tanto tempo, ma le domande non gli venivano. Si sentiva imbarazzato ed era tipo che odiava parlarsi e stare al telefono.
Giuseppe Maria gli spiegò che avrebbe dovuto andare da quelle parti visto che aveva in progetto di recarsi a visitare i genitori. Sarebbe potuto passare di persona a prendere quel pedalino. Michele non si diede nemmeno il tempo di pensarci e senza sapere perché gli rispose che in quei giorni era impegnato, che se gli dettava l’indirizzo glielo avrebbe spedito in una busta per posta. Interruppe la conversazione e non volle nemmeno tornare sulla sua decisione. Non sarebbe riuscito a giustificare quel suo bisogno di non ritrovare il passato.

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linguacciaAll’inizio la guardo e non la vedo. E’ mattina e me ne sto ancora confuso in cucina. Sono rincasato tardi. Martina era tutta di fretta. Entra ed esce. Si spoglia e si veste. Cerco di abbracciarla. Non riesco a prenderla. Mi scivola tra le dita e ride divertita. Mi dice: “Debbo andare in ufficio. Devo proprio scappare”. La imploro ma non ha nemmeno un attimo. “Mi aspettano”. Ho un po’ di mal di testa. Forse ieri ho esagerato un po’. Si sa come vanno queste cose. Alzo le spalle. In fondo il mio era solo un gioco. Un gioco e un po’ no. Sono ancora intorpidito. A vederla è ancora bella. Insomma stiamo insieme e non ci siamo ancora stancati l’uno dell’altra. Prende la borsa e quand’è sulla porta mi dice all’improvviso: “Ti ricordi Flaviana. Devi. Te ne ho parlato. Quella mia amica. Forse me ne sono scordata. Scusa. Insomma, quella. Ieri sera è arrivata. Spero non ti dispiaccia. Non starà molto. L’ho accomodata nella stanza degli ospiti. Non ti darà fastidio. Io torno presto. Appena posso. Bacio. Cerca di essere gentile”.
Mi saluta e scappa. Il mattino ho bisogno di un po’ per connettermi. No! non ricordo me ne abbia mai parlato. Mi verso un altro caffè. Lo prendo sempre amaro. Martina dice che quando racconto una cosa mi perdo sempre in tante parole inutili. Non mi sembra. E’ che mi disturba non capire. E che ho sempre tante domande da pormi. Nel frattempo mi sono già scordato il nome della nostra ospite; dell’amica. Ho sempre il timore di trovarmi a disagio. Lei riesce a mantenere costantemente tanti contatti. Gli amici e le amiche del ginnasio, dell’università, quelli nuovi, i clienti del lavoro, un mondo intero. Non sono bravo come lei. Non amo stare al telefono. Rimando sempre troppe cose. Annego nel mio caffè. Mi immergo nei pensieri. Mi accendo la prima. E non riesco a ricordare tutto il suo mondo. Sento dei rumori. Dev’essere… lei, l’amica, che si sta alzando. Butto la cenere nel lavello e torno a sedermi. Provo ad accendere la tele; un telegiornale. Spengo quasi subito. Le notizie che danno non mettono in sintonia con un mondo che va alla deriva. Penso di tornare a letto. Fuori la mattina è più pigra del sottoscritto. A questo non ci posso fare nulla.
Quella di ieri sera è stata proprio una pessima serata. All’improvviso si sono aperte le cateratte del cielo. E’ precipitata acqua a catinelle. Non ricordo nulla di simile. Sono rientrato tardi, cercando di fare meno disastri possibili; ero bagnato fradicio, fino al midollo. E lei già dormiva. Cioè tutta la casa dormiva. E nella mia vita entra… Flaviana. Cioè entra come un tornado. Decisa. Già allegra di prima mattina. Uscita così dal letto. O forse dalla doccia. Già sveglia. Non fa caso a me. Sembra quasi non vedermi. Come non ci fossi. Fossi parte del mobilio. E non si guarda molto attorno. Come conoscesse già la casa. Controlla il mattino alla finestra; distrattamente. Ne pare delusa. Nemmeno ho il tempo di guardala come poi avrei voluto. Dopo mi dirà che è bella. Arredata con molto buon gusto. Ricordo il suo nome perché me lo dice: “Flaviana”. Insomma: “Ciao”! “Ciao”! E va diritta verso la macchinetta. Se ne versa una tazzona dal bricco. Anche lei amaro. Amaro e senza latte. Mi chiede se mi spiace: “Ne prendo una tazza anch’io”.
Guarda in tralice la mia tazza dove il mio caffè si sta freddando triste e stanco sulla tavola. Non ero stato preparato. A volte Martina è fin troppo laconica. Soprattutto quando va di fretta. Mi ero fatta un’idea diversa. Non mi ero fatta un’idea. Pensavo sarebbe stata una giornata come tante. Non so se la dovremo accompagnare in giro per la città. Certo non è pronta per uscire. Non so come comportarmi. Non ho nulla da dire. Sono solo sconcertato. Scosso da lei. Forse non la dovevo accogliere in cucina. Forse se fossi rimasto in salotto tutto sarebbe stato diverso. Fossi stato in studio; davanti al computer. Eppure sembra completamente a proprio agio, in casa sua. Neanche farlo apposta sono libero da ogni impegno. Potrei fare qualche telefonata. Non c’è nulla di urgente. Il postino suona e infila la posta in cassetta. Per un secondo penso a come mi avrebbe accolto se glielo avessi portato a letto, quel caffè. Per quel secondo mi sento furbo. Libero la mia grande fantasia. Poi rimetto i piedi per terra. E’ stata solo una riflessione stupida; me ne rendo conto. E’ lei che ispira certe fantasie. Il suo atteggiamento. Le sue parole. La sua voce. Quel sorriso. “Lo prendo amaro anch’io”.
Martina le deve Aver parlato di me. Io di lei non so proprio nulla. Tranne quello che vedo, e che mi lascia vedere. Abbastanza per farmi confusione. Sicuramente non sono amiche dalla scuola. Non mi tornano gli anni. Lei, Flaviana, ne ha qualcuno in più. Cosa volevo dire? Ah! sì. Ha quella specie di giacca chimono. Corta. Ho il sospetto che non abbia che quella. Intendo… addosso. Scaccio quel pensiero. Non so cos’ho questa mattina. Pensare non fa certo onore. La nostra ospite sembra più a suo agio, in casa mia, di me. “Alfredo, vero”? Stavo dicendo… forse l’ha messa uscendo dal letto. O dopo la doccia. Deve averla trovata in armadio. Non la ricordo. Direi che non l’ho mai vista addosso a Martina. Forse mi sbaglio. Non so se è per il colore: nero; lucente. Però le ciabatte sono sicuramente sue. Mi chiede di mia moglie. “Sì! Martina è già uscita”. Martina ha riempito tutta la mia vita. E’ una donna che non lascia un angolo vuoto. Una di quelle. Sempre in movimento; attiva. Attenta anche alle cose più minute. Sempre curiosa. Sempre sul pezzo. Con l’argento vivo addosso. E io resto lì muto a guardare quella sorta di amica. In verità sono pochi attimi ma mi sembrano una eternità. Il tempo è sempre stato un valore relativo. Quando sei in ritardo corre. Altre volte va come vuole. Se aspetti qualcuno o qualcosa pare non passare mai. Cerco di convincermi che quella relazione può aspettare. Intanto la guardo in silenzio.
Lei si lascia guardare. Forse sente i miei occhi addosso: “Volevi dirmi qualcosa”?
Cosa? Questo non lo doveva dire. Cioè non lo doveva fare. Si appoggia al piano cottura e si gira verso di me; sorridendo. Il chimono si apre perché non può diversamente, la stoffa si schiude poco trattenuta dalla ciocca, inventa una scollatura vertiginosa. Sembra non accorgersene. All’improvviso non ho più nessun dubbio. Fuori ha ricominciato a piovere. E non ho proprio parole. Non so che dire. Ripeto come un cretino: “Sì! Martina è già uscita”. Mi dice che non fa nulla. Che quello che le doveva dire lo può fare anche più tardi. Che può aspettare. Mi chiede se lo posso fare anch’io; aspettare. Che è stata gentile. Credo intenda ad invitarla. Perché se non era per Martina non avrebbe proprio saputo dove andare. Mi confessa che è contenta finalmente di conoscermi. Mi chiede che me ne sembra. Non so a cosa si riferisca. I miei occhi sono incollati là. Quasi in una attesa febbricitante. Anche se lo so che non è carino da parte mia. Dice che la sua è una visita. Un paio di giorni. Non è nemmeno una vacanza. Deve vedere un avvocato. Ma anche per quello c’è tempo. Non s’è messa fretta. Non credo di seguire il filo che segue.
Chiede qualcosa di me aggiungendo domande alle altre domande. Rispondo per cortesia quando ne afferrò qualcuna. Quando trovo uno spazio tra una domanda e l’altra. Qualcuna è anche un po’ indiscreta. Intanto la guardo, incerto se la sto vedendo. Scuoto la testa. Si dice contenta che fra noi vada bene. Mi dice che mi trova silenzioso, riflessivo. Che di questo Martina non gliene aveva parlato. Mi chiede se c’è qualcosa che non va. Si guarda. Guarda il suo abbigliamento. Ride: “Non sarai mica turbato”? Taccio. Taccio perché non ho il tempo di pensare. Tanto meno di trovare una risposta adeguata. Una giustificazione. Qualcosa che abbia un senso e, in qualche modo, mi giustifichi. Vorrei dirle di no. Non mi crederei da solo. Ho il sospetto che la sappia la risposta. Mi limito ad osservarla. A controllarla. Sì! di anni ne ha più di qualcuno più di noi. Questo non conta. Ride: “Scusa. Ho messo la prima cosa… E’ che mi sono subito sentita come a casa. A mio agio. Qui. Avete proprio una bella casa. E Martina è un amore. Una vera amica. Ti dispiace”? Non so se mi dispiace. Non direi che mi dispiace. Di questo credo di esserne certo. Ha una voce affascinante; e le sue parole diventano progressivamente suadenti. Cerco di spiegarle: “Aveva un impegno che non poteva rimandare.” –non so perché sento di dovermi giustificarmi, e intanto ride.
Continua a tenere la sua tazza in mano. Non sembra molto interessata al caffè. Non ne ha preso che un piccolo sorso. Semplicemente sembra che con quella fra le dita si senta più sicura. Una cosa così. Forse si sente i miei occhi addosso. Le serve a sostenerli? Non posso fare altro. La prego nella mia testa di stare ferma. Di non muoversi. Di rimanere così. Guardarla è affascinante. Qualsiasi movimento non potrebbe che peggiorare la situazione; farla precipitare. Fuori ha smesso di piovere. Mi ripete la domanda: “C’è qualcosa che mi volevi dire”? No! Non ho nulla da dire. O almeno quello che vorrei dire non è carino. Non è da dire. Meglio tacere. Mi manca la saliva. Non sto più in me. La sedia è diventata scomoda. Non so perché ma sono eccitato. Forse la novità. Forse la sorpresa. Forse semplicemente c’è qualcosa in lei. Forse solo la sua presenza. L’unico problema è che se ne accorge; e ride divertita. Prima che abbia il tempo di alzarmi da quella sedia mi confida quello che le sembra un segreto: “Scusami, non farei mai un torto a Martina”.
Cerco di giustificarmi; di scusarmi. Sono un idiota. Le sue parole mi ributtano sulla sedia. E come spesso mi accade credo di non aver capito niente. Non che… insomma… intendo in altre circostanze, naturalmente. La mia vita non è così abitata da… da donne nude. Anche se non dovrei dire che è nuda. E’ nuda sotto. Il chimono la copre quel poco. E brava indubbiamente a mostrare senza fare vedere. In verità ha visto molto e non mi ha mostrato niente. Non mi ha mostrato ancora niente. Mi spiega che lei non vuole complicazioni. Che esce da una storia difficile; incasinata. Mi chiede se è meglio… se preferisco… se si deve andare a vestire. Credo mi legga la risposta nel viso e ne è divertita e soddisfatta. Dice che la sua vita è sempre stata così. Credo monotona; tortuosa; complicata. Non so cosa credere. Lei è immobile. Io sono una statua, solo che la sua postura è morbida ed io sono rigido, teso. Completamente. Comincia a raccontarmi di come si sono conosciute. Due parole e cambia subito discorso. Dice che quello non era importante che forse non mi interessava. Mi spiega che è arrivata stanca. Che viaggiare la stanca. Ma che questo era ieri, perché ha riposato bene. Mi dice di non aver fretta. Sembra si stia prendendo gioco di me. Anche questo non lo capisco. Riprovo ad alzarmi da questa maledetta sedia ma ancora una volta lei mi blocca: “Per quanto credi ne avrà Martina”?
Torno a non capire. Non so se faccio bene ma chiamo mia moglie. Le chiedo come sta. Poi entro in argomento. La nostra ospite è attenta alle mie parole. Quando chiudo la comunicazione la metto al corrente che Martina purtroppo dovrà fermarsi fuori a pranzo. Che ci dovremo arrangiare. Se vuole possiamo scendere fino all’angolo. Non è poi così male. Come cuoco semplicemente non so cucinare. Lei ci pensa. Ci pensa ancora un po’. Come se non capisse completamente le mie parole. Poi dice che le spiace. Che le spiace per lei. E anche per me; forse. Che non sa come rimediare. Che non vorrebbe essere un problema. Che sono fin troppo gentile; anche a starla ad ascoltare. Se voglio che se ne vada. Per la prima volta sento il suo nome nella mia voce. Lei si diverte del mio imbarazzo: “Flaviana… ecco… io… non vorrei cioè vorrei… non fraintendere”…
Lei mi guarda stupita. Penso che anche lei fatichi a capire. Me lo dice con gli occhi. Poi anche con parole senza pause: “Non vorrei dovermi sentire in colpa. Puoi anche dirmelo. Non è certo un dramma. Ti capirei. Non prendertela così. Anch’io le voglio bene. Ma, come si dice… se è quello che vuoi, che anche tu vuoi, allora potrei volerlo anch’io: «occhio non vede, cuore non duole». O qualcosa di simile. Non facciamo male a nessuno. Non è quello che volevo. Scusami. E’ successo. Così. Senza intenzione. Credimi. Senza malizia. A proposito di vedere… –ride e ammicca a sé, a quella sua presenza, più orgogliosa, quasi arrogante; ancora più certa di sé– Pensavo… se non ti spiace… certo… Sai cosa penso? Io credo di no. Allora… Se lei si ferma a pranzo, possiamo pranzare anche noi. Non è come pensi ma… sempre, se non ti spiace, vorrei pranzare di te. Ora. Adesso. Il tempo non è mai abbastanza da poterlo lasciare scappare. Non credi”?
E’ in questo preciso istante che mi mostra spudoratamente un capezzolo con la ferma intenzione di farmelo proprio vedere. Di confessarmi un segreto. Scostando la stoffa. Ha ancora quella maledetta tazza in mano. Non sono mai stato schiavo del tempo. Né delle ore né dei minuti. Non metto mai la sveglia se non ho un appuntamento. Il mio orologio biologico è sempre stato sballato. Martina dice che sono un ritardatario nato. Non so perché pensare a lei non mi sembra argomento giusto. Sto per dire qualcosa di cui mi potrei pentire. Sono bravo a non dirla. E quando sono in casa non lo tengo al polso, l’orologio. Infatti guardo l’ora ma non lo indosso. E’ quello che si può chiamare un riflesso condizionato. Eppure so che, come mi ha assicurato, non torna. Che siamo completamente soli. Fino a sera. E lei appoggia finalmente la tazza. Per avere le mani libere. Per omaggiare i miei occhi. Per farne mostra di entrambi sostenendosi i seni. Per mandarmi un messaggio definitivo, indiscutibile. Insomma è troppo tardi per qualsiasi considerazione.
Non danzasse con i miei sentimenti, non fosse così intenta a rubare tutta la mia attenzione, a riempirmi gli occhi di lei, così… nuda, potrebbe sembrare una tranquilla donna di casa; forse. Corro fugacemente il rischio di informarmi sulla sua età. Intanto in silenzio mi dice tutto di sé. Tutti i suoi segreti. I segreti del suo regno. Del suo corpo. Il resto sembra una galleria fotografica. Assume pose come se la dovessi ritrarre. Non vuole mettermi fretta. Me lo ripete e ribadisce. Il suo è un invito esplicito. Allo stesso tempo vuole provocarmi. La sua espressione mi chiede se sono soddisfatto. Se mi piace quello che vedo. E’ certa di sé. Sembra intenzionata a restare in cucina. Non so cosa pensare. Non so se ho altre preferenze. Credo che preferirei andare di là. C’è anche troppa luce. Ha un ramo di pesco nel basso ventre. O qualcosa del genere. Ma questo dice che non lo devo andare a raccontare a nessuno. Tanto meno a Martina. Assolutamente. Non sono il tipo. E’ una cosa che deve restare tra noi. Mi trova d’accordo. Mi sembra di sentirla aggiungere che deve restare una cosa senza importanza. Non ne sono sicuro. Non la sto più ad ascoltare molto. Sono distratto. Le sue parole sono ormai solo rumore. E confusione. Confusione nella confusione. Non ricordo nemmeno più cosa dicevamo del tempo. O solo pochi istanti fa.
Oramai mi ha fatto vedere tutto quello che c’era da vedere, che ha da offrire. Si corica sulla tavola. Il suo invito è esplicito. I suoi occhi sembrano gridare finalmente e ora. Non ho il tempo di afferrarla, di spostare la mia tazza, nemmeno di toccarla, solo il tempo di alzarmi, che all’improvviso nella stanza irrompe Martina. Sarebbe stupido e banale che cercassi di giustificarmi dicendole che non è successo niente. Non ancora. Devo essere sufficientemente ridicolo con in pantaloni abbassati. Mi guarda e mi fulmina. Si dipinge in volto un’esclamazione di sorpresa. E di disapprovazione. Mi dice che sono uno stronzo. Che non se lo sarebbe mai aspettata. Sembro l’unico responsabile, e colpevole. Non riuscirò mai a togliermi il dubbio che quelle due fossero d’accordo. Forse persino che l’amica non fosse tanto amica, o persino che fosse una professionista. Se non proprio una professionista nemmeno una novellina. Una che indubbiamente ci sa fare, e sa come farlo. Mi continueranno sempre a rimbombare nella testa le parole della traditrice: “Ti sei fatta attendere. Non sapevo più… Se tardavi ancora un po’”… Per me era già tardi.

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Foto da Vincitori e VintiNon avrei voluto essere nemmeno nei panni di quei poveri difensori. Nomi di tutto rispetto. Il meglio. Non doveva essere facile nemmeno per loro. A carico degli imputati c’erano montagne di accuse, di prove e di testimonianze. Non sussisteva il minimo dubbio. Colpevoli erano colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio. Non si trattava certo di questo. Né dell’entità delle colpe. Alcuni avevano ucciso anche con le proprie mani. Tutti avevano dato scientemente gli ordini. I nomi delle vittime erano in un elenco senza fine. Solitamente, per subirne meno il peso, ci si limita ai numeri.
Le cose non sono mai o bianche o nere. Nessuno poteva avere alcun dubbio: le pene sarebbero state pesanti per tutti. Per alcuni si parlava della vita. Per qualche altro sarebbe stata comunque una condanna a morte vista l’età avanzata. Ma la legge è fatta da uomini per gli uomini. Non si somministra la giustizia; anche quella è un concetto aleatorio o soggettivo. Si applicava quella legge formulata appositamente per quel caso, come per gli altri casi simili. La guerra è un’aberrazione della storia; ci si illude che sia una eccezione. Ogni morte è morte. E anche la morte di quei colpevoli rappresentava togliere loro la vita. Che diritto ne avevano uomini su altri uomini, più o meno come loro. Ma quello di cui si parlava in quell’aula severa e in quell’aria grave erano crimini di guerra. Certamente il delitto più grave che l’essere umano possa concepire. Un crimine che spinge agli estremi. Che richiama alla vendetta.
Eppure nessuna vendetta è giustizia. E quando si entra nella logica della guerra chi può definirsi innocente tranne quelle vittime? Forse noi giudicanti che non abbiamo partecipato in prima persona? Chi crede di aver dato la morte per la vita? La verità è che il giudizio è sempre impartito dai vincitori, non dai giusti. Ma chi giudicherà i crimini dei vincitori? E chi si potrà definire Giusto? Niente può essere definitivo tranne quelle morti. Non si può cancellare l’orrore. Ci saranno altre vendette, altre condanne. La coscienza del mondo rimarrà scossa. La memoria tornerà a visitare le notti di tutti i sopravvissuti. La storia non finisce con una condanna, anche se esemplare. Già sul banco degli imputati sbiadisce l’arroganza del potere. Ora il potere è in mano ai giudici; a uomini. Del tutto uguali agli uomini che dovevamo giudicare. Non ero stato a guardare. Mi ero indignato. Dentro di me avevo gridato. Non sapevo perché non mi sentivo l’unico innocente. Quei crimini hanno lordato anche me. Nelle notti ci pensavo e ancora ci penso. Termine complesso quello di giudice. Avrei voluto rinunciare a quel ruolo. Non mi sentivo libero di esprimere un verdetto. Che condannavamo l’orrore. E non riuscivo ad illudermi che potesse essere l’ultima guerra.
Indubbiamente l’orrore va condannato. La confusione che era in me derivava dal fatto che con l’orrore si condannavano gli uomini. Non ero certo che vi fosse un’alternativa, un altro modo di procedere. Non era questo il punto, il dubbio, la perplessità. Il malessere era dovuto nel dover decidere della vita di qualcuno. Un malessere che non si sarebbe comunque mai sopito. La domanda restava. Avevamo noi il diritto di trasformare i carnefici in vittime? Come avrei potuto spiegarlo a mio figlio? Quali braccia avevano imbracciato le armi giuste? Esistono? Avevano difeso la libertà, certo. Forse qualcosa che si sarebbe potuto chiamare civiltà, democrazia, in altri mille modi. Qualcosa che analizzata diventava impalpabile, quasi indefinibile. La guerra non ha vincitori. Allora chi giudica i vinti? Con quale diritto? L’unica via di uscita si nascondeva sul rifugio che il mio giudizio non era determinante. Che potevo liberare la mia coscienza allineandomi alle decisioni degli altri. Non mi era sufficiente, ma non mi restava altro. La condanna era scritta prima che ci si riunisse. Era la storia che la imponeva. Eppure anche quelli erano uomini.

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I tempi erano duri per tutti e col tempo s’erano fatti ancora più duri, soprattutto per lui. Il mondo era in preda alla più completa anarchia. Crisi da euforia. Eppure lui sapeva fare bene il suo lavoro ma, a sentire loro, non faceva mai abbastanza. Pian piano si stava dichiarando sconfitto e si stava rintanando dentro a se stesso. Non c’era ormai nulla da stare allegri. Il benessere passato aveva riempito tutti di troppa euforia, di troppe aspettative, di boria e di smanie. La verità era che l’intero universo si era riempito di un unico popolo di consumatori compulsivi. Nessuno si accontentava più di niente, dovevano avere di più, soprattutto per i loro piccoli mocciosi frignanti. E tutti sapevano tutto.
La vita di un bambino dovrebbe essere fatta di sogni, di aspettative; cosa ne potevano capire? Erano le favole che cose più belle per gli occhi innocenti. Invece anche quei gnomi, i sopravvissuti alla politica di Erode, erano i primi a piagnucolare lagnandosi e tirando su il muco che colava dal naso. Ma mica era colpa dei piccoli mostri, nessuno gli aveva insegnato che l’erba voglio non nasce nemmeno nel giardino del re. E tutti avevano scordato l’importanza di un cavalluccio a dondolo, di un burattino di legno. Quelli sì erano giocattoli, che stimolavano la fantasia; i sogni. Invece volevano quegli orribili oggetti di plastica, affascinanti sì nei loro colori, ma così anonimi e tutti uguali. Le bamboline simil modella anoressica. Poi i videogiochi. Poi l’ultima novità in fatto di telefonini e tutte le altre diavolerie, elettroniche e non. Soprattutto e ancor peggio preferivano la rozzezza e la quantità alla qualità.
Lui arrivava con tanta fatica col suo pacchettino e sembrava un pezzente. Eppure ricordava le antiche grida argentine piene di gioia e di giubilo. La meraviglia della sorpresa nei loro occhi. Niente di quello era sopravvissuto. E il papà univa i suoi così tanto inutilmente preziosi regali. E la mamma i suoi. E gli zii. E i nonni. Persino gli estranei. Una gara a chi fa e vizia di più. Era naturale che così prima o poi –più prima che poi– tutti avessero smesso di credergli; di scrivergli. E lui aveva perso entusiasmo e passione: com’erano belli i tempi in cui correva da per tutto e non aveva mani per tutti tanto che doveva farsi aiutare da quella vecchia befana. In cui un libro accompagnava le notti della famiglia davanti ad un focolare. La felicità di una vita semplice. Senza motori e reattori. Senza shuttle e macchinine telecomandate al posto di quelle di latta con la chiavetta per caricarle. O avrebbe trovata una soluzione, qualsiasi, o sarebbe stato presto definitivamente messo in pensione.
Lui aveva amato i bambini. Tutto quello aveva cambiato anche lui. Voleva tornare a provare quel piacere, tornare ad essere amato; creduto. Si sarebbe fatto in quattro, e anche in otto, purché tutto tornasse come ai bei tempi. Le favole tornassero ad essere favole, e lezioni di vita, e la televisione… beh! quella poteva anche andare a fanculo. Era stata lei la massima colpevole di tutto quello sfascio. Dall’uomo sulla luna, e ancora prima, e tutto il resto. Ma lui non era che un umile artigiano, un lavoratore, poco più di un manovale. Era consapevole dei propri limiti. Si sarebbe accontentato di poter fave il proprio lavoro. Non era certo un dio, né aveva mai voluto illudersene, non poteva accontentare tutti e anche di più. Anche perché lui invecchiava e l’incremento demografico era impazzito. Anche un pacchetto ciascuno le sue forze non erano più sufficienti. Forse avrebbe avuto bisogno di pensarci prima.
Chi aveva ancora bisogno di credere in lui? Certo di situazioni tragiche era pieno il mondo. Non poteva fare per tutti ma poteva almeno occuparsi di qualcuno. Tra i tanti sventurati, non senza rimpianti, quell’anno aveva deciso di optare e di cercare di occuparsi meglio dei bambini palestinesi. Era stata una letterina particolarmente commovente a farlo decidere. L’uomo doveva ritrovare la fame, la fatica, il dolore per tornare ad amare la vita. Loro sì continuavano ad accontentarsi delle cose semplici e avevano bisogno di ritrovare speranze per tornare ad essere bambini e immaginare una vita normale; quella di tanti bambini, quella che avrebbe dovuto essere di tutti i bambini. Si mise al lavoro per tempo con tanta fatica e alla fine aveva una slitta piena di sogni, di carte lucide e nastri colorati. Aveva quasi ritrovato l’orgoglio e la passione di un tempo che credeva perduto. Partì rincuorato ma non arrivò mai. La notte del 24 dicembre 2008 fu abbattuto dallo scudo protettivo contraereo israeliano prima ancora di arrivare a sorvolare il cielo di Gaza.

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Mi sento come se fossi di legno. Chiedo immobile: “Che fai”?
Mi risponde: “Niente.” –non è né sicuro di sé né di me né di quelle parole. Tantomeno pare disinvolto.
Per quel niente… non mi sembra. Sento anzi la sua mano immobile su di me. Non riesco a guardarlo.
Mi domando se non sia colpa mia. Non mi sembra. Aveva parlato di francobolli, gli avevo detto che non mi interessano i francobolli e non credo alle farfalle. Che studio chimica lui lo sapeva. Avevamo detto solo un caffè. Un caffè e due chiacchiere. Da amici. Da buoni amici. Da compagni di sede. Mi aveva convinto perché aveva quel libro. E io devo ancora dare l’esame. Poi lui lo aveva preso corretto, quel caffè. Io senza zucchero. In punta di sedia. Mi aveva indicato dov’era il bagno.
Mi aveva chiesto del mio colore preferito. Che lui sapeva che ero una ragazza seria ma… Dove avevo preso quella collana che a lui pareva bella. Mi aveva spiegato che mi aveva guardata. Aveva continuato con una serie di quelle sue osservazioni argutamente banali. Poi mi aveva detto che mi voleva far vedere la casa. Voleva un parere non mi ricordo più per cosa. Mi ha mostrato la poltrona che usava suo padre. Le tazzine della mamma. Il letto del gatto che era morto la precedente estate. Oltre l’ultima porta ci siamo trovati in camera. La sua non me l’aveva ancora fatta vedere. Non ne ero curiosa. Mi ha mostrato il quadro elogiando il pittore, ma non lo avevo mai sentito nominare. Mi ha detto che per capirlo pienamente bisognava vederlo con la luce giusta. Aveva spalancato la finestra. Si era seduto ai piedi del letto, davanti all’opera d’arte. “Solo così si può ammirare nel suo meraviglioso splendore. Guarda i colori; i toni”. Mi aveva pregato di sedere vicino a lui. Di non temere. Che non c’era niente da aver paura. Mi aveva promesso che non mi avrebbe mangiata. Solo dopo tutte quelle raccomandazioni avevo trovato il coraggio e avevo accettato di sedermi. “Vedi anche tu come lo vedo io”? Per dire il vero era lo stesso, identico, pessimo, nulla era cambiato. Mi sembrava cosa dozzinale, incerta, di poco conto. Mai l’avrei appeso nella mia stanza. Solo che quella stanza non era la mia stanza. Era quella dei suoi in viaggio. Non gli ho chiesto dov’erano. Conosco così poco di lui. Cristina me ne aveva accennato e non era stato certo in modo entusiasmante, né elogiativo. Non ci siamo fermati più di due volte a parlare e un paio in mensa. Forse abbiamo preso un panino. Tutto qui.
C’è anche la trapunta sul letto, nonostante ormai sia abbastanza caldo. Sembrava comunque un tipo per bene. Non so come dirlo e allora lo dico così come mi viene, senza perifrasi; rischiando di apparire volgare: “Lo sai che mi stai toccando una tetta”?
Cosa”?
La mia tetta”.
Credo di sì”.
Ci pensò. E’ un cafone. Dico indispettita: “Come ti sembra”?
Non si accorge del tono nella mia voce e credo che nemmeno ricordi più la mia domanda: “Così”.
Dico: “C’è troppa luce”.
E’ ancora fintamente baldanzoso: “Se vuoi posso abbassare”.
Dico: “Guarda che la maglietta è bianca”.
Faccio attenzione”.
Dico: “Potrei anche toglierla”.
Se vuoi”.
Dico: “però sotto ho la canotta”.
Lo so”.
Dico: “Potrei togliere anche quella ma ho anche il reggiseno”.
Ho pensato erroneamente che sapesse tutto: “Lo sento”.
Dico: “Però potrei togliere anche quello”.
Come vuoi”.
Dico: “Mi sentirei più libera”.
Anch’io”.
Al sorriso che lo anima e che lo mostra entusiasta e impavido dico: “L’ho messo… non mi immaginavo”…
Neanch’io”.
Dico: “E non vorresti toccare anche l’altra”?
Magari”.
Prima che passi ai fatti dico: “E magari mi vorresti anche baciare”.
Magari”.
Dico: “E che mi stendessi a letto”?
Magari”.
Stai pensando che potrei togliere anche il resto”.
Mi aspetto un nuovo magari e invece… “Mai mi sarei”…
Faccio la spavalda e dico: “Non ho mai perso così tanto tempo per così poco. Ora fammi un piacere: togli quella mano del cazzo. Mettiti tranquillo e vai a fare in culo mentre io me ne torno a casa. Se non sai come fare tieni le mani a posto o infilale nei tuoi pantaloni. Se mi va con qualcuno non ho bisogno di tante balle che non ho tempo da buttare. Se non studio per quell’esame finisce che i miei mi menano. Fallo da solo e grazie per il caffè”.

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Stava scendendo lungo il sentiero per andare in paese quando la femmina della coppia di grossi rottweiler dei nuovi vicini sfuggì al controllo dei padroni e lo morse ad un braccio. Lui sorpreso reagì d’istinto spingendola lontano con una manata e quella lo affrontò ringhiando, ma fu richiamata dalla padrona che subito dopo si spese in scuse mostrandosi sbalordita poiché si trattava di una bestia solitamente tranquilla e pacifica. In verità il cane non aveva affondato i denti e si era trattato di un morso superficiale, quasi solo paura, poco più che una escoriazione, anche se lui era stato costretto a ricorrere al pronto soccorso. Gli avevano prescritto delle pasticche e applicato un cerotto e una fasciatura elastica, niente di drammatico, solo sconcerto e spavento, ma tutto era passato in fretta. Aveva evitato di denunciare il fatto e tutto sembrava finito lì.
Anche al lettore più distratto è chiaro fin dall’inizio che non staremmo qui a raccontare se la storia fosse proprio finita lì. Lui, che chiameremo Andrea, finito di prendere le pastiglie si accorse che il dolore era tornato e permaneva. La ferita continuava a sanguinare e sembrava non volersi rimarginare tanto che aveva sporcato un paio di maniche di camicie e persino le lenzuola. Per fortuna non era sul braccio che usava per ogni caso; per radersi come per scrivere. Alzò le spalle e decise che l’unica cura era la pazienza e per un po’ riempì solo di quella le sue ore. Non ricorda come e quando cominciò ad accorgersi che verso sera provava una sorta di impazienza, di male di vivere. Era un tipo nervoso e apprensivo, abituato al vizio di riflettere fin troppo sulle cose, e aveva sempre faticato a lasciarsi andare al sonno continuando a rimuginare sulle ultime cose e anche su quelle più lontane. Era preoccupato per il mutuo, la macchina avrebbe avuto bisogno del carrozziere, anzi di essere cambiata, e il lavoro, con la crisi, andava come andava, sempre peggio. Anche l’ultimo cliente di quel giorno gli aveva disdetto l’ordine. Sicuramente non era quello uno dei suoi periodi più fortunati, anche se temeva non fosse questo il modo di affrontare i problemi perché bisogna aiutarsi e se si pensa in nero la vita riserva solo dispiaceri.
Continuava a dormire poco, anzi sempre meno, e le poche ore non gli bastavano. Si sentiva sempre stanco e con gli occhi infiammati. Poi l’ansia della notte divenne sempre più inquietudine e lui pensò ad uno psicologo e all’aiuto di antidepressivi e calmanti. Una notte gli sembrò che questi ultimi stessero facendo effetto, era pervaso da uno strano e estraniante torpore, quando si alzò dal letto e, per non disturbare il sonno della moglie, scese in cucina a bere e in salotto con l’intenzione di accendere la televisione. Aveva anche bisogno di andare al bagno. Passò davanti alla finestra e guardando fuori sentì l’imperativo irresistibile di ululare alla luna senza riuscire a trattenersi. Fu solo allora che, oltre la vergogna e la speranza di non essere stato udito, tornò a pensare al morso di quel cane. Non gli pareva vero e non credeva alle legende legate alla notte eppure era stato proprio lui. Salì e la moglie continuava a dormire beata di un sogno che doveva essere confortante. Il silenzio era tornato a regnare sulla casa ed era stato solo quell’unico e stupido segnale che non gli poteva dare più di grande preoccupazione; un momento di istantanea e insensata follia. Tornò a pensare al suo lavoro e alla lampada che aveva una presa in corto circuito anche se, nonostante tutti gli sforzi, sapeva che non sarebbe riuscito a scacciare del tutto il ricordo di quel grido così raggelante.
Pur non volendolo crebbe dentro di lui la paura e cominciò a guardare il calendario e a temere le fasi lunari. Gli era sempre più difficile, nelle notti ormai insonni, trattenere gli ululati che gli tracimavano dalla gola e allora usciva e si allontanava per passeggiate notturne lungo i sentieri tra i boschi, senza meta alcuna, aspettando solo che si facesse giorno, che le prime luci dell’alba portassero con sé una ritrovata tranquillità che però restava sempre nido di angosce. Ma non poteva certo rimandare e lo svolgersi naturale degli eventi lo portò inevitabilmente alla sua prima notte di luna piena. Aveva provato per tempo a perdersi nel bosco. Non conosceva il suo corpo e non immaginava come si sarebbe potuto comportare. Temeva un po’ anche per quella donna che ancora amava.
Tutto era assurdo, oltretutto lui era da quasi sempre un vegetariano molto osservante, ma gli odori che lo circondavano erano talmente forti da provocargli quasi nausea; quando la vide lì immobile tra le radici sotto un castagno; innocua e timorosa. Si volse verso la casa dove le luci erano ancora accese ad alcune finestre. Con un balzò fu sopra la lepre e con gli artigli la dilaniò. Nonostante il disgusto e la vergogna non seppe trattenersi dal bere avidamente il suo sangue e poi divorarla golosamente, come in un incubo, e come se a fare quello non fosse lui ma un altro e lui rimanesse solo spettatore. Era convinto che si sarebbe risvegliato o che almeno al mattino non avrebbe ricordato più niente, ma non era così. I resti dell’animale erano ancora lì, dopo le prime luci dell’alba, dove lui si era spinto a cercarli, ridotti solo a pelle e ossa e due orecchie grottesche, ed era tutto ancora nitido davanti ai suoi occhi. Cominciava ad aver paura della notte. Nella confusione che si sentiva dentro avrebbe voluto chiedere aiuto ma, oltre l’imbarazzo e il turbamento, credeva non ci fosse uno specialista per il male che aveva, e se c’era forse era ormai tardi. Non aveva mai sentito né voluto credere a nulla di simile. Decise di non farne parola nemmeno con lei. Restò solo in attesa dell’approssimarsi del buio e quello arrivò inesorabilmente.
Si leccò il pelo rendendosi conto che anche tutto il suo corpo cambiava. Fuggì nel più profondo del bosco e dopo una caccia faticosa per soddisfare il suo enorme, quasi insaziabile appetito, si sentì spingere da una forza calma e appagata verso la casa. Non aveva nessuna aggressività, ma anzi cercava una sorta di comprensione per il dramma che viveva; quando era fiera restava anche uomo così come quando era uomo restava una parte di quell’animale dentro di lui. Davanti alla porta, prima ancora di poter chiedersi una ragione, si ritrovò ad uggiolare in quel verso che sembrava quasi disperato; una vera richiesta di aiuto. E continuò fino a che lei non si affacciò alla finestra e poi fu costretta a uscire dalla porta. Lui abbassò il pelo e il muso e le si avvicinò guardingo in cerca di una carezza. Appena fu a pochi passi lei brandì un grosso bastone e lo colpì violentemente sul groppone e sul grugno. Sentì il sangue colare, gli occhi riempirsi di lacrime e lo sguardo annebbiarsi e fu costretto a fuggire e ritirarsi deluso e amareggiato e sconfitto nella selva.
Tutto precipitò molto velocemente. Annusando l’aria cercò il branco senza trovarlo. Il bosco gli era sempre meno estraneo, ma lui rimaneva solo. Scoprì la tristezza e le difficoltà di quella emarginazione. La notte seguiva gli istinti inspiegabili mentre nel giorno cercava consigli e risposte che lo potessero aiutare. Lui non le aveva quelle risposte e non le poteva trovare da solo davanti alle sue stesse domande. Il suo lavoro ne risentiva e scendeva sempre meno in paese, quegli uomini erano sempre più diversi da lui e sempre più estranei. Si stava chiudendo in sé e anche con la moglie stava diventando sempre più taciturno, oramai evitava qualsiasi contatto affettivo e qualsiasi tentazione di accoppiarsi. Lei lo aveva scacciato, eppure lei non aveva mai avuto paura né avversione per nessun animale. Quando non fu più in grado di negarsi a quegli appetiti la cercò, la trovò, ma la costrinse ad un rapporto simile a quello che avevano i cani. Ne fu quasi deluso. Fu una cosa solitaria, senza baci né parole, senza guardarsi negli occhi, che non si sarebbe ripetuta o che almeno si poteva ripetere raramente.
Non che non avesse provato ad informarsi, ma tutto ciò che esisteva a riguardo erano solo romanzi e fantasie strampalate. Aveva aspettato con ansia il postino ma non gli aveva portano quello che aspettava dopo invio dei peli per le analisi. Per quanto l’avesse temuta arrivò inesorabilmente quella nuova luna piena che gli avrebbe cambiato la vita, e fu solo allora che capì. Qualcosa più forte della sua volontà lo spingeva verso il villaggio. Gli fu subito chiaro che cercava l’uomo, che aveva bisogno di un padrone, di uno qualsiasi purché un padrone. Che non si bastava più. Seppur timidamente e con fare circospetto si inoltrò in quelle vie dentro l’agglomerato di case; la coda bassa e gli occhi a terra, tutto il lui mostrava remissività. Fu quello anche il momento in cui si chiese se era più uomo o più bestia; forse l’uno e l’altro. Un uomo, poi altri uscirono dalla taverna; gli ultimi a fare tardi e ad avviarsi verso casa. Uscì dall’ombra e si avvicinò loro lentamente guaendo sottovoce, implorante. Uno di quelli esseri umani, forse il più ubriaco, si chinò, raccolse una pietra e gliela tirò. Subito gli altri lo imitarono. Lui digrignò i denti di rabbia, poi si girò e scappò verso il centro del bosco dove non avrebbero mai potuto inseguirlo. Ora sentiva chiaro l’odore del proprio sudore e della paura che aveva provato. L’uomo è un animale stupido, eppure lui, come tanti, si sarebbe accontentato di vigilare il gregge. Anche solo di poter essere servile.

Aveva provato ad avvicinare un pastore che abitava in un casolare solitario, ma il risultato era stato lo stesso: era stato cacciato malamente e aveva dovuto farlo di fretta per salvaguardare la propria incolumità messa in grave pericolo dall’uomo ignorante e violento. Il lancinante bisogno di padrone sarebbe rimasto per sempre inappagato e la sua vita di notte era destinata a rimanere esclusa dal loro mondo. Ormai ne aveva la sicurezza definitiva. Si chiese cosa l’avesse condotto a quel bisogno e senza certezza della risposta concluse che fosse la sua parte di essere umano, che sopravviveva durante la notte nel suo corpo di animale, a sentire maggiormente quella necessità. Se la sua notte non fosse stata abitata anche da rimorsi e ricordi e indignazioni sarebbe stata solo libertà e caccia. Da quella volta non si era mai più avvicinato nei pressi del borgo, ma la storia non è finita lì. Si sa che quando gli uomini sono in gruppo è allora che sono pericolosi e allo stesso modo si sa che quando non hanno che la loro insofferenza si inventano le cose più assurde, e hanno bisogno di odiare qualcuno, di nemici, di costruire una rabbia sulla quale scordare le proprie ansie.
Dopo alcuni giorni di relativa tranquillità cominciarono ad addossare alla “belva” le colpe di tutto quello che succedeva aumentando l’adrenalina di gruppo e l’odio. La loro ignoranza era un universo fatto solo di ombre dove il dubbio diventava certezza e la menzogna una verità assoluta. Questo lo avrebbe dovuto sapere da sempre, solo che a volte le cose si sanno ma non si riesce a vederle. Così circolò la voce che una ragazzina avesse incontrato quel mostro, la fiera, recandosi a cercare fragole selvatiche e se ne fosse presa un grande spavento. Quello sarebbe stato, secondo quella folla, l’ultimo di una serie di episodi intollerabile che addossavano all’animale la scomparsa di alcuni agnelli e persino di una pecora, alcune tracce di sangue che andavano sempre verso una certa direzione per addentrarsi nel folto della boscaglia, la zuffa con i cani da caccia dell’arrotino che li aveva lasciati sanguinanti e impauriti e altre stupidaggini simili.
Lui non si sentiva certo colpevole della sua vita da bestia, era normale che seguisse l’istinto, e poi non tutto quello di cui l’accusavano era vero, soprattutto la storia della bambina: di giorno lui tornava alla sua casa e al suo lavoro. La noia montava ed è nei momenti più improbabili che nascono all’improvviso le idee più assurde. Nessuno avrebbe più ricordato chi per primo aveva avuto quell’alzata di ingegno ma si fece presto a far montare la violenza e la sete di vendetta del gruppo. Tutti gli uomini e qualche donna decisero di dividersi in bande e dar la caccia al nemico armati di tutto punto. Naturalmente i giorni passavano senza altro risultato che calpestare il bosco, sradicare cespugli e creare nuovi sentieri che portavano a nulla. Poi un’altra voce anonima si alzò dall’anonimato col sospetto che se quel lupo era quasi sempre stato avvistato di notte avesse per il giorno un rifugio sicuro. Fu così che si decise che quelle battute dovevano cominciare sul far della sera, e quando l’assassino si fa folla allora non c’è più razionalità e soprattutto non c’è scampo per nessuno. Vi furono vari feriti per errore, non sempre involontario, per distrazione e paura o da fuoco amico ma alla fine, con grande giubilò il mostro fu abbattuto. Naturalmente nessuno poteva avere il sospetto che con la bestia era stato accoppato anche l’uomo.
Chi lo avesse veramente ucciso non era stato dato sapere perché poi al grido di vittoria tutti erano accorsi e tutti avevano voluto sparare sui resti della fiera ormai già morta. Quando trascinarono il trofeo di quelle povere spoglie in paese ciò che rimaneva era solo un ammasso informe e sanguinolento che faceva orrore e ribrezzo. Naturalmente i giornalisti, come sempre, riuscirono a fare anche di peggio. Poi, in una delle tante notti di festeggiamenti e vino, il timido bibliotecario ammise di essere stato lui ad abbatterlo, ma nessuno, naturalmente, gli volle credere perché tutti se ne volevano prendere il merito. Ciò che appare degno di nota è che lui però raccontò la storia in modo singolare: dopo averlo scovato che tremava dietro un rovo era stato lo stesso animale ad andare verso di lui. Non aveva un’aria feroce, anzi aveva occhi mansueti che parevano implorare la sua pietà e allo stesso tempo sembravano pregarlo, come di una grazia, di far finire quel supplizio. Era stato come se quella bestia gli avesse chiesto lei stessa di togliergli la vita.
Tornando a casa qualcuno notò i cani dell’arrotino azzuffarsi tra loro. Giorni dopo la stessa ragazzina raccontò che non aveva potuto raggiungere la scuola per essere stata rapita per qualche ora da un gigante con quattro mani enormi e i piedi di balsa. Fu anche ritrovata una delle pecore che erano state divorate. Viene il sospetto che la moglie, se non aveva capito, avesse almeno intuito, se non altro, una parte di verità, eppure lei aveva denunciato la scomparsa del marito. Poi la vita del borgo era tornata alla normalità del suo nulla. Da allora pare non sia stato più avvistato un solo lupo libero in tutta la regione.

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Mia moglie mi dice spesso che sono distratto. Distratto e insicuro. Che sono indeciso, come fosse una colpa ancora più grave. Che quando c’è da scegliere finisco col non scegliere o al massimo a dare un parere inutile a tempo scaduto. Perfino quando c’è da scegliere il canale alla televisione; tranne, naturalmente, che per il calcio. Cosa mi andrebbe per cena. Il colore della cravatta o dei calzini. Dice che il mio discorso più profondo e complesso non va oltre a quel “Fai tu”. Ma le mogli servono a quello, a ricordarti continuamente quelli che a loro sembrano difetti.
Dopo una giornata di lavoro eravamo stanchi di fare analisi e proiezioni che non avrebbero potuto cambiare il mercato. Avevamo fatto veramente tardi. Avevo avvertito Clarissa che non avrei tardato ancora per molto. Avevo cercato di mettere un po’ d’ordine in quel caos. Intanto fuori aveva smesso di piovere. Avevo spento i computers e la calcolatrice. Controllato i cassetti. Lei aveva avvertito Giordano che non si preoccupasse del ritardo; che l’avrei riaccompagnata io. Abbiamo inserito l’allarme e preso la strada di casa. Io alla guida e lei in silenzio. Il tempo di pensare che avevo scelto bene: era un’ottima socia, sempre attenta e piena di iniziative anche se i risultati erano quelli che erano. Eppure glielo avevo chiesto prima di mettere in moto: “Un aperitivo? Una bibita? Un niente da sbocconcellare? Tanto per mandare indietro l’appetito. Un salto al bagno”? E le avevo ricordato della raccomandata per il giorno dopo. Pareva avere fretta e l’avrei capita.
Qualche difficoltà da uscire da parcheggio. Un paio di buche e un lampione spento e prendo la provinciale. Sono attento alla guida. Borbotto qualcosa sul tempo e altre banalità tanto per dire. Lei resta in silenzio. Pare non avere fretta. Che non l’aspettino. Resta silenziosa per gran parte della strada, come avesse un pensiero. In tutto mi ha chiesto vagamente e poco interessata di mia moglie; cose che si potevano dire, ci eravamo visti la sera prima. Se non mi sembrava che le sue gonne fossero un po’ troppo corte. Se pensavo che il Di Vincenzo avrebbe pagato. Qual era il mio dopobarba. Per il resto era stata la musica dell’autoradio. Faccio benzina. Non mi andava di fermarmi anche se ero quasi a secco. In un’altra situazione avrei tirato diritto, anzi lo stavo per fare, ma lei sembrava avere quel bisognino. Sì sa come sono le donne. Non mi sembrava il caso di insistere.
Così al primo distributore mi ero buttato dentro anche se eravamo quasi arrivati. Fermo e mi dice che non le scappa più. Non ha voglia di scendere, semplicemente non ha voglia di nulla. “Prendo le sigarette e torno”. In realtà prendo anche un caffè e pago. Ho notato tornando la portiera aperta. Ho fatto il giro intorno alla machina e ho fatto per chiuderla. Lei si era assentata. Fissava davanti a sé come avesse notato qualcosa. Qualcosa nel buio che le rubava tutta la sua attenzione. Che non vedevo. E’ stato un attimo. Forse due. Non me ne sono accorto subito. Cosa c’era di diverso? A volte certi dettagli sfuggono. In altri momenti colpiscono l’attenzione. Come lampi accecanti. Improvvisamente restò immobile allibito e smarrito davanti alla portiera. Un aggettivo in più sarebbe stato superfluo se non esagerato.
Ho un attimo di perplessità pensando a cosa non va quando ho visto le mutandine per terra… Quel filo nero di niente con quella rosellina rossa proprio lì, sul davanti. Magari e sul fianco. E’ stato allora… proprio allora… che ho cominciato a preoccuparmi, a chiedermi… a sospettare… cioè che mi sono sorti dei dubbi, anche se non volevo certo correre il rischio di fraintendere; di offenderla. Mi ero solo offerto di accompagnarla a casa dopo l’ufficio. Una cosa banale. Non sono certo nella confusione successiva di ricordare bene. Ricordo solo bene i fatti. Il precipitare delle cose. Credo le sue parole.
Però ho la certezza che la musica era stata spenta. Se le mutandine sono sul pavimento questo forse vuol pure dire qualcosa… vuol dire… dire che lei non le ha addosso. Che… sotto è senza. Anche se addosso ha ancora le calze. E tutto il resto. Cioè è vestita di tutto punto, come quando si è seduta. Cioè quasi. Sì! la posizione non è tra le più… comode, cioè tra le più composte… cioè… insomma… La trovo… sconveniente. Mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Nessuno che possa badare a noi. Non che siamo soli. L’autogrill manda le sue luci colorate di neon. La pompa segna ancora i litri e il prezzo. E qualcuno potrebbe arrivare e aver bisogno di far il pieno.
I due camion degli autisti che mangiavano dentro sono immobili e silenziosi come due pachidermi giganteschi. Un’aria fina viene dai campi portando odore di erba umida. E brevemente torno a chiedermi di quel perché. Le gambe non sono male e le scarpe… sono due… sì, naturalmente due… ma due strumenti di tortura. Con quei tacchi che trapanano il cervello. E la fantasia. La gonna non c’è più, cioè si è tutta arrotolata in cintura. Certo altrimenti non sarebbe riuscita a sfilarle. Certo avrebbe potuto ricoprirsi. Mi chiede che aspetto e di sbrigarmi continuando in quell’atteggiamento che sembra ignorarmi. Senza guardarmi. Ho la sensazione di essere sudato. Cosa vorrà dire?
Faccio il giro e salgo. Mi sistemo i pantaloni; li tiro su sulle ginocchia. L’automobile sembra stata fatta per farli sgualcire. Frugo alla ricerca della cintura. Guardo lo specchietto retrovisore. Sembra annoiarsi. Aspetto solo un attimo prima di mettere in moto. Poi lo faccio: avvio il motore. Mi dice, anzi mi ordina: “spegni”! Senza capire eseguo il suo ordine. Senza capire la sento chiedermi: “Sei scemo”? Non credo che la sua domanda desideri una risposta. Forse mi ha chiesto anche se qualcosa non va. Non posso esserne certo. Abbassa le gambe ma la posa non è più composta: “Che aspetti”? Raccolgo quelle minuscole mutandine e per un momento non so che farne. Mi sembra persino di sentire l’odore di lei. Ci penso un attimo. Me le toglie di mano indispettita e le butta dietro: “Ora… non mi servono”. Frugo per sganciare la cintura. Serra le labbra come se trattenesse un sogghigno o qualcosa che non vuole dire, forse un’imprecazione spazientita. Guarda l’ora. Il tempo è un’entità imperfetta. Spero capisca che… Non so come dirlo e lo dice lei: “Qui e ora”!
Qui”?
Prima che ci ripensi”.
Faccio per osservare che ma Graziana… non vorrei… che lei mi fa capire che non c’è più nulla da dire né il tempo per pensare. Ha già ribaltato il mio schienale. Lo deve fare lei e mi aiuta a liberarmi della cintura. Mi spiega in silenzio che è bionda naturale. Mi cade il cellulare dalla tasca. Mi ricordo che siamo ancora in folle. Al diavolo, se qualcuno ha bisogno può servirsi ad un altro erogatore. Oppure, fanculo, tirare diritto fino alla prossima stazione di servizio. Sperando che a nessuno venga in mente di pulirci il vetro e gli specchietti.

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