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Originally posted on L'Altra Metà del Cielo:

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In questa pagina troverete il sunto dei racconti inviati dopo il suddetto viaggio.
Cliccando sopra i link potrete seguire con facilità il materiale raccolto:

Sull’andare e tornare, tra casa e Palestina – (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/10/sullandare-e-il-tornare-tra-casa-e-palestina

Innamorarsi della Palestina (di Andrea….)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/12/innamorarsi-della-palestina

Brothers in Peace– (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/14/brothers-in-peace

Con la terra in tasca – (di Valeria Manca)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/16/con-la-terra-in-tasca

Barriere – (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/17/barriere

Nulla è eterno. Neppure il male – (di Simonetta Madussi)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/18/nulla-e-eterno-neppure-il-male-di-simonetta-madussi/

Alcune riflessioni sul viaggio di Natale – (di Rosa Calderazzi)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/18/alcune-riflessioni-sul-viaggio-di-natale-di-rosa-calderazzi

NON si può spiegare – (di Amalia Di Giampietro)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/18/non-si-puo-spiegare-di-amalia-di-giampietro

AlKamandjati la musica come forma di resistenza – (di Nara Ronchetti)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/19/al-kamandjati-la-musica-come-forma-di-resistenza-di-nara-ronchetti

Il presepe col muro – (di Laura Marcheselli)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/19/il-presepe-col-muro-di-laura-marcheselli

Il Muro e la formica – (di Daniela Marrapese)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/20/il-muro-e-la-formica-di-daniela-marrapese

Fierezza, tenacia e mandorle – (di Maria Gabriella Mazzotti)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/21/fierezza-tenacia-e-mandorle-di-maria-gabriella-mazzotti

Quello che ho portato a casa – (di Donato Cioli)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/21/quello-che-ho-portato-a-casa-di-donato-cioli

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Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 44.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 16 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Le leggende non muoiono mai

A volte le sere riservano sorprese che non ti sapresti immaginare. Ero entrato per bere un bicchiere, sul grande schermo davano un incontro di Rugby. Era un’osteria piena di fumo e di chiasso, tutte cose che preferisco evitare. Stavo per alzarmi quando sono stato distratto dalla sua voce baritonale e dalla sua grassa risata. Era già ubriaco e aveva perso un po’ di controllo. Io ero già con i miei libri sotto il braccio.
Poi ricordai dove era stato visto in precedenza: in una bettola di Praga, molto ma molto tempo fa. Infatti aveva l’aria e il vestire da migrante, anche se aveva smesso l’armatura. Di straniero lì non era l’unico. Non avevo dovuto fare una grande fatica di memoria: lui aveva allentato la sciarpa, aveva preso la testa e se l’era messa sotto il braccio. Aveva continuato a bere quel rosso ma il vino precipitava direttamente in una pozza a terra. Un gatto randagio, entrato chissà come, lo leccava e si dissetava. Incuriosito mi avvicinai e glielo chiesi: “Ma lei, per caso, non è il cava?”…
Giungendo da noi aveva imparato ad apprezzare il vino. Ora non lo avrebbe certamente barattato più per una birra. Non mi lasciò finire, mi prego di parlare piano. Nessuno pareva fare troppo caso a noi e lui mi aveva fatto un cenno di conferma. Quella parola era circolata anche troppo, quel titolo, e quasi mai in senso lusinghiero. Non voleva avere nulla a che fare con quelli che circolano in questi giorni tristi. Naturalmente la Nuova Zelanda stava vincendo.
Mi affibbiò una gran manata sulla spalla, eravamo diventati confidenti. Mi aveva precisato che così il vino gli restava nel palato e gli andava subito alla testa, ma non gli toglieva la voglia di bere. Si era però schizzato i pantaloni: “Perché mi guardi così? In fondo loro la testa ce l’hanno attaccata al collo, ma almeno io me la porto sempre dietro; con me. Non la lascio sul comodino”.
Ebbene sì! mi assumo tutta la colpa: sono amante della buona letteratura. Mi piacciono le storie. Come un bambino amo lasciarmi fantasticare. Tutto, ma questo superava il tutto. Mai mi sarei potuto immaginare che avremmo bevuto insieme. Stavo solo stancamente rientrando a casa. Nessuno mi aspettava e non aspettavo nessuno. Avevo perso persino le speranze di trovare avventura dentro quei libri.
Mi sembra che tutti si stiano dando appuntamento in questa città. Era ancora sorpreso che io sapessi chi era. Mi aveva sempre affascinato quella vicenda che ormai apparteneva a una memoria lontana. In fondo non ero forse anch’io un po’ alchimista? Gli avevo chiesto: “Mi parli della sua storia”. Mi aveva detto laconicamente accomiatandosi: “Magari un’altra volta”.

La preda

img072BEra partito con passo deciso che appena cominciavano a dissiparsi le ombre della notte. In un chiarore smorto appena percettibile e privo di luce. Non aveva dormito molto ma si sentiva pieno di energie. Guardò verso la cima ma le nuvole non portavano nessuna minaccia. Sostò solo per stringere bene i lacci degli scarponi. La borraccia gli batteva sul fianco rassicurante. Avrebbe impiegato tutto il tempo che la caccia gli avrebbe richiesto. Solo di tanto in tanto rallentava per tagliare qualche fronda e segnare meglio il sentiero.
Vide dei porcini freschi appena sbocciati ma tirò diritto. Il bosco già diradava. Si asciugò il sudore dalla fronte col fazzoletto. Non avrebbe desistito per nulla al mondo. La sfida lo incitava. Superò un tronco abbattuto e uno stretto ruscello senza bagnarsi i piedi. Era un tipo metodico anche nelle piccole cose di tutti i giorni. Si grattò la barba e guardò avanti. Nemmeno il terreno reso scivoloso e morbido dall’umidità della notte poteva aiutarlo.
Quella preda sembrava conoscere anche lei quelle vie ed essere furba. Si muoveva senza rumore e camminando sui sassi. Ma a lui bastava un cuscinetto di muschio appena schiacciato, un piccolo e fragile rametto spezzato, il minimo indizio per ritrovare la strada; non gli sarebbe potuta sfuggire. Non ascoltava i rumori ma i silenzi. Dove lei passava gli altri animaletti tacevano. Lui sembrava annusare l’aria.
La vide lontana, da una sella, per poi sparire dietro un mugo. Il segreto della caccia è nel non aver fretta. Chi scappa è spinto ad affrettare il passo. Questo costringe a soste, a sudare e crea più bisogno di abbeverarsi. E lui conosceva tutti i posti dove scorreva l’acqua. Quel bosco non aveva mai avuto segreti.
Girò torno ad una croda e lasciò lo zaino per essere più leggero e rapido. Lo avrebbe ripreso al ritorno. Prese solo la corda che si girò attorno alla cintola. Restò sorpreso perché non doveva ormai essere più molto lontana eppure non lasciava rumore nemmeno quando attraversava le pietraie. Sembrava agile e non avere peso. Scese quella specie di mulattiera ripida poggiando la mano sui massi ai lati per tenere l’equilibrio.
Sentì quasi distinto un frusciare di fronde; non poteva sbagliarsi. Sostò un attimo per riflettere nei pressi di un antico abete rosso piegato e annerito da un fulmine. Una leggera brezza tentava di confondere i rumori. Era certo di quello che aveva udito. La intuiva vicina, ormai a portata di mano. Fu colto di sorpresa e non fu abbastanza rapido. La preda lo prese alle spalle e lo colpì alla testa con un sasso.
Si risvegliò ed era legato con quella corda al tronco di quell’abete. Lei era là, davanti a lui, e lo fissava. E nei suoi occhi sembrava schernirlo. Era bionda e slanciata. Aveva caviglie sottili e seni sodi. Beveva dalla sua borraccia. Si tagliò una lista dalla sua carne secca. Gli spiegò trionfante: “Non è il tuo giorno fortunato. Scusa. Potrai sempre dire che ti sei legato da te per non soccombere al mio canto.” –e sparì senza far rumore.

Stranieri

La valle era stretta e in ombra. S’insinuava tra due pareti diritte come muri. Nel mezzo s’insinuava a fatica un torrente brontolando di cui percepivamo la presenza dal rumore. Probabilmente avevamo sbagliato, dovevamo prendere quella prima a sinistra. Ci eravamo persi. Sembrava portare direttamente al nulla. Pioveva e ormai aveva fatto buio; un buio nero come la pece caduto all’improvviso. La carrozzabile era già scivolosa. Non mi sentivo tranquilla e nemmeno Sante lo era. Lo vedevo guidare teso nel tentativo di capire dove ci portava e cosa ci riservava quel varco. Cominciavamo anche ad avere un po’ di appetito quando vidi quelle luci. Lui era così attento che nemmeno doveva averle notate. Gliele indicai e lui sterzò subito sulla destra. Lì gli orsi non avrebbero potuto annusare nemmeno i tubi del petrolio. Non c’era molto spazio ma riuscì a parcheggiate in un modo abbastanza sicuro.
Il posto non sembrava molto invitante: «Baita al camoscio zoppo». Era una stamberga nera nel nero, alzai le spalle, non avevamo molta scelta. Sante mi tenne aperta la porta ed entrammo in una stanza dove nell’aria gravava una pesante coltre fumosa. Lui tossì per denunciare la nostra presenza alle poche persone che sedevano ai tavoli con una birra davanti. Sembravano uscite tutte da quei quadri dai colori opachi che ritraggono vecchi contadini intenti ad annegare le disgrazie nel vino. Gli occhi si alzarono e ci spiegarono subito che non eravamo ospiti graditi. Avevano l’espressione di chi veniva infastidito da una presenza molesta.
Prendemmo posto in un tavolo d’angolo, scostato dagli altri, e restammo in attesa. Gli altri presenti continuarono come se non ci fossimo tranne per quelle occhiate maligne. L’oste era robusto e panciuto, con una faccia tonda e rubizza, che si sarebbe detto un boscaiolo. Appariva e spariva dietro la porta delle cucina. Della cucina si occupava la moglie che era una donnetta secca e astiosa. Al bancone c’era una ragazza che tutti chiamavano Berta o Bertazza; con una carnagione che sembrava non aver mai visto il sole, occhi tristi di un grigio fango e le labbra sottili torno una bocca lunga che non si stancava di disegnare smorfie.
Fu la ragazza ad avvicinarsi al nostro tavolo. Sante le chiese se potevamo mangiare qualcosa. La ragazza rispose che avevano solo formaggio e affettato, ma, che se avevamo pazienza, poteva chiedere in cucina per una zuppa di orzo. Io per prima precisai dubbiosa che non avevamo fretta. Prima che la ragazza si allontanasse le chiesi dove portava quella strada. L’altra indecisa rispose che portava alla «pietraia di Malga Vecia» e si allontanò. Tornò per apparecchiare in modo alquanto sommario. Mise sopra la tavola una caraffa d’acqua e una di un rosso torbido e scuro, bicchieri e due coppie di posate avvolte nella carta da macellaio.
Regina, che aveva braccia e cosce grosse, bisbigliava nelle orecchie di quello che doveva chiamarsi Miglio e rideva. Poi lui le sussurrava qualcosa che doveva essere divertente e lei rideva. Poi lei accennava verso di noi e ridevano di una risata forzata e isterica. Davanti a loro era seduto quello con quel buffo cappello a cencio sulla nuca; De Cassan. Sulla sedia si dondolava un tipo con una lunga cicatrice sotto l’occhio sinistro e un ciuffo di peli solo sul cucuzzolo; un tale, anche lui, con un nome con De, forse De Stabio o De Stasser. Quel tipo portava scarpe di un numero esageratamente grande oppure aveva piedi enormi.
Dopo una lunga attesa fu la moglie dell’oste ad arrivare con due zuppiere fumanti con una zuppa densa e maleodorante che si sarebbe rivelata avere un leggero sapore di muffa. Quel Miglio diede di gomito a Regina e come per un accordo risero tutti in sincronia. L’olezzo che emanavano i piatti non invitava a infilare il cucchiaio in quella broda spessa. La ragazza del banco invece, dopo un’occhiataccia del padrone, portò un tagliere con alcuni pezzi di formaggio, fette solitarie di insaccati e due tozzi di pane nero. Ci guardammo e Sante ne profittò per chiedere se avevano una camera. La ragazza, che parve contrariata, disse che forse una camera ci poteva essere, che si sarebbe informata e scappò. Ci scambiavamo poche impressioni con gli occhi e il poco che avevamo da dirci lo bisbigliavamo. Gli altri continuavano a controllarli di sottecchi.
Alla fine della cena salimmo in camera per una scala di legno malferma e lamentosa. Gli occhi di quella piccola folla non si staccarono da noi finché non sparimmo alla vista. Avevamo tacitamente deciso di lasciare le valigie in macchina. La stanza aveva l’aspetto di una soffitta polverosa con un vecchio letto alto in ferro battuto. La piccola finestra fragile dava sulla parete di roccia che ad allungare la mano di sarebbe potuta toccare. L’unico oggetto superfluo era un calendario ma del millenovecento-tredici e nella serratura non c’era chiave. Il bagno era fuori e consisteva unicamente in un lavandino, un cesso e un cestino per la carta igienica usata, ma il rotolo era vuoto. Tutto sembrava di riciclo e aver notevolmente sofferto per l’imperversare del tempo.
Sotto la porta era stato fatto scivolare un biglietto che diceva, senza errori di grammatica: «I forestieri non sono ben visti. Ormai è tardi. Che Dio vi aiuti». Sante mise la sedia inclinata contro la maniglia della porta, così avrebbe fatto resistenza e poi rumore mettendoci sull’avviso. Quel letto era duro e naturalmente non c’era campo. Fece per spogliarsi, poi decise di sfilarsi solo le pedule. Non eravamo tranquilli e quella pareva presentarsi come una notte lunga e agitata. Ci stavamo chiedendo chi poteva aver scritto il biglietto per metterci sull’avviso, ma soprattutto di chi dovevamo diffidare. Ma, forse per la stanchezza del viaggio, o per quel vino, dal gusto così asprigno, le palpebre si serravano pesanti come saracinesche.

Alle prime luci dell’alba

La sigaretta era accesa, aveva tutto il tempo che gli serviva. Avrebbe solo voluto avere il tempo per mettere il suo vestito di festa. Stava bene vestito per la domenica; Marietta se lo coccolava con gli occhi. E allora scendevano a braccetto in paese. Non lo aveva potuto fare, ma un uomo deve sapersi accontentare.
Lui non aveva paura della fatica. Lui non aveva paura di niente. Lui aveva i calli sulle mani. Aveva preferito il lavoro alla scuola, non era portato per stare seduto. La verità era che non avrebbe potuto comunque continuare, i soldi non bastavano certo. Non si sfama una famiglia con quei pochi passi di terra. Amerigo era scappato per cercare fortuna in America e non aveva più scritto. Certo non aveva mai imparato a scrivere; però c’era sempre qualcuno che si poteva trovare. Lui aveva giurato che non sarebbe finito così, ad annegare la rabbia e la misera dentro il vino.
Quando l’aveva visto in volto, quel volto glabro da ragazzino biondo, aveva capito che non poteva più capire. Che non avrebbe mai più potuto accettare; e aveva deciso. In cuore aveva chiesto scusa a suo padre e a sua madre e di era seduto su quel masso. Non capiva quello che diceva ma quegli occhi pieni di lacrime gli avevano parlato di paura e di dolore. Parlava un’altra lingua, una lingua che non conosceva, ma diceva parole che sapeva bene.
Aveva finito il libro; lo aveva amato e lo aveva donato a Giordano. Gli piaceva regalare agli amici le cose che lui aveva amato. Che potessero godere quello che lui aveva goduto. Era certo che Giordano l’avrebbe apprezzato e lui ne aveva anche troppo di tempo. Quando lo aveva abbracciato non aveva trovato il coraggio di guardarlo negli occhi. La verità non dovrebbe mai mostrare pudore. Gli aveva solo detto buona fortuna.
Il prete era solo un uomo. Non aveva mai amato i preti, ma quello gli faceva simpatia. Che restasse o che se ne andasse non faceva alcuna differenza. E poi aveva sempre amato gli uomini. Così come sono. Anche con i loro difetti. I signori no! per quelli non avrebbe sprecato mai nemmeno una parola. Avrebbe voluto non avere più padroni. Che non esistessero più. Non sapeva come spiegarlo, ma non sapeva a cosa servivano. Forse un giorno qualcuno avrebbe visto quel giorno. Forse lo stesso Nino.
Lui poteva dire che aveva visto tutte le cose che c’erano da vedere. E aveva visto il treno. Che bestia enorme con muscoli di ferro. C’era da non crederci se non fosse stato lì. Davanti ai suoi occhi. Con tutta quella gente sopra. E aveva avuto la fortuna di salirci sopra mentre Marietta tratteneva le lacrime dentro agli occhi. E poi lo aveva visto partire. E lo aveva salutato sventolando il fazzoletto. Lei non lo sapeva fare il vino e non era stata nemmeno una gran bella stagione; povera donna. Era così giovane ma non aveva paura di niente. Aveva una bella e buona lingua. Non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno. Solo lui era riuscito a metterle la briglia.
Non sapeva se i suoi l’avrebbero capito. Lo avevano sempre considerato una testa matta. Un discolo. Ma in fondo lo avevano sempre amato. Era solo che erano vecchi, quei poveri vecchi. Ed erano soli. Soli a combattere col tempo e con la terra. Soli con le loro idee da vecchi. Soli con le chiacchiere. Con le feste comandate perché qualcuno le aveva comandate. Ma non tutte le domeniche i campi ti lasciavano fare domenica. C’era sempre tanto da fare.
Lui aveva avuto un solo grande amore e amava ancora quella donna, più della sua stessa vita. Non aveva molto da offrirle ma le aveva offerto tutto. Erano stati felici. Aveva finito di scrivere la lettera. Era certo che quando Marietta l’avrebbe letta lei avrebbe capito, e Nino, suo figlio, sarebbe stato orgoglioso del padre. Come lui era orgoglioso. Gli aveva fatto un tamburo di latta. Era come se lo potesse vedere martellare sopra con le bacchette. Il sangue chiama sempre sangue, porta sempre dolore. Ci vuole un grande coraggio per fare una vigliaccheria come la sua. Lui aveva finito la sua canzone.
Aveva guardato la cicca. La brace aveva consumato ormai quasi tutta la sigaretta. Quelli avevano caricato i moschetti.

La gatta Berenice

La mia storia con Emaudina era finita, ma l’amavo ancora. Ci siamo conosciuti a maggio e a novembre abbiamo deciso di andare a vivere sotto lo stesso tetto. Non potevamo continuare a inseguirci per mail e parlarci solo per telefono aspettando i fine settimana. E’ stato così che ho raccolto le mie poche cose e sono andato a stare da lei. La mia Emaudina ha una casa molto grande con tante finestre dai davanzali pieni di fiori. Ha il caminetto in sala da pranzo e una, anzi due stanze per gli ospiti. Un piano cottura in marmo, ampi armadi in camera e un grande portascarpe e una donna che viene tutte le mattine a fare le pulizie. Doppi servizi e una gatta di nome Berenice.
La gatta era una bestia enorme di pelo lungo che lasciava in tutte le stanze aggrovigliato in enormi batufoli. Si faceva le unghie in ogni mobile di legno e bagnava di pipì ogni cantuccio. Emaudina consumava molto del suo tempo a pettinarla almeno una volta al giorno, con grande pazienza, e la micia restava lì accoccolata lasciando fare alla padrona come rapita in estasi. Per il resto l’animale sonnecchiava nell’ampio divano bordò del salotto dove guardavamo la televisione con l’attenzione di non rubare il suo spazio e di non schiacciarla. La prima notte in quella casa al mattino mi svegliai e lei mi stava fissando incuriosita del nuovo visitatore. La spinsi giù dal letto e mi rintanai vicino al mio amore.
Poi un giorno mi azzardai cautamente ad accarezzare Berenice, ma quella mise le unghie, ringhiò soffiando e mi lasciò i segni sul dorso delle mani. Provai a parlarne distrattamente con Emaudina e lei rimase sorpresa senza darci troppa importanza. Io non mi avvicinavo al felino e quello non si avvicinava a me. Sembrava fissarmi con enorme diffidenza. Quando la trovavo a spiarmi a letto il mattino non facevo che mandarla lontano e lei protestava.
Un giorno, mi ricordo che era in prossimità della Pasqua, ero tranquillo su quel divano quando poggiai la mano distrattamente vicino alla belva. Con uno scatto felino mi morse quella mano fino a farla sanguinare. Le diedi una spinta e mi lasciai sfuggire una imprecazione. Berenice accorse per chiedermi cos’era successo che giustificasse il mio insolito tono di voce. Le spiegai e le feci vedere la ferita. Lei corse a prendere il necessario per medicarla e si sedette vicino a me. Ricordo bene tutto ancora.
La mia amata mi chiese se ero certo di non averla involontariamente e inopinatamente schiacciata o se non le avessi casualmente fatto prendere paura. Il suo tesorino non si era mai comportata così e non era mai e poi mai stata aggressiva. Finì con limitarsi a pregarmi di stare maggiormente attento e di ricordarmi di cambiarle la lettiera e riempirle la ciotola. Lei, Berenice, mangiava come una tigre, ma divorava solo un tipo di bocconcini e solo di quella marca. Più che attento mi stavo facendo più cauto, mi sembrava di vedere gelosia e rancore negli occhi dell’animale.
La casa aveva una scala interna che portava alla soffitta. Vi riponevamo mille cianfrusaglie e i cambi di stagione. Alla fine della scala c’era quella maledetta lettiera e anche la maledetta ciotola. Quello era compito mio, ma mi apprestavo sempre a farlo quando la gatta sonnecchiava altrove. Si provò a mordermi ancora mentre le riempivo la scodella, ma fui più lesto di lei. Tornando giù, scendendo le scale l’infido animale zizzagava sotto i miei piedi. Un paio di volte non riuscii a evitarla e la schiacciai; feci un salto e lei uno miagolio disperato che allarmò istantaneamente il mio amore. In un altro paio di occasioni, nel tentativo di scansarla, fui lì lì per inciampare e precipitare giù da quella erta scala.
Emaudina era rimasta vedova quando suo figlio aveva non più di sette anni. Mi aveva spiegato che si era trattato di un tragico incidente. Senza un vero motivo una sera gli chiesi spiegazione. Lo aveva sentito gridare vagamente qualcosa a proposito di Berenice, gli era sembrato di vederne l’ombra salita sul cornicione. Forse si era sporto per quella sorta di strana fantasia o forse un capogiro ed era precipitato dal sesto piano. Non c’era stato niente da fare. Forse aveva bevuto un bicchiere in più a pranzo, forse chissà? perché la gatta era accovacciata tranquilla sotto la tavola.
Ripensai allo strano episodio, a quella disgrazia; stavo diventando stupidamente sospettoso ma non riuscivo a spiegarlo alla mia bella. Quel martedì, ancora una volta, mi si parò davanti sulle scale, infida e all’improvviso, e ruzzolai giù per alcuni gradini. Non mi feci granché ma fu solo fortuna, però il polso mi doleva. Afferrai la micia con l’altra mano e la lascia cadere da quello stesso sesto piano. Quando Emaudina rientrò dalla spesa mi rimproverò di aver lasciato aperta la porta d’entrata poiché la dolce micetta le era andata incontro lungo le scale. Cercai di giustificarmi asserendo che mi sembrava di averla chiusa bene. Io e la bestia ci fissammo senza dire nulla. Avevo fatto mali i conti con le vite di quegli strani animali.
La guardavo appostarsi su quella scala aspettando che facessi il primo passo per cercare di infilarsi sotto le mie suole; così mi decisi. Dissi a Emaudina che mi dispiaceva ma non potevo proprio più vivere con una gatta in casa. Lei si mostrò molto sorpresa e un po’ sconvolta per quella mia improvvisa quanto ingiustificata decisione, affermando che proprio non mi capiva. Provai a spiegarmi ma si mostrò indignata affermando che ero troppo incline ad abbandonarmi preda della mia fantasia. Si disse anche molto addolorata, ma mi spiegò che: “Era la gatta di Siro”; Siro starebbe per Casimiro, il figlio. Non mi restò che riprendere le mie cose e la porta di quella casa senza giurarmi indietro. La gatta mi guardava in silenzio controllando mentre mi allontanavo.
Per il momento mi ospita una coppia di amici, ma devo trovare una sistemazione. Hanno due gatti e anche un cane, ma li tengono in giardino. E’ brava gente ma passano la domenica mattina e varie sere in chiesa. Abbondano nel mangiare e nel bere, nel rumoreggiare e hanno un bagno solo. Io mi so anche adattare e tengo ancora quasi tutto chiuso nelle valigie. E’ una cosa provvisoria; non può durare ancora molto, ma lei, la moglie, a cena mi ha presentato una sua cugina. E’ stata molto carina.

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