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silenzioForse aveva ragione Sandra, forse era un po’, come dire? ingenuo. Ma lui pensava che non si può vivere di sospetti. Era un tipo così. Un tipo semplice. E di poche parole.
Forse aveva ragione Sandra. Glielo ripeteva sempre: “Pensa prima. Conta almeno fino a tre e poi rispondi.” E lui per provarci ci provava. Quando gli avevano detto che Ernesto lo avrebbe affiancato nel lavoro. Gli avevano chiesto di metterlo a suo agio e di aggiornarlo sulle procedure. Lui aveva risposto convinto: “Certo! Naturalmente!” E poi aveva contato un silenzioso e lento “uno, due, tre”.
Forse aveva ragione Sandra. Non ci si può fidare troppo della gente. Quel tale Ernesto era un tipo giovanile, cordiale, sicuro di sé. Sempre ben vestito e perfettamente rasato. Profumato di fresco e di dopobarba. Uno di quei tipi di cui si dovrebbe diffidare perché non sembrano disposti a conquistare il mondo poiché lo hanno già fatto.
Forse aveva ragione Sandra. Ma non si possono discutere gli ordini del dirigente di settore, e alla riorganizzazione non ci si può certo opporre; ma nemmeno avrebbe dovuto mostrarsi così accondiscendente, quasi contento. E’ dalle piccole cose che nascono i drammi. Prima lo aveva trovato seduto alla sua scrivania: “Posso? Avevo bisogno di una connessione veloce.” Poi a consultare tutte le sue pratiche: “Posso? Volevo vedere a che punto siamo.” E pian piano sia era trovato ad avere tempo libero seduto alla scrivania dell’ultimo arrivato. A dover chiedere in prestito per cortesia le sue stesse cose cioè quelle che aveva sempre usato, come la semplice cucitrice.
Forse aveva ragione Sandra. Lui non aveva un briciolo di ambizione. Il suo compagno di stanza era il tipo giusto per far carriera. E non poteva certo lagnarsi, era preciso e celere nel lavoro. Portava a casa facilmente i risultati. Inizialmente lui ne era sollevato. Si era detto che il successo di uno era il successo dell’ufficio, dell’intera organizzazione. Solo che la firma in calce era quella di Ernesto e col tempo anche lui avrebbe capito la differenza. Era arrivato a sentirsi lui il collaboratore, una sorta di segretario. La cosa aveva cominciato ad infastidirlo.
Forse avrebbe dovuto ascoltare maggiormente le parole di Sandra, sua moglie. Una sera li aveva trovati insieme, in salotto, a prendere un caffè. Una casa completamente innocente. Solo un caffè. Era rimasto sorpreso. Lui: “Ciao cara! Eh… buona sera Ernesto!” L’altro: “Scusa. Ero passato per aggiornarti su quella pratica.” E lei: “Non mi avevi detto di avere un collega così cortese e simpatico.” Lui: “Che sorpresa.” Poi aveva contato pigramente fino a tre. Non era il caso di darsi tanta pena per aggiornarlo sulla stipula di quella cedola. E poi… a casa sua. Avrebbe potuto farlo tranquillamente il mattino seguente, in ufficio. E poi… quale pratica?
Forse avrebbe dovuto osservare maggiormente Sandra. Lei era sempre gentile e servizievole. Solo che spesso tornava stanco. Solo che ormai il loro stare insieme, essere coppia, si era ridotto alla cena in silenzio e ad un altrettanto silenzioso condividere le stesse serie televisive insieme, e poco più. Tranne quando c’era il calcio, e la pallacanestro, e gli altri sports, insomma. Solo che loro avevano una sola televisione, anche se con la parabola. Ma non erano veri e propri bisticci. In quale coppia, di tanto in tanto, non avvengono dei piccoli battibecchi. Che lui poi non era uomo da litigare. Alla fine, se non quasi sempre, cedeva.
Forse avrebbe dovuto prestare più attenzione a Sandra. Gli sembrava ancora un libro aperto. Però era diventata distratta e stranamente allegra. Spesso la trovava che canticchiava tra sé e sé. Mentre cucinava o faceva altre faccende. Mentre si pettinava o aveva cura di sé. Mentre guardava la televisione assieme a lui. E non protestava più se c’era una partita. Però lo rimproverava più di prima, soprattutto per quella sua mancanza di ambizione. O se riponeva qualcosa fuori posto. Lui non era un tipo particolarmente geloso. Però non poteva non ricordare quel caffè. Solo che Ernesto non era più passato per casa sua; almeno non lo aveva più trovato al suo rientro.
Forse non avrebbe più scordato quelle parole di Sandra. Gli aveva telefonato in ufficio per dirgli che «sì! lo amava ancora, o almeno credeva, ma che però… lei non gli metteva fretta. Poteva prendersi tutto il tempo che voleva. Però qualcosa era cambiato, in lei, in loro. Non avrebbe saputo dire cosa. Però lui avrebbe dovuto accomodarsi a dormire sul divano, in salotto. Lei aveva bisogno della sua vita, dei suoi spazi. E lui non poteva…» Non ricordava cos’altro gli aveva detto, e aveva provato una strana stretta al cuore. Cercava di capire quello che non riusciva a capire.
Forse aveva ragione Sandra. Forse, ma solo forse. La vita è sempre fatta di piccole cose. Piccole cose che magari diventano grandi nel tempo, o solo dopo. Ma del senno del poi… Facile a dirsi “te l’avevo detto.” Già, la ristrutturazione. Senza lavoro aveva molto più tempo per le sue cose. Solo che di tutto quel tempo non sapeva cosa farsene. Non che il divano fosse poi così scomodo. Ma poi, alla fine, per dirla tutta, non sopportava che quel tipo, quell’individuo, quell’ex collega, quell’Ernesto, che aveva anche un nome antipatico, mettesse i suoi vestiti e usasse persino il suo dopobarba.

L’uomo nero

ows_1418325560122851Quand’ero piccola mamma mi raccomandava sempre di non parlare con gli sconosciuti. Naturalmente non dovevo accettare caramelle. E che se vedevo l’uomo nero dovevo starne alla lontana. Nelle sue parole e nella mia innocente fantasia quell’uomo nero era quasi un gigante con un enorme sacco sulle spalle. Il sacco dove lui ficcava i bambini cattivi che aveva rapito e che i genitori non avrebbero visto mai più.
Io non sono mai stata una bambina cattiva. Sono sempre stata giudiziosa ed educata. Le ho sempre dato retta. Ho sempre santificato le feste. L’aiutavo persino nelle sue piccole faccende, come potevo. Così col tempo cominciai a scordare le sue parole o almeno quella paura si trasformò in timore e il timore divenne via via sempre più flebile. Almeno fino a quel maledetto giorno.
Lo vidi avvicinarsi fin da lontano. Era veramente un omaccione, ma non diedi peso alle parole della mamma. E poi non era per niente nero. Era un uomo come tanti, come tutti e forse nemmeno immigrato; solo un po’ più grande e grosso. E io ero ormai cresciuta. A scuola andavo bene. Sapevo i verbi a filastrocca. A dieci anni ci si può credere adulti o quasi. Così lo lasciai avvicinare e solo quando mi fu accanto notai l’enorme sacco sulle sue spalle. Eppure non ebbi che un briciolo di diffidenza; e solo allora.
Mi chiese: “Dove vai, bella bambina?”
Gli risposi, guardandomi intorno, solo che stavo andando a casa dalla scuola, anche se era una piccola bugia. E intorno la strada era deserta. Ero diventata diffidente, questo sì. Si offrì di accompagnarmi, ma ancor prima che accettassi, o potessi dargli la benché minima risposta, la sua enorme mano (e aveva delle mani veramente enormi) calò sulla mia testa. Mi sollevò senza apparente fatica e mi buttò nel sacco. Solo allora capii quanto aveva avuto ragione mia mamma, anche se il suo ammonimento non era stato del tutto preciso.
Mi ritrovai gambe con gambe, braccia ingarbugliate ad altre braccia, in un groviglio buio di arti di bambini. E subito ne nacque un vociare d’infantili “chi sei?” e “come ti chiami?” e “mi fai caldo.” E “fatti più in là!” a cui non sapevo rispondere, né avrei avuto il tempo di farlo tanto era eccitato e rapido quel turbinio di voci. Era un’unica grande confusione. E già io ero un bel po’ confusa. Confusa e sballottata dal passo sicuro dell’uomo che sosteneva il sacco. In più ero certa che qualcuno si doveva esser fatto la pipì addosso; lì dentro regnava un odore nauseabondo di iuta, di piscia, di sudore e di paura.
Mi costrinsi a non piangere, anche se ne avevo una gran voglia, né a gridare. Passò del tempo, non so dire quanto, ma mi sembrò molto, e continuavo a essere sbatacchiata come tutti quegli altri bambini che non conoscevo e che nel buio non potevo riconoscere. Uno disse di chiamarsi Aldo. Mi sembrava il più calmo e intraprendente. Ero ormai preda di una stana e curiosa e intimorita curiosità quando mi resi conto che l’uomo aveva appoggiato il sacco per terra; e senza nemmeno molta cautela. Fu allora che lui mi tirò fuori dal sacco e mi ritrovai davanti alla mamma. Lui le intimò mi mangiarmi, doveva farlo e subito dinanzi a lui poiché avevo detto una bugia. La mamma sghignazzò, e fu solo allora che provai il panico e un urlo mi salì spontaneo in gola senza che potessi ricacciarlo indietro.
Fu quel gridò a farmi risvegliare repentinamente, tremante e tutta sudata. Accesi subito la luce, ma non mi calmò. La mamma era davanti a me, sghignazzava con le labbra spalancate e aveva degli occhi sgranati proprio strani. Sembrava avida. Le sue mani enormi e secche mi si protendevano contro con le unghie lunghissime come artigli. Balzarle alla gola fu un solo unico gesto spontaneo senza nemmeno il tempo di pensarci. Restare orfana non è mai una gran bella cosa. E poi i medici mi chiedono tutti quegli inutili perché a cui non so rispondere che tanto non mi crederebbero. La mamma è sempre la mamma, ed è buona anche prima dell’ora della colazione.

Todos son mis hijos

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Mercoledì dalle ore 17:00 alle ore 20:00
Casadelcinema Videoteca Pasinetti
Palazzo Mocenigo – San Stae 1990, 30125 Venezia

Nel quarantennale della nascita dell’associazione “Madres de Plaza de Mayo” (le madri dei trentamila desaparecidos che hanno lottato contro la dittatura argentina) le associazioni Assopace Palestina, Kabawil e Restiamo Umani con Vik vi invitano alla proiezione di “Todos son mis hijos”, un film di Ricardo Soto Uribe.

Presentano Luisa Morgantini e Renato Di Nicola.

Cerchiamo la poesia delle immagini “sulla” e “dalla” Palestina:
Partecipa e invita a partecipare:

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Clicca sull’immagine e su questo link: NAZRA – open call

H2Occupation

VENEZIA – lunedì 19 settembre alle ore 18 presso la sala S. Leonardo – Cannaregioamira-hass-locandina-copia

Incontro con la giornalista israeliana Amira Hass (scrive su Haaretz e su Internazionale) sulla questione dello sfruttamento e controllo israeliano delle risorse idriche nei Territori Palestinesi Occupati.
Parteciperanno con Amira Hass
Renato Di Nicola – Forum italiano dei movimenti per l’acqua
Luisa Morgantini – Assopace Palestina
Stephanie Westbrook – Campagna No Mekorot

Per capire meglio la situazione idrica in Israele ecco un articolo pubblicato su haretz qualche giorno fa: La crisi idrica di Israele non è finita

 

Chiaraluna

ritratto20di20donna20220480x640Cazzo! gli era sembrato subito un volto conosciuto. Ecco perché. Improvvisamente se lo era ricordato o più precisamente il suo dubbio aveva avuto risposta da Google. Non era nemmeno una foto: era la riproduzione di un dipinto. Un olio di Vincenzo Di Giorgio, anche se non sapeva ancora come si chiamava. Era solo un ritratto di donna. Lo aveva visto una prima volta ad una personale dello stesso autore. Solo che lì c’era l’originale: il quadro. I colori erano brillanti. Dalla rete Lei aveva recuperato uno scatto fatto dallo stesso artista per la commercializzazione. Si era innamorato e gli aveva dato buca una tela senza nemmeno un nome e un cognome. E aveva aspettato due ore per niente come un cretino. Di Lei gli restava solo un nick e un indirizzo mail: chiaraluna@fashion.com.
Due ore al tavolo di un ristorante mentre tutti lo guardavano e il cameriere si spazientiva. Voleva trasmetterle tutto il proprio risentimento e la propria rabbia. In una parola aveva bisogno di sfogarsi. Non attese nemmeno il mattino e sebbene fossero ormai le undici, cioè le ventitré, si mise alla tastiera. Non avrebbe potuto mostrarsi troppo scocciata o protestare, in fondo lui era la vittima. E poi voleva proprio vedere che scusa avrebbe trovato. Peccato! stava andando tutto così bene. Si sentiva libero, leggero a parlare, cioè messaggiare, con Lei. Era sicuro di aver trovato l’anima gemella. Invece al primo appuntamento non si era proprio fatta vedere. Certo che era strano litigare attraverso internet. Avesse avuto almeno l’indirizzo skype avrebbe potuto guardarla negli occhi. Quando si litiga si ha bisogno di vedere la faccia dell’altra e le sue espressioni. E l’unico diritto dei litiganti e l’unica arma di rivalsa.
Ciò che era successo per lei era un mistero. Si era preparata al meglio. Meticolosamente. Aveva cercato di essere puntuale. Beh! venti minuti sono una approssimazione tollerabile. Invece… Era rimasta impietrita sulla porta. Era tale e quale quell’attore, figlio di quell’attore famoso. Non poteva crederci: lo aveva riconosciuto subito, ma era con un’altra in tenera compagnia. Lei era così graziosa, sembrava anche molto giovane, troppo, proprio una ragazzina. Si parlavano guardandosi negli occhi. Allora perché le aveva dato quell’appuntamento? E lei stupida… Se n’era andata stizzita e non era più riuscita né a perdonarlo né a darsi pace. Era tutto troppo bello. Eppure un poco ci aveva sperato. Alla fine aveva anche saltato la cena e rientrata avrebbe voluto solo andare a letto. Invece sconsolatamente aveva aperto Facebook senza nemmeno chiedersi perché e aveva subito notato il messaggio. Ma come? Era lui che faceva l’offeso.
Si diceva indignato. Lui sosteneva di averla aspettata a quel tavolo per quasi tre ore, senza badare che se fosse stato esattamente così lui doveva essere ancora là seduto. Lei insisteva che se quella non era sua sorella… e comunque che non si sarebbe dovuto presentare ad un primo appuntamento in compagnia. Evitò i commenti sulla giovanissima età dell’amichetta. Entrambi pensavano di aver ragione e che potevano spiegare quello che era successo. E che l’altro era imperdonabile. Nessuno dei due era in grado invece di capire velocemente i fatti, il perché. Il locale poi non era così affollato. Lui, alla fine, aveva almeno cenato, anche se il conto era stato salato e il servizio discutibile.
Per un po’ non riuscirono che a scambiarsi accuse sfiorando le ingiurie. Lei cercò di limitarsi. Quelle che le venivano sulle lingua erano una serie di parole con la C. Le sputò fuori dai denti nel silenzio della sua stanza ma non le affidò alla tastiera; lei era una signora. Arrivò al “Cretino!” ma riuscì a trattenersi sul “Coglione”! Lui conosceva il limite che non doveva oltrepassare. Non fece cennò palese a ciò che pensava di lei né all’antico mestiere che poteva fare, si limitò e parlare e insistere della propria situazione confermando che: sì! era stato “proprio un vero cretino”. Che delle donne si sa… Potevano con ragione dire che ancora non si conoscevano e già stavano bisticciando. Nella loro brevissima storia, che sembrava già finita, quella era la loro prima lite ed era quasi una lite definitiva seppure comunque pur sempre virtuale.
Poi lui non fu certo ma credette di capire, al tavolo accanto al suo sedeva in compagnia quello che sembrava proprio Danny Quinn[1]. Cavolo: Danny Quinn. Scrisse un enorme “MERDA” che cancellò immediatamente prima di inviare la sua risposta. Era stata proprio sfiga, ma lui era stato stupido a scegliere una fotografia dell’attore per il suo profilo. Eppure era stato chiaro e aveva il libro sopra il tavolo proprio in bella mostra. Con imbarazzo cercò di spiegarsi e giustificarsi. Qualche capello in meno e qualche kilo in più e nei punti sbagliati. Non assomigliava molto a quel maledetto attoruncolo. Certo nemmeno lei doveva assomigliare molto alla Chiaraluna con cui lui aveva creduto di confidarsi aprendole il cuore e di cui si credeva sul punto di innamorarsi.
Lei dichiarò di avere trentaquattro anni e non ventinove come gli aveva precedentemente scritto, togliendosi comunque cinque anni. Lui ammise di non essere alto un metro e ottantuno bensì un metro e settantatré e che l’agenzia non era proprio sua. Lei si aprì e confessò che il suo sogno era quello di realizzarsi come casalinga in una bella casa vicino al mare. Corresse anche le sue misure fisiche; barò solo un poco per quello che riguardava quelle dei fianchi. Lui non le confidò di abitare in una modesto appartamento in un grosso condominio al centro di Milano; nemmeno fece cenno alle sue origini meridionali. Entrambi si scusarono per non avere foto recenti. A quel punto avevano ricostruito un minimo di dialogo ma nessuno dei due sapeva come uscirne e superare quell’imbarazzo.
Lui si chiamava Salvatore ma tutti lo chiamavano Salvo. Lei non si chiamava nemmeno Chiara ma più semplicemente Concetta. Lui non trovava opportuno ammettere di essere infelicemente sposato, però si dichiarò possessore di un suv anche se in leasing. Lei non trovava conveniente accennare che era una matura ragazza madre, ma si descrisse di carattere mite e conciliante. Lui cercò di informarsi sulla disponibilità di lei. Lei inserì solo un grosso punto di domanda. Lui fece copia e incolla di un mazzolino di fiori. Lei rispose postando un sorriso largo.

[1] Daniele Anthony Quinn (Danny Quinn)

La grande catastrofe

14769070-in-mare-costa-occhiali-da-sole-borsa-di-paglia-spiaggia-e-cappelloLe cronache la ricorderanno come la grande catastrofe o l’ecatombe. L’esplosione avvenne al largo, nel mare. Niente di troppo fragoroso, quasi solo silenzio. Si alzò un onda alta come un grattacielo che si abbatté sull’isola come uno schiaffo. Forse i cronisti tendono un po’ all’esagerazione. Non si può pretendere fedeltà e si deve tener conto che non sono frutto di testimoni presenti al momento dei fatti. I villeggianti più mattinieri erano già in spiaggia. I pochi che alzarono gli occhi non ebbero nemmeno il tempo di percepire il pericolo e gridare. Furono tutti spazzati via. Furono loro le prime vittime.
Quell’estate faceva veramente un caldo insopportabile. Nemmeno la notte dava pace. Raquel aveva lasciato la finestra aperta sperando in un po’ di tregua. Aveva faticato a prendere sonno rigirandosi nuda sopra le lenzuola. Il finimondo entrò attraverso quella finestra ma spalancò anche la porta chiusa. L’abbracciò di un abbraccio freddo. Lei gemette come in un attimo di piacere, poi il mare la succhiò via prima che potesse pensare di coprire il proprio pudore.
Anthony aveva perso il senno e gli occhi per lei. Non riusciva a staccarglieli di dosso. Aveva sperato per tutta la vacanza di vederla finalmente. Di rubare un altro francobollo di pelle oltre a tutta quella lasciata scoperta dal minuscolo bikini. Sceglieva sempre la sdraio vicina alla sua. Cercava tutte le occasioni. Si mostrava gentile ma lei sembrava non vederlo. Quel mattino l’avevano richiamato al lavoro. Era già in macchina quando Raquel gli era passata nuda davanti trasportata dalla corrente. Sarebbe stata la sua grande occasione, ma gli occhi erano ormai quelli sbarrati dell’annegato e non potevano vedere.
Gregory, ma per tutti era solo Greg, stava gonfiando il suo materassone quando aveva visto alzarsi l’onda. Lo stupore si era trasformato in panico e l’aveva fatto distrarre. Sbigottito era rimasto a guardare. Il ronzio della pompa era continuato finché il materasso non gli era scoppiato tra le dita. Un enorme frammento di plastica gli si appiccicò rovente sui denti. Gli occhi ancora spalancati soffocò mentre cercava disperatamente di respirare, ma non bevve una sola goccia d’acqua. Il suo ombrellone si era andato a conficcare diritto nello stomaco di Patrick, ma Gregory naturalmente non aveva fatto a tempo a gioire.
Charlie detto Brown aveva gli occhi stregati davanti alla televisione, maledetto fuso orario. La sua squadra del cuore era stata in vantaggio e poi raggiunta. Anche se era una coppa d’estate e non valeva nulla per lui era sempre meglio vincere che perdere. Aveva indossato la numero dieci. Teneva il telecomando mollemente in mano perché le palpebre cominciavano ad abbassarsi. Tutto si sarebbe deciso ai rigori. Dopo i primi quattro andò via il segnale e un attimo dopo di tutto non restava più niente. Lucy, sua moglie, dormiva al piano di sopra e aveva il sonno e l’alito pesante. Russava in modo assordante tanto che era stato costretto ad alzare il volume.
Nel bungalow i ritardatari della notte videro le prime luci del giorno ancora con le carte in mano. Naturalmente furono le ultime che videro. Brittany non era molto brava nel gioco e si distraeva facilmente, soprattutto per la mano di George sul ginocchio. In verità non aveva avuto fortuna per tutta la notte. Sperava che gliela portasse il mattino o George. Aprì lentamente la mano e spiò le carte: due assi e due otto, tutti neri. Non percepì il pericolo, come detto non era una vera esperta, e poi quella mano era risalita alla coscia. Quando fece per urlare la sua gioia e fare la sua puntata il mare le riempì la gola ed era acqua salata naturalmente.
Solomon detto Cayman aveva seguito un corso da sub. Mentre il mattino si stava facendo aveva voluto mettersi alla prova. Era tutto preso ad ammirare la luce del mare e la fauna dei fondali. Scivolava lieve tra gli scogli e per questo non si accorse di tutto quello che gli stava succedendo intorno. Riaffiorò ma prima ancora di rendersi conto del disastro che lo stava circondando un pezzo di albero di una lussuosa due alberi che era stata ancorata nella rada lo colpì violentemente al capo lasciandolo esanime sul colpo. Elisabeth lo doveva aspettare in albergo ma un attimo prima l’albergo già non esisteva più. Si sarebbero dovuti sposare ad ottobre. Almeno in questo caso la natura non aveva fatto differenze né di genere né di ceto né di nascita.
Assunta Giombarti per tutti, tranne che per la mamma, era solo Giò. Aveva studiato duramente dizione e canto. Era lì per un servizio fotografico. Era stata solo sua l’idea che sarebbe stata una splendida e sensuale sirena; quasi perfetta. E come una sirena sapeva nuotare in quel meraviglioso mondo sommerso. Quella mattina si era svegliata pigra aspettando l’arrivo del fotografo. Si era ammirata ancora una volta davanti allo specchio. Con un po’ di trucco avrebbe reso meno invadente il naso. Già vedeva le proprie immagini sulle più famose riviste pattinate e la pioggia di offerte che la inseguivano per regalarle la più grande celebrità e l’immortalità. La sua interpretazione dell’esanime annegata era stata perfetta, la sua migliore. L’ironia della disgrazia l’aveva relegata tra i dispersi anonimi al numero trentasette e solo la mamma ricordava che tra quei scomparsi c’era ancore il suo tesoro.
Francisca, la domestica boliviana, si era alzata di notte per mangiare di nascosto. Era l’unica nella casa a non preoccuparsi del proprio peso. Solo che i padroni, quei tirchi figli di mignotta pidocchiosa, controllavano il frigo, la dispensa e le guardavano nel piatto. Avevano sempre da dire. Cosa poteva farci lei se aveva sempre fame? Proprio in quel momento stava per sedersi davanti ad un enorme piatto di spaghetti. Lei era una nuotatrice provetta ma venne sballottata per la stanza e poi portata via dalla corrente mentre cercava, con le ultime forze, di ingoiarne almeno una forchettata. Non riuscì ad ingoiare che mare e un riccio sconcertato. Per un attimo tutto quel mare sembrò volersi ritirare e si ritirò portando con sé anche il povero Joseph che era seduto sul water.
Deanna era stata sbattuta fuori dal sonno dal grande fragore. Era un’ora insolitamente mattutina per lei. Non fosse stato per quel senso di vuoto avrebbe inseguito ancora il dormire. Aveva palpato ansiosamente il materasso scoprendo che Neal non era lì al suo fianco. Era scesa per cercarlo. Aveva scoperto il cornuto a letto con Terry. La sua più grande amica, quella vacca, nemmeno aveva avuto il tempo di togliersi il reggiseno. Era sopra il suo amore e sembrava molto impegnata, tanto da nemmeno vederla. Stava per gridare quando lo stronzo le aveva rivolto un sorriso idiota: “Cara, non è come sembra.” –e lei si era sentita confusa. Deanna odiava quando la chiamava cara in quel modo.
Le battute di quella commedia umana seguirono come una raffica veloce. Lei aggiunse su quello che lui confusamente biascicava: “Sei un coglione”. Lui, senza fermarsi cercava affannosamente una giustificazione a cui aggrapparsi: “Potrebbe sembrare… ma non devi pensare. E stata sua l’idea… Non riusciva a… Facevamo solo Deanna concluse senza volerlo togliere dall’imbarazzo: “Stavate solo scopa… Facevate solo sesso”. Lui non trovò altra via di fuga che confermare e confessare: “Ecco… Appunto”. Terry cominciò a squittire come se la stessero spennando o fosse sotto la tortura della ceretta. Anche Deanna cominciò a urlare stavolta allarmata: “Il mare”… Trascinato via Neal cercò di aggrapparsi a Deanna in un ultimo tentativo disperato. Lei si scansò mandandolo a farsi fottere. Nemmeno il tempo di una scusa che quello, il mare, aveva già cancellato tutto: la sorpresa, il tradimento, l’offesa, la rabbia e la casa.
Tra tutte la storia di Abigaille era la più singolare. La giovane aveva vinto quella vacanza ma aveva smesso di amare la vita quando il suo Timothy se n’era andato senza che lei trovasse una ragione. Era la vita ma perché quella vita era capitata proprio a lei? Semplicemente lei non se l’era mai perdonato. Lui era il suo grande amore. Quando repentinamente l’acqua aveva invaso il salotto lei era già esanime a terra. La mano aveva perso la presa del flacone e il resto delle pillole erano sparse tutto intorno. Non si accorse di nulla e il mare fece giustizia abbracciandola tra le sue gelide braccia, cancellando il suo gesto estremo cercando di raccontare un’altra storia. La confuse tra i tanti dispersi vittime solo dell’improvvisa crudeltà della natura.
Joshua McCain era stato l’unico a capire abbastanza rapidamente cosa stava succedendo. Il capo famiglia aveva visto la sua famiglia lottare nell’acqua che era salita velocemente. I suoi ragazzi, Carl e Jannine, non avevano resistito molto e si erano arresi quasi subito. Grosse bolle d’aria erano risalite alla superfice dalla bocca ormai spalancata del maschio sedicenne e poi le braccia si erano abbandonate come svuotate. Gli occhi grandi e spalancati senza luce. Joshua si era guardato intorno cercando la moglie Johanna, poi finalmente l’aveva vista. Aveva tentato con tutte le sue ultime forze di tenerle la testa sott’acqua. Lei si divincolava. Poi le energie erano venute a mancare ad entrambi quasi contemporaneamente e il riflusso li aveva alla fine allontanati come due estranei. L’ultimo pensiero di Joshua era stato per quella ragazza, Raquel, di cui avrebbe continuato ad ignorare persino il nome.
Steve si era rollato un bongo. Lì, nel punto più alto dell’isola, il mare era entrato quasi con delicatezza, lentamente, In ritardo, come chiedesse il permesso. Quando cominciò a cercare l’aria e intorno a lui non era rimasta che acqua lui aveva pensato che era merda veramente grandiosa. Si disse entusiasta “Che trip!” convinto che poi tutto sarebbe tornato come prima. Che si sarebbe risvegliato sudato e soffocato nella solita noia. Era come in un film. Non ne ricordava il titolo. Era in prima fila. E senza nemmeno pagare il biglietto. Non ebbe nemmeno il tempo di provare la paura che già quell’acqua gli aveva riempito i polmoni. Si lasciò andare al suo meraviglioso sogno senza nemmeno rendersi conto di nulla ancora con gli occhiali da solo appiccicati al naso.
Mentre gli ultimi ballavano il digei aveva promesso al suo pubblico un pezzo che era una vera bomba. La stanchezza non aveva permesso che si levasse un grande entusiasmo. Catherine aveva l’impressione ormai di sostenere il corpo inanimato di un Patrick ormai addormentato. Si accorse di sbagliarsi nella stesso momento in cui si accorse che il bel tomo, si fa per dire, stava allungando le mani. Era solo un povero cretino sfigato e quell’estate era stata un vero disastro. Qualche frase galante, qualche strizzatina e niente più. Ogni serata era finita lasciandola solo con l’acquolina in bocca. Ci pensò rapidamente e decise di lasciarlo fare. Era curiosa ed era troppo stanca per protestare.
Il mare si era mescolato al mare e dell’isola non era rimasto che mare e il deserto desolato di un grande scoglio vuoto. Quella fu l’ultima volta che Timoteo usò l’esplosivo per pescare. Forse lui è l’unico che potrebbe confermare come veramente sono andate le cose ma da allora nessuno ha più visto né lui né la sua barca.