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VENEZIA – lunedì 19 settembre alle ore 18 presso la sala S. Leonardo – Cannaregioamira-hass-locandina-copia

Incontro con la giornalista israeliana Amira Hass (scrive su Haaretz e su Internazionale) sulla questione dello sfruttamento e controllo israeliano delle risorse idriche nei Territori Palestinesi Occupati.
Parteciperanno con Amira Hass
Renato Di Nicola – Forum italiano dei movimenti per l’acqua
Luisa Morgantini – Assopace Palestina
Stephanie Westbrook – Campagna No Mekorot

Per capire meglio la situazione idrica in Israele ecco un articolo pubblicato su haretz qualche giorno fa: La crisi idrica di Israele non è finita

 

Chiaraluna

ritratto20di20donna20220480x640Cazzo! gli era sembrato subito un volto conosciuto. Ecco perché. Improvvisamente se lo era ricordato o più precisamente il suo dubbio aveva avuto risposta da Google. Non era nemmeno una foto: era la riproduzione di un dipinto. Un olio di Vincenzo Di Giorgio, anche se non sapeva ancora come si chiamava. Era solo un ritratto di donna. Lo aveva visto una prima volta ad una personale dello stesso autore. Solo che lì c’era l’originale: il quadro. I colori erano brillanti. Dalla rete Lei aveva recuperato uno scatto fatto dallo stesso artista per la commercializzazione. Si era innamorato e gli aveva dato buca una tela senza nemmeno un nome e un cognome. E aveva aspettato due ore per niente come un cretino. Di Lei gli restava solo un nick e un indirizzo mail: chiaraluna@fashion.com.
Due ore al tavolo di un ristorante mentre tutti lo guardavano e il cameriere si spazientiva. Voleva trasmetterle tutto il proprio risentimento e la propria rabbia. In una parola aveva bisogno di sfogarsi. Non attese nemmeno il mattino e sebbene fossero ormai le undici, cioè le ventitré, si mise alla tastiera. Non avrebbe potuto mostrarsi troppo scocciata o protestare, in fondo lui era la vittima. E poi voleva proprio vedere che scusa avrebbe trovato. Peccato! stava andando tutto così bene. Si sentiva libero, leggero a parlare, cioè messaggiare, con Lei. Era sicuro di aver trovato l’anima gemella. Invece al primo appuntamento non si era proprio fatta vedere. Certo che era strano litigare attraverso internet. Avesse avuto almeno l’indirizzo skype avrebbe potuto guardarla negli occhi. Quando si litiga si ha bisogno di vedere la faccia dell’altra e le sue espressioni. E l’unico diritto dei litiganti e l’unica arma di rivalsa.
Ciò che era successo per lei era un mistero. Si era preparata al meglio. Meticolosamente. Aveva cercato di essere puntuale. Beh! venti minuti sono una approssimazione tollerabile. Invece… Era rimasta impietrita sulla porta. Era tale e quale quell’attore, figlio di quell’attore famoso. Non poteva crederci: lo aveva riconosciuto subito, ma era con un’altra in tenera compagnia. Lei era così graziosa, sembrava anche molto giovane, troppo, proprio una ragazzina. Si parlavano guardandosi negli occhi. Allora perché le aveva dato quell’appuntamento? E lei stupida… Se n’era andata stizzita e non era più riuscita né a perdonarlo né a darsi pace. Era tutto troppo bello. Eppure un poco ci aveva sperato. Alla fine aveva anche saltato la cena e rientrata avrebbe voluto solo andare a letto. Invece sconsolatamente aveva aperto Facebook senza nemmeno chiedersi perché e aveva subito notato il messaggio. Ma come? Era lui che faceva l’offeso.
Si diceva indignato. Lui sosteneva di averla aspettata a quel tavolo per quasi tre ore, senza badare che se fosse stato esattamente così lui doveva essere ancora là seduto. Lei insisteva che se quella non era sua sorella… e comunque che non si sarebbe dovuto presentare ad un primo appuntamento in compagnia. Evitò i commenti sulla giovanissima età dell’amichetta. Entrambi pensavano di aver ragione e che potevano spiegare quello che era successo. E che l’altro era imperdonabile. Nessuno dei due era in grado invece di capire velocemente i fatti, il perché. Il locale poi non era così affollato. Lui, alla fine, aveva almeno cenato, anche se il conto era stato salato e il servizio discutibile.
Per un po’ non riuscirono che a scambiarsi accuse sfiorando le ingiurie. Lei cercò di limitarsi. Quelle che le venivano sulle lingua erano una serie di parole con la C. Le sputò fuori dai denti nel silenzio della sua stanza ma non le affidò alla tastiera; lei era una signora. Arrivò al “Cretino!” ma riuscì a trattenersi sul “Coglione”! Lui conosceva il limite che non doveva oltrepassare. Non fece cennò palese a ciò che pensava di lei né all’antico mestiere che poteva fare, si limitò e parlare e insistere della propria situazione confermando che: sì! era stato “proprio un vero cretino”. Che delle donne si sa… Potevano con ragione dire che ancora non si conoscevano e già stavano bisticciando. Nella loro brevissima storia, che sembrava già finita, quella era la loro prima lite ed era quasi una lite definitiva seppure comunque pur sempre virtuale.
Poi lui non fu certo ma credette di capire, al tavolo accanto al suo sedeva in compagnia quello che sembrava proprio Danny Quinn[1]. Cavolo: Danny Quinn. Scrisse un enorme “MERDA” che cancellò immediatamente prima di inviare la sua risposta. Era stata proprio sfiga, ma lui era stato stupido a scegliere una fotografia dell’attore per il suo profilo. Eppure era stato chiaro e aveva il libro sopra il tavolo proprio in bella mostra. Con imbarazzo cercò di spiegarsi e giustificarsi. Qualche capello in meno e qualche kilo in più e nei punti sbagliati. Non assomigliava molto a quel maledetto attoruncolo. Certo nemmeno lei doveva assomigliare molto alla Chiaraluna con cui lui aveva creduto di confidarsi aprendole il cuore e di cui si credeva sul punto di innamorarsi.
Lei dichiarò di avere trentaquattro anni e non ventinove come gli aveva precedentemente scritto, togliendosi comunque cinque anni. Lui ammise di non essere alto un metro e ottantuno bensì un metro e settantatré e che l’agenzia non era proprio sua. Lei si aprì e confessò che il suo sogno era quello di realizzarsi come casalinga in una bella casa vicino al mare. Corresse anche le sue misure fisiche; barò solo un poco per quello che riguardava quelle dei fianchi. Lui non le confidò di abitare in una modesto appartamento in un grosso condominio al centro di Milano; nemmeno fece cenno alle sue origini meridionali. Entrambi si scusarono per non avere foto recenti. A quel punto avevano ricostruito un minimo di dialogo ma nessuno dei due sapeva come uscirne e superare quell’imbarazzo.
Lui si chiamava Salvatore ma tutti lo chiamavano Salvo. Lei non si chiamava nemmeno Chiara ma più semplicemente Concetta. Lui non trovava opportuno ammettere di essere infelicemente sposato, però si dichiarò possessore di un suv anche se in leasing. Lei non trovava conveniente accennare che era una matura ragazza madre, ma si descrisse di carattere mite e conciliante. Lui cercò di informarsi sulla disponibilità di lei. Lei inserì solo un grosso punto di domanda. Lui fece copia e incolla di un mazzolino di fiori. Lei rispose postando un sorriso largo.

[1] Daniele Anthony Quinn (Danny Quinn)

La grande catastrofe

14769070-in-mare-costa-occhiali-da-sole-borsa-di-paglia-spiaggia-e-cappelloLe cronache la ricorderanno come la grande catastrofe o l’ecatombe. L’esplosione avvenne al largo, nel mare. Niente di troppo fragoroso, quasi solo silenzio. Si alzò un onda alta come un grattacielo che si abbatté sull’isola come uno schiaffo. Forse i cronisti tendono un po’ all’esagerazione. Non si può pretendere fedeltà e si deve tener conto che non sono frutto di testimoni presenti al momento dei fatti. I villeggianti più mattinieri erano già in spiaggia. I pochi che alzarono gli occhi non ebbero nemmeno il tempo di percepire il pericolo e gridare. Furono tutti spazzati via. Furono loro le prime vittime.
Quell’estate faceva veramente un caldo insopportabile. Nemmeno la notte dava pace. Raquel aveva lasciato la finestra aperta sperando in un po’ di tregua. Aveva faticato a prendere sonno rigirandosi nuda sopra le lenzuola. Il finimondo entrò attraverso quella finestra ma spalancò anche la porta chiusa. L’abbracciò di un abbraccio freddo. Lei gemette come in un attimo di piacere, poi il mare la succhiò via prima che potesse pensare di coprire il proprio pudore.
Anthony aveva perso il senno e gli occhi per lei. Non riusciva a staccarglieli di dosso. Aveva sperato per tutta la vacanza di vederla finalmente. Di rubare un altro francobollo di pelle oltre a tutta quella lasciata scoperta dal minuscolo bikini. Sceglieva sempre la sdraio vicina alla sua. Cercava tutte le occasioni. Si mostrava gentile ma lei sembrava non vederlo. Quel mattino l’avevano richiamato al lavoro. Era già in macchina quando Raquel gli era passata nuda davanti trasportata dalla corrente. Sarebbe stata la sua grande occasione, ma gli occhi erano ormai quelli sbarrati dell’annegato e non potevano vedere.
Gregory, ma per tutti era solo Greg, stava gonfiando il suo materassone quando aveva visto alzarsi l’onda. Lo stupore si era trasformato in panico e l’aveva fatto distrarre. Sbigottito era rimasto a guardare. Il ronzio della pompa era continuato finché il materasso non gli era scoppiato tra le dita. Un enorme frammento di plastica gli si appiccicò rovente sui denti. Gli occhi ancora spalancati soffocò mentre cercava disperatamente di respirare, ma non bevve una sola goccia d’acqua. Il suo ombrellone si era andato a conficcare diritto nello stomaco di Patrick, ma Gregory naturalmente non aveva fatto a tempo a gioire.
Charlie detto Brown aveva gli occhi stregati davanti alla televisione, maledetto fuso orario. La sua squadra del cuore era stata in vantaggio e poi raggiunta. Anche se era una coppa d’estate e non valeva nulla per lui era sempre meglio vincere che perdere. Aveva indossato la numero dieci. Teneva il telecomando mollemente in mano perché le palpebre cominciavano ad abbassarsi. Tutto si sarebbe deciso ai rigori. Dopo i primi quattro andò via il segnale e un attimo dopo di tutto non restava più niente. Lucy, sua moglie, dormiva al piano di sopra e aveva il sonno e l’alito pesante. Russava in modo assordante tanto che era stato costretto ad alzare il volume.
Nel bungalow i ritardatari della notte videro le prime luci del giorno ancora con le carte in mano. Naturalmente furono le ultime che videro. Brittany non era molto brava nel gioco e si distraeva facilmente, soprattutto per la mano di George sul ginocchio. In verità non aveva avuto fortuna per tutta la notte. Sperava che gliela portasse il mattino o George. Aprì lentamente la mano e spiò le carte: due assi e due otto, tutti neri. Non percepì il pericolo, come detto non era una vera esperta, e poi quella mano era risalita alla coscia. Quando fece per urlare la sua gioia e fare la sua puntata il mare le riempì la gola ed era acqua salata naturalmente.
Solomon detto Cayman aveva seguito un corso da sub. Mentre il mattino si stava facendo aveva voluto mettersi alla prova. Era tutto preso ad ammirare la luce del mare e la fauna dei fondali. Scivolava lieve tra gli scogli e per questo non si accorse di tutto quello che gli stava succedendo intorno. Riaffiorò ma prima ancora di rendersi conto del disastro che lo stava circondando un pezzo di albero di una lussuosa due alberi che era stata ancorata nella rada lo colpì violentemente al capo lasciandolo esanime sul colpo. Elisabeth lo doveva aspettare in albergo ma un attimo prima l’albergo già non esisteva più. Si sarebbero dovuti sposare ad ottobre. Almeno in questo caso la natura non aveva fatto differenze né di genere né di ceto né di nascita.
Assunta Giombarti per tutti, tranne che per la mamma, era solo Giò. Aveva studiato duramente dizione e canto. Era lì per un servizio fotografico. Era stata solo sua l’idea che sarebbe stata una splendida e sensuale sirena; quasi perfetta. E come una sirena sapeva nuotare in quel meraviglioso mondo sommerso. Quella mattina si era svegliata pigra aspettando l’arrivo del fotografo. Si era ammirata ancora una volta davanti allo specchio. Con un po’ di trucco avrebbe reso meno invadente il naso. Già vedeva le proprie immagini sulle più famose riviste pattinate e la pioggia di offerte che la inseguivano per regalarle la più grande celebrità e l’immortalità. La sua interpretazione dell’esanime annegata era stata perfetta, la sua migliore. L’ironia della disgrazia l’aveva relegata tra i dispersi anonimi al numero trentasette e solo la mamma ricordava che tra quei scomparsi c’era ancore il suo tesoro.
Francisca, la domestica boliviana, si era alzata di notte per mangiare di nascosto. Era l’unica nella casa a non preoccuparsi del proprio peso. Solo che i padroni, quei tirchi figli di mignotta pidocchiosa, controllavano il frigo, la dispensa e le guardavano nel piatto. Avevano sempre da dire. Cosa poteva farci lei se aveva sempre fame? Proprio in quel momento stava per sedersi davanti ad un enorme piatto di spaghetti. Lei era una nuotatrice provetta ma venne sballottata per la stanza e poi portata via dalla corrente mentre cercava, con le ultime forze, di ingoiarne almeno una forchettata. Non riuscì ad ingoiare che mare e un riccio sconcertato. Per un attimo tutto quel mare sembrò volersi ritirare e si ritirò portando con sé anche il povero Joseph che era seduto sul water.
Deanna era stata sbattuta fuori dal sonno dal grande fragore. Era un’ora insolitamente mattutina per lei. Non fosse stato per quel senso di vuoto avrebbe inseguito ancora il dormire. Aveva palpato ansiosamente il materasso scoprendo che Neal non era lì al suo fianco. Era scesa per cercarlo. Aveva scoperto il cornuto a letto con Terry. La sua più grande amica, quella vacca, nemmeno aveva avuto il tempo di togliersi il reggiseno. Era sopra il suo amore e sembrava molto impegnata, tanto da nemmeno vederla. Stava per gridare quando lo stronzo le aveva rivolto un sorriso idiota: “Cara, non è come sembra.” –e lei si era sentita confusa. Deanna odiava quando la chiamava cara in quel modo.
Le battute di quella commedia umana seguirono come una raffica veloce. Lei aggiunse su quello che lui confusamente biascicava: “Sei un coglione”. Lui, senza fermarsi cercava affannosamente una giustificazione a cui aggrapparsi: “Potrebbe sembrare… ma non devi pensare. E stata sua l’idea… Non riusciva a… Facevamo solo Deanna concluse senza volerlo togliere dall’imbarazzo: “Stavate solo scopa… Facevate solo sesso”. Lui non trovò altra via di fuga che confermare e confessare: “Ecco… Appunto”. Terry cominciò a squittire come se la stessero spennando o fosse sotto la tortura della ceretta. Anche Deanna cominciò a urlare stavolta allarmata: “Il mare”… Trascinato via Neal cercò di aggrapparsi a Deanna in un ultimo tentativo disperato. Lei si scansò mandandolo a farsi fottere. Nemmeno il tempo di una scusa che quello, il mare, aveva già cancellato tutto: la sorpresa, il tradimento, l’offesa, la rabbia e la casa.
Tra tutte la storia di Abigaille era la più singolare. La giovane aveva vinto quella vacanza ma aveva smesso di amare la vita quando il suo Timothy se n’era andato senza che lei trovasse una ragione. Era la vita ma perché quella vita era capitata proprio a lei? Semplicemente lei non se l’era mai perdonato. Lui era il suo grande amore. Quando repentinamente l’acqua aveva invaso il salotto lei era già esanime a terra. La mano aveva perso la presa del flacone e il resto delle pillole erano sparse tutto intorno. Non si accorse di nulla e il mare fece giustizia abbracciandola tra le sue gelide braccia, cancellando il suo gesto estremo cercando di raccontare un’altra storia. La confuse tra i tanti dispersi vittime solo dell’improvvisa crudeltà della natura.
Joshua McCain era stato l’unico a capire abbastanza rapidamente cosa stava succedendo. Il capo famiglia aveva visto la sua famiglia lottare nell’acqua che era salita velocemente. I suoi ragazzi, Carl e Jannine, non avevano resistito molto e si erano arresi quasi subito. Grosse bolle d’aria erano risalite alla superfice dalla bocca ormai spalancata del maschio sedicenne e poi le braccia si erano abbandonate come svuotate. Gli occhi grandi e spalancati senza luce. Joshua si era guardato intorno cercando la moglie Johanna, poi finalmente l’aveva vista. Aveva tentato con tutte le sue ultime forze di tenerle la testa sott’acqua. Lei si divincolava. Poi le energie erano venute a mancare ad entrambi quasi contemporaneamente e il riflusso li aveva alla fine allontanati come due estranei. L’ultimo pensiero di Joshua era stato per quella ragazza, Raquel, di cui avrebbe continuato ad ignorare persino il nome.
Steve si era rollato un bongo. Lì, nel punto più alto dell’isola, il mare era entrato quasi con delicatezza, lentamente, In ritardo, come chiedesse il permesso. Quando cominciò a cercare l’aria e intorno a lui non era rimasta che acqua lui aveva pensato che era merda veramente grandiosa. Si disse entusiasta “Che trip!” convinto che poi tutto sarebbe tornato come prima. Che si sarebbe risvegliato sudato e soffocato nella solita noia. Era come in un film. Non ne ricordava il titolo. Era in prima fila. E senza nemmeno pagare il biglietto. Non ebbe nemmeno il tempo di provare la paura che già quell’acqua gli aveva riempito i polmoni. Si lasciò andare al suo meraviglioso sogno senza nemmeno rendersi conto di nulla ancora con gli occhiali da solo appiccicati al naso.
Mentre gli ultimi ballavano il digei aveva promesso al suo pubblico un pezzo che era una vera bomba. La stanchezza non aveva permesso che si levasse un grande entusiasmo. Catherine aveva l’impressione ormai di sostenere il corpo inanimato di un Patrick ormai addormentato. Si accorse di sbagliarsi nella stesso momento in cui si accorse che il bel tomo, si fa per dire, stava allungando le mani. Era solo un povero cretino sfigato e quell’estate era stata un vero disastro. Qualche frase galante, qualche strizzatina e niente più. Ogni serata era finita lasciandola solo con l’acquolina in bocca. Ci pensò rapidamente e decise di lasciarlo fare. Era curiosa ed era troppo stanca per protestare.
Il mare si era mescolato al mare e dell’isola non era rimasto che mare e il deserto desolato di un grande scoglio vuoto. Quella fu l’ultima volta che Timoteo usò l’esplosivo per pescare. Forse lui è l’unico che potrebbe confermare come veramente sono andate le cose ma da allora nessuno ha più visto né lui né la sua barca.

Ricordatevi

Bandiera rossaNonna era tornata dall’America. Il mondo era diverso allora. Era partita come tanti. Aveva fatto il viaggio inverso da sola. Da sola con quattro bambini. Uno era papà.
Il nonno era morto in un cantiere dell’East river. Erano lì da sei anni, sei anni e quattro figli, anzi cinque, ma uno era troppo piccolo per affrontare quel viaggio. Sei anni durissimi sperando di vedere apparire il sogno americano. Non si era mai presentato. Avevano visto tutto e tutto diventato incubo. Nonna non amava parlarne ma io sapevo.
Aveva deciso che Dio aveva girato le spalle a lei come a tanti. Più che smettere di crederci gli aveva come tolto la sua stima e amicizia. In chiesa non l’avevano più vista. Così molti in paese le avevano girato le spella. Lei se ne era fatta una ragione. Lei aveva tirato avanti. Lei aveva faticato per guadagnare qualcosa da mettere qualcosa sotto i denti suoi e dei suoi marmocchi; così li ricordava.
Poi, come pochi, si era fatta comunista. Forse la prima donna. Forse il primo del paese. Leggeva con fatica ma era curiosa e voleva sapere. Per lei era quello il vero sogno: un mondo senza signori né padroni. Un mondo fatto solo di uomini; di fratelli. “Dove la vita si misura col lavoro[1].
E con quel sogno, nonostante i tempi, aveva fatto crescere i suoi bambini che presto erano diventati tre perché Luca era andato a lavorare in una miniera in Belgio. Nessuno di noi allora sapeva nemmeno dove fosse questo Belgio e a Luca la barba non avrebbe mai cominciato a crescere. Non ricordo di aver mai visto nonna piangere. Rimaneva mio padre, il più piccolo, e poi c’erano due sorelle; due femmine. Loro non faticarono a trovare marito.
Mio padre un giorno mi disse: “L’orgoglio è un lusso che si possono permettere solo i ricchi”. In verità era un uomo caparbio e fiero. Aveva fatto le scuole. Metteva il vestito buono tutte le domeniche e quando lo chiamavano per fare il sensale. E’ stato lui a trovare marito alle due sorelle anche se non lo ammeterebbe mai. La nostra è una famiglia di poche parole che non ama guardare indietro né rimpiangere. Tutti sanno che la vita è dura e nessuno ha alcuna intenzione di cedere. Alla fine era finito in fabbrica.
Presto divenne, mio padre, delegato sindacale. Aveva la stima di tutti i colleghi. Lo licenziarono. Tutta la fabbrica incrociò le braccia. Lo dovettero riassumere. Con amarezza ricorda come divenne dirigente. Mi chiese allora, a me bambino: “Mi hanno comprato”? Gli dissi con ingenua ammirazione: “Nessuno può comprare il mio papà”. Lui mi spiegò di stare attento perché i soldi non fanno la felicità e che quelli erano catene. Niente più fu come prima. Si era come intristito.
Ora ha l’alzheimer, a volte sparla e persino bestemmia, ma a volte è fin troppo lucido. Un giorno sono dovuto ricorrere ad un sonoro ceffone con Leone per ricordargli di portare rispetto per quell’uomo. Leone è il più piccolo. Ora con Elena abbiamo due figli: Michele e Leone, appunto. Ho raccontato a loro queste e altre storie perché guardarsi indietro forse serve a poco ma è lì la nostra forza. Io ho fatto un po’ di questo e un po’ di quello e di nascosto scrivo poesie.
Il cuore sanguina per i Compagni che non ci sono più. E duole ancora di più per tutti quelli che hanno girato le spalle e che hanno tradito. Ero a Genova in quei giorni e loro, i miei figli, erano a Genova con me. Leone mi ha chiesto perché. Non ho avuto indugi: “Non importa se siamo tanti o pochi. Noi siamo l’ultima speranza”.
[1] Pierangelo Bertoli: Un tempo d’oro

SONY DSCErminio non si poteva dire un pezzo d’uomo ma era dotato di grande pazienza. Le chiacchiere delle donne gli scivolavano addosso come l’acqua sui sassi. Carlotta, cioè la signora Carlotta, era una cliente abituale, cioè una donna sui cinquant’anni portati come tante, cioè non troppo bene, ma nemmeno troppo male. Alla domenica mattina, preparata, poteva ancora riscuotere qualche commento benevolo, mentre il marito l’accompagnava col naso fiero rivolto al cielo perché avevano due metri di terra, qualche spicciolo da parte e godeva di fama di spenna gallinelle. Soprattutto di segretarie. Già! ma lui era notaio.
A quell’ora intorno e persino all’osteria c’era il deserto ed Erminio stava per mettersi a chiudere. Portava le cassette dentro e intanto pensava ai prezzi da ribassare per la sera. La Signora Carlotta si era attardata e sembrava dovesse compiere una scelta ardua per ogni acquisto. Controllava la merce una per una. Palpava con le mani. Ci pensava. Sorrideva soddisfatta o faceva una smorfia di disgusto. Non si decideva a decidere.
Naturalmente le patate. Poi vediamo… Non si sarà mica scordato i meloni. Meloni?… Cipolle… Meloni… Cosa mi consiglia? Mi aggiunge un kilo di fagioli freschi, un cespo di insalata riccia e qualche cetriolo bello grosso? A proposito di cetrioli. Ora che mi ci fa pensare… E’ una cosa che mi fa andare di testa”.
Cosa”?
Ce l’ha”?
Vado a vedere”.
Vengo a vedere”.
Stava controllando i pomodori. Lui voleva pregarla di non ciancicarglieli tutti. Però sapeva che lei, la Signora Notaia, aveva quel vezzo, quell’abitudine e cambiava rapidamente d’umore. Non era sua intenzione né interesse contraddirla. Una volta per un mese si era servita dal supermercato. Ora stava controllando i peperoni. Quelli gialli e quelli rossi. Sembrava assorta, molto attenta. Poi si era guardata solo intorno. Il buon Erminio avrebbe dovuto allarmarsi. Borbottava e scuoteva la testa. Tutto d’un tratto. Come se niente andasse nella merce. Si era persino spettinata; proprio lei. Al momento sembrava avere cento diavoli per capello. Aveva cento diavoli per capello. Sembrava spiritata. Il pover’uomo non sapeva di che scusarsi: “Qualcosa non va”?
Ma chi diavolo è che lo dice? Dove sta scritto”?
Se è per il prezzo?”…
Del prezzo parliamo dopo. Cosa si crede”…
Prego”?
Sono morbide quelle patate”?
Sono quelle olandesi”.
Si appoggiò alla pila di reti di patate: “Ma chi l’ha detto che… Che per noi donne l’orgasmo non è importante? Voi uomini… Stupide creature”.
Doveva aver non capito bene: “Veramente… Signora”…
Signora un cazzo”.
Mi scusi”.
Vi credete che… Contenti voi siamo contenti tutti”.
Certo che non l’aveva mai vista così adirata. Così fuori di sé. Nemmeno quando il marito si era tolto il cappello davanti alla chiesa al passaggio di quella stronzetta boriosa della Stella, che poi il suo vero nome era Assunta. O quella volta che gli avevano crocefisso il gatto sulla porta dello studio. Solitamente la signora Carlotta era donna misurata e controllata, e anche se si raccontavano storie sul suo conto e circolavano pettegolezzi, come su tutti perché il paese è paese, cioè è il quartiere a essere quartiere, non la aveva mai vista smettere un attimo la sua signorilità. La signora Carlotta si era sempre mostrata una signora. Fu proprio questo che lasciò il povero e timido Erminio interdetto e sgomento. Senza argomenti. Cosa non andava nella sua verdura?
Ma”…
Quello stronzo. E anche piccolo… stronzo”.
Credo di”…
Lei non trova che?… Fanculo”…
Lei si mise le mani a coppa sotto il seno e aiutò il reggiseno a tenergliele sollevate. Non erano né troppe né poche ma non riuscivano più a sostenersi da sole. Lui si guardò intorno sospettoso e allarmato. Nessuno li poteva vedere. Nessuno li poteva sentire. Era anche tutto in disordine. Non certo pulito. Ma era solo un magazzino. Non si nascondeva, ma in misura precauzionale era un bene che fossero dentro. Lui era sempre stato un tipo che se poteva i problemi preferiva evitarli. Stargli lontano. Forse era anche per quello che aveva aspettato per prendere moglie. Comunque non si sarebbe mai preso delle libertà con la Signora Carlotta, con nessuna cliente. Non era da lui. E sapeva tenere a freno la lingua. Ma non era certo di nulla: “Certamente, Signora”.
Stai zitto tu. Ma che ne sapete”?
Veramente… Io”…
E non fare quella faccia. E non rispondere prima della domanda. Credi forse che sono pazza”?
Non mi”…
Ti sembro pazza”?
Direi di no”.
Beh! Il piacere fa piacere anche a noi. A noi donne”.
Non ne dubito”.
La Signora Carlotta lo guardò fisso negli occhi: “Non sarei così… ma quando è troppo è troppo. Non ci crederai ma in quel momento non mi riesco a trattenere. Non riesco proprio… E grido. Ma lui… Dannazione. Maledetto. O pascola in un altro prato o… E’ sempre stanco. Cioè… troppo poco. Grido che mi sentono. Devi credermi. E’ più forte di me. E’ una liberazione. Mi sento vuotare tutta. Non ricordo più l’ultima. E la tua signora”?
Non credo che… io credo che… Le credo ma… Non so”…
Come non sai”?
Forse per ogni donna è diverso. La sua non ne aveva mai abbastanza, ma quando arrivava quel momento inghiottiva la saliva, tremava poi pareva, per un attimo, rasserenarsi. Poi era pronta nuovamente. Non che ci avesse mai pensato. Non che lui si stancasse facilmente, ma nemmeno succedeva che ne avessero l’occasione spesso. Lei, sua moglie, Marietta, si limitava ad aspettare. Doveva essere sempre lui. E lui spesso aveva i suoi pensieri. Oppure, dopo una lunga giornata al banco, non gli veniva naturale avere fantasie o, più semplicemente, cedeva davanti alla televisione.
Erminio non si poteva dire un pezzo d’uomo, ma si diceva fosse dotato di altre virtù. Qualche altra le classificava come dicerie. Finora nessuna gli aveva mostrato tanta curiosità, oppure non se ne era accorto. Lui non ci badava e non sentiva niente. Lui si limitava ad esporre la propria merce. A spruzzarla di tanto in tanto, soprattutto l’insalata. A lucidarla di tanto in tanto, soprattutto le mele. A decidere i prezzi. A servire le clienti: “Vede… Io. Non capita spesso”…
Non capita spesso. Ecco… Non capita spesso. Proprio così. Credi non ne sia capace? Metti «torno subito» e chiudi quella porta. Ti faccio vedere. Almeno impari qualcosa”.
Signora… cosa fa”?
Faccio quello che avrei dovuto fare tempo fa. Gli mettiamo un bel paio di corna, al notaio”.
Non credo sia una buona”…
Smetti di cianciare e fammi urlare. Servo della gleba”.
Aveva ancora un discreto personale, pensò il buon Erminio. E non risparmiava nella biancheria. Era di carni morbide ma vellutate. Qualche filino di grasso e un’abbronzatura che lasciava a desiderare. Lui vendeva verdura. Non era un servo di nessuno né tanto meno di quella Signora, ma nemmeno aveva mai fatto il macellaio. Era vero che la cara Signora Carlotta era donna generosa, decisa, che sapeva quello che voleva. Era la natura ad averla fatta Signora. Signora non si diventa, anche se in quell’occorrenza sapeva essere meno signora. Se ne fregava dell’etichetta.
Ed era proprio tutto vero, come una vera furia, gridò come se la stesse sgozzando. E… gridò ancora finché non restò senza voce a al povero Erminio non cominciarono a schiamazzare le remi. Solo allora la Signora notaio sembrò calmarsi e gli sorrise grata e con benevolenza: “Allora è vero che hai i cetrioli migliori della piazza”.

N.B. Quanto qui omesso è frutto di pudore, di rispetto verso la buona Signora Carlotta e tutte quelle Signore che credono di potersi riconoscere in queste povere righe.

Il bikini corallo

332064_gitara_more_4000x2248_www-gdefon-ruE’ sempre estate. Alice aspettava l’estate tutto l’anno. Si preparava per l’estate perché viveva d’estate. Non era mai abbastanza magra. Cominciava prima della primavera. Sapeva che il giudizio del mare non perdonava nessuno. Nemmeno una come lei. Era inflessibile. E lei non avrebbe potuto essere meno che perfetta per il suo nuovo bikini corallo.
Come si può non aver sete di sole? Il sole non era mai troppo. Quel due di agosto lei era bellissima, come tutte le ragazze della sua età. Per Sauro era la più bella. Non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. Passava fin troppo spesso sotto casa sua. Poi era stato
fortunato. Aveva colto l’occasione per essere lì con lei. Si era offerto di accompagnarla. Aspettava il momento opportuno per dirglielo. Per aprirsi a lei. Lei lo trovava un po’ noioso, ma in fondo era un bravo ragazzo. Certamente non si poteva definire bello, né aitante. Aveva capito dove voleva arrivare. Forse sì forse no. Forse quella sera si sarebbe lasciata baciare. Non amava impegnare il futuro.
Poi era arrivato quello. Si era chinato definendola “Bella signorina”. Il suo italiano non era perfetto. Lei Aveva precisato: “Alice, prego”. Lui le aveva chiesto: “Vuoi comprare”? Il mare era una tavola blu. Si era informata se sapesse cantare. Aveva ammirato le collane che aveva intorno al collo. Si era informata se amasse il jazz. Aveva ammirato i braccialetti che portava ai polsi. La flessuosità dei suoi movimenti. Si era stiracchiata sull’asciugamano. Lui si era scusato e le aveva spiegato che era del Senegal. Alice era rimasta leggermente contrariata e delusa. Lui le aveva usato la cortesia di piantare l’ombrellone. Sauro era insofferente. Un po’ geloso?
Lei voleva semplicemente essere gentile. Non era sua intenzione civettare. Certo le ragazze di quell’età, al mare, sono almeno un po’ tutte civette. Amano farsi guardare. Farsi un pochino corteggiare. Sono facili ad accettare un primo approccio. Aprirsi e parlare; anche senza pensare. Mentre si crogiolano al sole. Impigrendosi. Senza malizia. Si sistemò gli slip e riagganciò il reggiseno. Forse lo aveva preso troppo piccolo, quel costume. Forse era troppo grande e la copriva troppo. Il giovane aveva solo occhiali ed accendini. Peccato.
Alla fine della trattativa Elhadji l’aveva convinta a prenderne un paio da sole, di occhiali. Anche se non gli piacevano nemmeno. E ne aveva già dodici paia. Non sapeva che farsene, ma non era riuscita a dirgli di no. A dire di no a quel sorriso pieno di denti bianchissimi. A quelle dita affusolaste. Aveva detto a Sauro che li aveva presi per lui e glieli aveva regalati. Il suo ragazzo, cioè l’amico, li aveva lasciati cadere sulla sabbia. Sarebbe stato contento se non fosse rimasto amareggiato. Erano veramente brutti, anche per dieci euro, e con le lenti di plastica.
Il rag De Pascalis era un lupo. Un lupo solitario. Non si muoveva quasi mai in branco. Ma tutto questo Alice non lo sa o finge di non volerlo sapere. Mentre lui si guarda torno circospetto. Crede di aver puntato la preda. Sta aspettando il momento. Che Africa si allontan
i. Che quel pirla di ragazzino dinoccolato e brufoloso finalmente si allontani. Quando finalmente il fidanzatino, o quello che è quello stupido adolescente, si allontana in cerca del giornalaio o almeno da sbirciare i titoli della gazzetta, il lupo entra in azione. Si avvicina con fare indifferente, guardingo e indolente. Si china e le chiede se vuole che lui le spalmi la crema solare. Da lontano arrivano confuse le note di una stupida canzone. Lei reagisce immediatamente: “Come si permette? Lo voglio prendere proprio tutto”.

N.B. Mentre scorrono i titoli di testa il bagnino salva un bagnante incauto che si era spinto troppo al largo. E’ per sempre state.

Racconto al sole

cid_68ada393-3947-42a8-9b5e-c69cb97704bcmultiplayer-1440x580Forse il suo era una sorta di sorriso. Aveva alzato le mani con le dita aperte per schermarsi gl’occhi dal sole. Lui le aveva alzate in segno di resa.
“Cosa c’è”?
“Così”!
“Puoi spostarti”?
“Scusa”!
“Mi stai facendo ombra”.
“So io”…
“Non essere cretino”.
“Che ne sai”?
“Hai intenzione di startene lì”?
“Perché”?
“Non so. Mi rendi nervosa”.
“Se ne sono andati”.
“Allora”?
“Così”.

“Mi porteresti una bibita, per piacere”?
“Preferisco restare”.
“Guarda pure”.
“So che ti piace”.
“Quanto sei stupido”.
“Quanta sei”.
“Stronzo”.
“Ma allora non vuoi capire”.
“Anche troppo”…
“Dicevo”…
“Ma allora sei proprio cretino”.
“Quanto saresti”…
“Smettila. Subito”.
“Fai la brava”.
“Potrei dirlo a Milena”.
“E’ una minaccia”?
“Un consiglio”.
“Non vale dire e non fare”.
“Smettila”.
“Certo che… ti mangerei tutta. Sei come… tutta da gustare, Irina”.
“Non hai i denti per”…
“Non servono per”…
“Sarebbe”.
“Lascia stare”.
“Abbi il coraggio”.
“Leccare”.
“Sai dove puoi andare”?
“Sei una vera signora”.
“Me la porti o no? Cretino”.
“Birra o aranciata amara”?
“Aranciata, grazie”.

“Sentì com’è fredda”.
“Cazzo”!
“Potevi dirlo subito”.
“Ma allora sei proprio stronzo”!
“E tu”…
“Io cosa? Dillo”!
“Non vorrei dire”.
“E’ gelata”.

“Con questo caldo”.

“Ridi pure”.

“E’ un brivido… Bellissimo”.
“Nove settimane e mezzo”.
“Nove secondi e un decimo”.
“Forse ho qualche consiglio da dare al grande Omero”.
“Ora dammela”.
“E tu me la dai”?
“Dai. Cretino”.
“Vuoi bere dalla lattina”?
“Sono troppo… grande, per bere dalla cannuccia”.
“Un cazzo”!
“Ecco, bravo”.
“Sai che potrei?”…
“Il bagno è a destra. Subito dopo la stanza degli ospiti”.
“Com’è”?
“Amara”.
“Me ne lasci un sorso”?
“Vattene a prendere una”.
“Come sei generosa”.
“Anche troppo”.
“Grazie”.
“Non c’è di che”.
“Fammela almeno assaggiare”.
“Ma allora sei proprio un porco”.
“Vuoi vedere”?
“Tienilo a cuccia”.
“E tu… non svegliare il can che dorme”.
“Io?”…
“No! Irina”.
“Che ore sono”?
“Le undici”.
“E?”…
“Andati”.
“Sicuro”?
“Occhio non vede”…

“Mi passi la crema”?
“Vuoi che ti aiuto”?
“Meglio di”…
“Tranquilla”.
“Oggi proprio”…
“Mica mi dispiace”.
“E’ fredda”.
“Poi ti scaldo”.
“Cretino”.
“Stai un po’ ferma”.
“Attento alle mani”.
“Sgancialo”.
“Faccio da me”.
“Bene… Padrona”.
“Falla assorbire”.
“Come vuoi”.
“Che fai”?
“Ti spalmo la crema”.
“Non lì”.
“Bel culo… sodo”.
“Stronzo”.
“Bugiarda”.
“Togli le mani”.
“Sapevo che sapevi cosa volevi”.
“Smettila subito”.
“Non vale”.
“Che fai”?
“Ti spalmo la crema”.
“Cretino. Smettila Carlo. Vorrei tenerli gli slip”.
“Ti lasciano i segni bianchi”.
“Bella scusa”.
“Hai di meglio”?
“Boh! Non so”!
“Ecco”.
“Ti prego”…
“Sollevalo un po’”.
“Perché”?
“Dopo ti spiego”!
“Ora”!
“Intanto… girati”.
“Non ne ho voglia”.
“Bugiarda”.
“Stronzo”.
“Lo sapevo: tu ne hai sempre voglia”.
“Gli altri”?
“Te l’ho detto. Sai che sono andati a prenotare per stasera”.
“E se?”…
“Dovrebbero averne almeno per un’altra ora”.
“Milena?”…
“Si sta facendo il colore. E’ persa. Vuoi sapere altro”?
“Non sono tranquilla”…
“Però sei tutta”…
“E allora, che aspetti? Cretino”.
“Così mi piaci”.
“Sbrigati”.
“L’hai capito finalmente”.
“Vai a prendere la nutella”.
“Corro”.
“E porta anche le fette biscottate”.