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Quel giorno da leoni

Stava ascoltando quel vecchio cd di successi degli anni sessanta. C’era la magia del ricordo, ma non per chi era troppo giovane allora. La sua attenzione fu accalappiata da quella strofa e improvvisamente capì tutto. Si ricordò che stava suonando quando era arrivato davanti alla sua porta e subito la musica era stata spenta. Aveva indossato una tranquillità quasi credibile e pochi abiti addosso. E poi gli occhi erano ancora arrossati. Aveva finto bene e lui c’era quasi cascato; solo quasi. Finalmente sapeva anche se non aveva nulla in mano. Doveva contare sulla fortuna.
Ancora quella canzone e subito ancora silenzio. Lei aveva sbirciato dalla finestra e poi era venuta ad aprirgli come la volta precedente: vestita come se per affrontare quel caldo fosse decisa a togliersi anche la pelle. Era leggermente sudata e con i capelli accuratamente in disordine. Negli occhi uno sguardo di sorpresa, di meraviglia e di sfida. Lo fece entrare disposta a confermargli che la sua abbronzatura era totale e omogenea. Probabilmente grazie all’aiuto del ricorso di tante ore pazienti spese sotto la lampada. Lo fece accomodare in salotto e si sistemò comoda davanti a lui.
Lei: “A cosa è dovuta la sua visita? Non che sia sgradita”…
Lui: “Lei non è stata del tutto sincera con me”.
Lei: “Le ho detto quello che sapevo. Ha sempre sognato quel viaggio. E poi ha visto”…
Lui: “Ho visto del fumo. E ne ho sentito l’odore. Lui non sarebbe mai partito”.
Lei: “Cosa glielo fa pensare”?
Lui: “Intuito. Poi ho risentito quella canzone. Era anche la vostra canzone, non è vero”?
Lei: “Quale canzone”?
Lui: “Ormai so tutto. Il vostro era un amore finito. Per lui ormai c’era solo Sonia”.
Lei: “Cosa vuole che le dica? Allora è inutile continuare questa stupida commedia. Le sue promesse erano diventate solo parole. Sì! c’era quella Sonia. E’ vero”.
Lui: “«Se lei non mi aspettasse, so che partirei.» solo che chi l’aspettava non era più Lei. Era l’altra. E’ stata la vostra canzone, quella che continua ad ascoltare, a tradirla. La stava ascoltando anche poco fa”.
Lei l’aveva dipinta come una mitomane, ma un nuovo amore lascia sempre delle tracce. E la rabbia le imporporava il viso.
Lei: “Doveva essere solo la nostra canzone. E doveva essere per sempre. Lei era solo una… una sgualdrina. Lui non poteva amarla. Si era invaghito solo della gioventù. Forse credeva di tornare giovane con quella. Di ritrovare i vecchi tempi. Di ritrovare il suo vecchio fascino. Forse il coraggio. Era patetico. Non doveva farlo. Gli avevo dato tutto quello che un uomo può desiderare. Tutta me stessa. Le sembra poco”?
Aveva creduto che fosse un uomo debole perché aveva ceduto alla avance di quella… di Sonia, quella… svampita che aveva solo il fascino di essere giovane. Si era invece mostrato debole perché, dopo le sue insistenze, aveva accettato di passare quell’ultima notte con lei. Non aveva saputo dirle di no ed era questo che gli era costato la vita.
Lui: “Com’è riuscita a convincerlo a restare”?
Lei: “Ho dovuto insistere un po’, ma non è stato poi così difficile. Doveva essere un addio”.
Lui: “Dica la verità: Non ha mai sopportato sentirsi dire di no. Lui e le sue cose non sono mai arrivati e Cayucos, non è vero? Dove sono”?
Lei: “Lui e le sue assurde fantasie di un giorno da leoni. Dormiva così tranquillo. Pago. Sembrava sorridere. Non è mai andato oltre il giardino. Sotto la siepe di rose”.
Lui: “E quelle cartoline”?
Caterina, sua figlia al cellulare: “Papà, chiamami appena senti questo messaggio. E’ importante”.
Lei: “Le aveva scovate in una bancarella. Sono scritte di suo pugno. Gli sembrava dessero vita al suo sogno. Raccontava e quasi era arrivato a crederci lui stesso. Le teneva in un cassetto come cose preziose”.
Lui: “E come sono partite”?
Lei: “Le ha spedite un amico”.
Lui: “Quale amico”?
Lei: “Questo non posso dirglielo. E poi lui non sa niente. Credeva fosse un piacere bizzarro. E l’ha fatto solo per compiacermi. E’ solo un amico. Gli ho mostrato la mia gratitudine. Tutto il resto non conta”.
Lui sforzandosi di guardarla negli occhi: “Credo che ci siamo detti tutto. Ciò che rimane del racconto potrà continuarlo in commissariato. Non lo dico con piacere ma debbo invitarla a seguirmi. Se vuole mettersi addosso qualcosa di più comodo”.
Lei accavallando le gambe su un sorriso malizioso: “Se dovrò cambiarmi qui, davanti a lei… Mi guardi bene, commissario. In fondo lui avrebbe continuato a sognare. Non sarebbe mai partito. Potremmo dimenticare tutto. E io potrei mostrarle tutta la mia riconoscenza. So essere molto brava”.
Lui: “La ringrazio ma mi spiace. Ho una figlia che ha urgenza di parlare con me e non potrei mai tradire la sua fiducia. Cerco di non mischiare mai il lavoro al divertimento”.
Lei: “E’ sempre l’eccezione a confermare la regola. Peccato, sarebbe stato divertente. E lei sarebbe stato il mio primo poliziotto. Pazienza. Forse non avrò un’altra occasione come questa; vero? Una bibita”?
Lui: “Meglio di no. Non bevo mai in servizio. Però potremmo aspettare la scientifica da buoni amici. Ma loro scaveranno sotto le rose”.
Lei: “A questo punto… perché no? Dica la verità: se il caso non le avesse fatto risentire quella canzone Lui starebbe ancora aspettando la sua grande onda. Posso darti del tu”?

Cinesi a Milano

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Difficile stabilire, senza dilettantesca approssimazione, l’inizio di quel  incubo anche perché si era svolto quasi in un silenzio colpevole e sottotraccia, con piccoli indizi sottovalutati. Era entrato nel solito caffè e aveva faticato a farsi servire un caffelatte. La cinese dietro il banco aveva mandato a memoria le parole caffè e latte, per una informazione corretta e esauriente anche un’altra decina di parole tra cui persino cappuccino, ma non riusciva a associare un un’unica bevanda le due parole magiche quanto inassociabili, almeno per lei. Dopo vari tentativi aveva dovuto rinunciare e accontentarsi di un pessimo cappuccino, appunto. Dopo all’ora, nella sua, e comune, colpevole distrazione, uno alla volta e pian piano tutti i caffè di Milano avevano cominciato ad essere abitati da cinesi mentre lui si ripeteva che era il mondo che stava cambiando e che questo non faceva differenza, tranne nella qualità della bevanda e del servizio, perché lui non era mai stato razzista né contro il progresso.

Poi la cosa assunse l’aspetto di una vera e propria invasione. La pelletteria, borse e scarpe, le confezioni, abiti e accessori vari, tutto “made in China”. Era strano: i cinesi arrivavano ma non ripartivano mai; e arrivavano armati di grandi fasci di soldi. Più strano ancora sembravano immuni a tutte le nostre malattie, non ricorrevano mai ai nostri dottori, e dovevano essere invulnerabili, non si contava nessun decesso. Cominciavano a circolare strane storie sulla vera natura della carne che servivano nei loro ristoranti. Una sera si era trovato ad assaggiare un pizza fatta da mani gialle. Fu allora che cominciò a sospettare che quella sorta di pacifica invasione da parte del cosiddetto “capitalismo di stato” stesse avvicinandosi e spingendosi oltre ai confini del buon senso e del “buon gusto”; perbacco! Quello gli sembrò veramente troppo. Si doveva lasciare interpretare a ognuno il proprio personaggio e pertanto lasciare fare la pizza ai napoletani; buondio! Ma forse già allora era troppo tardi.

In seguito tutto precipitò rapidamente. Si comprarono le due squadre, e due delle glorie, della “capitale morale” del “Belpaese”: Inter e Milan; ma di soldi non se ne vedevano. Ciurme di ragazzini dagli occhi a mandorla ma soldi nisba. Qualcuno cominciò a scrivere spiegando che i cinesi i soldi mica li buttano. Che non investono. Che li impiegano unicamente per il loro tornaconto, per fare altro danè. E qualche giocatore cominciò a prendere il biglietto per la terra dei mandarini. Il risotto con lo zafferano fu sostituito dal riso cantonese, il parmigiano con il tofu, il suo buon bicchiere di sangiovese fresco con il sakè e non si riusciva a mangiare un’anatra che non fosse laccata. Si mormorava, anche non tanto sottovoce, ci fosse un progetto per la trasformazione del Duomo in una tavola calda take away. Alla faccia degli involtini primavera la Lega continuava a gridare ormai inascoltata eppure aveva ragione. Se mai l’aveva avuta questa volta aveva ragione. Vi erano prove inconfutabili che i cinesi erano extracomunitari nonostante gli yuan, gli renminbi, i dollari, le sterline, gli euro o in qualunque modo si chiamassero quei pezzi di banconota che riempivano quelle loro gonfie e capienti tasche.

Forse era un tipo un po’ abitudinario e non gli piaceva molto il thè, nemmeno quello al gelsomino. Mangiare gli era diventato una tortura da quando avevano ritirato dalla circolazione tutte le forchette per sostituirle con quei lunghi ed esili bastoncini. Per non parlare poi di quegli oggetti di porcellana che avevano l’ardire di considerare alla stregua dei cucchiai. Certo anche loro avevano capito che era un impresa più che ardua sorbire la zuppa dalle bacchette, ma inizialmente li aveva scambiati per strani posacenere, anche se non aveva notizie che ci fossero cinesi che fumavano nulla di diverso dall’oppio. Quando sua moglie gli comunicò che voleva ricorrere al chirurgo estetico per farsi allungare gli occhi, e rimpicciolire il naso e il seno capì che era troppo e che doveva fare qualcosa. Fu allora che si svegliò in un lago di sudore.

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Sabato 13 febbraio dalle ore 18:00
VENEZIA
Scoletta dei Calegheri
Campo San Tomà, S.Poloincontro con:
Nurit Peled-Elhanan (premio Sacharov 2001)
Luisa Morgantini (già Vicepresidente Parlamento Europeo)
Margot Galante Garrone, canterà Ninna Nanna per Gaza
e canzoni di pacea cura di:
Restiamo umani con Vik
Assopace Palestina
Edizioni GruppoAbele
Coordinamento per il Medio-Oriente

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Nurit Peled-Elhanan,
insegna presso la facoltà di scienze dell’educazione linguistica dell’Università ebraica di Gerusalemme. Nel 2001 il Parlamento europeo le ha conferito il Premio Sacharov per la libertà di pensiero e i diritti umani.

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Luisa Morgantini,
presidente di Assopace Palestina, è stata la prima donna eletta nella segreteria della FLM di Milano. Parlamentare europea nel 1999 e riconfermata nel 2004 come indipendente. È tra le fondatrici della rete internazionale delle Donne in nero contro la guerra e la violenza, è inoltre nel coordinamento nazionale dell’Associazione per la pace. Ha ricevuto il premio per la pace delle donne in nero israeliane e il premio Colombe d’Oro per la Pace di Archivio disarmo. E’ tra le 1000 donne nel mondo che sono state candidate al Premio Nobel per la pace.

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Margot Galante Garrone,
è stata tra gli esponenti di spicco del gruppo di Cantacronache con cui ha inciso le prime canzoni di cui è autrice, oltre a riproporre le canzoni folk e popolari. Nel 1987 fonda il Gran Teatrino La Fede delle Femmine insieme a Leda Bognolo, Paola Pilla e a Margherita Beato, con cui realizza spettacoli di marionette costruite da loro stesse.

L'Altra Metà del Cielo

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In questa pagina troverete il sunto dei racconti inviati dopo il suddetto viaggio.
Cliccando sopra i link potrete seguire con facilità il materiale raccolto:

Sull’andare e tornare, tra casa e Palestina – (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/10/sullandare-e-il-tornare-tra-casa-e-palestina

Innamorarsi della Palestina (di Andrea….)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/12/innamorarsi-della-palestina

Brothers in Peace– (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/14/brothers-in-peace

Con la terra in tasca – (di Valeria Manca)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/16/con-la-terra-in-tasca

Barriere – (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/17/barriere

Nulla è eterno. Neppure il male – (di Simonetta Madussi)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/18/nulla-e-eterno-neppure-il-male-di-simonetta-madussi/

Alcune riflessioni sul viaggio di Natale – (di Rosa Calderazzi)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/18/alcune-riflessioni-sul-viaggio-di-natale-di-rosa-calderazzi

NON si può spiegare – (di Amalia Di Giampietro)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/18/non-si-puo-spiegare-di-amalia-di-giampietro

AlKamandjati la musica come forma di resistenza – (di Nara Ronchetti)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/19/al-kamandjati-la-musica-come-forma-di-resistenza-di-nara-ronchetti

Il presepe col muro – (di Laura Marcheselli)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/19/il-presepe-col-muro-di-laura-marcheselli

Il Muro e la formica – (di Daniela Marrapese)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/20/il-muro-e-la-formica-di-daniela-marrapese

Fierezza, tenacia e mandorle – (di Maria Gabriella Mazzotti)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/21/fierezza-tenacia-e-mandorle-di-maria-gabriella-mazzotti

Quello che ho portato a casa – (di Donato Cioli)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/21/quello-che-ho-portato-a-casa-di-donato-cioli

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Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 44.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 16 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Le leggende non muoiono mai

A volte le sere riservano sorprese che non ti sapresti immaginare. Ero entrato per bere un bicchiere, sul grande schermo davano un incontro di Rugby. Era un’osteria piena di fumo e di chiasso, tutte cose che preferisco evitare. Stavo per alzarmi quando sono stato distratto dalla sua voce baritonale e dalla sua grassa risata. Era già ubriaco e aveva perso un po’ di controllo. Io ero già con i miei libri sotto il braccio.
Poi ricordai dove era stato visto in precedenza: in una bettola di Praga, molto ma molto tempo fa. Infatti aveva l’aria e il vestire da migrante, anche se aveva smesso l’armatura. Di straniero lì non era l’unico. Non avevo dovuto fare una grande fatica di memoria: lui aveva allentato la sciarpa, aveva preso la testa e se l’era messa sotto il braccio. Aveva continuato a bere quel rosso ma il vino precipitava direttamente in una pozza a terra. Un gatto randagio, entrato chissà come, lo leccava e si dissetava. Incuriosito mi avvicinai e glielo chiesi: “Ma lei, per caso, non è il cava?”…
Giungendo da noi aveva imparato ad apprezzare il vino. Ora non lo avrebbe certamente barattato più per una birra. Non mi lasciò finire, mi prego di parlare piano. Nessuno pareva fare troppo caso a noi e lui mi aveva fatto un cenno di conferma. Quella parola era circolata anche troppo, quel titolo, e quasi mai in senso lusinghiero. Non voleva avere nulla a che fare con quelli che circolano in questi giorni tristi. Naturalmente la Nuova Zelanda stava vincendo.
Mi affibbiò una gran manata sulla spalla, eravamo diventati confidenti. Mi aveva precisato che così il vino gli restava nel palato e gli andava subito alla testa, ma non gli toglieva la voglia di bere. Si era però schizzato i pantaloni: “Perché mi guardi così? In fondo loro la testa ce l’hanno attaccata al collo, ma almeno io me la porto sempre dietro; con me. Non la lascio sul comodino”.
Ebbene sì! mi assumo tutta la colpa: sono amante della buona letteratura. Mi piacciono le storie. Come un bambino amo lasciarmi fantasticare. Tutto, ma questo superava il tutto. Mai mi sarei potuto immaginare che avremmo bevuto insieme. Stavo solo stancamente rientrando a casa. Nessuno mi aspettava e non aspettavo nessuno. Avevo perso persino le speranze di trovare avventura dentro quei libri.
Mi sembra che tutti si stiano dando appuntamento in questa città. Era ancora sorpreso che io sapessi chi era. Mi aveva sempre affascinato quella vicenda che ormai apparteneva a una memoria lontana. In fondo non ero forse anch’io un po’ alchimista? Gli avevo chiesto: “Mi parli della sua storia”. Mi aveva detto laconicamente accomiatandosi: “Magari un’altra volta”.

La preda

img072BEra partito con passo deciso che appena cominciavano a dissiparsi le ombre della notte. In un chiarore smorto appena percettibile e privo di luce. Non aveva dormito molto ma si sentiva pieno di energie. Guardò verso la cima ma le nuvole non portavano nessuna minaccia. Sostò solo per stringere bene i lacci degli scarponi. La borraccia gli batteva sul fianco rassicurante. Avrebbe impiegato tutto il tempo che la caccia gli avrebbe richiesto. Solo di tanto in tanto rallentava per tagliare qualche fronda e segnare meglio il sentiero.
Vide dei porcini freschi appena sbocciati ma tirò diritto. Il bosco già diradava. Si asciugò il sudore dalla fronte col fazzoletto. Non avrebbe desistito per nulla al mondo. La sfida lo incitava. Superò un tronco abbattuto e uno stretto ruscello senza bagnarsi i piedi. Era un tipo metodico anche nelle piccole cose di tutti i giorni. Si grattò la barba e guardò avanti. Nemmeno il terreno reso scivoloso e morbido dall’umidità della notte poteva aiutarlo.
Quella preda sembrava conoscere anche lei quelle vie ed essere furba. Si muoveva senza rumore e camminando sui sassi. Ma a lui bastava un cuscinetto di muschio appena schiacciato, un piccolo e fragile rametto spezzato, il minimo indizio per ritrovare la strada; non gli sarebbe potuta sfuggire. Non ascoltava i rumori ma i silenzi. Dove lei passava gli altri animaletti tacevano. Lui sembrava annusare l’aria.
La vide lontana, da una sella, per poi sparire dietro un mugo. Il segreto della caccia è nel non aver fretta. Chi scappa è spinto ad affrettare il passo. Questo costringe a soste, a sudare e crea più bisogno di abbeverarsi. E lui conosceva tutti i posti dove scorreva l’acqua. Quel bosco non aveva mai avuto segreti.
Girò torno ad una croda e lasciò lo zaino per essere più leggero e rapido. Lo avrebbe ripreso al ritorno. Prese solo la corda che si girò attorno alla cintola. Restò sorpreso perché non doveva ormai essere più molto lontana eppure non lasciava rumore nemmeno quando attraversava le pietraie. Sembrava agile e non avere peso. Scese quella specie di mulattiera ripida poggiando la mano sui massi ai lati per tenere l’equilibrio.
Sentì quasi distinto un frusciare di fronde; non poteva sbagliarsi. Sostò un attimo per riflettere nei pressi di un antico abete rosso piegato e annerito da un fulmine. Una leggera brezza tentava di confondere i rumori. Era certo di quello che aveva udito. La intuiva vicina, ormai a portata di mano. Fu colto di sorpresa e non fu abbastanza rapido. La preda lo prese alle spalle e lo colpì alla testa con un sasso.
Si risvegliò ed era legato con quella corda al tronco di quell’abete. Lei era là, davanti a lui, e lo fissava. E nei suoi occhi sembrava schernirlo. Era bionda e slanciata. Aveva caviglie sottili e seni sodi. Beveva dalla sua borraccia. Si tagliò una lista dalla sua carne secca. Gli spiegò trionfante: “Non è il tuo giorno fortunato. Scusa. Potrai sempre dire che ti sei legato da te per non soccombere al mio canto.” –e sparì senza far rumore.

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