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Archive for 12 maggio 2008

E lì si è scatenata la mia fantasia.
Nella realtà delle cose – è sempre meglio mangiare in compagnia. Io non sopporto questo mio stato solitario. Questi ultimi mesi. M’infastidisce persino il silenzio. Mi annoia cucinare per me. Fare e disfare la tavola. Arrabbiarmi con la televisione che ormai non ne dice più una di buona. E poi i piatti sporchi che poltriscono nel lavello. Parlare di queste miserie.
E’ stata quasi una salvezza: “Perché non vieni a cena da noi; stasera“?

La principessa del pisello viene ad aprire. Lo fa vestita da casa. Non l’avevo mai vista in abiti così… privati. Con una tutina che la fa ancora più… ragazzina. Con i cagnetti che corrono tra minute oasi d’erba e margherite, piccola non è piccola, è qualcosa di più. Ci sta tutta in uno sguardo. Per saperlo lo sapevo ma non mi ero mai trovato a misurarla, e poi tra le sue cose. Con due genitori dimensionati allo scopo, piccoli, cortesi vecchietti. Lei, graziosa, carina, tutta vezzi, presa nella parte di principessa del pisello. Pare Trilli, ma della Trilli, del bambino che non vuol crescere – ancora un problema di dimensioni – non ha i campanelli. Anzi no! li ha in gola. In quella sua vocina piena di trilli cioè di grilli insomma di cristallo. Sbatte gli occhioni. Perché invece ha due occhi che sembrano non stancarti mai. Due oblò. Porta lenti a contatto. Forse gliele fanno su misura, come letti a due piazze. Due occhi che se avessero sfacciataggine, o solo coraggio, potrebbero intimidire il mondo.
Mi fa entrare. Si soffia in un fazzoletto nel quale rischia di inciamparsi per farmi strada. Ride di quel gesto distratto. Ride di quel suo riso che è come cristallo grattugiato in un acciaio delicato. Mi aspetto una cucina piccola e tutto delle loro dimensioni, ma le favole restano nei libri delle favole. Gli spazi sembrano enormi e loro perdersi anche se non è che un mini. La tavola è tavola e le sedie… uguale; per questo salirci rappresenta un’impresa. Anche i piatti hanno dimensioni di piatti e le posate sono posate. E’ perciò che il brodo lo servono, per poi succhiarlo, con i cucchiaini da caffè. Mi aspettavo una cucina vegetariana. Una cucina a base di miglio. Sono costretti a masticare anche la tempestina. La piccola donna bonsai rischia di soffocare. Pronunciare il suo nome mi costerebbe caro, violerei il suo privato e poi… ha una lingua più svelta del vento che sbatte alle finestre. La chiamerò Favole. E come le favole ha il suo che di magico. Ho il gesto istintivo di batterle le spalla, ma lo trattengo.
Chiedo permesso e faccio per andare al bagno e ci incontro Henry Miller. Gli chiedo: “che ci fai tu qui?”, veramente lo chiedo con modo meno garbato – più sorpreso che sia lui, mi sarei aspettato più, che so… Diogene, forse, che del luogo. Poi realizzo che ci siamo andati alla stessa maniera. Negli occhi ci è facile capirlo e riusciamo a non scoppiare a ridere. No! la tazza è grande come una tazza. A pensarci bene è qualcosa più che carina. Non c’è nulla in lei che non chiarisca le ragioni della bellezza. Lui ne conviene. Non so decidermi se ne è convinto. E’ solo che… a guardarla tutta ci si mette un attimo, ma sembra sempre di vederla da lontano. Dà una strana sensazione di disagio. Come sarà prenderla tra le braccia? Immaginarla… Beh! non ci provo nemmeno. Non sarebbe corretto. Non sarebbe gentile. Delicata com’è anche un sorriso potrebbe recarle danno. Come in quella vecchia canzone. Potrebbe infrangersi in mille frantumi anche davanti ad uno sbadiglio. E’ che lei, precisa com’è, nelle sue piccole dimensioni, testardamente, ha inseguito la perfezione. Le proporzioni sono precise; di una precisione persino esagerata. Non ha un etto in più nemmeno dove all’uomo non dispiacerebbe vederlo. Ha mani che ricamano ragnatele. Mani che si sbriciolerebbero a provare a stringerle. A tenerle in mano, a sfiorarle con un baciamano.
Vorrei mangiare il dessert tenendola sulle ginocchia. Come si può tenere un pargolo. E lo so che non la terrei così. Di tanto in tanto mi ricordo del mio genere. E lei è pur sempre una donna, e graziosa, e bella. In tutto di lei c’è un qualcosa che mi affascina. Mi limito a pulirmi le labbra con educazione, e con educazione capire che s’è fatto tempo di andare. Torno nel mondo normale e tutto mi sembra enorme. Mi sento rimpicciolito. Anzi prendo una decisa decisione che è quella di rimpicciolire, veramente, a mia volta. Infondo l’altezza, e le dimensioni, non sono tutto. Non mi ci vuole molto a convincermi. Sulle dimensioni l’ho sempre sperato.
Poi mi accorgo, e sono quasi arrivato a casa, che con lei le regole non vanno. Lei è lei. Lei è Favola. Lei è una cosa speciale. A parte. Su lei non valgono le ragioni degli altri. Non la puoi misurare come si misurano le altre cose e il tempo. Infatti non sapresti darle un’età. Ha sempre quell’età, la sua, con quel suo grazioso visetto, l’età immobile che hanno le bambole. Santa polenta, devo essermi impazzito perché nel frattempo mi sono lasciato invecchiare.

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