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Archive for 19 Mag 2008

“Cazzo! George. Che novità mi porti”?
“Squali. Capitano Corby. Squali grandi come un palazzo”.
“Cazzo! George. Con te sbaglio sempre domanda. Mai una notizia buona, ma infondo non mi sembra una grande novità. I cinema ne sono pieni da anni”.
“Veramente… sono alla porta”.
“Cazzo! George. Potevi anche dirlo subito”.
“Chiedono se abbiamo dello zucchero”.
“Cazzo! George. E poi”?
“Veramente non gliel’ho chiesto”.
“Cazzo! George. Li hai fatti almeno accomodare”.
“Veramente… non vorrei si trattasse come al solito di scocciatori”.

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raccontiMichele camminava diritto per la sua strada. Pensava fosse sapere di tutti che ci sono strade che non vanno da nessuna parte. Quel giorno, in quel preciso momento, camminava distratto, con la testa sopra il capello, quando alzando gli occhi incontrò dio cioè la sua immagine cioè proprio lui in persona. L’altro, dio, come ogni essere perfetto, invero perfettissimo, e onnisciente era completamente consapevole di sé. Era così pieno di qualità da sembrare persino più bello ed era di una bellezza assoluta e senza pari. Camminava come se sfiorasse l’asfalto; strada di periferia quella, strada modesta. Michele lo riconobbe subito, ma Michele, per vizio congenito, peccatore tra peccatori, quando incontrava dio, si chiedeva sempre, per prima cosa, se aveva peccato, poi si accertava di essere desto e, solitamente, cominciava a diffidare.

Michele in verità diffidava con estrema naturalezza, era un vizio suo congenito di cui non riusciva a liberarsi. Diffidava e poi pensava di saperle le cose. Era un dio perfetto, quello, ma a volte distratto e un po’ pasticcione. Non si potrebbe spiegare altrimenti come avesse potuto costruire l’uomo, riflettendocisi dentro, con tanta raffazzonata approssimazione. Un uomo sempre più o sempre meno simile alla scimmia (questione di punti di vista da cui lo si osservava). Un uomo che non riusciva a riconoscere le parole della sua stessa mente. Un uomo che si rendeva schiavo della stessa carne di cui era ricoperto. Così stava pensando Michele.
Tutti danno per scontato che dio non possa avere ne dubbi ne contraddizione; non è precisamente così. Michele sapeva che non era così e anche l’altro lo sapeva, ma non lo voleva sapere. Lui voleva parlare come un dio e amare come un uomo. Penso che tutti sappiano che l’origine della vita è proprio nella parola. Dio, l’abbiamo debbo, aveva momenti di confusione e così, distratto, si trovava a parlare come un uomo e ad amare come un dio. Educato e benevolo concesse a Michele di percorrere un breve tratto di strada insieme; forse voleva solo parlare del più e del meno, forse gradiva un po’ di compagnia anche se modesta. Come per ogni essere umano anche in Michele l’inizio fu di vero imbarazzo.
Venne a sapere, tra il dire composto e controllato dell’essere supremo, che lui amava tutti ma non amava i ciechi, di qualsiasi nazionalità fossero. Ecco una cosa che sorprese Michele. Michele era sempre stato convinto, fino ad allora almeno, che l’amore universale comprendesse tutti; fosse assoluto. Eppure anche per esperienza doveva capirlo che non c’è cosa che comprenda tutti, che seppur universale contenga l’intero universo. Ad esempio i porci, i porci sono solo porci e non si può amare un porco o una pulce, anche perché, nel caso di quest’ultima, è talmente piccola e fastidiosa che nemmeno simpatia può riscuotere; talmente piccola che si rischia di calpestarla e nemmeno accorgersene. Dio diceva parole talmente gonfie di importanza che Michele si sentiva proprio una pulce. Si accorse che non gli piaceva punto essere pulce. Fu a questo punto che ritenne opportuno inserire nell’incontro un punto di domanda.
Dio non amava i punti di domanda. Oltre ai ciechi non amava i punti di domanda e, naturalmente, i dubbi e tutte le persone dubbiose. In verità c’erano alcune altre cose che non amava, anzi molte, e altre che non gradiva. E’ una storia vecchia quella che era anche piuttosto suscettibile. Michele pensava a queste cose, e le teneva per sé, e non se ne faceva una colpa, perché stava passeggiando con un dio piccolo, di secondo ordine, e le sue riflessioni, ne era certo, non avrebbero potuto offendere nessuno. E poi è facile credere in dio quando si è dio. Riesce un poco più complicato quando si è solo un suo umilissimo servo e ancor più quando si vorrebbe non essere servo. Michele era troppo inaffidabile e indisciplinato per amare quella conversazione.
Una ragazza che passava, riconoscendolo, chiese loro se potevano fare una foto assieme. Michele fece violenza alla sua testarda gentilezza e si lasciò vincere dal peccato di gola di una pastarella mentre passavano davanti alla sua pasticceria preferita, così entrò. L’altro non ebbe l’impudenza di insistere e di seguirlo o forse era talmente superiore da capire.
Forse Michele aveva sempre sperato di incontrarlo prima o poi. Ora non era più certo di volerlo incontrare ancora. Quello che si dissero durante il tragitto, almeno per ora, rimarrà un segreto.

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Quattro colpi violenti mi trascinano a fatica da un sonno movimentato. Sulla porta è scritto Filippo Vance ma dietro c’è solo quello che ne resta. Fuori e dentro c’è un caldo opprimente, è sempre così nelle mie storie. In bocca il veleno di una notte breve corsa in fretta. I piedi palpano il marmo cercando le ciabatte e scuoto la testa per uscire dal torpore. Capisco all’istante di essere nei guai: per terra il cadavere di una bottiglia di bourbon, nel letto quello della bionda. Mi rendo conto del mio stato. Infilo la prima sigaretta tra le labbra, le mutande, il capello e vado ad aprire. Cerco di mettere a fuoco quei due: io puzzo del sudore e loro di poliziotti. Qualcuno gli ha soffiato addosso che s’è sentito rumore tutta la notte; mi limito a soffiargli del fumo annoiato. Dev’essere stato bello. Vorrei ricordare anch’io e mi girano proprio per questo. Tiro il lenzuolo, come dicono, e scopro quel corpo di bionda, per poco non svengono; scopro il paradiso e per poco non sveniamo tutti. E’, o meglio era, un gran pezzo di sventola e bisogna essere fessi per non capire al volo: è troppo bella e troppo bionda. Se non l’ho fatto io qualcuno la deve aver pagata per farmi lo scherzo. Una come lei non canta nemmeno una strofa per uno come me. Una come lei non mi casca nel letto solo perché è triste. Ha gli occhi spalancati e sono degli immensi e liquidi occhioni blu. Vorrei farci ancora due chiacchiere anch’io ma gli hanno fatto un terzo occhio giusto tra i due di mamma. La pistola che ha sparato è la mia e ci sono le mie impronte ma mica sarei scemo ad usarla dopo che mi hanno ritirato il permesso. E poi non ci avevo fatto caso ma non è nemmeno bionda.

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