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Archive for luglio 2008

Parliamo di guerra cioè parliamo di pace. Ne parlo anche per un problema del tutto personale: le domande che spesso mi rivolgo, perché non vivo nel mondo che vorrei ma in un mondo reale. Davanti a certi episodi della storia temo che una risposta gandiana sia quantomeno difficile. Ciò che mette in crisi il mio “pacifismo” è che la pace si costruisce in un accordo tra tutti mentre basta uno tra i tutti per trasformarla in guerra. E, forse, questa nostra pace si fonda sul tentativo di ignorare e rimuovere le guerre in corso e quelle che ci sono passate davanti agli occhi, anche appena fuori della porta di casa nostra.
Qui abbiamo già parlato della canzone francese e del debito che tutta la nostra canzone d’autore, e non solo quella degli inizi, ha con tale canzone, e lo abbiamo fatto parlando di due canzoni storiche: Les amants d’un jour e Ne me quitte pas. Qui, ora, ricordiamo il meno conosciuto dei grandi francesi Boris Vian con la sua canzone più nota: Le déserteur.
Poche parole sul grande poeta anarchico e libertario autore anche di una decina di romanzi e musicista e musicofilo jazz. Di uno di questi romanzi, la “schiuma dei giorni“, vale la pena leggere quello che ne dice Daniel Pennac che lo definisce un romanzo da leggere almeno più volte nel corso della vita.
La canzone viene incisa dallo stesso autore nel 1954: Le Déserteur

Tradotta per la prima volta da Luigi Tenco, il quale la intitolò “Padroni della terra“, ma rimase inedita. Della traduzione di Luigi Tenco mettiamo in coda al post sia la testimonianza sonora (anche se la qualità è quella che è, ma è pur sempre una documentazione) che il testo.
La canzone fu ripresa poi da Ivano Fossati che la incluse nel disco del 1992 Lindbergh (Lettere da sopra la pioggia) con il titolo Il disertore. Il disertore

Le déserteur

Il disertore

Monsieur le Président
Je vous fais une lettre
Que vous lirez peut-être
Si vous avez le temps
Je viens de recevoir
Mes papiers militaires
Pour partir à la guerre
Avant mercredi soir
Monsieur le Président
Je ne veux pas la faire
Je ne suis pas sur terre
Pour tuer des pauvres gens
C’est pas pour vous fâcher
Il faut que je vous dise
Ma décision est prise
Je m’en vais déserterDepuis que je suis né
J’ai vu mourir mon père
J’ai vu partir mes frères
Et pleurer mes enfants
Ma mère a tant souffert
Elle est dedans sa tombe
Et se moque des bombes
Et se moque des vers
Quand j’étais prisonnier
On m’a volé ma femme
On m’a volé mon âme
Et tout mon cher passé
Demain de bon matin
Je fermerai ma porte
Au nez des années mortes
J’irai sur les cheminsJe mendierai ma vie
Sur les routes de France
De Bretagne en Provence
Et je dirai aux gens:
Refusez d’obéir
Refusez de la faire
N’allez pas à la guerre
Refusez de partir
S’il faut donner son sang
Allez donner le vôtre
Vous êtes bon apôtre
Monsieur le Président
Si vous me poursuivez
Prévenez vos gendarmes
Que je n’aurai pas d’armes
Et qu’ils pourront tirer
In piena facoltà egregio presidente
le scrivo la presente che spero leggerà
la cartolina qui mi dice terra terra
di andare a far la guerra quest’altro LunedìMa io non sono qui egregio presidente
per ammazzar la gente più o meno come me
io non ce l’ho con lei sia detto per inciso
ma sento che ho deciso e che diserteròHo avuto solo guai da quando sono nato
e i figli che ho allevato han pianto insieme a me
mia mamma e mio papà ormai son sotto terra
e a loro della guerra non gliene fregherà

Quand’ero in prigionia qualcuno mi ha rubato
mia moglie, il mio passato la mia migliore età
domani mi alzerò e chiuderò la porta
sulla stagione morta e mi incamminerò

Vivrò di carità sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna e a tutti griderò
di non partire più e di non obbedire
per andare a morire per non importa chi

Per cui se servirà del sangue ad ogni costo
andate a dare il vostro se vi divertirà
e dica pure ai suoi se vengono a cercarmi
che possono spararmi io armi non ne

Padroni della terra[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Padroni.mp3”%5D

PADRONI DELLA TERRA

Padroni della Terra,
vi scrivo queste righe
che forse leggerete
se tempo avrete mai.

Ho qui davanti a me
il foglio di richiamo:
io devo ritornare
in caserma lunedì.

Padroni della Terra,
non lo voglio più fare,
non posso più ammazzare
la gente come me.

Non è per farvi torto
ma è tempo che vi dica:
la guerra è un’idiozia,
non ne possiamo più.

Da quando sono nato
dei figli son partiti,
dei padri son caduti
davanti agli occhi miei.

Ho visto mille madri
che han perso tutto quanto
ed ancora vanno avanti
senza saper perché.

Al prigioniero poi
han rubato la vita,
han rubato la casa
e tutto quel che ha.

Domani alla mia porta
verranno due gendarmi,
verranno ad arrestarmi,
ma io non ci sarò.

Lontano me ne andrò;
sul mare e sulla terra,
per dire no alla guerra
a quelli che vedrò

E li convincerò
che c’è un nemico solo:
la fame che nel mondo
ha gente come noi.

Se c’è da versar sangue
versate solo il vostro;
signori, ecco il mio posto:
io non vi seguo più.

E se mi troverete,
con me non porto armi:
coraggio, su, gendarmi,
sparate su di me.

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Se quando entri da quella porta con te entra anche il nemico allora diventa difficile salvare persino le apparenze.

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Oggi nessuna cronaca su Spinola per “lavori in corso” sul progetto di una città finalmente “vivibile” (in tutti i sensi).

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Che il piccolo principe (il cavaliere psiconano) si faccia delle leggi della sua taglia [direi un 56 extra, extra, extra (etc.) corto] non mi meraviglia ne mi sconvolge; i principi hanno sempre avuto il “diritto” di sottrarsi al Diritto, di non rispettare le leggi da loro stessi emanate. E poi infondo non vedo dove sta la novità: siamo un paese storicamente di connivenze e corruzioni. Se è troppo di fatica dare pane a chi ha fame allora è più semplice dargli una promessa o una illusione: “il paese chiedere sicurezza. Daremo la sicurezza di delinquere in santa pace, senza la noia di essere perseguiti”. Infondo siamo semplicemente contro certe parole e perciò aborriamo (come direbbe un inflazionato personaggio televisivo) l’indulto perché basta depenalizzare i reati. E i reati, d’ora in poi, come li chiameremo? Marachelle?

Ciò che mi spaventa è che stiamo adattandoci tutti al personaggio, ovvero vi si sta adattando il paese, o forse è sempre stato così adatto ed è nell’animo umano porsi al di sopra delle regole proprio da parte di chi le stabilisce [come ricorda con insistenza il buon (sic!) Marco Travaglio].

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Mi sento di consigliare a tutti, più ancora dei precedenti, l’ultimo libro di Giorgio Faletti: Pochi inutile nascondigli. L’avevo preso per andare al mare (una lettura leggera, non credevo così leggera, anzi così… pesante). Non sono andato al mare e così me lo sono sorbito nonostante tutto. Forse era meglio mi guardassi i Tudor, persino che non rimandassi di lavare i piatti. Ieri sera, appunto, ho chiuso l’ultima pagina dicendomi: lo devo proprio consigliare. Non posso essere l’unico coglione in circolazione che si martorizza le palle con una cazzata simile.

Credetemi: Leggetelo.

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Una scimmietta

Era il terzo giorno che aveva vent’anni. Era stato pigro e sgombro di cose da poter minimamente ricordare. Non era mai tardi per sognare. La cena era stata distratta e ansiosa nell’attesa di trovarsi sola. Sciolse la ciocca e aprì il pacchetto sperando che l’anonimo ammiratore fosse lui. Prima ancora di guardarci dentro ebbe la tentazione di lasciarsi indulgere ad una leggera tenerezza (magari solo per un attimo; le fu mollemente difficile resistere) e fu tentata di ritardare il più possibile la sorpresa. Era incapace di credere che l’anonimato fosse colpa solo di una dimenticanza; naturalmente amava violentemente il sogno e la sorpresa con tutti i suoi vent’anni. Era una piccola scimmietta e non avrebbe mai ammesso che non fosse un pegno d’amore (diversamente sarebbe stata solo una stupida scimmietta). Se la strinse al petto prima di infilarla nella collana. Decise di uscire perché la stanza era diventata stretta e senza aria mentre fuori l’aria era sottile e fresca. Non diede retta alla voce di sua madre che la rincorreva. Si immerse in un oceano di stelle e vi si lasciò annegare.

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Una esile traccia

Per chi ne ha voglia e per i curiosi a questo indirizzo ho postato, come mio solito il 19 del mese, il breve racconto dal titolo: Una esile traccia

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Se per caso dovessi tardare a rispondere o mancare nel postare chiedo scusa ma sarebbe dipendente da sfiga e da problemi esterni di connessione.

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Solo una canzone. Senza nemmeno una dedica. Ogn’uno l’ascolti come vuole. Per quello che è o per l’uso che ne può fare; con le orecchie, col cuore o con la memoria.

Gino Paoli: Averti addosso

Gino Paoli: Averti addosso

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Qui! …è un vero e proprio diario elettronico. Senza presunzione. Senza cercare un qualche riconoscimento. Nessuna velleità. Solo una sorta di diario. E non un diario nel senso di una testimonianza cronologica di accadimenti, ma l’insieme di alcune delle cose che girano intorno, nell’ottica di come mi colpiscono. Che poi mi ci sono trovato coinvolto, nel blog, come già detto, da molta casualità e senza alcuna intenzione.

A volte riesce difficile spiegare come sono qua. Come mi vorrei porre. Solitamente mi interrogo su cosa dirò domani, magari con qualche apprensione; mai su quanto ho detto ieri. In fatto è che alcuni pretenderebbero che si rispondesse a delle loro aspettative. Quelle cose con le date e i particolari, anche irrilevanti, che danno il senso (spesso illusorio o truffaldino) del completo possesso dell’argomento, dell’esperto. Giochino di parole e linguaggio per rendere affascinante un contenuto anche se scarso o scarno o di trovare “quello che gli altri non dicono“. Quello che si potrebbe anche definire: “esercizio di erudizione“. Vorrei sottolineare che infondo anche questo “formalismo” altro non è, in embrione[1]¹, che manierismo; tanto per fare il raffinato.

Qui invece… Nessuna intenzione di testimoniare, di fare cronaca di cronaca; di sorprendere. Tanto meno di spiegare. Questo cerca di essere un semplice ludico angolo di incontro. E soprattutto quando posto poesie o musica vi è il rifiuto di ergermi a grande e raffinato conoscitore quale non sono.

In realtà l’arte, sia quella piccola che quella grande, altro non è che precise testimonianze del proprio tempo. A chi si pone chiedendo la presunzione di dare risposte, anche articolate, rispondo appiccicando qui infondo una canzone. Perché io qui ho invece solo l’ambizione di, a volte, ricordare, e, quando possibile, offrire domande, curiosità. Questo, naturalmente, nelle intenzioni. Oppure solo cazzeggiare. Per i più pigri ci sono spesso dei link, per gli altri, quando c’è, la voglia di cercarsi da sé le risposte. Per i troppo pigri questo non è il posto adatto o si debbono accontentare di gustarsi (se lo ritengono di loro gusto) la canzone o la poesia messe in calce al relativo post.

A completamento di questo inutile (e un poco polemico) post appiccico Per dirti T’amo di Pierangelo Bertoli (e sotto metto pure il testo, ma avrei potuto usare altre canzoni) proprio perché, qui, ora, è un poco il manifesto di questo blog o di quello che vorrei che fosse. E la dedico a tutti quelli che per dire “Ti amo” devono inserirlo in un contesto, infilarci almeno una citazione in latino, scomodare Freud o meglio Heinz Kohut (che qui centra come il cavolo) e, magari, alla fine, trovarsi costretti a dirlo (o peggio farlo) da soli.

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/PerDirtiTamo.mp3”%5D

Avrei voluto dedicarti una canzone
con le parole della televisione
tutti quei fiori e quei discorsi complicati
che al cine fanno (e) nei locali raffinati.
Ma mi sembra di commettere un reato
perché per dirti che sono innamorato
perché per dirti cosa penso in fondo al cuore
non c’è motivo che mi finga un grande attore.
Per dirti t’amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale.
Non voglio chiuderti in nessun mondo fatato
e non ho voglia di tornare nel passato
io so, potremmo avere il mondo nelle mani
se siamo forti e fiduciosi nel domani.
Avremo un posto dove andare a lavorare
e avremo figli da allevare e da curare
e tanto amore tanta gente come noi
e avremo un mondo, un mondo nuovo intorno a noi.
Per dirti t’amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale.
La vera vita non si alleva in una serra,
chiedo il tuo amore, che è nutrito dalla terra,
perché è cresciuto con la pioggia e con il sole
e sa capire anche queste mie parole.
Per dirti t’amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale


1] Ho sostituito volontariamente l’originale “in nuce” con un meno preciso ma più comunicativo “in embrione”.

Trasformo in abitudine l’inserire la conzone una seconda volta per essere certi che tutti la possano far suonare sul PC: Per dirti t’amo

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