Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for agosto 2008

La lettera non arrivata è
sempre la più attesa e
l’ansia si sa rinnovare così
come si rinnovano i veri “per sempre”;
quei piccoli pegni che restano
permanenti. E la lettera non arrivata
l’hai scritta mille volte e
aspetti comunque il postino e
sai che non è partita, eppure… E
hai anche tutte le risposte e
altre ancora, e ancora altre perché
tu vivi quell’attesa come una cosa viva. Come
se di giorno in giorno si rinnovasse, anzi
di ora in ora, e non potesse arrendersi e
ci fosse una vera ragione nel farlo perché
c’è una ragione nel giorno che ogni mattino
lo fa giorno; e ricomincia tutto.
E dalla lettera non arrivata non ti aspetti
le tue stesse parole, le speri, ma speri di parole e
ti accontenteresti di parole, anche qualora si rifiutassero
clementi, o consolanti, ma almeno parole
che ricordino suoni, che ti accompagnino il ricordo
di un suono. Ma la lettera non arrivata
semplicemente non ha mittente. Non ha destinazione.
Non è nulla
tranne che quella attesa vana.

Annunci

Read Full Post »

Nelle cose bisogna metterci la testa.

Scusi dott. Guillotin, senza offesa, ma preferirei tenerla attaccata al collo“.

Read Full Post »

Riporto integralmente, non me ne voglia, il post dell’amico di rete Gians, titolato Bersagli, che dedicava a Cuncetta: Ci deve essere un modo per vivere senza recare dolore a nessuno, ne sono certo. Ogni giorno è un continuo calpestio di piedi, facendo finta di non essersene resi conto. A ogni azione, corrisponde una reazione, e in base a questo ci si può rendere conto della propria condotta di vita. Quando le reazioni negative, superano le positive è bene fermarsi e chiedersi se magari si sta sbagliando qualcosa. Ecco ora sono fermo, e penso dovrò restarlo per un pò.
Lui, normalmente, è sempre sintetico nei suoi scritti. Ora ci si può rivolgere a queste parole con ottiche diverse. In realtà nel post si possono riconoscere riferimenti a tutto e soprattutto ad alcuni sentimenti più o meno contigui, nonché al modo in cui guardiamo e ci relazioniamo con gli altri. Il commento sintetico che avevo cercato di mettere in calce voleva soffermarsi su quella parte del rapporto tra persone che riguarda la parola “amore”. In realtà il ragionamento dovrebbe comprendere il percorso “amicizia”, “amore”, “fare all’amore”, traslato attraverso la mediazione del possesso, dove almeno i primi due termini hanno una parte costruttiva comune.
Affermando che nell’uomo vi è una incapacità d’amare il commento, a questo punto, poteva apparire come pessimista. Il mio ragionare non vuole, e non deve, essere una riflessione sulla mia persona o solo su esperienze personali dirette. Io do per scontato che se l’uomo (l’essere umano) cerca una ragione nella vita non la può che trovare nell’inseguire la felicità o, meglio, nel credere di farlo. Questo dovrebbe realizzarsi in quel percorso, appunto, che va dall’amicizia fino all’amore (cioè nelle relazioni), in quel viaggio pieno di sfumature dove i confini possono diventare labili. Ma questo solo se accertiamo che l’uomo è naturalmente un soggetto sociale.
Agli schiavi neri d’America era proibito sposarsi. Si racconta che in alcuni casi l’uomo e la donna dessero una sorta di ufficialità e “sostanza” al loro rapporto, che voleva essere “continuativo”, superando a piedi uniti una scopa posata per terra. Dopo la rivoluzione di ottobre, sulle ipotesi Reichiane, fu abolito il matrimonio. Naturalmente l’esperimento ebbe vita breve e fallì. Due esempi agli antipodi per dire come il matrimonio, ma perché no? qualsiasi forma di rapporto tra persone, sia parte fondante dell’organizzazione del “essere sociale” e della costruzione di una “società”.
Fronte a ciò sta il fatto che l’uomo è essenzialmente egoista e individuo, ovvero che vi è un conflitto tra il suo microcosmo e il macrocosmo, cioè ciò che lo circonda. Il rapporto rende comoda la sua vita, ma all’interno il singolo continua ad inseguire le sue “libertà personali” sulle quali non riesce facilmente a mediare. Ma non voglio andare lontano. Non è nelle mie intenzioni. In un piccolo libro di Roberto Vecchioni (sì! Il cantautore-professore) dal titolo azzeccato e accattivante, “Le parole non le portano le cicogne“, la protagonista si chiede se era più difficile amare o essere amati. La cosa, a mio avviso, peggiore è una terza ipotesi: l’incapacità di amare. A parte questo credo che vi sia abbondante stupidità nell’essere umano visto che, spesso, gli sarebbe più facile raggiungere la felicità personale, e un equilibrio con gli altri, e invece inserisce nei rapporti stupide prove e difficoltà che rendono tali rapporti difficili quando non impossibili, anche quando non si spinge fino a forme parossistiche di “possesso” dell’altro.
Che l’uomo sia sempre più incapace di vivere con gli altri (ma anche con sé stesso) mi sembra sotto l’occhio quotidiano. E’ vero che poi si inserisce una etica forzosa, atta a mediare i rapporti sociali, salvo poi che lo stesso uomo torna bestia al solo mancare la luce elettrica. Evadendo dal rapporto a due vorrei solo concludere queste riflessioni inconcluse ricordando che, quando si parla di pacifismo, spesso ci si scorda che per “costruire” la pace devono essere d’accordo tutti i soggetti interessati, ma per la guerra basta che si decida a farla un semplice e unico pazzo, o politico, tra i soggetti coinvolti.
Quanto sopra non mi impedisce di amare (violentemente) le persone (non solo la donna, come osservavi acutamente tu¹) e, spero, senza eccessivi egoismi.


1] A un mio post Gians osservava come nutrissi un grande amore non per una donna ma per la donna. Naturalmente quell’accenno all’impocrisia nel titolo non è minimamente riferito alle osservazioni dell’amico Gians.

Read Full Post »

Era orgoglioso di sé. Era vero che aveva fatto i suoi soliti malanni (e anche di più), ma la maionese era riuscita bene. Lei gli aveva detto: “A me impazzisce sempre”. Avrebbe potuto benissimo farne dell’altra e dell’altra ancora, in quel momento magico gli sarebbe riuscita. Poi, mentre l’aspettava, aveva cercato di cancellare tutte le tracce del disastro, che aveva combinato, sulla tavola e sul piano di cottura. In realtà avrebbero dovuto fare tutto assieme ma, essendo apprensivo, aveva voluto prendersi avanti in almeno per un paio di cose. E poi era, la maionese, una questione di puntiglio; una sfida con sé stesso.
Lui tiene sempre un libro sul comodino perché è facile scappare e rifugiarsi tra le pagine di una buona lettura. Aiuta. Consola. Non riusciva a non preoccuparsi affinché tutto, alla fine, andasse bene. Era fatto così. Ugn’uno è fatto in un certo modo che dice essere suo. Un modo che non riesce a cambiare e lui, com’è stato ammesso, era un tipo ansioso. Eppure sapeva che con Lei nulla avrebbe potuto andare storto. E Lei era arrivata come sempre, puntuale, come prigioniera nella favola. Lo aveva trovato ancora con lo straccio in mano. Oggi non giurerebbe più di averla sentita suonare e poi presentarsi alla porta. Oggi sarebbe più propenso a ricordare di averla sentita entrare direttamente volando dalla finestra con una folata leggera di vento. E si era messa subito al lavoro. Non era facile non distrarsi. Lei si muoveva come una ballerina sul tavolato del suo palco. Galleggiava leggera sulla stanza. Senza peso, cicalava. Forse è facile per una come Lei. E le verdure per i gamberetti alla catalana uscivano dal suo coltello rapido e sicuro, sul tagliere, e ogni pezzettino era uguale e tutti gli altri come con il marchio di fabbrica. Non aveva parole per descriverLe la sua meraviglia, ma cercò di dirla lo stesso. E Lei aveva quel riso silenzioso e allegro.
E forse, nel ricordo, quelle verdure, tagliate magistralmente alla Julienne o alla concassè (come aveva precisato Lei che ne sapeva sempre una più del più informato tra i diavoli), non servivano nemmeno per dei gamberetti alla catalana. Comunque continuerebbe a ripetersi stupito quella sua perplessità sul come potesse poi cucinare per quattro, ma anche (alla necessità) per sei e di più, e non sporcarsi nemmeno lo smalto di un unghia. Probabilmente non avrà mai una risposta. Chi lo conosce bene dice che la sta ancora cercando. Neanche uscita da uno dei suoi libri sarebbe venuta meglio. Lei era lì, come un personaggio disegnato perfettamente a quel modo, senza nessuna possibilità di mentire al proprio autore. Non gli restava che cercare di fissare l’attenzione su quello che doveva fare mentre La vedeva volteggiare continuando anche a parlare di parole leggere come piume. Alla fine tutto fu pronto perfettamente in tempo. A dire il vero presero anche un aperitivo in attesa dell’arrivo degli amici, cioè ebbero il tempo anche per quello. Le angosce del padrone di casa si erano però già dissolte molto prima.
La cena fu accompagnata da spumante e da quel parlare che rende leggeri i momenti magici. Poi, quando a fine serata, gli ospiti se ne furono andati, si era trovato a riordinare e a riporre le cose approssimativamente al loro posto, anche per non farla troppo aspettare, prima di accingersi a lavare i piatti. Allora aveva, fingendo noncuranza, senza pensarci troppo, cercato di chiuderla nel cassetto dove teneva le tovaglie. Non era certo un’idea molto originale ma pensava alla splendida serata e, perché no, anche al suo futuro, ma questo lo negherà sempre fermamente; solo che non fu abbastanza rapido. Aveva girato le spalle solo per una frazione di secondo e Lei era già tornata a volarsene via da quella stessa finestra.
Non è obbligatorio che i libri insegnino eppure doveva saperlo che i personaggi delle favole sono come le bolle di sapone, basta sfiorarle e Plof! svaniscono. Ma, per quanto adulti, resta sempre in noi un pezzettino del bambino che siamo stati. Anche per lui è così. Le favole sono belle anche per questo, perché ogni volta che si rileggono possono ridonare quel sorriso sereno che, almeno per un attimo, cancella tutto il resto e riporta a quand’eri felice.

Read Full Post »

Non l’ho mai nascosto: sono qui per responsabilità sua. Mi sono trovato più volte a segnalare qualcuno dei suoi post e l’ho fatto anche poco. Questo, Federico II di Svevia, l’antico e il Medioevo che non ti aspetti, penso sia semplicemente e assulutamente da gustare; perderlo sarebbe un inutile spreco e una stupidità.

Read Full Post »

Perché Ezra Pound? Se si vuole proprio trovare una risposta: perché gli è dovuto. Questo non è solo un tributo. E’ la voglia di richiamare l’attenzione su uno dei più grandi poeti del novecento. Purtroppo anche le sue pagine sono rimaste nella mia precedente vita, appartengono al passato, e non le posseggo più. Il link richiamato dal suo nome, per chi non lo conosce ancora, è esaustivo per cominciare; ottimamente fatto e corretto.
Al di là della sua storia e delle sue idee, Ezra Pound è sicuramente uno dei più grandi facitori di poesia; una poesia difficile, a tratti ostica, molto lavorata e colta. Egli è sicuramente la figura più “europea” e la più “colta” di tutta la letteratura americana. Le due cose a tratti coincidono perché nelle sue rime, oltre ad un grande lavoro di rifinitura, vi è, appunto, lo spessore della “lunga” cultura europea non riscontrabile negli altri. Trovo che la maggior parte della letteratura americana (e delle arti, cinema compreso) sia da Premio Pulitzer. Sia chiaro: non spazzatura ma piuttosto esercizio letterario “da giornalisti” pur bravi. Non è nemmeno una critica verso gli altri, è solo che amo che la poesia si sviluppi dalla poesia, che ricordi, che richiami, che rimandi e che mantenga la memoria di tutto il suo humus. E poi, infine, anche un po’ perché, Lui sceglie di finire e rimanere nel posto dove io sono nato e da cui sono stato cacciato: Venezia.
Qui viene ricordato come lo leggeva Pasolini ed è un blog al quale vale la pena dedicare una visita. Una scoperta fatta molto casualmente, come casuale è stata la scoperta di molti dei gioielli trovati in questo grande universo fantastico che è la rete. Rete che è anche la grande discarica con la possibilità di accedere ad una vastità di nozioni forse persino troppo vasta per essere compiutamente usata e utilizzata. Che forse andrebbe blobbata e riutilizzata per una nuova definizione del fare comunicazione. Sono tentato a tratti di dire che c’è tutto lì; a che serve altro?
Qui mi limito a inserire sotto l’inizio del primo dei suoi Pisan Cantos, sicuramente l’opera più matura; per altro già presente nella pagina collegata all’inizio. Opera piena, e sporca, delle sue idee, del suo essere politico; ma anche complessa e raffinata e che influenzerà molti autori che verranno dopo. Inoltre incontro tra il mondo europeo e quello orientale.

CANTO I

Poi scendemmo alla nave,
e la chiglia tagliò il divino mare
drizzammo l’albero e le vele della nave negra,
a bordo portammo pecore e i corpi nostri
carichi di lacrime, e il vento in poppa
ci avviò con panciute vele,
di Circe benecomata arte fu questa.
Poi sedemmo sulla nave, correndo col vento
a vele tese sino a sera.
Spento il sole, ombra sull’oceano,
noi venimmo al limite delle acque profonde,
alla terra dei Cimmeri, e città popolose,
sovra tessuta nebbia fitta, mai strale
di sole la trafigge
né rotando alle stelle, né tornando dal cielo,
notte fosca copre quella misera gente.
L’oceano in moto contrario, noi venimmo al luogo
predetto da Circe.

Read Full Post »

Spinola è una città sospesa tra la realtà e la fantasia. Nemmeno inventata da me, ad essere onesto. Io l’ho solo ripresa speranzoso che nessuno chieda i diritti d’autore. C’è chi cerca di rintracciarla in una mappa reale e chi cerca di negarne l’esistenza. A dire il vero intorno c’è il nordest, ma per molti fatti credo che cambi poco. Dentro c’è un dialetto, ma non è nemmeno un vero e proprio dialetto se non la mescolanza di dialetti che si sono incontrati. Anche se la tua città ha un altro nome, Spinola è fatta di persone simili a quelle che incontri quotidianamente. Infondo è e non è anche la tua città. E’ fatta di cose e persone. Di problemi simili a quelli che affronti o eviti tutti i giorni. E’ indaffarata, come tutte le nostre città, in prossimità di una tornata elettorale; poi si assopisce allo stesso modo. Ci sono gli stessi uomini e donne che accompagnano alla passeggiata il cane con tanto di sacchetto e le vie lorde di escrementi. C’è anche chi preferisce i gatti, proprio come in ogni luogo. C’è chi si cambia poco la camicia e chi non cambia mai le idee (che ormai, quasi quasi, è diventato un pregio). Ci sono le strade poco illuminate, il traffico incasinato e pochi luoghi da condividere. Dove c’erano i semafori ora ci sono le rotonde, rotonde di tutti i tipi, persino multiple e triangolari, e c’è l’andare frettoloso di ogni posto. C’è il mercato del sabato e la difficoltà di trovare parcheggio di tutti i giorni. C’è un municipio e qualche chiesa. Ha il suo Carlo Taragnin come da per tutto, anche se in ogni luogo il primo cittadino ha un nome diverso, ma le figure spesso sono simili. A parte poche cose anche Spinola sembra fatta di un tempo che non può mutare. Ha qualche storia che ha un senso e vale raccontare e un affollamento di pettegolezzi. Ci sono le lettere anonime e le curiosità morbose. Ha i suoi matti e i suoi ubriaconi, e i ragazzi che si fanno le canne. Come da per tutto è piena di cantieri e gli appartamenti cominciano a restare vuoti. Come da per tutto girano soldi e non sembra girino, e c’è chi li deve faticare anche più del necessario o non li raggiunge mai. Come in ogni luogo il mese dura una settimana di più di quanto dovrebbe. Come da per tutto ci sono migrati che ti offrono fazzolettini di carta, calzini tubolari e non, accendini, qualsiasi cosa, e alla fine ti chiedono almeno un euro. A Spinola ci sono anche un paio di burqa; questo forse è meno frequente e spero lo resti, meno frequente (sono contro la libertà di sopruso e di imposizione).

Chi preferirebbe qualcosa di diverso da un Carlo Taragnin qualunque, o dal suo alter ego, o da un semplice e inutile imbonitore di cordialità, dovrebbe darsi una svegliata¹. Per quanto mi riguarda, anche se ho superato da un pezzo le età delle passioni adolescenziali, o la politica si fa con la Politica o la Politica continuerà per la sua strada; e la Politica è cosa di idee, di progetti, di scelte (anche di campo). Io parlo solo per me e non rappresento che me. La politica, a mio avviso, può tornare alla Politica cioè smettere di essere solo un’alchimia di influenze e tessere e proiezioni di passate elezioni e banalità ed egoismi e vanità, bisogna solo avere il coraggio di mettere in circolo delle idee, meglio se non sono già state masticate e digerite e persino “espulse” cioè cacate. Bisogna smettere di seppellire i veri problemi sotto valanghe di slogans che nemmeno nascondono le preoccupazioni per il futuro prossimo e personale. E’ solo in questa visione, sempre secondo me, che anche in Italia la politica può avere ancora un futuro. Di tutto il resto me l’hanno smenata per oltre quarant’anni, col risultato di sostituire le istituzioni con un palco di teatro per metterci sopra un commediante nano che nemmeno sa la parte, ma ha quella che si dice una faccia di bronzo (da noi è un muso di tolla), pochi scrupoli ed è molto italiota. Non è mai successo che io non paghi del mio per quello che faccio; ma certo comincio ad essere stanco di pagare il biglietto per questa misera rappresentazione. Che si offenda pure chi si deve offendere. Proviamo ad andare ad incominciare.

_______________________________________________________________

1] Nego che la situazione sia così disperata cioè che ci sia una sinistra che è a sinistra solo perché se lo dice da sola; un Partito Democratico che non sa dove mettersi nemmeno nella sala del cinema e che comunque cerca di accomodarsi in tutti i settori facendo ad ignorarsi; una ItaliaDeiValori, forse presente solo in tribunale, ché l’ultima volta che ho visto qualcuno stavo ancora nella mia vecchia abitazione; una sempre più ampia massa di scontenti che si chiedono dove sono andati a finire i partiti, che parlano solo al loro interno o davanti ad uno specchio; e Varie & Eventuali.

Read Full Post »

Older Posts »