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Archive for 12 settembre 2008

Lettera ad un amica (omesso il destinatario)
Ci sono parole a cui affidiamo il compito di descrivere, da sole, un intero mondo. Come fossero una sorta di chiave universale. Distrattamente spesso non aggiungiamo aggettivi ne alcunché ne ulteriori alchimie. Alla fine diventano messaggeri, a volte precisi, a volte estremamente labili. Volevo dire una cosa, magari due, poi tre. Non sono certo dove, alla fine, mi condurrà tutto questo, ma quando si naviga tra queste onde non vi è nella di certo. Non è certa nemmeno la rotta. Non può essere certo nemmeno dove si arriverà, se si arriverà. Forse è la stessa vita che non può che essere fatta di tutte queste incertezze.
Di queste parole, che a volte sfogliamo con cautela, il cui uso è molto diversificato da persona a persona, che infondo un po’ temiamo, vestiamo spesso le nostre incertezze. Una delle più usate è sicuramente amore. Amore seguito solo da nient’altro o da se stesso. Amore è un termine per una cosa che non esiste. Amore è un falso. Amore è una bugia. Chi può affermare, sperando di essere creduto, di averlo effettivamente incontrato? Molti diranno che loro sì! loro vi si sono imbattuti, l’hanno visto, incontrato, vissuto. Nel descriverlo ci potremmo accorgere che nessuno parla della stessa cosa. Che ogni amore era uno e differente. Ma per tutti, come per nessuno, si usa un’unica parola, la stessa. Io stesso a volte mi azzardo a dire che ho molto amato. In realtà lo faccio per dire che ho cercato di riporre in quel sentimento molta intensità. Altre volte ammetto di averne avuto umanamente paura.
Allo stesso modo poesia è solo un vocabolo vuoto a cui diamo il significato che vogliamo. Chiamiamo poesia cose, qui piacere, lì pure emozioni, a cui non riusciamo a dare altro nome che poesia. Poesia è anche sinonimo di bello. Molte volte davanti ad un’opera che ci colpisce con particolare intensità, ad un momento che potremmo anche definire, diversamente, magico, è stato detto è pura poesia. Allo stesso modo molte volte, vedendo un bambino, magari mentendo sapendo di mentire, si sente dire è proprio un amore. Poi, a volte, qualcosa ci tracima da dentro, tracciamo dei percorsi di parole, gli diamo un ritmo, gli affidiamo sensazioni, sentimenti, silenzi traditi, battiti e quant’altro, sussulti, grida, delusioni, tristezze, apprensioni e ogni sorta di sentimenti traducibili in attimi che fissiamo in quella forma che chiamiamo poesia scritta.
Lasciamo per un istante in un angolo la grande poesia. Ogni cosa nasce così, istintivamente, prima di diventare altro, a volte un mestiere. A volte è solo un semplice bisogno. Non è forse vero? Scrivere versi spesso è una esigenza o almeno chi lo fa la sente come esigenza; quasi un male. -In verità sembra anche esserci, nella vita, una età che più di altre spinge.- Cerchi di dire cose alle quali solo in quella forma riesci a dare corpo. Metti a repentaglio tutto, e magari quanto è di più segreto, nascondendoti dietro quei versi. Le scrivi essenzialmente per te, per tirartele fuori dal cuore, dallo stomaco, da dove pesano; per liberartene. Le offri così come sono uscite. Le soffri così come sono nate. Infondo non pretendi di più. Puoi trovare qualcuno che le capisce. Persino qualcuno che ti capisce o crede. Magari agli amici piacciono; quando non mentono. E’ un bel modo di comunicare. Di stare assieme, anche attraverso lo spazio e il tempo; sfidandoli. Se poi pensi possano essere di tutti, se pensi possano diventare “Poesia”, allora è lavoro, è fatica, bisogna sgrezzare la pietra. Tutto il resto fa parte dello stupidario.
Se ti scrivi ogni altro percorso è vano; è tutto lì. Diversamente conosco gente che, a spese proprie, ha rilegato su carta, in un oggetto chiamato libro, le cose più immonde che si possono immaginare. Hanno soddisfatto il loro piccolo orgoglio. Non hanno fatto del male a nessuno (sperando che non li facciano circolare troppo, quei libri). La cosa più pericolosa è quando il mezzo è vuoto. Sono quelli che vogliono affidargli solo un vezzo di vanità; un compito che non gli è proprio. Mi è capitato con giovani, che volevano pavoneggiarsi con l’essere sognato, di dover consigliare che era preferibile una scatola di cioccolatini come messaggero. E’ solo che vi sono casi, persone, in cui la poesia, questa cosa che non esiste, prende radici e si intestardisce a non volerle liberare di se. Ci sono casi in cui è l’unico linguaggio di quello che in realtà si è, per quello che c’è intorno. Se ti convinci di questo allora guarda nuovamente il bicchiere, potresti accorgerti che la piccola lucciola torna a illuminare un’altra notte e un’altra ancora.
Dopo essermi sparato la mia solita dose di cazzate quotidiane mi ricordo che la verità non è mai doppia se sai ascoltare bene.
Non resta che il tempo dei saluti.

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Al destinatario la lettera ha ricordato Le lettere d’amore di Roberto Vecchioni e io seguo il suo consiglio e posto il pezzo qui e anche sulla prossima lettera. Ma non era nei miei intenti fare ridere. [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Lettere.mp3”%5D

Julia invece ci ricorda il bel quadro di Vermeer, anche se prende la cosa fin troppo sul serio.

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