Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for novembre 2008

raccontiI. Non c’è cosa per la quale non ci voglia predisposizione, e impegno. Anche a sparar cazzate bisogna essere portati. Se poi sono iperboliche ci vuole comunque quel pizzico di genialità. Ci vuole molta stupidità a pensare che tutti lo possono fare. La stessa necessaria per decidere che tutti possono tutto. Io, per esempio, non ne so nulla di ricamo. Mai penserei di poterne parlare, tanto meno di erudire gli altri mettendomi a fare, sull’argomento, un trattato. Io, infondo, sono stata educata ad occuparmi di cose semplici. Semplici come quelle delle donne. Quasi banali. Cose che sono quasi fisiologiche con l’essere donna. Non per dire ma, senza falsa modestia, sui fornelli non ho molto da imparare. E anche casa la so tenere in ordine. Sono quelle cose che mi riescono bene. Senza fatica. Quando invece parlano gli uomini io sto ad ascoltare. Hanno sempre quelle parole che cercano apposta per l’impressione; per l’effetto. Quei loro discorsi complicati. Importanti. Ma questo non mi impedisce di saper distinguere. E valutare. Su Carlo non avrei commenti. Un bell’uomo è un bell’uomo. Certo che le spara grosse. E non ha bisogno nemmeno di un grande pubblico, o di un pubblico raffinato. Lo sa fare anche gratuitamente.

II. Forse potevo risparmiarmi i fiori, ma tutte le donne amano ricevere fiori. E anche Gaia, come tutte, ama i fiori. L’avevo capito. Infondo è una donna romantica. Difficile incontrarne che non lo siano o, almeno, che non vogliano esserlo. Anche se si danno delle arie. Per tutte le loro arie. E anche lei come le altre un poco se la tira. E poi un po’ di galanteria non guasta. Che forse le cose faticate son quelle che poi ti danno qualcosa di più. E per dire il vero, Gaia, lo aveva bello, anzi, ecchecavolo, il suo era proprio un gran culo notevole. Un culo che valeva un po’ di fatica. Sempre fasciato in modo quasi sfacciato. Un po’ sfacciata lo è. Ecchediamine! sempre come a dire guardamelo. E sapevo che me lo sbatteva sotto il naso per farmelo vedere a me. Ma io ho voluto ugualmente farle capire che so come corteggiare una donna. Lusingarla. Farle credere quello che voleva che le facessi credere. E un poco credo di essermi innamorato di lei. Non solo del suo culo. Anche di lei come donna. Certo lei spera in una storia seria. Anche questo è un vezzo tutto femminile. Anche la più piccola deve essere una storia seria. Testardamente hanno bisogno di convincersene. Qual è quella donna che alla fine non resta altro che donna?

III. Io lo chiamo Carlino. Anche un po’ per simpatia, ma anche perché è vero. Anche se a parole, anche sull’argomento, lui lo esagera in modo più che esagerato. La prima volta m’era venuto il dubbio. Anche se me l’avevano detto quasi faticavo a crederlo. In effetti, le sue parole, cosi sicure, così sprezzanti, gonfie, buffo vocabolo da incontrare qui, mi avevano, in qualche modo, fatto sospettare che fossero pettegolezzi, solo invidia. Ora che lo so lo so. Ora lo so per certo. Non che questo crei qualche specie di disagio. Certo, a volte, soprattutto all’inizio, sono stata tentata di scoppiare nel riso. Ormai lo so e quando sai cosa aspettarti sorge una sorta di accettazione. Così mi chiede buffo. E io, naturalmente, cerco di essere gentile. Non glielo direi mai, ma forse lo sappiamo entrambi. E’ quasi, il suo, un bisogno di riscatto. Un mentirsi a sé. Forse nemmeno consapevole. E’ solo che crede di essere uomo. Molto. Lo crede solo perché ha i pantaloni. E il suo modo di essere uomo è quello di credere, allo stesso tempo, che la donna debba impazzire per lui. Che ci debba perdere la testa. E anche se glielo lascio credere, non so se faccio bene, mi rendo conto di quello che non è; non sono proprio stupida. Ne nata ieri. E sarebbe impossibile non sapere l’inverso. E la verità. Lui pensa di essere tutto. Sarebbe crudele non lasciarglielo almeno sperare.

IV. Infondo una cena non è che una cena. Non dico che lei non si sappia comportare. Anzi, con un piccolo di sforzo, sa fare la signora. Sembra proprio una signora. Ma sembra avere sempre fretta. E parla un poco troppo con le mani. Non che non mi piacciano le sue mani; mancherebbe altro. E poi, ecchediavolo! cosa serve vestirsi così, per farsi vedere da tutti, quando vai con un uomo a cena? Cosa serve mostrare tutto quello che hai da mostrare? Ed essere sfacciata anche quando stai cenando e c’è gente che ci potrebbe conoscere. Spogliare si sa spogliare ma così sembra quasi non aver tempo da aspettare. Pare esibirmi con orgoglio. Mi rende orgoglioso, ma non è quello. Mi rende orgoglioso ma anche in pubblico. Un vecchio sbava dentro il brodo. Non è un bel vedere. La guarda come si guarda una cosa propria. Con uno sguardo satiro. Con gli occhi pieni d’acqua. E lei sembra coglierlo come un complimento. Io le donne le so trattare, ma non imparerò mai a capirle. Ecchecazzo! ma cosa c’è poi tanto da capire?

V. Lui sarebbe gentile, ma anche la gentilezza, quand’è troppa, stanca. Ha fatto quanto era fattibile per stuzzicarlo. Per non dover ricominciare ancora una sera come la prima sera. Per evitare tutte quelle… prefazioni. In borsa aveva il cellulare dell’uomo. Glielo aveva fatto scivolare nella borsa quand’era passata. Era stato svelto e disinvolto. Lei non aveva potuto che scorgerlo. Sembrava proprio un gran signore. Era stata sorpresa da subito di come, un tipo simile, si potesse accompagnare con una donna tanto volgare.

Annunci

Read Full Post »

Quella che facciamo in questa sede è un po’ un’operazione all’incontrario. Nei primi anni ’70 anche la nostra musica smette di essere semplicemente una riproposizione di brani stranieri (spesso malamente tradotti ed altrettanto banalmente eseguiti) e arriva, in alcuni casi, ad avere un respiro europeo. Dall’Europa trae linfa e riesce a trovare una propria autonomia e crescere.

012-muralesMurale realizzato da giovani di Spinea (Ve) e “rimbiancato” dagli anziani.

Sulla scena si diffonde quella che verrà etichettata come “musica progressive” e anche da noi si affacciano nomi interessanti. Inizieremo con un nome non proprio scontato di uno dei nostri complessi non abbastanza stimato. Si tratta degli Stormy Six in quello che io considero un loro piccolo gioiello, L’orchestra dei fischietti, compreso nell’album L’apprendista del 1977.
Il complesso che ha una lenta maturazione, mentre si affermano altri nomi come la Premiata Forneria Marconi, Banco del mutuo soccorso, Area, Osanna, Napoli centrale, etc. (su alcuni di questi nomi varrebbe la pena tornare), proviene da pallide esperienze beat, prima di approdare al successo con l’album L’unità del 1972 e affermarsi definitivamente nel 1975 con Un biglietto del tram che contiene il loro brano certamente più celebre, Stalingrado, che recita:
Fame e macerie sotto i mortai
Come l’acciaio resiste la città
Strade di Stalingrado di sangue siete lastricate
Ride una donna di granito su mille barricate
Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa
D’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città.

La memoria dimentica certe loro politiche evasioni leggere in una musica beat che si avvicinava ai cantacronache. Quasi più conosciuti ed apprezzati all’estero, come in Germania, che in Italia gli Stormy Six sono certamente tra i complessi più politicamente impegnati e sono molto “interni” ai movimenti che attraversano quegli anni. La loro è una musica più “cameristica” che “sinfonica” e si apre raramente ma procede a singhiozzi con insoliti riferimenti e cambiamenti di ritmo per quello che si scrive da noi.

L’orchestra dei fischietti

Quando meno te lo aspetti
è scoppiata la realtà,
è l’orchestra dei fischietti
che dà la sveglia alla città,
dà la sveglia coi tamburi
e nessuno dormirà,
scrive in rosso sopra i muri
e spacca il mondo in due metà.

Non è un coro di cherubini sul tapis roulant
salta e fischia con la forza del sogno
e con la semplicità del bisogno
Non è un coro di cherubini sul tapis roulant
salta e fischia con la forza del sogno
e con la semplicità del bisogno

Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.
Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.
Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.
Niente resta uguale a se stesso,
la contraddizione muove tutto.

Read Full Post »

politicaNon per cavalcare l’onda. Cosa è cambiato? Tutto. Nulla. Per quanto mi riguarda ho solo quarant’anni di più; circa. Mi sembrano una vita. Il ricordo si fa confuso. I capelli non sono più lunghi, a dire il vero sono anche molti di meno. Gli occhiali li porto non per vezzo da intellettuale. Forse più consapevolezza, non ne sono certo. L’energia è la stessa, sembra strano ma forse di più. La rabbia è la stessa, una uguale rabbia che come allora va canalizzata, va espressa in progetti. Le ingiustizie sono le stesse, per quantità. Ci sono ancora troppi sudditi. Allora c’era una classe politica di sottile preparazione, oggi sul palco c’è una compagnia di subdoli buffoni. Il paese aveva venduto la sua autonomia. Mangiava pane fatto con farina pagata al 60% dagli americani. Devo, allora, averci scritto un testo per una canzone mai cantata. Stonato lo sono sempre stato. A questo ci si può far poco.
L’America è ancora l’America e non ancora l’Amerika. E’ l’America che ci ha regalato la nostra intelligenza uscita dal fascismo. E’ L’America che ci raccontano, quella di Steinbeck, del rock’n’roll, del bebop. Siamo ancora al mito americano; alla frontiera. Il romanzo più letto è “sulla strada“, simbolo di libertà e di ribellione. E’ una America con alla guida, per la prima volta, un presidente cattolico; cattolico e democratico. Per dirla tutta la nostra è un’America un poco datata; a cavallo tra, soprattutto, quella della depressione, che ci racconta la Biblioteca del Congresso, e quella di fine anni ’50 primissimi anni ‘60. Woody Guthrie: This land is your land. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Woody Guthrie – This land is your land.mp3”]Cazzo! Ognuno aveva una storia diversa ma avevamo tutti uno stesso senso di frustrazione. Quella sorta di impotenza che prende davanti a certe situazioni, soprattutto quando vorremmo fossero diverse. Qualcosa montava dentro. Io provenivo da una famiglia Comunista; resistente. Avevo solo curiosità di capire. Il loro Comunismo, della mia famiglia… non mi piaceva. Il mio ’68 comincia forse nel ’63, forse prima. La televisione era ancora in bianco e nero. Per quanto ricordo era ancora in osteria. Le prime occupazioni, ero ancora alle medie. Cercavamo una nostra storia. Ormai le notizie ci portavano in ogni posto. In ogni angolo. I nostri orizzonti perdevano confini. Nostra patria è il mondo intero. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/xVVAA – Nostra patria e il mondo intero.mp3”]Magari confusamente. Magari infarcita di passato e di anarchismo. Miti che in realtà non ci appartenevano. Storia della Storia. Addio Lugano bella. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/xVVAA – Addio Lugano bella.mp3”]Qualcuno, giovane oggi, pensa che tutto sia esploso all’improvviso; così gliel’hanno raccontata. E che tutto è stato solo bello, facile, avventura. In realtà non è mai iniziato questo mio ’68, come in realtà non è mai finito. E’ la resistenza che non vuole arrendersi. E’ il nuovo che avanza. E’ una eredità che già pesa. C’era la corsa alla conquista dello spazio. Stava finendo l’illusione che in Russia ci fosse una Russia che non c’era. Una zanzara si insinua nelle scuole. Tutto ciò ch’è nuovo fa paura. Invece fa simpatia Chruščёv che picchia la scarpa sui banchi delle Nazioni Unite. Ricordo le veglie contro le condanne a morte. Cuba. Ricordo come eravamo i figli di una grande idea di libertà che non sapevamo afferrare. Ricordo che eravamo fratelli minori ed ero poco più di un bambino. Per quanto mi posso ricordare inverno fretto quell’inverno. A pensarci oggi era il 1960; avevo solo 12 anni quell’anno e già mi sentivo uomo. Ascolto parlarne gli altri, quelli più grandi, gli uomini. Fausto Amodei: Per i morti di Reggio Emilia. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Fausto Amodei – Per i morti di Reggio Emilia.mp3”]I ricordi accorrono lenti, confusi. Anche contraddittori. Eppure più trovo parole più mi sembra di avere altro da dire. Non voglio annoiare. Non c’è rimpianto. Non è mia abitudine soffermarmi a guardare dietro. E non c’è niente di eroico, non ero che un ragazzo di quindici anni. E’ l’anno in cui “nascono” i Beatles; Prima la musica era solo Sanremo. Il Vajont. Nel dolore ci si sente tutti fratelli, solidali, italiani. Subito si comincia a capire che non è marcio solo quel monte. Che la vita non è quotata in borsa. Nel dolore ci si vergogna. Esattamente il 22 novembre 1963, a Dallas, quel presidente, il presidente dei diritti civili, della guardia nazionale che permette l’accesso nelle scuole alla gente di colore, John Fitzgerald Kennedy, come tutti sanno, viene assassinato. Richie Havens: Freedom. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Woodstock 1-03 Freedom.mp3”]Iniziano timidamente le prime proteste; le proteste contro la guerra ed era la guerra del Vietnam. Sì! è il 1964 quando, dopo da beffa del golfo del Tonchino, l’America interviene in Vietnam. Il quel paese così lontano che prima nemmeno sapevo ci fosse. E’ dello stesso anno la rivolta degli studenti americani a Berkley. Avevo i calzoni corti, ma erano simbolo di un benessere non ancora raggiunto. Quelli lunghi non sarebbero arrivati per l’età ma con il nuovo lavoro di mio padre. Mia madre avrebbe smesso di girare i cappotti che erano stati del nonno e degli altri maschi della famiglia. Alla quarta volta, per quanto la giri, la stoffa è ugualmente consunta. La povertà di quegli anni la ricordo in un immagine di mio padre che teneva le cicche, raccolte in ufficio, in una scatola da scarpe per soddisfare il suo vizio. Luigi Tenco: Ballata dell’eroe. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Tenco – Ballata dell eroe.mp3”]Spero di non toccare alcuna suscettibilità. Anche gli stessi ambienti cattolici erano in fermento. Fermenta qualcosa che non è contenibile ne relegabile in un solo ambiente. Siamo servi di uno stato straniero sempre più imperialista. Siamo servi di una chiesa che non ha voluto vedere, che non sa parlare nemmeno al suo “gregge”. E’ una democrazia fin troppo limitata, controllata, che sta stretta. Forse non sono mai stato estremista. Forse un po’ lo sono diventato già da allora. Forse nemmeno estremista, solo leggermente intollerante. Parliamone. Lo slogan “Dio è morto” girava negli anni ’60 negli ambienti alternativi USA (la canzone è del ’65). L’avvio del brano, come più volte ricordato, fa il verso alla poesia del poeta Beat Allen Ginsberg: Urlo. La si doveva ascoltare dalla radio vaticana poiché una radio suddita di stato, la RAI, l’aveva censurata nel timore di incappare nelle ire della santa sede. Nomadi: Dio è morto. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Nomadi – Dio e_ morto.mp3”]Il mondo cambia. L’America cambia. E’ finito il sogno. Il 21 febbraio del 1965 “viene sparato” Malcolm X, leader dei mussulmani neri; dei “neri cattivi”; di quelli che sono stanchi di aspettare, di subire, che la parità vogliono prendersela. E’ l’America dei Fratelli di Soledad. L’orgoglio afroamericano e la rivolta nera formano i loro leaders nelle prigioni dove, soprattutto, se sei nero, per scontare un anno puoi rimanere dentro tutta una vita. I Black Muslims, basco nero, guanti neri, vigilano nei loro quartieri scorazzando in macchina, armi alla mano. Difendono i loro territori. E’ l’America delle contraddizioni, e le contraddizioni scoppiano, soprattutto nei ghetti. E’ l’America della rossa Angela Davis.
Strana generazione la nostra, in un certo senso senza padri, a studiare per diventare consumatori. Che vogliono far studiare a fare gli americani. Una generazione che si esprime attraverso tutti i linguaggi. Con una colonna sonora che accompagna i suoi passi. La musica è un mezzo semplice per sentirsi insieme. Le prime riviste musicali parlavano di linea verde e linea rossa. Cazzo! come odio queste etichette del cazzo. Non credo sia la prima volta che ricordo che alle manifestazioni la più “gettonata” era We shall overcome. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – We Shall Overcome.mp3”]La voce è quella di Joan Baez, e sono le migliaia di voci della giovane contestazione. Tra le pareti di casa si ascoltava dalla stessa voce Where have all the flowers gone. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Joan Baez – Where have all the flowers gone.mp3”]Ma è anche la generazione che accorre in massa a dare un aiuto commovente a Firenze dopo l’alluvione. Quei ragazzi affondano le mani nel fango. C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling stones è di quel 1966. Allora si diceva: “è la grande industria discografica che cerca di cavalcare il disagio, la rabbia, la protesta”. Oggi fate un poco voi. A me non sono rimaste risposte ma solo domande. La canzone è stata scritta da un giovane, appunto di estrazione cattolica, Mauro Lusini, ma viene portata al successo da Gianni Morandi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gianni Morandi – C_era un ragazzo che come me.mp3”]Anche Contessa è del 1966. A suo modo profetica, il suo ritornello diventerà la colonna sonora delle piazze negli anni a venire. Per chi la sa ascoltare è una netta critica all’allora Partito Comunista. Un partito che già a quel tempo è incapace di rinnovarsi. La prima fa parte, naturalmente, di quella che chiamano linea verde, la seconda della linea rossa che ha un altro mercato o non ha mercato. Queste canzoni non si imparano sui dischi ma nelle stesse piazze. Colui che la canta è Paolo Pietrangeli. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Contessa.mp3”]Potevano dire quello che volevano, la Resistenza non era ancora finita; era lontana, anzi, da finire. Il fascismo permeava ancora la nostra società. I libri di scuola tardavano a disfarsi del marciume. Erano pieni di patria e di propaganda stantia, di un assurdo e falso eroismo che ci aveva coinvolto in una guerra persa, combattuta dalla parte sbagliata. Se andava bene di un lacrimevole deamicisismo. Ho ricordi da incubi. Eravamo, difficile crederlo oggi, ancora un popolo di migranti; persino i fratelli maggiori sembrano dimenticarlo. Solo che migravano i poveri. Come prima della grande guerra. Come tra le due guerre. Non partivano ancora solo le nostre migliori intelligenze. Partivano dal sud per raggiungere il nord, in molti casi per andare anche oltre. Stranieri in terra straniera anche quando quella terra era ancora Italia. Per trovare lavoro in fabbrica. Per fuggire la fame. Gualtiero Bertelli: Emigrazione. [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/GualtieroBertelli-Emigrazione.mp3”%5DIl domani era confuso. Continuavano a dirci che dovevamo consumare, ma io non avevo più suole sotto le scarpe da consumare. Non si sapeva dove andavamo ma sapevamo che dovevamo andare. Venezia sembrava allora il centro del mondo. Scoprii in seguito che lo era; almeno un poco. Il futuro che ci era riservato non era certo roseo. Tanto valeva mettere tutto in discussione e provare a cambiarlo. Come dice lo stesso Gualtiero Bertelli in Vedrai com’è bello non ci erano lasciate molte alternative. Volevamo solo un futuro. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Vedrai com_e bello.mp3”]Un anno prima, nel ‘67, il 7 febbraio a Pisa veniva occupata l’università. Infondo c’è sempre qualcuno che non rispetta gli appuntamenti. Chi poteva immaginarlo che arrivava il ’68. Tenco si spara durante il festival di Sanremo. E’ golpe in Grecia; quello dei colonnelli; quello di “Z l’orgia del potere“. A La Higuera (Bolivia), il 9 ottobre, viene trucidato quello che sarà uno dei grandi miti di tutti gli anni a venire: Ernesto Rafael Guevara De la Serna per tutti solo Che Guevara. Buena Vista Social Club: Hasta siempre comandante Che Guevara [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Buena Vista Social Club – Hasta siempre comandante Che Guevara.mp3”]Eccolo il ‘68. Arriva quando vuole. Come in ritardo. Il 5 gennaio scoppia la “Primavera di Praga” (finirà il 20 agosto, annegata nel sangue dai carri armati sovietici); Guccini ricorda il sacrifico di Jan Palach nella sua canzone intitolata appunto “Primavera di Praga“. Il 4 aprile a Menphis viene ucciso il leader nero pacifista Martin Luther King Jr. Il sogno dell’Amerika ha, ancora una volta, la sostanza del piombo. A Roma gli studenti si scontrano con la polizia davanti alla facoltà di architettura, a Valle Giulia. E’ il vero inizio del ’68 italiano. Gli studenti francesi mettono Parigi a ferro e fuoco. Scoppia il maggio francese. Uno dei tanti slogans è “la fantasia al potere“. La Sorbona è una fucina di nuove idee. Noi ci si interroga sul caso Braibanti. La mostra del cinema di Venezia viene violentemente contestata, si contesta l’industria della cultura. Anche l’apertura della stagione della Scala viene accolta a colpi di grida e uova. Così anche alla Bussola; e si spara. Nascono riviste, cambia tutto e tutto è rimesso in discussione. De Andrè ricorderà così lo spirito di quei giovani e di quei giorni nella Canzone del maggio. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/De Andre – T042-Canzone del maggio.mp3”]A fare il conto dei morti e dei feriti che la “democrazia” ha lasciato per terra nei giorni della mia storia si perderebbe il conto; ci vorrebbe troppo tempo. Non è solo il ’68 degli studenti, inizia anche quello che sarà il ’69 e siamo ancora appena all’inizio del ‘68. A Milano, gli operai della Pirelli-Bicocca contestano violentemente gli accordi raggiunti dai sindacati. A Valdagno gli operai della Marzotto resistono alle cariche della polizia e danno vita a una battaglia in tutto il paese. Viene abbattuta La statua del conte Gaetano. Si spara sui braccianti a Avola.
Il 12 ottobre si inaugura la XIX Olimpiade: iniziano i “giochi di Città del Messico“. Tommie Smith e John Carlos salgono sul podio scalzi, basco nero in testa e la mano guatata di nero che saluta il pubblico a pugno. In verità i giochi iniziano il 3 ottobre quando la piazza di Tlatelolco (ribattezzata piazza delle Tre culture) viene ricoperta da centinaia di morti: quasi tutti studenti. A ordinare la feroce sparatoria è stato il presidente Gustavo Diaz Ortaz. L’esercito ha sparato dagli elicotteri e dai tetti del ministero degli Esteri.
Io invece il ’68 l’ho passato quasi tutto in vacanza, a spese dello stato, a fare il militare. E anche l’inizio del ’69. Allora le indicazioni della sinistra, vecchia e nuova, era di andarci. Paura dell’esercito professionale in una Italia che faceva le prove di colpo di stato. Mi sono perso qualcosa? Credo di no, anche se me ne stavo infagottato nei panni ridicoli dell’artigliere. Provavano a prepararci contro eventuali sommosse, a movimenti di piazza, per l’ordine pubblico. Tanto che dovevamo farlo meglio creare documentazione. Meglio organizzarci. Mettere in piedi qualche sciopero dentro le caserme. Magari con fare circospetto. Farli sentire meno sicuri. Meno arroganti. Non eravamo disposti a sparare, ma se proprio lo si doveva fare allora avremmo rivolto le armi solo ed esclusivamente contro chi si credeva di poterci dare gli ordini. A chi pretendeva di farci giocare a fare i soldatini. L’America, nel frattempo era diventata l’America di Nixon. Rudy Assuntino: Le basi americane. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Rudy Assuntino – Le Basi Americane.mp3”]Alcune delle riunioni le facciamo in parrocchia, nello spogliatoio del campetto da calcio, prima della partita, all’insaputa del parroco. Non c’è posto più sicuro anche se ci mettiamo un po’ troppo per cambiarci. Altre le facciamo a casa di amici. Quando ci torno, in una di quelle case, a Roma, il ’69 è sul finire. Una sera mi accorgo che stiamo parlando piano. E’ l’effetto Piazza Fontana, l’effetto Valpreda, in realtà di Merlino. Serpeggia la consapevolezza che non è più un gioco, se mai lo è stato. Una consapevolezza che non era mai venuta meno. Ma è già l’Italia che canta in Piazza a “Nixon boia, Nixon boia, giù le mani dal Vietnam. Il Vietnam è comunista, ti ricordi Dien Bien phu“. Davanti all’indignazione tutti sembravano diventare comunisti, anche quelli che non lo sarebbero mai stati. I nostri fratelli più piccoli invece vanno a giocare il futuro in piazza proprio come nelle parole ricordate di De Andrè. Incuranti, come fosse la bella avventura. Se il futuro è fabbrica gli studenti vanno a incontrare chi patisce quel futuro che vogliono cambiare. Vanno per capire. Vanno a volantinare. A dare solidarietà. Vado a conoscere il mio mondo. A ritrovare l’orgoglio. Gualtiero Bertelli: Ingranaggi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Ingranaggi.mp3”]Magari a qualcuno più giovane qualche nome non dirà nulla. Non sempre la storia ha memoria. E poi ognuno ha la sua storia. E ci sono cose che si ama dimenticare. Altre ritenute minori. Ho ricordi recenti. Genova resta una ferita profonda, una dolorosa cicatrice. Il mondo è cambiato l’11 settembre; quale? Ancora una volta vorrei capire. Un altro 11 settembre. E’ il 1973. Davanti al palazzo della Moneda cade, sotto il colpi del golpe militare, Salvador Allende. E’ un’altra fine. Non ci saranno Brigate Internazionale. I tempi della Spagna sono lontani. La repressione dei compagni sarà durissima. Alcuni li ho incontrati perché hanno fatto a tempo a rifugiarsi, esuli, da noi. Anche quelli erano migranti. Torna l’incubo del colpo di stato. Ivan Della Mea: Ringhera. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Ivan Della Mea – Ringhera.mp3”]Ancora un 11 settembre, un venerdì. E’ il 1975, sono le 13,25, una terribile esplosione distrugge la Flobert, una fabbrica che produce proiettili d’arma giocattolo e fuochi artificiali. Tanti di tante morti bianche che ancora continuano. In questo siamo nei primi posti al mondo. Si continua a morire di fabbrica. Per salari da fame. Finirà mai questa guerra? Quell’11 ce lo ricorda il Gruppo operaio e zezi: ‘A Flobert ma è quasi ormai un giorno come un altro. Non ho mai imparato a rassegnarmi. [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gruppo operaio e zezi – A Flobert.mp3”]Infondo non c’è mai stato un ’68. E’ per questo che non può finire.

Read Full Post »

da Frammenti di dialogo

yin-yangNel ricreato tepore di un attimo
perdersi e assentarsi dalla realtà
alla ricerca di tenerezza e intimità
e testardamente rifiutarsi, morbidamente
sospeso nel vuoto.
Non svegliatemi.

Read Full Post »

raccontiOra insolita, normale che uno si preoccupi. Sei e trenta del mattino, solitamente uno dorme; da non credere. Io come quel uno a quel ora solitamente dormo. Qualcosa che mi rendeva nervoso non me lo aveva lasciato fare. Con gli occhi spalancati guardavo il soffitto. Alle sei e trenta mi telefona dio. Cerco la sveglia. Lo sbeffeggio. La faccio cadere, la sveglia. Realizzo: è il telefono. Stavolta lo apostrofo in modo ancora più pesante e non so ancora che è lui. Non mi risulta che avessimo nessun appuntamento. Mi chiede se qui sulla terra va tutto bene. Bene – dico. E quando mai c’è stato qualcosa che è andato bene. Prendo un attimo di tempo per dar sfogo allo sbadiglio. Guardo dalla finestra. Tutto mi sembra come qualsiasi altro mattino.
In un certo senso tutto come sempre. Guardo Claudia, lei mi chiede chi è, ma non si ricorderà di nulla. Beata lei, sta ancora dormendo. Continua. Continuerebbe comunque. E’ tranquillizzante la sua presenza al suo posto. E’ tranquillizzante perché naturalmente comincio a preoccuparmi. Mi sto già preoccupando mentre mi chiedo cosa ha combinato questa volta. Il soffitto è ancora sopra alla mia testa. La volta celeste è ancora oltre, e oltre il soffitto, al suo posto. Il lampadario nemmeno dondola. Mi dice che gli sembra che ci sia poca luce. Cazzo! E mi chiami per questo. Son tre giorni che non fa capolino nemmeno un pettegolezzo di sole. Le macchine ormeggiate sotto casa paiono lì lì per accidentarsi. Più che altro sconsolate. Mi dice: che dici di un po’ di luce? Prima che ne faccia qualcun’altra accendo il lampadario della cucina. Per quello so rangiarmi da me. Non serve essere un dio. E poi che gliene frega? All’improvviso mi ricordo che lui vede tutto. Speriamo che ieri sera avesse altro da fare. Speriamo in alternativa che sappia tenerlo un segreto. Se lo viene a sapere Claudia finisce che succede un casino. Non ne faccio cenno. Ormai è anche duro d’orecchi; con la sua età. Veramente non è nemmeno un problema d’età, ma tant’è. E poi meglio non svegliare il cane che dorme. A proposito di svegliare accendo il fuoco sotto la moka. Lo sento tacere e anche questo mi allarma, non e facile sentire il suono del suo silenzio, sorprenderlo senza parole che sporgono con una certa facilità, ma anche con una sicura, leggera, inutilità.
Cerco di consolarlo, per quanto mi riesce, manovrando con la sinistra per tenere il ricevitore all’orecchio con l’altra: “Non c’è nulla da fare. Anche se le stagioni avevano la loro ragione d’essere. Ora non ci si capisce più ma comunque il tempo fa quello che vuole o deve. Non si può pretendere“… Eccolo che ricomincia. Troppo bello che potesse durare. Lui ha sempre un argomento per insegnare, e sempre troppo poco tempo per ascoltare. Lui è lui. Qualcosa di impalpabile che ti colpisse proprio lì sotto. Ha sempre addosso questa fobia: di insegnare agli altri il loro mestiere. Di insegnare a stare al mondo. Come non fosse già così difficile. E in faccia non si fa vedere. Forse si diventerebbe pietra. Non lo so. Certo è che non conosco nessuno che l’abbia visto. Me lo raffiguro al mare, in calzoncini. L’immagine mi pare buffa, su due piedi. La giornata s’è già completamente guastata. Avrei potuto sonnecchiare ancora un po’, godermi il tepore delle lenzuola. Pigrire. Godere del piacere di non essere aspettato da nulla. Invece lui s’è dato questa pena di chiamare proprio me. Con questa cosa della luce. Teoria cosmica dell’elettricità. Cerco di dirglielo con garbo. Cosa potrei farci? Tirare festoni lungo tutto il cielo con lampadine a basso consumo? Per aspettare che il mattino si faccia mattino, che trovi la voglia d’essere e renda il paesaggio più leggibile, non resta che aspettare. Perché farlo con me, e al telefono? Verso una lacrima di latte nella tazzina.
Ti chiamo dopo per vedere come procedono le cose“.
Anche no“.
Non deve avere più molto da fare, povero vecchio, se mi disturba per simili sciocchezze. Forse si deve sentire solo, forse inutile, per mettersi a disturbare in giro, e a questa ora del mattino. Dovrebbe trovarsi qualcosa da fare che lo impegnasse poco. Magari qualcosa di facile. Sperando non si inventi una cosa che poi lo fa entrare troppo in quello che è. Ma bisogna aver comprensione per i vecchi. Infondo tutti siamo destinati a diventarlo. Spero di farlo riuscendo a mantenere il mio raziocinio. Controllo l’ora ma è ancora troppo presto per svegliare Claudia. Torno a pensare a ieri sera. E’ stato piacevole. Molto. E’ stato. Forse dovrei stare più attento. Forse persino rinunciare. Non posso dire di poterne essere completamente orgoglioso. Soddisfatto si. Lei è stata carina. Comprensiva. Anche troppo. Mi tratta come un principe. Forse troppo. E’ facile lasciarsi andare e montarsi la testa. E poi le donne sono sempre loro, hanno bisogno di convincersi, anche la storia più banale la debbono leggere come la storia. Accendo la tele per capire come sta il mondo.

Read Full Post »

desertoUn giorno di tanti giorni fa mi sono trovato a riflettere. Beh! non esageriamo, e senza presunzione, capita anche a me. Non metto ne nomi ne nik ne link per una forma di rispetto. Perché dovrei almeno chiedere l’autorizzazione. Sono semplici amicizie di rete, quando non addirittura appena conoscenze. Persone “virtuali” con le quali mi sono incrociato. Blog dove vado regolarmente; di tanto in tanto; sono capitato casualmente; semplici commenti. Dietro ci sono spesso solo nomi fittizi o sigle. Dietro ci sono persone reali. Più dietro ho trovato frequente un disagio vero, quando non un dolore, anche espresso.
Magari è così anche nella strada. Mi sembra che vi passeggino molte solitudini. Ci sono momenti che non vanno alla grande. A volte quei momenti si trovano a loro agio in tua compagnia e tardano ad andarsene. Altre volte sono ospiti testardi e sembrano aspettare che te ne vada tu, come fosse semplice. Per conto mio il gotto sarebbe sempre pieno. Per conto mio è stupido avere poche ore e sprecarle così. Per conto mio… cosa sto qui a fare e elencare? l’uomo, di per sé, è un essere stupido. Poi, si da il caso che, mentre mi piango addosso e mi rimprovero del farlo, trovo che il mio senso disarmato di “solitudine” si muove nel bel mezzo di una folla. Sarà perché è più facile dirlo a voce quando le cose marciano per il loro verso o corrono alla grande; sarà perché riesce meno difficile affidarsi alla “penna” (nella fattispecie la tastiera) quando invece le cose stentano; il fatto è che mi ritrovo in folta compagnia. Certo che la gran parte della poesia, soprattutto di quella scritta per pura esigenza di dire cose che non si sanno dire diversamente, è dettata da grandi e piccoli dolori, da rabbie, da delusioni. Certo che ad essere felici e leggeri ci si prova in pochi, sempre a tentare di complicare anche il semplice. In questo sono un vero genio; unica cosa che mi riesca bene. O forse è perché gli “sfigati” si trovano per odori (come i ricchi e i migrati). Allora, in questa sorta di “sfigati di tutto il mondo unitevi”, vorrei anche… ma è normale che ognuno cerchi di incoraggiare il vicino senza riuscirci molto bene; vorrei mandare un solidale e pudico abbraccio. D’altro canto, non possiamo negare come, anche la noia sia un lusso. Si fa presto a dire che i veri mali sono altri. E’ pure vero. E’ solo che quando ti girano e sono sgonfie non riesce semplice pensare agli altri così preso a pensare ai cazzi propri.

Read Full Post »

colombaUn caro amico mi ha invitato a raccontare qualcosa del mio sessantotto. Non c’è nessuna ricorrenza particolare. Ha visto oggi gli studenti e il loro movimento. Lui nel sessantotto c’è nato e ne ha sentito solo parlare. Io, a modo mio, non racconto una storia né la storia, forse ci proverò. Voglio qui dare solo un piccolo accenno alle mie emozioni di allora; per lui e non solo per lui.
Capelli lunghi, cioè si! avevo i capelli lunghi. Un gay per strada mi apostrofò con un “Tanti uomini e nessun maschio”. Altri anni. Per la prima volta erano apparsi i ragazzi nella storia del mondo, o almeno in Italia. Improvvisamente eravamo diventati un mercato da mungere, ma era ancora un’Italia povera.
E’ il miracolo economico, ma un miracolo economico che si fa pesantemente sulla pelle degli operai, e dei poveri “terroni”; quelli delle valigie di cartone, migranti. Un miracolo che si chiama catena di montaggio, cottimo, Ritmi di produzione insostenibili. Un paese dove le disegualianze sono ancora tante e naufragano le aspirazioni nate nella Resistenza perché resiste ancora un’organizzazione del paese che risente del ventennio.
Paolo Pietrangeli: Ugualianza [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Uguaglianza.mp3”]La sinistra, la sinistra storica, il P.C.I., in ritardo, un ritardo storico, incapace di rinnovarsi. Dopo i fatti di Reggio Emilia, dopo tanto sangue, una nuova generazione sta crescendo e lo fa al di fuori delle organizzazioni dei partiti. Nascono mille piccoli gruppi spontanei che si richiamano al Marxismo e non; anche ai personaggi scomodi della lotte delle sinistre nel mondo. Una vampa investe anche altri paesi che chiama alla solidarietà. Al libercolo di Lenin “Estremismo, malattia infantile del comunismo” risponde un altro libercolo che diverrà un manifesto di quei giorni “Comunismo, malattia senile dell’estremismo”. Gli studenti prendono coscienza e scendono in piazza, ma il percorso da dove arrivano non è stato breve.
Paolo Pietrangeli: Valle Giulia [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Valle Giulia.mp3”]E’ la presa di coscienza. Ci si rende conto di essere consumatori e, allo stesso tempo, burattini; che altri vogliono decidere per una intera generazione. Oggi ho come l’impressione che quel 68 sia esistito quasi esclusivamente in città. Io l’ho vissuto, il 68 e gli anni prima, a Venezia, e poi a militare impegnato in qualcosa che assomigliava a quelli che avrebbero poi chiamato i “proletari in divisa”. Ci si interroga sui temi dello sfruttamento. Grandi idee, grandi teorie e tutto ne viene investito. Porterà al 69. Quei giovani studenti andranno a Porto Marghera, davanti alle fabbriche. Si recheranno a conoscere la “classe sfruttata”, la classe operaia.
Gualtiero Bertelli: Studenti e operai [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Studenti e operai.mp3”]Grande attenzione sarà prestata ai mezzi dello sfruttamento. Per non dilungarmi troppo trascurerò alqune cose, in alcuni punti estremamente precise. Per la prima volta una rivolta generazionale. Figli contro padri. Tutto messo in discussione. Nascono riviste che formeranno nuove coscienze. Il cinema, il teatro, tutte le arti e l’intero pensiero non può restare estraneo agli avvenimenti. I riferimenti sono mille, vanno dai Quaderni piacentini a Ombre Rosse, da Marcuse a Russell a Gandhi a Luther King, dal Living a I pugni in tasca, da Fabrizio De Andrè a Bob Dylan, da Parigi a Praga, dalla politica al disagio e alla frustrazione. Infondo è una generazione disarmata, forse cavalcata; solo qualcuno percepisce i rischi, per la maggioranza la sfida è il gioco.
Ivan della Mea: O cara moglie [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Ivan della Mea – o cara moglie.mp3”]Tutti sanno che niente sarà più lo stesso anche se nessuno sa ancora cosa sarà. Ci si impadronisce dalla piazza. Nei cortei si canta anche Bandiera rossa, ma si canta soprattutto Contessa (che denuncia il “revisionismo” e il tradimento di quel PCI) e soprattutto We shall overcome. Si sperimenta. Si ipotizza. La lotta viene portata nei posti di lavoro, le università sono occupate. La polizia carica duro.
Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Il vestito di Rossini.mp3”]Il movimento non recede. La rivoluzione sembra ad un passo. Le frange filosovietiche sono poco meno che marginali. Dentro la stessa chiesa nasce il germe della rivolta. L’epicentro organizzativo restano le fabbriche, o lì dovrebbe essere. Per i più la divisa è un eskimo. Per molti l’idea è confusa. Si sa che si sta andando ma non dove. Si sa che non si può che resistere.
Gualtiero Bertelli: A portomarghera [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero bertelli – A Portomarghera.mp3”]Le grandi lotte del ’69 porteranno ad un’Italia radicalmente diversa. Preparano alle grandi conquiste dei diritti civili. Ad un paese molto vicino alle maggiori socialdemocrazie europee. Avanzato. Ad un nuovo senso della stato. Ad una solidarietà diffusa. Le grandi manifestazioni percorreranno l’Italia per intero. E’ una enorme spinta che nasce dal basso, spontanea. Difficilmente canalizzabile. Che si da i suoi leaders, nuovi leaders. Pochi sopravviveranno a sé stessi.
Giovanna Marini: I treni per Reggio Calabria [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Giovanna Marini – I Treni Per Reggio Calabria.mp3”]Eppure quasi una intera generazione, quella del ’68, resterà schiava del suo sogno, incapace di crescere. Continueranno, patetici, a fare gli Hippies o gli estremisti pronti a gridare contro tutto e tutti. Cresceranno figli talmente liberi da non poter possedere una etica. Lentamente si isoleranno, si chiuderanno torno a quegli slogans o si venderanno. Torneranno a rifugiarsi nel privato. In questo sconfitti anche dalla strategia della tensione. Assisteranno impotenti alla follia degli “anni di piombo”. Ma in quei due anni si è cominciato a cambiare il mondo e il 68 italiano finirà solo con l’assassinio Moro che ci farà ripiombare nel buio.
No! quei ragazzi non assomigliavano a quelli che scendono in piazza. O forse si! Spero solo che una parte di quella storia si possa ripetere ma che un’altra parte non torni.

Read Full Post »

Older Posts »