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Archive for 6 dicembre 2008

Icona di scatoletta per preziosi con mattoncino lego

Sarà la giornata di dicembre. Sarà che piove e il tempo non aiuta l’umore. Sarà l’ombrello nuovo, appena preso dai cinesi, che si apre di sua iniziativa, in qualsiasi momento. -Bello è bello, blu bordato di giallo. Ha un suo spirito del tutto cinese.- Saranno gli anni, cosa più probabile. Sarà che la cena di ieri sera mi ricorda che debbo andarci più piano con le cipolle. Sarà che si avvicinano le feste e non c’è nessuna aria di festa. A proposito: devo ancora cominciare con i regali, persino a pensarci. Sarà che l’aria ancora non si sente, me lo conferma anche la commessa desolata davanti alla sua mercanzia già in sconto. Mercanzia che non si porta dosso, non vorrei essere frainteso ché carina è carina. Non entra un cane. Mi conto in tasca gli spiccioli del caffè. Ho messo un paio di pantaloni che mi vanno stretti e le tasche sono piccole. Fatico a estrarre il portafoglio. Paiono anch’esse, le tasche, disposte per il risparmio; adeguarsi ai tempi che corrono, anzi camminano, anzi sostano. Dirmi, le tasche, di fare attenzione prima di spendere, di pensarci bene. Li avevo anche ieri, questi calzoni di velluto a coste larghe. Potevo cambiarli. Non l’ho fatto. Non posso incolpare nessuno. Strano, di solito non la do vinta al malumore, e non è vero e proprio malumore. E’ solo un senso di malessere che somatizzo.
Per il malessere prendo ansiolitici, per la situazione vorrei mettere in campo politiche. M’incammino a piedi, come sempre, pensandomi addosso e distratto quasi sbaglio la strada, ed è una che faccio ogni giorno. Il fatto è che non riconosco più questo paese. Questo paese inteso come Italia. Questo paese inteso come comunità. Questo paese inteso come città. Il fatto è che non riconosco più la sua gente. Non che sia mai stato un granché, come paese; mai tanto diverso, nemmeno abbastanza. Sempre stato patria di furbi, di gente pronta ad andare in soccorso di chi vince, a correre dietro al povero parroco o al primo scalmanato; a omologarsi. La fama (immeritata) di pavidi; di inaffidabili. La fama di genti di fatica. Oggi lo guardo, questo paese, piegato, rassegnato. Nemmeno più tanto disposto al sudore. Guarda il cielo e non vede nubi; cerca qualcosa a cui aggrapparsi; il santo. Non che sia diventato più pio, solite percentuali. Forse, nel silenzio, è intento solo a bestemmiare. Se il vicino ha l’ombrello aperto lo apre anche lui. Non fossi attento a me sarei spaventato e non solo per me.
Ecco quello che mi sembra cambiato: la gente, anche la mia gente, quelli della mia idea, soprattutto loro, protesta sempre più piano, e aspetta, dall’alto, che qualcuno o qualcosa intervenga. Che le cose, come per miracolo, si sistemino da sole. Non ci prova nemmeno più. Quasi che le cose siano governate da una sorta di destino, di fato, a cui nulla si può contrapporre. Come se cambiare sia un verbo non più praticabile. Come se da questa melma non ci si potesse più riscattare. Eppure di momenti duri ne ha visti, questo paese. Eppure è uscito da tentativi di eversioni. Da anni di piombo. Dalla miseria. Dall’ignoranza e dall’analfabetismo. Dalla migrazione coatta dei disperati, di quelli che magari venivano chiamati straccioni, o peggio pezzenti. Dai terremoti e dalle inondazioni. E ne è sempre uscito grazie alla gente comune, a gente qualsiasi, a quelli che si sono rimboccati le maniche.
Il fatto che la politica tradizionale sia in crisi è sotto gli occhi di tutti. Il fatto che il suo modo di organizzarsi, i partiti, lo siano altrettanto nemmeno questo li preoccupa. Non basta a regalargli un dubbi. Che la politica, cioè i partiti, creda che i cittadini siano al proprio servizio e un sospetto che nemmeno li sfiora. Al massimo disertano. Certo dovrebbe essere l’inverso ovvero la politica al servizio del cittadino, dell’elettore, della gente, al nostro servizio. Ma inutile riempirsi di parole quando ci sono davanti i fatti. Dicevo che il fatto che le politica non si occupi più di loro non li preoccupa. Vivono meglio senza pensarci. Eppure dovrebbero cominciare a preoccuparsi che sono loro che non si preoccupano più di loro stessi. Il muro è nelle loro teste. Che questo governo sia ladro, anche nelle giornate di sole, molti sono d’accordo. Poi, quasi tutti quei molti, pensando che anche il prossimo presumibilmente sarebbe ladro, o che ogni governo non può che esserlo, si comporta esattamente per far sopravvivere quello che c’è o per non far nulla per cambiare. Per me, anche il semplice cambiare, appurando che non si vada troppo al peggio, è qualcosa.
Gente che parla in garamond racconta che il disastro è contenuto. E’ consolabile sapere che sei nell’uragano ma che poteva andare peggio. Che infondo qualcuno si sta salvando. E che qualcuno s’era già messo in salvo. E’ una vita che conosco Marico Bordiga. Piemontese di quella terra, che come spiega Dalla, sta ai piedi del monte. In tutta quella vita l’ho sentito sostenere una unica cosa: che la politica va riformata, rifondata. Poi aggiunge che non se ne può più e che non ne vuole più sentire parlare di politica. Allora partecipa a seminari di macrobiotica e ad una associazione per combattere il bruco americano. Forse pensa che se un amministratore è ladro sia inutile provare a mandarlo via perché ne subentrerebbe un altro almeno altrettanto ladro. Alla fine si accontenta di avere un ladro da bestemmiare. E tutto questo non è solo perché lui viene da una storia di cristiani per la rivoluzione; ma erano tanti anni fa, quelli.
Natale si accontenta a dire che è solo il modello partito, come diceva già allora Gramsci, ad essere superato. Che bisogna trovare delle nuove soggettività per la politica. Non è che poi il PD lo dispiaccia troppo. Certo non è rivoluzionario, nemmeno comunista, forse nemmeno socialista, magari sarebbe già qualcosa fosse almeno riformista, forse semplicemente che fosse qualcosa, ma mica si può avere tutto. E poi Veltroni è un gran simpaticone, ma questo lo vede solo lui. Certo che lui sarebbe un gran bel e buon leader, non il Veltroni, proprio lui, Natale. Un po’ democratico e un po’ berlusconiano, ma di sinistra. Quando parla ho il dubbio che la parola sinistra non abbia il minimo contenuto. Ma lui è giunto alla storica conclusione che l’organizzazione della politica debba passare attraverso le gite, magari programmate e tra persone simpatiche, oppure quelle per i poveri vecchi a cui non pensa nessuno o lo fanno in pochi, di pensarci. E promuove l’acqua senza bollicine e le palline cinesi da Ping-pong. Per un paio di lustri storici s’è preso anche il lusso di distrarsi.
Certo qui non parlo di Politica, della vera Politica; della crisi della Politica, della crisi dell’organizzazione Partito, della crisi dell’economia cioè di questa economia post-capitalistica (crisi strutturale, a mio modesto parere, e di mercato), della crisi del mercato, delle ideologie. Io qui parlo della piccola politica. Io qui vorrei affrontare una cosa ben più semplice e misurata alle mie limitate capacità: la crisi del paese (città) in cui casa, soldi e altro, mi vedono vivere perché ho posto la mia residenza e comprato casa grazie ad un mutuo. Che poi le cose si cambiamo anche facendo le pulizie, spolverando, casa propria.
Ecco qual’è il mio problema, un’ambizione molto modesta, piccola: cominciare a fare pulizia a casa mia; senza aspettare una sorta di badante che se ne occupi per me.

Giorgio Gaber: Io non mi sento italiano [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gaber – 2003 – 03 – Io non mi sento italiano.mp3”]

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