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Archive for gennaio 2009

MARIANGELA VAGLIO

(nella rete, è Galatea)

si presenta alle Primarie del Centro Sinistra di Spinea del 8.02.2009

come indipendente di Sinistra con Spine@con

mariangela

da blogger a sindaco

la incontri anche in Facebook

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spineacon

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In questo quasi romanzo, di cui mi scuso la prolissità, quasi primo romanzo, cioè storia della prima storia, se parlo di Dio, argomento che non mi è consueto, non lo faccio con livore, né per blasfemia. Lo faccio anzi con simpatia. E’ solo una favola. Lo so che è uno solo. Chi altro potrebbe andarsene in giro con un nome tanto imponente pur nella sua brevità? Credo di averlo anche visto. Stava inseguendo, alla Gare du Nord, un ragazzetto che scappava con una valigia. Ma non limitiamo la fantasia; infondo è innocua, non fa male a nessuno.

fulmineTutta quella storia sulla creazione. Fatto aveva fatto, Dio, e anche l’uomo e la donna. Non poteva però dirsi soddisfatto. E poi quei due… non tanto per quella storia della mela. Incazzato s’era incazzato, è vero, e di brutto. Tanto che non gli era ancora passata. Ma c’era dell’altro. Sempre lì a bisbigliare, tra loro; ma cosa avevano tanto da dirsi. E poi a cercare disparte; a infrattarsi. E fortuna che non c’erano ancora le macchine. Valli a capire. Li aveva fatti lui, ma a capirli non ci riusciva. Aveva anche cercato di parlarci, veramente aveva perso la pazienza prima di cominciare, e gridato. E quando gridava la sua voce somigliava più ad un tuono che ad una voce. Avrebbe dovuto imparare a controllarsi. Egoisti e ingrati. Alla fine era stato proprio costretto a sfrattarli. E per un po’ se ne era stato solo lì a guardare. Quella sua Creazione. Come davanti alla televisione. A tifare ora per l’uno, ora per l’altro. Ora per quell’erbivoro a cui aveva fornito la velocità, ora per quel carnivoro che aveva dotato di maggiore arguzia. Solitamente, nella grande gara della vita, vinceva il cattivo, cioè, almeno in quei casi, la fame. Alla fine vinceva la noia. Non c’era verso di poter parlare con qualcuno.

Anche l’essere più introverso, e Lui lo era, a volte ha bisogno di dar sfogo alle parole. Nemmeno con gli angeli era riuscito a legare. Così impalpabili. Pronti a lodarsi e sbrodolarsi. Pieni di sé stessi. Sempre davanti allo specchio. Anche con qualcuno di loro s’era dovuto arrendere e perdere la pazienza. E poi che erano? Nel senso del genere. Ne carne ne pesce. A ben vedere non lo sapeva nemmeno lui. Meglio mandarli in giro. Una sorta di postini in prova. Di strilloni. In giro per il mondo ad annunciarle cose; quelle belle. Delle disgrazie tutti, anche i più stupidi, se n’accorgevano da soli. Avrebbero certamente fatto meno danni. E poi quelle ali, tutte quella penne che perdevano in volo, gli davano del prurito al naso. Forse aveva creato anche l’allergia. Insomma erano esseri che gli stavano proprio lì. Buoni per un confessionale, magari per raccontare una confidenza, una barzelletta, ma niente di più.

Alla fine la soluzione venne da sé, quasi scontata. Doveva crearsi degli amici. Degli Esseri del tutto simili a Lui. Qualcuno con cui chiacchierare, e, perché no, fargli vedere quel che era stato capace di fare. Ma mica era come fare l’uomo cioè la donna cioè un essere a somiglianza eppure inferiore. Che poi quelli non sai mai dove vanno a nascondersi. Quella non gli era mai andata giù. E poi quelli non creano, al massimo figliano. Così, detto fatto, si mise davanti allo specchio, si ammirò un po’, anche un altro po’, e schioccò le dita. Era soddisfatto. Proprio come un prestigiatore. Uno snap! ed una coppia perfetta; voilà! Cavolo! uguale identico, due gocce d’acqua. Così facile che si lasciò prendere la mano. In breve s’era fatto una corte di amici. Uguali uguali. Non si distinguevano l’uno dall’altro. «Come ti chiami?» «Dio.» «Anche tu?» «Si!» «E tu?» «Dio.» «E tu?» «Intanto usa la maiuscola per il Tu; Dio.» «Cavolo, come sei suscettibile.» «Meglio essere chiari fin da subito.» Non avrebbe tardato molto a rendersi conto che essendo perfettamente uguali lo erano tutti; suscettibili. «Anch’io.» «Anch’io cosa?» «Dio.» «Naturalmente.» «E ti pareva che.» «Anch’io.» Etc. «Ma… se ti chiami così Tu perché io dovrei avere un nome differente?» Ebbe il dubbio che sarebbe stato un bel casino, Pardon e excuse(z)-moi! cioè una vera confusione. Ma per un po’ non provò più quel senso brutto che gli umanidi chiamavano solitudine. Poi tutto diventa abitudine. E poi anche gli altri sapevano quello che sapeva Lui ovvero tutto. Non c’era gusto. Mai una volta che riuscisse a prenderli di sorpresa. E poi erano così… perfettini. Onniscienti. Assieme, all’unisono, decisero di inventarsi un gioco. Anche causa un tipo, che pare si chiamasse Carlo, chiamarono quel gioco l’Evoluzione. Il più lesto disse: «Io inizio la creazione di una superiore civiltà.» Non gli mancava certo la certezza di sé. L’altro disse con un gesto chiaro e ampio della mano: «Sparala più grossa.» Ma presto si convinsero che qualcosa dovevano pur fare e anche gli altri in coro, all’unisono, felici come bimbi, non si fecero attendere dal gridare giulivi: «Anch’io.» «Anch’io.» «Anch’io.» Il gioco, il passatempo, era stato ideato.

Il mattino dopo, tutti contenti, come ragazzetti qualunque, nonostante i lunghi e bianchi capelli, e la barba uguale, e gli anni, cioè… non c’era una misura per contare la loro età, erano lì seduti per terra a inzaccherarsi e a maneggiare e razzolare nel fango. «Questo direi che è proprio bello, le donne ne andranno pazze.» «Mi sa che combinerà un sacco di guai.» «Fa più danni un uomo bello che una bella donna.» «Lascia stare sulle belle donne; guarda cosa t’ha combinato quella. Magari era meglio darle un briciolo più di pudore.» «Ma quale pudore e pudore è il potere che l’acceca.» «Sarà anche il potere ma io quelli li capisco.» -Intanto continuavano distrattamente a parlare tra il serio e il faceto. Più che altro in faceto, lingua molto loro e molto conosciuta- «Certo perché tu ti immedesimi, a volte ho il dubbio che sei come loro. Che sei più uomo che Dio.» «Non dirlo nemmeno. Non ti permetto.» «Intanto te la guardi e forse provi un po’ di invidia.» «Invidia per quelli? Ne potrei fare di cose che a raccontarlo. Ti dimentichi che sono Dio.» «Proprio per quello. Dio quelle cose mica le fa.» «Cominciamo bene.» «Certo che anche ad essere Dio…» «Ma potrebbe farle.» «Non mescolarti con quelli.» «Questo è da vedere.» «Potevi almeno farla con le mutande.» «Se l’è tolte.» «Ce l’hai proprio la fissa tu con quel pudore.» «E tu non smetti di guardare.» «Certo che Beatrice.» «Fermati prima di dire.» «Certo che sei proprio come loro.» «Certo che sembrano proprio, come dire? divertirsi.» «Chiamalo divertirsi.» «Non mi viene altro senza essere volgare; io mica sono come te.» «Meglio quello della guerra.» «Per questo mica si fanno mancare nulla.» «Gli stiamo dando un po’ troppa iniziativa?» «Non vi sembra che siano sempre inquieti?» «Così imparano chi comanda.» «Quelli mica hanno capito che dopo la morte c’è solo la morte.» «Sono esseri di una stupidità incredibile.» «Cerchiamo di non farli ancora più stupidi.» «Già! Quello dice già che parla a mio nome.» «‘Sta cosa del nome non mi piace per niente.» «Cosa dovrei dire io? E’ anche il mio.» «Ragazzi. Forse dovremmo fare un po’ d’ordine.»

All’inizio sembra tutto facile. E’ il divertimento che lo rende così. Poi è anche il fatto che ci si lascia un po’ prendere la mano, che ci si sente sicuri, che si va un po’ di fretta. E ognuno pareva dovesse dire la sua. «Il tuo t’è venuto con la gobba.» «Ma l’ho fatto molto intelligente; e poi, come la chiami quella protuberanza che hai fatto dietro alle spalle al tuo che ti sei anche dimenticato di dargli il collo.» «Però l’ho fatto molto astuto, e gli ho dato anche il senso dell’ironia.» «Fai un po’ d’attenzione.» «Cazzo! Non vedi che non gli hai fatto la coscienza.» «Possiamo fargli fare il ladro.» «O il politico.» «Mai che siate d’accordo voi due.» «Il ladro te lo faccio io.» «Ma se hai già fatto Barabba. E poi parli tu. Non vedi che a quello ti sei dimenticato di soffiargli nemmeno un briciolo di cervello.» «Ma l’ho fatto fortunato.» «Mi sembra che i primi ci riuscivano meglio.» «Per quello erano fin troppo boriosi.» «Hai ragione: poi si credevano come noi. Minimo semidei come se andassimo a spandere figliume.» «E poi quella è un’altra storia. Che quelli nemmeno ci credevano. Ci immaginavano come una sorta di grande e gaudiosa famiglia. Litigiosi come una famiglia. Con tutti i vizi di chi sta in famiglia.» ­­-Forse era anche che da principio erano troppo presi e badavano meno uno all’altro- «Metteteci insieme anche quello che è andato a raccontare che era mio figlio e anche me.» «Storia buffa, però, ma che aveva del suo. Della vera fantasia.» «Infondo a me piacciono le storie. E poi aveva almeno un po’ di… inventiva.» «Non s’era mai sentito nulla di simile.» «Quello si limitava a soffiare la vita agli uccelletti.» «Non dire così.» «E poi ha parlato bene di Me.» «Vorrai dire di Noi.» «Già! poi s’è visto com’è finito.» «Già! ma è anche un poco colpa tua.» «Mia?» «Non far finta di non sapere; lo vedi anche tu il futuro, o no. E non parlarmi di autonomia; di libero arbitrio.» «Cerchiamo di fare più attenzione; alcuni sono proprio impresentabili.» «Non ci sarebbero i belli senza i brutti.» «Ma anche per i brutti c’è un limite. Così non hanno speranza. E poi va bene brutti ma a che serve esagerare.» «Ma non potevi farlo uguale a quello che t’era riuscito bene.» -a questo punto ho capito che stavano parlando di me- «E’ vero era quasi perfetto.» «E allora perché? Gli avessi fatto i capelli biondicci e mossi e gli occhi cerulei e una spanna più alto sarebbe stato perfetto. Solo che l’hai fatto che è già invecchiato subito.»

Dio se la rideva (e non solo lui). «Ha perso anche i capelli.» «Per quello non è mica il solo. Al tuo non ne è rimasto uno.» «Per quello a quello nemmeno i denti.» «Magari gli rendiamo la vita grama. A che gli servono se non troverà nulla da mangiare.» «Che fine ha fatto quella serpe di serpente?» «Ci si doveva stare attenti.» «Chissà ormai che fine ha fatto.» «Attenti e attenti, tranquilli non succede nulla; non qui. E’ poi ormai è fatta.» «Si sarà infilato tra qualche paio di lenzuola.» «Me la vedo già.» «Io questo l’ho faccio morire subito, non mi piace per nulla.» «Guarda che hai sbagliato, quello era il mio.» «Ragazzi, cercate di non fare confusione.» «Invece questo è che m’è proprio scappato.» «A quella gliele hai fatte fin troppo grosse.» «Intendi le pere.» «Sai che non dovremmo dire pere.» «Certo che è fatica: non possiamo dire pere, non possiamo chiamarle tette, decidiamo un nome che anche noi possiamo dire.» «Vedrai che non avrà di che lagnarsi e le riuscirà tutto più semplice.» «Vorrò vederla la prima volta al mare.» «Le spiagge non sono più quelle di una volta.» «Per quello tutto sta cambiando. Che poi se una ha un bel culo cosa vuoi dire? mi viene spontaneo definirlo un bel culo. Chiamarlo un bel sedere non mi sembra di definire la stessa cosa.» «Ricordatevi che anche l’etica ce la siamo creata noi. E poi un po’ di garbo, di educazione.» «Ne abbiamo fatte di cose sbagliate.» «Per farci problemi non abbiamo uguali.» «Parli proprio tu, guarda che piccolo gliel’hai fatto a quello; e per giunta me l’hai messo nudo.» «Mica l’ho già creato, l’ho fatto nascere.» «Sempre piccolo è, sai le risate. Sai come son quelle.» «E se abolissimo la sindrome da competizione.» «Resta piccolo.» -a questo punto Dio se la squagliava un attimo. Anche Lui, qualche volta, hanno bisogno di farla- «Guarda che c’è sempre qualcuno pronto a fare la spia.» «Guarda che se me lo fai senza spina dorsale non puoi poi mettergli un busto incorporato.» «Spargiamo la voce che non ci sono più gli uomini di una volta. Chee dite?» «Ripeto che i primi mi sembravano riusciti meglio.» «Meglio? guarda cosa t’ho combinato: direi che Bambola mi è proprio riuscita bene.» «Sai che a Lei non piace quando la chiami così.» «Insomma Lei. E’ proprio un angelo.» «Da dove te ne esci tu?» -si stava ancora sistemando le vesti e nemmeno lo stava ad ascoltare- «Non nominarmi quelli.» «Non li nomino, non li nomino, ma lei è proprio un vero angelo.» «Magari potevi farla anche due dita in più. Magari un po’ di più da per tutto.» «Io la trovo perfetta; deve solo imparare ad amarsi.» «E’ bravo solo Lui, sempre a criticare. Sai fare di meglio?» «Certo che hai abbondato in tutto il resto.» «Volevo mettermi alla prova.» «Voi state qui a parlare. Io ho deciso di essere musulmano.» «Guarda che mica lo puoi fare.» «Perché se è lecito sapere?» «Perché no.» «Questa mi sembra una buona risposta. E’ la risposta che mi aspettavo da te. Il solito che crede di saperne una più di tutti.» «E poi i patti sono patti.» «Se sto ad ascoltare Voi finisce che sbaglio di nuovo. Chi lo sente poi quello?» «Anche in questo caso cosa vuoi chiamarlo? Piccolo ma è un bel culo.» «Ma ci fai o ci sei?» «Guarda che chi si loda si sbroda.» «Dev’essere anche il materiale, ‘sto fango. Non dei migliori. E mi stava finendo.». «Non vedi che quella è merda?» «Sterco.» «Sempre merda è.» «Dovresti rifarlo.» «Rifallo.» «Non dire che l’hai impastato anche con la merda di bufala.» «Rifarlo? Cosa fatta capo ha. E’ tanto piccolo che nessuno nemmeno lo vede.» «Ma se scoreggia persino dalla bocca.» «Ragazzi!» «Volevo dire che uno così chi lo tiene? l’hai riempito di presunzione.» -Si sa come anche i Dio sanno essere dispettosi. Come si diceva: proprio come ragazzini- «E io te lo faccio subito ministro e anche professore e anche economista.» «Togligli almeno la voce. Se ascolti lui non c’è nulla che non è. E’ anche gracchia.» «Se lo stai ad ascoltare. Per cose fatte le ha fatte tutte. Finisce che ha fatto anche noi.» «Chi vuoi che lo stia ad ascoltare uno così?» «Guarda che continui a farli e poi ti dimentichi di soffiarli dentro l’intelligenza. Neanche un briciolo.» «Sì! ma gli ho fatto la simpatia. E a quello gli ho messo due occhi imploranti che tutti dicono “poveretto”. E poi è che l’ho finita.» «Potevi chiedere.»

Quello più infangato se la godeva più d’un mondo. «Ho chiesto a Dio. Sai com’è lui, sempre geloso delle sue cose.» «Parli proprio tu, guarda come hai fatto quella.» «Vuoi dire Carla?» «Proprio lei.» «Cos’ha che non va?» «Direi tutto.» «Spiegati.» «Le hai soffiato tutta la perfidia che ti era rimasta, l’hai riempita di antipatia e invidia; pare un mostro. Ci mancava anche l’arroganza. Non hai proprio il senso della misura. Direi che è una donna orribile.» «Era una prova.» «E gli occhi da serpe? Da crotalo?» «Io direi più da ramarro.» «Ti ci metti anche tu?» «Gli occhi sono lo specchio dell’anima.» «Questa credo di averla già sentita.» «Falla finita tu con tutte le tue citazioni.» «Cercate di lavorare meglio e di non star sempre lì a discutere e a criticare.» «E’ che mi sembra che non stiamo facendo un bel lavoro.» «Tanto si rovinano da soli.» «Vi devo stare ad ascoltare ancora tanto?» «E quello cosa mi rappresenterebbe?» «Sono tutti figli di Dio.» «Per me fermati un attimo che sei in confusione.» «Confusione a me. Questa è arte.» «No! questo è un problema.» «E’ quello?» «Cazzo! E quando ci vuole ci vuole. Quello l’hai fatto veramente stupido.» «Era una prova.» «Sì! un prototipo.» «A ben pensarci… è uno stupido allo stato puro.» «Una sublimazione della stupidità.» «Quasi quasi mancava nel nostro bestiario. Ma anche no. Potevamo farne a meno.» «Dobbiamo farne degli altri. Quelli sono… figure che amano stare in compagnia.» «Ormai che la frittata è fatta.» «Ci sarà di che divertirsi.»

Dio, cioè tutti Loro, si sa che Dio non ammette il plurale, di tanto in tanto si fermavano soddisfatti a osservare il fatto. «Cosa stai guardando così attento?» Si fece una risata. «Le ho messe in una stessa stanza.» «Chi?» «Quella che sembra un angelo e quella che tu hai chiamato Carla.» «Questo è crudele.» «Guarda, le guarda nella scollatura.» «Per quello mi sembra che stai sbirciando anche tu.» «Ma io sono Dio.» «Ogni scusa è buona.» «Controllavo.» «Ma le donne si guardano tra loro?» «Sempre.» «Non è che…» «No! è solo che sono esseri invidiosi.» «Mi parli sopra; fammi finire. Mi sembri uno di loro. La guarda perché ha vent’anni di meno. E anche vent’anni fa non avrebbe potuto.» «E’ colpa sua.» «Come non detto. Vero?» «Scusa!» «Certo che te la prendi per niente.» «Non sono io quello della mela.» «Non mettete di mezzo Me tra i vostri bisticci.» «E tu non cambiare discorso.» «Fai presto a parlare Tu. Mica sei migliore di Me. Vuoi sapere la verità: è che non avevo ancora finito; m’è scappata così, un po’ informe.» «Chiamalo un po’.» Diciamo che è un po’ più di troppo.» «Se l’è trovato o no?» «Non so come ma tra l’uno e l’altra non so chi è peggio.» «Se l’è trovato o no?» «Non è una ragione sufficiente, non fare se devi fare male.» «Cos’ha lui che non va?» «Cos’è che va, vorrai dire? E poi con quegli occhi.» «Cos’hanno gli occhi?» «Quelle due fessure? Ti guardano che sembrano dirti: sei stato tu, vero? a fare la puzzetta. Persino Io, che fino a prova contrario sono Dio, mi troverai a sentirmi colpevole ben sapendo che la puzzetta l’ha fatta lui.» «Quello, te lo dico io, vedrai, farà strada.» «Speriamo anche no.» «Di che t’impicci tu?» «Quello, credi a me, la fa a piedi.» «Se non state un po’ zitti. Questo lo devo proprio rimpastare. L’ho fatto senza buco. Peccato.» «Un altro povero?» «Di quelli se n’è fatti già a uffa.» «C’è posto. C’è posto.» «Lo rifaccio. Lo rifaccio. Questo scoppia.» «Guardate questa. M’è venuta incontinente.» «Sì! ma di parole.» «Guardi la pagliuzza.» «Lo rifaccio.»¹


1] Mi è uscito lungo, molto lungo. Avevo pensato di dividerlo e postarlo in giorni successivi. Ho deciso di postarlo così com’è, punto. Può bastare per alcuni giorni. Può dividere la lettura il navigatore. Con ultima logica ogn’uno può fermarsi nel preciso punto e momento in cui finisce il tempo o la pazienza.

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Credo non si fosse capito: io sono un uomo, un uomo di sinistra. Cosa vuol dire? Mai una risposta si è fatta tanto complicata. Solo alcuni anni fa sarebbe stato semplice. Ora non più. Lo sono perché lo sono. Ma forse è la parola che ha perso il suo senso. Lo sono è basta. Non è più una questione ideologica. E’ una questione di sensibilità. Non è militanza. E’ scegliere la parte. E’ un vestito; forse trasandato. Una pelle. Lo sono e non so essere altro. Lo sono perché quando sono nato ero nudo. Perché tutti nascono nudi. In un certo senso uguali. In un certo senso nudo sono rimasto. Lo sono perché ho fame. Una fame non mia; è la fame intorno, come una epidemia. Lo sono perché non sono nato giullare, né servo. Perché credo (ancora, testardamente) che l’uomo possa prendere in mano il destino dell’uomo. Perché voglio mangiare del mio piatto; del mio sudore. Perché non ho mai percorso le scorciatoie. E ne sono ammalato: ho allergia al potere. Di un potere che non è più solo arrogante, violento, prepotente; nemmeno subdolo. Di un potere (cioè di potenti, o piccoli che credono di esserlo) che è solo miope; troppo spesso stupido. Di troppi in cerca di padrone; a guinzaglio. Tenuti da una mano che tiene più guinzagli. Ecco una ragione: sono di sinistra perché odio la parola padrone. Ha un suono troppo assordante, imperioso, tronfio. Non fosse realtà sarebbe iperbole. E’ un superlativo assoluto; con una corte intorno. Una corte di cortigiani.
Ieri ero a casa mia. Non volevo uscire dal bozzolo. Non c’era nulla ad aspettarmi fuori. Solo con i miei pensieri. Un gusto amaro in bocca. Una mail sullo schermo. L’istinto di conservazione. Una inutile testardaggine. Un senso epocale di sconfitta, di scoramento. Guardo dalla finestra e la città non c’è. Forse non c’è mai stata. Ma la sinistra, quella sì! c’era. C’era? C’è solo una leggera nebbia. Ne ho un vago ricordo, lontano, un sapore, un gusto, di quella presunta retorica politica. Resto qui, in questo posto che nessuno sente suo. Dov’è Spinea? Spinea è una cittadina a ridosso di Venezia. Ventiseimila anime, circa (sia il numero che i soggetti sono approssimativi). Un piede dentro e uno fuori dai confini; veneziani lo sono e rimangono molti dei suoi cittadini. Tutti a dire da dove vengono, al massimo dove andranno; mai dove sono. A pensarci non vengono buoni pensieri. Chi mai potrebbe dedicargli una canzone, a Spinea.
Spinea è quel posto che qualche volta ho raccontato. Mettendoci del mio. Mescolandolo a fantasia. Di suo ha poco da raccontare. Ha molto da spettegolare, ma di quello è più prudente tacere. La mia Spinea ruota attorno ad un bar. Chi è già passato da queste parti lo sa. La mia Spinea ruota attorno ad alcuni personaggi. Magari anche singolari. Con delle loro specificità. Ho il dubbio che se ne trovino in ogni città, in ogni accampamento. Ricordate Gerardo cioè il Canapa? O Toni quattro polmoni? O Martino? E gli altri? E altri ne potrei introdurre.
Le belle donne. La dolce e ammiccante Violetta. Jomila col suo accento affascinante. Egezia che è nata nel mio stesso pianerottolo. Tiziana dalle lunghe leve e i lunghi biondi capelli. La rossa che è rossa e questo basta; ho sempre conservato un interesse per le donne rosse. Quella ragazza di colore che ha un sorriso che ha tutti i colori di un alba violenta. La gradevole Maristella, ma di lei se n’è parlato all’ingrosso, e definirla solo gradevole e scipparla di tutti gli altri suoi incanti. Avei forse dovuto nominarla per prima. La giovane donna allo sportello delle poste. E la signora Antonia, con il suo gran bisogno di parlare. E Alberta che quando canta anche gli usignoli la stanno ad ascoltare. E Giorgia che non cammina più, ma guarda ancora le cose con la stessa affascinata sorpresa. E Irene che arrossisce al solo guardarla. E quelle grosse di Marta.
E le brutte. Di queste ultime non si fa mai il nome. Anche a nominarla, Carla, comprometterebbe l’estetica del post. O la voce gracchiante e irosa di quell’altra. Per lei non si possono che usare i puntini sospensivi. Ma della prima non c’è uguale. Lei trova da ridire anche quando c’è solo da prendere il pane. E quell’altra con quel cagnolino orribile che abbaia a tutti e la fa da per tutto. Però lei la raccoglie, quella del cane. E quell’altra ancora che guarda tutto e tutti solo da dietro i vetri chiusi. O quella che non manca mai dalla parrucchiera per non perdersi gli ultimi pettegolezzi. E quella che sa tutto dell’ultima edizione del Grande fratello. E continua a dire ossessivamente che quelle di Cristina sono troppe. Che una donna dovrebbe essere donna. E infine quella che il marito se n’è andato e tutti a dire poveretto.
Personaggi che potrebbero stare in ogni posto, in ogni storia, in ogni romanzo. E poi Sileno, e Ruggerio, e Battista, che il nome da servitore gliel’hanno dato i suoi fin dalla nascita, Ambrogino, proprio come quello d’oro, che non è mai stato a Milano, Andrea che non ci abita né mai ci abiterà ma che è uno dei grandi numi tutelari, Mirmidone il timido e GianAntonio che è stato dio ma anche satana e ha duemila anni e anche altri ancora, e l’astronave in avaria parcheggiata poco lontano, ed è morto più di due volte prima di ricostruirsi, in parte bionico e in parte no; a lui hanno rubato la memoria ma ricorda tutto, e ne ha altre mille storie da raccontare, ma le sue storie sono nate dopo un incidente, e Gisello che ha preso i voti e poi s’è spretato, e Galileo che impasta il pane perché di studiare non ne ha mai avuto voglia, e Nazzareno ch’è preoccupato poiché anche a lui stanno chiudendo la fabbrica, e Elisabetto che a tutti quelli che incontra chiede una sigaretta, e altri ancora.
Recentemente si sta facendo protagonista Guglielmo Stuarda. Dovrei far ricorso a tutta la mia fantasia. Anche tacendo sarebbe parlarne troppo; dargli una importanza. E’ sempre stato nulla. Si sta ritagliando un ruolo e resta nulla. Insomma una folla, gente che passa, che si può incontrare; a cui fare un sorriso o risparmiare anche su quello. Alcuni hanno una idea politica, ma non è necessario. E ci sarebbero anche i resuscitati di cui parlare. Qui, a Spinea, si dovrà comunque decidere che governo darsi. Si comincia a pensare che è meglio pensare prima alle prossime amministrative che pensarci dopo. I cittadini di Spinea sono litigiosi come quelli di ogni altro posto. Passionali a gradazione zero. Prima del tempo ci saranno molte sinistre e altrettante destre. Magari poi proveranno a parlarsi. A tempo debito. Quando sia questo tempo mica è dato a sapere. E si parleranno senza barriere ideologiche. Capita così di assistere a dei veri virtuosismi, a dei tripli salti mortali, e voilà! chi era di qua te lo ritrovi di là e viceversa. Insomma niente ci distingue dagli italiani.
spineacon La politica è quella che ha creato mostruosità come la Striscia di Gaza. Che toglie la terra ad un popolo e si inventa uno stato. La politica a tante cose e anche il loro contrario. La politica è quella che quando tace parlano le bombe. La politica è anche ideali e passione. All’inizio dicevo che sono uomo di sinistra. Mica che sia così facile; semplice. Abbiamo escogitato di dare un riferimento a tutti quelli di questa martoriata parte che non si sentono rappresentati dagli attuali partiti, che non si riconoscono in loro o che non hanno referenti nella scena politica locale. Ci siamo inventati un movimento e gli abbiamo dato nome Spine@con. All’inizio sembrava tutto facile. Proseguendo si è rivelato tutto molto più che difficile. Ora, per il momento, Spinea ha una coalizione di centro sinistra. Ora, per il momento, vi partecipano quattro soggetti politici, compresi i pochi pazzi che mi stanno attorno:

pd

idv

ps

spineacon

I candidati saranno quattro, tre li propone il Partito Democratico. Noi invece appoggiamo una donna, giovane, carina, colta e intelligente; un’indipendente di sinistra

(tutte novità per una candidato Sindaco)

Mariangela Vaglio

candidata alle primarie della coalizione di Centro Sinistra

per il comune di Spinea (VE)

Fiorella Mannoia: La storia

[Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Mannoia – La storia.mp3”]

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poesiaEra un pessimo attore
anche come giullare
sbagliava le battute
mancava le entrate
ed era quasi sempre ubriaco
e ogni volta d’un vino diverso.
La voce era impastata.
Era un istrione
ma anche nella vita
restava un pessimo attore.

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melaAnche questo è amore. Anche questo con Teresa. E’ facile star lì e giudicare. Io non lo faccio. Ho anni di allenamento. Naturalmente la sto aspettando. Sì! la sto aspettando. Lei si fa sempre aspettare; quando arriva, se arriva. Sono passate le sette, lo vedo nel display. Se arriva so già che ha una scusa molto carina e che sarà carina. Se non arriva lo farà per ragione buona. C’è solo un’altra donna seduta ad un altro tavolo. Anche lei, continuamente, volge lo sguardo fuori, oltre la vetrina. Lei invece controlla l’orologio. Mi sa che anche lei aspetta. Le sue gambe dondolano nervose. Io ho atteso e poi ho preso un caffè. L’ho bevuto amaro prima che si freddasse. Comincia ad affievolirsi la speranza. Lei, l’altra donna, rigira il bicchiere sudato di una bibita tra le dita. I suoi occhi paiono non accorgersi d’altro. Rimette gli occhiali da sole.
Lei, Teresa, è brava a fare le fusa. Allunga la mano con facilità e naturalezza. Prende la mia e mi stempera l’animo. La sua mano è sempre stata molto confidenziale. Ricordo la prima volta. E’ buffo come il ricordo sia un ricordo evanescente; prossimo a svaporare. Non può sapere che so. Ma lei ha vent’anni e io no. Lei ha vent’anni: è libera come l’aria. Non può conoscere quella canzone. Era troppo giovane allora. Mi ha detto “Sono come te. Neanch’io cerco una storia. Cerco la storia. Voglio la favola“. E l’ha detto facendo le fusa. Come mi confidasse il suo segreto. E l’ha detto in un sussurro. Io non glielo avevo chiesto. Perché? E’ bello stringerla tra le braccia. Volerle credere. Vorrei essere romantico e non so non esserlo. Se la guardo negli occhi i suoi sembrano sognare. Io perdo il filo. Le parole vengono a mancare. Ho sempre aspettato molto. Forse non c’è più posto per uno come me. Mi odio quando lo devo dire. Infondo è ancora bello sognare.
La continuo a cercare ancora anche se so che non è lei. “Tu sei la mia storia, sei la favola, grazie“. E’ strano come suona sgradevole quel “Grazie“; come fa male. Eppure sembra sfuggirle come un bisogno dalle sue labbra rosse di rossetto violento. Lei che mi bacia la guancia. Poi mi pulisce con il fazzoletto; ridendo. Comincio ormai a pensare che non arriverà. Che è stata trattenuta. Infatti. Suona. Sul cellulare mi annuncia che s’è dovuta proprio fermare, un’amica. Nulla di grave: un leggero malore. Il messaggio dice: 1amica. Scusa. Nn arrivo +. Odio il linguaggio dei messaggio. Non che ormai non lo avessi capito. Mi sembra di averlo già letto. E poi quel + che tipo di più è?
La sconosciuta se n’è andata. Sognare non è un vizio, è un bisogno. Sognare la notte. Pensare senza prendere il sonno; sprimacciando il cuscino. Guardando il soffitto nel buio. Alzarsi da questo tavolo di questo bar e non sapersi rassegnare. Capire e non volere capire. Pagare solo per una consumazione. Dirmi mentendomi che questa sarà l’ultima volta. Ricordarmi che non ho più vent’anni. Avere la pelle sensibile e le cicatrici di questo tempo trascorso. Trovarsi improvvisamente vecchio. Temere gli occhi alla cassa. Fuori s’è fatta la notte. Torno a casa. Accendo il lettore. La canzone suona come una nota ironica. Il male non è mai male abbastanza. Eppure lo so, Teresa, non posso avere di più, e, come dice la canzone, mi basta quello che mi dai.
Sergio Endrigo: Teresa [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Teresa.mp3”%5D

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Ne ho accennato con un certo pudore; fin dall’inizio. Poteva sembrare uno scherzo ma non lo è mai stato. Ci sono cose e valori in cui credo. La politica può essere passione. Può ancora essere l’arte nobile di governare un territorio; di pensare agli altri, ai meno protetti, ai più deboli. Magari un giorno la racconteremo tutta questa nostra avventura. E le storie che mi piacciono sono quelle che hanno un buon fine.

pd

idv

ps

spineacon

una donna, giovane, carina, colta e intelligente

(quattro novità per una candidato Sindaco)

Mariangela Vaglio

candidata alle primarie della coalizione di CentroSinistra

per il comune di Spinea (VE)

Fiorella Mannoia: La storia

[Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Mannoia – La storia.mp3”]

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raccontiDi Lei forse è meglio non parlare. Per simpatia. Per galanteria. Per rispetto. Per conservare quel minimo di intimità anche nelle situazioni più tragiche. Su Lui, lo stesso narratore, che solo per sua innata fortuna non è stato direttamente presente, preferisce non farlo. Non saprebbe come giustificarlo. Che ragioni addurre. Raccapezzarsi. I fatti, in sé, parrebbero di una banalità disarmante. Insomma era il suo compleanno; di Lei, per inciso. Si era organizzata una cenetta. Forse il primo errore era stato organizzarla a tre. Infondo cosa centrava l’altro. Era una caro amico ma una coppia dovrebbe riservare solo per sé le proprie scadenze. Certe intimità. Loro, Lui e Lei, erano una coppia da anni. Da tanto tempo che quasi non serviva nemmeno che si parlassero. Bastava un’occhiata.
Forse il secondo errore era stato che lui era passato ugualmente in ufficio; non aveva potuto prendersi una giornata di ferie. Lei invece aveva tutto il tempo a disposizione e voleva che tutto fosse perfetto. Quando erano arrivati i fiori aveva letto il bigliettino e si era lasciata appena commuovere e li aveva messi in un bel vaso. Sarebbero stati il centro della tavola. Aveva deciso di preparare pesce perché sapeva che a Lui piaceva il pesce. Era andata presto al mercato ed era soddisfatta di averlo trovato fresco. Un rombo che era una meraviglia, delle alici e un chiletto di cicale di mare tutta carne che, con un cucchiaio di aceto, sarebbero venute una meraviglia. Al terzo tentativo era riuscita anche a far montare la maionese. Le quattro uova impazzite erano finite giù per lo scarico del lavello. Le sembrava di avere fin troppo tempo ma avvicinandosi l’ora si accorse di avere solo quello necessario. Si guardò allo specchio è provò ancora soddisfazione di sé. Lui doveva portare il vino. Sperava arrivasse presto perché è buona norma servirlo fresco, quasi ghiacciato.
Lui l’aveva messaggiata appena giunto in ufficio e aveva lavorato guardando continuamente l’ora nella attesa. Era certo che lei avrebbe preparato il suo famoso brasato al barolo. Veramente era Lui che faceva un magnifico brasato al barolo e Lei ne era ghiotta. Aveva procurato un paio di bottiglie dello stesso vino, barolo, le più costose, per bagnare il manicaretto. Sarebbe volato a casa e il tempo di darsi una rinfrescata e cambiarsi e sarebbe stato tutto per Lei, per la festa. Certo non poteva nemmeno lasciare quell’ultima pratica. Aveva pensato ad una collana, poi aveva ritenuto che fosse troppo impegnativa, l’aveva già vista, poi era tornato ancora sui suoi passi, e un’altra volta ancora. Alla fine se l’era fatto consegnare in ufficio giusto in tempo e raccolte le bottiglie era sortito per la serata. All’ospite avevano dato appuntamento alle nove. Forse tardi. Sarebbe rimasto, dopo, poco tempo per loro. Fu in quel preciso istante che si pentì dell’ospite.
La cosa invece si complicò appena giunto a casa, vestito ancora così come si era vestito il mattino. Lei lo pregò di mettere il vino il frigo. Lui Le spiegò che il rosso va solo fatto ossigenare. Lei gli chiese, cominciando ad innervosirsi, da quando si serviva con il rosso. A questo punto per Lui fu chiaro che non avrebbero avuto brasato per cena, e che non era quel vino che Lei si aspettava portasse. Gli animi si cominciarono a scaldare. Lei che aveva pensato al pesce per essere carina con Lui. Lui che aveva immaginato il brasato perché infondo era la festa di Lei. Lei che osservava che ormai era tardi e, come avrebbero potuto fare, non poteva certo servire il pesce con un rosso e oltretutto anche robusto. E poi che idea era la sua, anche si fosse trattato di brasato mica è fine accompagnarlo con lo stesso tipo di vino usato per la cottura. Succede. Una parola tira l’altra. Il senso delle parole si perde man mano che si alza la tensione e gli animi si scaldano. Alla fine lui brandì le bottiglie, prima l’una e poi l’altra, e ne fece l’uso a cui non erano destinate. Fece un gesto che se avesse contato almeno fino a ventiquattro non avrebbe fatto e che, certo, non avrebbe ripetuto, e di cui si sarebbe pentito. Poi infilò la porta e lasciò la casa. Detto per inciso, e fuori del contesto del racconto, da quella porta non sarebbe mai più rientrato. Per il gesto e per l’orgoglio reciproco e le reciproche ripicche. Può sembrare stupido porre fine ad un’unione di ventiquattro anni per una bottiglia di vino, anzi due, rosso anziché bianco, quando sarebbe bastato parlarsi. Anche se a volte le parole servono per quello che servono e a volte trovano una loro utilità; ormai erano inutili.
Lei aveva messo un vestito nuovo delizioso e già s’era convinta di averlo fatto inutilmente. L’ospite arrivò puntuale che il disastro si era consumato. Lei stava piangendo ma erano lacrime di rabbia. Cercò di capire cos’era successo ma per risposta non ebbe che un “Non metterti anche tu, ora! Mai è poi mai mi si convincerà di portare a tavola del pesce con il rosso”. Quel pesce era finito nel sacchetto dell’umido, e lui comprese che sarebbe stata una cenetta piuttosto leggera. Certo non aveva potuto immaginare e non si era organizzato nessun programma alternativo. Finse che la cosa non avesse troppa importanza. Lei prese a scusarsi. Lui cercò di confortarla. L’aiutò ad arginare il sangue nella piccola ferita che si era fatta nella foga della rabbia. Lei non riusciva a liberarsi di quelle lacrime. Lui, uscendo, decise che in qualsiasi prossima occasione simile avrebbe preferito il vino portarlo lui.

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matrioskaIo. Sì! proprio io; quello: pronome personale di prima persona singolare; di ambedue i generi (se fossi donna non cambierebbe, sarei, comunque, una io). Proprio quello. Che deriva da eo dal latino ego (questa non la sapevo). A leggere si impara sempre qualcosa. Insomma io. Dovessi dar retta alla filosofia dovrei essere il soggetto pensante e cosciente delle proprie modificazioni. Ma ci pensate? Io? Mortificante. Stando invece alla psicanalisi sarei l’attività che organizza i processi consapevoli della psiche e si pone come intermediaria tra l’Es e il mondo reale. Beh! Sono solo io. Non mi credevo tanto. Intendo dire io e non altro che io. Io usato come soggetto. -Tranquillizza sapere che potrei fare anche il predicato.- Je moi. Qui. In questo preciso istante. Parola di due lettere. Due lettere vocali. Io. Quello che pettino in fretta. Quello che rado solo quando mi aspetta Lei. Quello a cui annuso le ascelle agitato. Che mi suda addosso. Che indossa le mie camicie. Persino si infila nelle mie mutande. Arrossisco al solo pensarlo e doverlo ammettere. Che sa dove sono persino al buio. La compagnia delle mie solitudini. Quello che quando mi guardo allo specchio mi fissa con aria cupida. Da dietro gli occhiali graduati. Quello che so che sarà il mio carnefice, il mio boia, colui che mi suiciderà. Proprio quello. Odioso. Insopportabile. Invecchiato sin troppo in fretta. E dire con non volevo parlare di me.
Al limite non so nemmeno cosa. Cosa è questo. Quello che mi sto apprestando a scrivere. Se è un post. Se è solo un commento ad un post mai scritto. Se è vita. Se è racconto. Se è diario di un diario. So che è solo divertimento. Per andare stavo andando. Andare forse è troppo. E’ un verbo che presume decisione. Volevo solo uscire. Come spesso. Uscire. Cercare aria da respirare. Aria che si spande senza mura. Anche se aria mischiata di pioggia. Anche se aria mischiata di nebbia. Nemmeno sa cos’è, così sottile. Lei stessa. Se l’una o l’altra. Se pioggia o nebbia. E il vento la spruzza. E un miei passi ciancicano strade bagnate. Clacchettano rumori liquidi. Vado Diretto. Vado verso via dei matti. Via dei matti, al numero zero. E vado là senza un perché. O forse perché troppi anni mi pesano addosso. Le spalle ingobbite. La testa schiacciata, dal freddo, dentro le spalle. Lo sguardo appannato. E questa tosse che mi squarcia il petto. Che fa girare gli altri; tranne quelli troppo riservati. E penso di pensieri che vanno dove vogliono. E mi ricordo, e poi ancora, che più tardi la potrò vedere. Per andare vado. Il ricordo si trascina sempre dietro alle cose.
Lui. Uno dei cantori di anni più facili; se c’è qualcosa di facile. Un altro. Lui aveva una professoressa-madre. Lo sapevo che finivo qui; a Lei. Io ho una professoressa-amica. Un’altra mi direte. Sì! un’altra. Come dire che a sbagliare ci si prende gusto. Sono queste le mie stanze. Ricordi che si ripetono. Che si ossessionano tra loro. Ma questa è alta, bionda e mette maglioni morbidi. Maglioni morbidi che abbracciano pieni di abbracci coinvolgenti. Morbidi anch’essi. E si calca un cappello in testa. Ma il suo è di lana. A pensarci è piena di cose morbide. Persino il suo sorriso lo è. E di quello non fa parsimonia. E’ che mi ha rubato una carezza. Una donna può essere tante cose. E può essere anche professoressa. Anche se non si porta un’agenda in borsetta. Alla fine è sempre un sospiro delicato. Ha in tasca un fazzoletto di carta e uno di tenerezza. Se piange le sue lacrime fanno lacrimare il cielo. Se piange ti piange dentro.
Prendi il caffè?
Meglio una cioccolata.

In questi giorni. In questi giorni che hanno confuso il giorno e la notte. Così senza tempo. Dove la notte è una compagnia lieve e paziente. E ti spinge violentemente; violentemente a spogliarti. A dire. Anche il non detto. Lo sapevo che sarebbe successo. Anche con lei. Lei che mi ricorda, con parsimonia e delicatezza, che mi son mangiato alcuni accenti. Anche lei. Lo so chi sono. Ne provo vergogna. Non avevo pensato si potessero mangiare. Invece sì. E non ero così affrettato. Così affamato. Speravo solo che non se ne accorgesse. Non è mai facile sentirsi osservati. Osservati da occhi attenti, non allenati a distrarsi; mai. –Perché non ti lasci distrarre dalla cioccolata? Perché non ti abbandoni solo a quella?– Eppure quando parlo non li scordo. E’ tradurre le parole che tradisce. Metterle dentro un pezzo di carta, uno scritto, qualunque. E’ della fretta. E’ del carattere. E’ di quella cosa di cui son fatte le persone. Io sono fatto attraverso i miei timori. Per quei percorsi mi sono fatto. Eppure, nonostante tutto, le amo queste mie cose. E questo le rende definitive. Ma ho visto anche di peggio; dove vedere si intende sentire. Udire. Mi ha detto che sì! ho messo una subordinata esplicita. Lo avrebbe potuto fare anche Lei. L’ho guardata. Non sapevo nemmeno di averla messa. Non sapevo di che parlava. Mi deve essere scappata. Dove l’ho trovata? Mi deve essere rimasta impigliata da vecchie letture. La memoria è quella che è. Mi ha detto che l’avrebbe potuto fare. E perché allora non l’ha fatto. Entro in confusione. Forse non è nemmeno Lei, così tignosa.
Lei o Lei? così diverse. Forse il ricordo non le appartiene. Forse è di chi coniuga in mille modi il noi. Di chi ha una Storia. E poi un’altra. E un’altra ancora (magari senza maiuscole). E sottilizza perché certe cose non sono storie. Lei che mi ha messo in questi panni. Che mi ha condannato. Che ha avuto il coraggio di dire una parola difficile: di cinque lettere. E non era quella che speravo e temevo. E non era la parola giusta. O forse sì! Anche Lei amica e professoressa; Lei per prima. Lei che coltiva i silenzi. Di cui forse mi avrebbe fatto più male un sì. Perché non l’ha fatto è basta? Perché avrebbe dovuto usare un condizionale ipotetico. Evito di estrarre in dettaglio. Mescolo la mia cioccolata. Prima di aver il terrore di essere ripreso: mescolo lo zucchero nella mia cioccolata. Meglio parlare di musica. Molto meglio. Sempre meglio che di Condizionale Ipotetico. Il colpevole dell’ultimo libro. Persona infida a prima vista. Subdola. Sfuggente. Ipotetico appunto; come il suo cognome. Che ama celarsi dietro un sorriso amicale. Come pochi altri.
Hai voglia a dire che i giorni son tutti uguali. Ce ne sono di più uguali. Il tempo passa e non torna. Abbracciami forte per salutarmi. Nelle mie intenzioni c’era solo la voglia di scrivere un post. Un commento. Un non so. Se lo avessi saputo mi sarei mangiato le unghie; piuttosto.

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colombaContro qualsiasi guerra, continuo a postare una canzone. Qui propongo Vasco Rossi con la sua interpretazione di Generale

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melaA qualcuno piace la storia antica, e sull’argomento ha ben più titolo di parlare di me. Personalmente sono sempre stato affascinato dalla loro mitologia; non che ne sappia poi molto. Mi arrampico in un argomento non mio. Certo che ne hanno dette e fatte in quei tempi che a pensarci qualche dubbio sull’evoluzione della specie viene. Forse più di qualcuno.

In realtà stavo pensando a tutt’altro: a come dire in modo semplice come questa società sia tendenzialmente portata a divorare i propri figli. A farla breve cerco un riferimento, come fanno quelli studiati. Sfogliare memoria con gli anni diventa impresa che nemmeno sorprende più, e non trovo di meglio che impastoiarmi col mito di Crono. Non mi viene altro. Ma non sarebbe venuto in mente solo a me. Prendo una coka e ne parlo. Scopro che anche a dire di altri è un riferimento adatto. Cosmogonia complessa di argomenti e viva. Stavolta, nel mito, c’è un po’ di tutto e forse di più. Son così i miti, non si risparmiano né per le pagine né a sottilizzare sugli argomenti. Saltano di qui e là e fanno di tutto un caos. Potrebbe essere di traccia per qualsiasi argomentazione. Di post ne potrei scrivere due. Anche di più. E forse di meglio. Cerco insolitamente di andare con ordine, ché la cosa mi affascina e mi intriga.
Torniamo nel caos perché tutto nasce veramente dal Caos. Bel tipo questo Caos; uno che s’è fatto proprio da sé. Insomma, senza stare a sottilizzare; ti si inventa. Non quelli che hanno già qualcosa. O che hanno un padre. O una azienda avviata dietro le spalle. Una sorta di dio ma meno ordinato. Non di quelli che si fa un calendario di lavoro. E poi riposa la domenica. Forse si potrebbe dire ancor più casinista. Meno artigiano e più artista. Improvvisa. Fa e disfa e non sempre sa quello che fa o perché lo fa. Gli è venuto così. Ma anche di lui non c’era verso di liberarsene. In qualsiasi parte andavi te lo trovavi tra i piedi. Non certo un padre di quelli facili. Potremmo dire un po’ invadente. E’ da lui che nascono Urano e Gea. Potremmo dire sangue del suo sangue e carne della sua carne. Figli del suo seme se le cose non si complicassero un po’, sia per la paternità (ma anche maternità; probabilmente al tempo le anagrafi non erano così precise), sia per quel loro strano rapporto parentale, cioè per come lo vivono.
Urano lo vive come molti uomini vorrebbero viverlo, in uno stretto rapporto affettivo al ventre materno. Urano si aletta, come si potrebbe dire con termine ospedaliero, e, usando un linguaggio un po’ meno forbito, mette sotto la madre. Non era certo come certi personaggi moderni che tanto vantano ma alla verifica dei fatti… Che maschio Urano. Chi non invidia la sua maschilità? La sua caparbia possanza instancabile? E’ talmente preso nel fare che per generare genera ma non dà nemmeno il tempo alla povera donna, terra, di partorire i suoi “piccoli”. Lui non si ferma un solo istante. E’ forse questo l’amore universale? E non parliamo di morale. Ogni tempo si inventa la sua, di morale. Non c’era in giro nemmeno un confessore. Di cosa ci si poteva perdonare? Si stava, allora, creando il mondo. Inventando la Storia. E mica quella piccola. Mica una barzelletta. La Storia vera. Se ne parla ancora. Una Storia fatta di quello che si ha, e di un buon letto.
Ma si sa come sono fatte le donne, sono volubili. Lei, Gea, dopo un po’, a dire il vero un bel po’, si stanca. Forse, la povera donna, aveva anche le sue buone ragioni. Ormai doveva anche pesarle avere sempre sto impiastro addosso. Forse cominciava a invecchiare; puzzare di sudore. Cosa ne possiamo sapere della sopportazione delle dee o delle sudorazioni degli dei? Come pensa di risolvere la situazione? Rivolgendosi a Crono, Il suo ultimo figlio, il più piccolo, il nostro eroe odierno. Il quale, dietro suggerimento, evira il padre (cioè glielo taglia) con un falcetto. Prima ancora di nascere priva il padre del suo grande orgoglio. E non lo vuole nemmeno come custode del letto. Probabilmente nasce riservato. Poi caccia i fratelli; non doveva essere certo di buon carattere il pargolo. Forse non amava la compagnia. Forse era la confusione che lo infastidiva. A pensarci bene la confusione gli doveva ricordare quel padre ormai eunuco e tanto ingombrante.
Li caccia tutti tranne una sorella: Rea. E mica son gente qualsiasi: sono dei. Ma lei… Infondo Rea non è male. -deve pensare- Forse la guarda e la vede. Piena di tutte quelle cosettine buone messe al posto giusto. Quando l’uomo le donne le guarda con attenzione… E poi anche il nome sembra invogliare. E’ tutto un programma, il nome. I greci son sempre stati, fin dai tempi dei tempi, amanti del bello. Pensa bene di farne, diciamo così, la sua sposa. Non è dato sapere se la sposa, anzi sposarla non la sposa; nemmeno con rito civile. Ne fa, sempre per così dire, la sua compagna. Seppure in un universo non molto affollato c’era una certa promiscuità. Non c’era tempo a sottilizzare. A fare i sofisti. Ora ce ne sarebbero delle malelingue. Non che la morale sia poi così cambiata. Per fare si fa; è nel modo di dire. Si dice solo se fa notizia, altrimenti lei è solo puttana.
Ma le malelingue sono state inventate col mondo e, anche all’epoca, le solite malelingue cominciano a sussurrare che i figli gli riserveranno lo stesso trattamento da lui riservato al padre. Veramente la voce era nata su una sua detronizzazione da parte dei figli, ma si sa come si diffondono le chiacchiere. Sussurra oggi, sussurra domani. Il sussurro si fa pettegolezzo. Il pettegolezzo calunnia. E’ così da che è mondo. Che poi gli schizzi colpiscono dove schizzano, un po’ a dovere ma molto a caso. E poi i Greci erano bravi in queste trovate molto coreografiche e a effetto. Infondo potrebbe essere lo stesso; come nella profezia in cui figli uccidono il padre. Se fa lo stesso, io ho una figlia, ma ci riesce egregiamente. Ma insomma di questo se ne è parlato a iosa, fin troppo. E a dirla tutta ne parlavo più volentieri prima d’essere padre. E’ perciò un bel po’ che ne ho perso il gusto. Infondo è una storia vecchia. S’è già sentita.
E’ verosimile, digredendo, ci fosse soprattutto amarezza e sorpresa nella bocca di quel padre, più che l’intenzione di offendere il figlio per la sua poca avvenenza. Fatto sta che sappiamo come finì. Ma già da prima si era a conoscenza di fatti simili. Da molto prima. Ne è piena la Storia -prima e dopo- della memoria di come in certi ambienti -bei posticini- si andasse alla successione previo soppressione del genitore e dei parenti in genere. Mica come fino a solo ieri che il padre lasciava il posto sicuro al figlio, se non riusciva a sistemarlo prima. Andando così indietro, quelli di allora, erano un poco più, diciamo così, spicci. Come ricordavo di questo se ne parlava già da tempo fin alla nausea. Inutile ricordare che sul nome di un povero orfano, Edipo, si è messo in piedi un complesso (facile ironia fuori luogo sarebbe per me l’ammettere di non averlo mai sentito suonare). Insomma c’era tutta sta storia dei figli che ucciderebbero i genitori. Una cosa tanto confusa da rischiare di perdercisi dentro. E anche una storia un po’ rock. Ma qui è solo caos e divertimento.
La cronaca ricorda pochi episodi e li condanna come eccezioni. La verità assomiglia più all’altra faccia della medaglia. Con l’evoluzione della specie l’età media continua ad aumentare. Carrozzine se ne vedono sempre meno, e sempre meno si sente il belare di neonati. Quello che è, quello che non è, stiamo diventando una società gerontocratica. Il mestiere più diffuso e quello dei badanti. Si incontrano sempre più figli del tale. Sempre meno giovani vivi e vegeti. Sto ancora coi miei. Le nuove leve che avanzano lo fanno a vetusta età e anche. Qui è difficile dirimere la confusione. Pare evidente come sia giunta l’età di Crono che per difendersi dai figli li divora. Potremmo, a questo punto, chiedere aiuto alla Mitopsicologia, ma anche no. Anche perché vallo a spiegare che son finiti i tempi dell’invidia del pene, e sono arrivati quelli dell’invidia del pane. Quello che poi conta è il risultato. Quanto sia invadente la figura di un padre, di certi padri, e relazionabile all’impossibilità di emergere dei figli. Conoscevo uno che ha passato cinquant’anni a fare la sicura promessa. Dalla sera alla mattina si è trasformato da promessa in ex. Il suo mentore è tutt’ora lì, al suo posto. E questo sarebbe nulla, e consolatorio, se appartenesse solo alla storia recente e locale. Ci vuole tatto quando si incontra. Solitamente spinge lui la carrozzina e guarda dentro con sguardo famelico.

Vorrei soffermarmi ad un ultima considerazione di struscio su Crono perché a volte si dovrebbe riflettere bene prima di una decisione decisa. Non sempre tolta la causa hai risolto il problema. Sarebbe fin troppo facile. Zac! basta un taglio netto. Nella vita, a volte, le cose sono più complesse. E quando stappi il tappo ne esce tutto. Non si può scegliere. Ne esce il bene come il male. Le cose buone mescolate a quelle di cui si sarebbe potuto fare a meno. Crono libera la madre dal giogo del padre e libera i fratelli. Mica uno stuolo di pargoletti carini carucci. Non erano tutti riusciti come belli di mamma. Tra loro c’erano anche i ciclopi. Il nome stesso li condannava. Quelli con una sola palla degli occhi. Ricordate quello che si addormentò contando le pecore, e ci ha rimise anche quell’unico occhio? Furbi manco a sperarci.
Grandi, grossi, e minchioni; è risaputo. Non se ne conta uno che veda oltre il naso. Ricordate? un occhio solo; e anche cecato. Probabilmente una cataratta. Comunque, fin da sempre, quando va alla grande, miopia. Impossibile annoverarli tra i lungimiranti. Li vedi avanzare con quel loro passo caracollante. Ricordano proprio le loro caricature disegnate in certi lungometraggi a cartoni animati. Vedere non ci vedono proprio ma a parlare escono solo suoni disarticolati. Puoi vestirli in doppio petto blu e cravatta regimental ma minchioni restano. E dicendo questo non ho in mente nessun personaggio in particolare. Se il pensiero del lettore va a qualche individuo preciso, con nome e cognome, è sola ed esclusiva perfidia dello stesso lettore.

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