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Archive for 7 gennaio 2009

varie2Sbattuto fuori dal sogno; all’improvviso. Già di suo il mattino è un avvento spesso difficile da affrontare. Quello del rientro al lavoro, poi, sfiora l’impresa. Non ti aspetti più il suono della sveglia. Te ne stai troppo bene sotto il tepore delle coperte. Lì, buono. Insomma. Spesso è proprio lei, la sveglia, a subirne le aggressive conseguenze. Anche solo perché abbranchi a vuoto l’aria per farla smettere. La palpi e non è lei. Le persiane degli occhi si rifiutano di alzarsi. Non ti aspetti nulla di buono. Offri il petto alla vita, ed è qui che inizia veramente il nuovo anno, come una coraggiosa impresa. Qualcuno ha qualche chilo da smaltire. Per qualcuno da smaltire è il giramento di palle delle feste; e non ha ancora riposto quelle appese. Per tutti è il risveglio.
Ti vesti frettolosamente perché fa ancora veramente freddo. Dormito male perché avevi un po’ d’ansia e un leggero senso di presagio. Se almeno la televisione ti liberasse dell’angoscia di sapere già cosa accadrà. Io, il futuro, vorrei vederlo con un minimo di sorpresa. Non amo sentirmelo spiattellare come quando ti leggono il palmo della mano. Mi sono sempre rifiutato. Guardi il cielo e lui ti guarda. Gli sguardi sono torvi, e diffidenti. Se almeno piovesse potresti consolarti denunciando i ladri, bestemmiando i soliti loro; invece nevica. Cade nevischio freddo e sottile. Nemmeno neve vera e propria, solo una sorta di farina sottile e ghiacciata. E scende sopra a quella che, causa il freddo polare, dalla notte in cui tirava le cuoia il vecchio anno, giace ancora lì, pericolosa, sulle strade; non ancora smaltita. Strato su strano, la patina sottile, aumenta in modo esponenziale il pericolo di rompersi le ossa.
Pare, dicono, i soliti informati, i mezzi di comunicazione, che in questa quindicina abbiamo recuperato trent’anni di disgelo. Vedi mai che a qualcuno viene in mente di ritirare su il muro. E quello non sarebbe nemmeno il peggio. Meglio non pensarci. Coi tempi che corrono (beh! insomma, arrancano). A tornare troppo indietro meglio non pensarci, che a qualche psiconano non monti ancor più la testa; la mania, e smania, di protagonismo. Ti ci piazzino sulla piazza qualche mausoleo. Che a piazza Venezia c’è ancora il balcone. Limitiamoci almeno a fare santo il Bettino; lui che nemmeno aveva un nome serio. Certo che noi, nel senso di italiani, non ci siamo mai voluti risparmiare nulla. E ad accendere la tele abbiamo proprio una bella orchestra. Sembra la pista di un circo surrealista, forse anche un po’ dada.
Esci con cautela. Sai già che ogni passo sarà goffo di un equilibrio precario, incerto, pericoloso. Incontro Violetta. Immobile. Intirizzita, nell’attesa di una corriera. Un sorriso impetuoso sotto il cappello floscio. Scappo in un ciao. Nemmeno ci provo. Nemmeno il tempo di abbracciarla per il cosiddetto anno nuovo. Peccato! Lei abbraccia bene. Ed è una cara ragazza. Cercare di fermarmi sarebbe stato troppo. Su questo nevischio i freni non frenano a dovere. Rischierei di essere l’oggetto delle risate. E poi l’ho riconosciuta all’ultimo. E’ buffa la vita: hanno aperto una pista di pattinaggio e subito ogni strada è divenuta, a sua volta, una pista di ghiaccio.
Infondo la vita è spesso un po’ come questa strada di questo inverno: sdrucciolosa. Meglio andarci cauti, non come sono solito. Ricordandosi di portarsi dietro l’ombrello. Nel mio caso quello che continuo a brandire, ad aprire e chiudere, è nuovo. Non è un regalo, me lo son preso da me. Il precedente è stato vittima di una delle bufere. E’ rimasto sul campo come un artiglio disperato. E’ diventato subito un bianco tragico volo interrotto. Come un grande gabbiano precipitato al suolo. Non ricordo più dov’ero rimasto. Meglio buttarla a ridere. Mi racconto una barzelletta, l’effetto è pessimo, la so già. E, nel frattempo, non c’è niente da fare perché i piedi si scongelino.
Bentornati nel presente.

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