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Archive for 9 gennaio 2009

bustaNon sempre sono i pantaloni a fare il maschio. Delle cose che ho dimenticato, dall’ultima volta e dalle precedenti, una cosa mi si è ricordata proponendosi all’improvviso. E’ nel ricordo di te sulla porta, su quella porta; per il breve saluto. Me ne sono andato fin troppo in fretta. Quasi una fuga. Ed era ancora sospeso nell’aria quella nostra antica disputa. Le persone rimangono quel compromesso tra quello che fanno e quello che possono. Tra quello che cercano di essere e quello che vorrebbero. Possiamo parlarne quanto vogliamo, e anche a lungo. Restano solo parole. Come queste. Tessere che non si incastrano. Un puzzle incompleto. Non è sempre il bello quello che ci piace. Non lo fa bello il piacere. Non è che la poesia che mi hai inviato non fosse buona. Semplicemente non sai fare poesia. Non basta che sia tu a dire che sei un poeta. Che ti ostini a guardare la luna. Quella resta lì; la vedono tutti. Non basta che ti denunci come l’ultimo degli amanti. Che tu soffra. Molti soffrono d’amore. Molti di più ancora soffrono senza amare. E c’è chi soffre per non saper amare. E tu ami amandoti. No! non basta una semplice ricetta. Spaccare le righe o inserire una interlinea ogni tre o quattro. Frugare nel bidone dei sinonimi. Cosa vuol dire, qui calepino, e di lì trincio? Non basta che ti inventi i sostantivi. Che vesti col fiocco nero. Le maestre che si vestono da maestrine non sono per questo migliori insegnanti.
Quando ti scrissi da Parigi ancora speravo ma era già finita. Forse era il gioco dell’illudersi. E non c’era più nemmeno il ricordo delle barricate. Niente bruciava più. Partii prima che potessi rispondermi. Ricordi? E quando ti ho scritto, più modestamente, da Genova, per dirti tutto va bene, stavano massacrando il nostro oggi e il nostro domani. E da allora ho smesso di mandare cartoline. Tu ti ostini a non voler uscire dalla torre di cristallo. Dalla tua vetrina. Forse perché solo lì ti senti bella. Potrei cercare di lusingarti. Potrei persino provare a corteggiarti, ma forse questo è il meglio che so fare. E poi non posso farlo, rischierei di essere io il primo a confondermi. Rischierei di dare in pasto il cuore ad un branco azzannante. E allora ricorro a queste parole che anelano silenzio. Strappala dopo averla letta, che non ne resti ricordo alcuno. Che non si senta nemmeno il rumore della carta strofinata tra l’indice e il pollice, come fosse carta moneta.
E poi chi è la Marina. Quella sempre in cornice o quella con il seno piatto. Lo so che le cose non si devono necessariamente dire. Che io a volte parlo e a volte straparlo. Nel sopportarmi hai già pagato un prezzo alto. Tu mi potrai chiedere: “serve andare oltre?” Non ho mai imparato la misura dell’amicizia. Forse è di questo che semino rovine e silenzi. Da tempo ho smesso di dire che gli strani sono gli altri; per il semplice motivo che sono io quello inadatto. Saluto la vicina. Mi scordo la bolletta da pagare. La porta aperta, o la chiave nella toppa. Se non la lascio chiusa dentro, la chiave. Ritrovo volti che ho scordato. Ho perso una quantità inimmaginabile di giorni e mi sembra di non averne più. Tu a struggerti e fuori piove. Che pianto immenso. Che spreco immane. E questa lettera che non si merita risposta. E non mi chiedere notizie di lei. Vorrei che fosse qua. E questo basta. E poi cosa vuol dire: amare?
Ci vediamo al solito bar.
Epigone

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