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Archive for 11 gennaio 2009

yin-yangLascio in coda quello che mi va poco di fare. Credo sia un classico. Credo sia per tutti così. Ad esempio ci sono cosa che stanno lì da mesi. Che non trovano mai il loro adesso. Certe pratiche antipatiche del loro. La disdetta dell’abbonamento. Certa corrispondenza. Eppure lo so che le devo fare. Giro per le stanze. Apro il frigo per vedere cosa mi ha lasciato per stasera la donna. Guardo qualsiasi cosa per distrarmi. E rimando: lo farò dopo. Per quelle cose, per quella telefonata, per quella mail, cioè per quella persona o quel problema c’è sempre un dopo. Un dopo che non arriva. Hai mai visto un dopo che non abbia a sua volta un più tardi. Non c’è un più tardi solo quando si è a letto o pensi lo possa essere la persona che cerchi di evitare. O comunque farlo non sarebbe adatto all’ora. L’ultimo dopo è che dovrei invitare Alice a cena ma s’è fatto tardi. Sarebbe da veri cialtroni invitarla a cena dopo l’ora di cena. Magari lei poi pensa ad un dopocena; un dolcetto, un bicchierino, un digestivo, un po’ di musica, ginnastica della mente, e non, non è proprio il caso. Ci mancherebbe che questa. Era la volta buona che avrei potuto fare una grassa porca figura. L’arrosto era quello che si chiama arrosto. Col vino si sposava una meraviglia. Già! si sposava bene. Rimandando rimandando sei sotto le coperte. Mica puoi dirle di raggiungerti direttamente in pigiama. Magari ti prende sul serio. Magari lo fa. Magari prende un taxi e fa in un attimo. Te la vedi arrivare prima ancora di abbassare il ricevitore. Mentre stai ancora parlandole al telefono. Magari di toglierlo in ascensore; il pigiama. Vestita solo di cinque gocce di Chanel n. 5. L’ho già sentita. E poi te la riesci ad immaginare? La Alice, con tutte le sue arie, senza trucco, slavata? Senza tacchi? Col culo che scopa terra? E le ginocchia rosse? E te ne stai lì al calduccio. Ci pensi. Glielo avevi promesso. Ti coccoli. Magari ci aveva anche creduto. Sperato. Magari dirle di restare lì sulla porta. Guardarla per bene finché lei non lo capisce. Da come fatichi a trattenere una risata. Sarà per domani. Anche in questo caso c’è sempre in domani in cui rifugiarsi. Lo pensi e già non ci credi.
A proposito di donne ieri ci mancava proprio lei. Proprio il giorno adatto. Con tutta quella cataratta di pioggia e lei che chiama. Sono Valeria. Quando ho visto il numero sul display sono stato tentato di non rispondere. E’ stato un attimo. Ho fatto male a non ascoltarmi. Il suo ultimo viaggio. La sua ultima fiamma. Lei ne ha sempre una ultima. Tra l’ultimo e il prossimo. E gli acciacchi della madre. Con l’età che ha è normale. Sua madre ne ha sempre una; povera donna. Si potrebbe riempire un’intera biblioteca. Non si fa mancare nulla. Che poi il suo vero male è che è da sola. L’ho conosciuta. Ha bisogno di parlare. Di sentirsi pietire. Di confidarsi con qualcuno. Certe cose è certo che se le inventa proprio. Solo per dirle. Hanno bisogno di parlare; madre e figlia. Ciao Valeria. Vorrei proprio esserci. Sentire quando lo fanno tra loro. Quando ogn’una rovescia sull’altra la propria esondazione di parole. Sfoga la propria libidine del raccontare. Dove trovano tanta fantasia? Solo una donna può parlare quanto una donna. Quando comincia non finisce più. Non ha pietà nemmeno per la segreteria telefonica. E’ che quest’ultima non ha una pazienza umana. E’ una macchina. Un nastro. E’ temporizzata; a scadenza. Le sue registrazioni finiscono tutte con una parola a metà. Di un discorso monco. E’ Stata una vera fatica; un lavoro. Lei parla e mi accendo una sigaretta. Non la finiva più. Mentre parla mi ricordo di Selmo. Dovrei proprio chiamarlo. Glielo devo. Questo lo devo proprio fare. Non si scappa. Ci dovevamo vedere per un aperitivo. Quand’era? Il fatto è… da quando s’è lasciato con Marina, insomma è stata lei, non fa niente. Il fatto resta. Non fa che parlarne. Non si parla d’altro. Lei qui, lei là. Lei è là, con quello. Lo so che non è facile. Ma non riesce a farsene una ragione. E’ insopportabile. Devo ricordarmi di prendere il pane. Se non lo prendo alla solita ora rischio di scordarmene. E’ stato lui a insistere. Siamo saliti. Non aveva nemmeno srotolato il tappeto. Parlavo piano per non alzare polvere. C’era da per tutto la mancanza di lei. Della stronza. Ormai la chiama solo così. Quasi. Poi lì a rimpiangere. A giù con Fagottino. E Marina diventa un sospiro. Il nome diventa una preghiera. Una invocazione. L’amore che ottunde. Fortunato quando il discorso non finisce con le lacrime. Dice che non è vero ma continua ad aspettarla. Lei s’è portata via persino il cardellino. Che una volta era anche un bel parlare a parlarci.
Puttana, lei, lo è sempre stata. Magari di fretta. Come con me. Senza perdere tempo. Tra un ti va? e un ne avevo proprio bisogno. Cosa vuol dire? Quasi bastasse. Quasi fosse sufficiente. Quasi fosse un buon motivo. Che poi il suo cara diventa persino imbarazzante. Avrei dovuto dirglielo. Fargli aprire gli occhi. Ma come fai a dirlo a uno che non vuole sentirselo dire? Che non vuole sapere? Rischi di non essere nemmeno creduto. Certo che siamo tutti uno diverso dall’altro. Mi stai ad ascoltare? Fossi pazzo. Ma certo che ti ascolto. Sono qui. Mi sono perso quando ancora stava disfacendo le valigie. O forse quando ha cominciato a spiegarmi quanto lui è carino. Nemmeno lo conosco. Non sono abbastanza veloce per tenermi aggiornato. Stavolta è stata a Sherm el Sheick. Sai che novità? Ormai ci vanno tutti. E’ anche il tono della voce. Valeria è micidiale. Come fa poi a fingere così tanto bene un eccesso di entusiasmo? Sarà la sua decima volta. Col rischio di trovare la stessa vana umanità di tutte le mattine; che incontri al bar. Come fai a far credere ancora dell’entusiasmo? Come può pretendere che le si creda? Solo lei può pretendere che sia tanto stupido. E poi che me ne frega che lui sia stato galante. Che sia arrivato con i fiori. Che ne so? Forse Valeria vale un mazzo di fiori. Io non posso giudicare; la conosco dalle medie. E’ una maledizione che mi porto da sempre. Allora non le aveva ancora. Sparisce e poi ricompare. All’improvviso. La stronza. Ha sempre fatto così. E non sente nemmeno il dovere di chiedere scusa. Tanto per tutto avrebbe quella buona; scusa. E come la vedessi. Scuotere la testa e far dondolare i capelli. Sorridersi soddisfatta. Sorridere; come potesse prendersi gioco assieme a te del mondo intero. Orgogliosa di tutto e delle sue tette. Dondolare sui tacchi. Dobbiamo proprio rivederci. Uno di questi giorni. Fare una bella rimpatriata. Ti ricordi… Quando s’era ancora assieme, cioè quando ci si vedeva più spesso, se le toccava più lei di quanto lo lasciasse fare a me. Strana donna, Valeria. Ogni volta pretendeva mille gentilezze. Gli piaceva essere corteggiata. Poi, se tardavi un po’, se perdevi l’attimo, eccola subito là: cosa c’è? Non ti va proprio, oggi? Che poi cosa poteva pretendere. Mai stati una vera coppia. Solo due amici. Due amici che lo facevano. E poi nemmeno così spesso. Forse ieri aveva l’ambizione di farmi ingelosire; povera cocca.
Il ricordo comincia a latitare. Certo che averla al telefono è peggio che averla davanti, di persona. Molto peggio. Al telefono non sai come limitarla. Come chiuderle le fauci. Fortunato se non ha qualche malumore da sfogare. Da riversare irritazione o rabbia su qualche presunto torto, o sgarbo. Su qualche rivale. Solitamente sono le ex. Alla fine ho cenato alle dieci. Ecco perché continui a rimandare certe cose. Ne esci sfiancato; affaticato, ti lasciano il segno. Rimandi tutto ciò che non ti da direttamente piacere. Rimandi tutto ciò che puoi rimandare. La fretta non è mai una buona confidente. Il subito non funziona quasi per niente. Rimando Alice, rimando Valeria, rimando Selmo; nel caso di Valeria è un caso a parte. E’ lei che chiama, Non la puoi rimandare. Ci sono riuscito si e no un paio di volte. La scusa sono occupato, ti richiamo dopo ha funzionato. Si può usare solo con parsimonia. E’ una scusa che però con Filippa non attacca. Lei non si fa rimandare. Devo decidermi a dirglielo. Non ho più l’età per certe stupidaggini. Per stare al telefono a sentirle fare l’eterna ragazzina. La fidanzatina. A chiedere mi pensi? Cosa gli vuoi dire? Ma certo che ti penso. Non faccio altro, da mattina a sera. Come non avessi altro da fare. E quanto mi pensi? Non faccio altro che pensare a lei e a come togliermela dalla testa. Tanto. Tanto quanto? Al diavolo tutto. Come si può essere così stupidi. Niente riesce ad essere più stupido di una donna stupida. Di una donna così. Certo che quando sono stronzo sono proprio stronzo. E mica glielo posso dire a come la penso, quando la penso. Non sarebbe educato. Magari domani chiamo proprio lei. Mi rompe le palle andare a quella presentazione da solo. Infondo è decorativa. Vada per Filippa. Domani. Potessi rimanderei anche quello. Farò bene a ricordarmi di passare a prendere un po’ di contanti, prima. Mi rode solo sentirla continuamente dire, con quel tono chioccio, Piacere Filippa. Sono la sua fidanzata. E nessuno mai lì pronto a rapirsela. Guardare la guardano. E’ da guardare. La guardano e forse pensano al rapimento del giorno dopo. Vada per Filippa. Domani. E’ lavoro. E il lavoro, quello, mica lo puoi rimandare. E’ l’unica cosa che non mi posso permettere di rimandare. Avrei proprio bisogno di qualche giorno di vacanza. Però potrei disdire il contratto del fisso; domani.

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