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Archive for 12 gennaio 2009

raccontiGià! il crimine ama la notte. Ma, crimine, non esageriamo. Forse è solo che il buio è sempre pieno di rumori; e di ricordi. E’ un ambiente strano. Pieno di ombre. E’ difficile sottrarvisi, non ritrovarsi a pensare, a costruire. Sarà anche stupido, ma si faccia avanti il primo che può dire di non sentirsi strano, in ansia, quando il buio è un abito stretto che lo abbraccia. Chi non si ritrova bambino; riscopre le piccole paure di allora? Io sono grande e grosso e non mi si può certo definire… eppure anch’io… ci sono dei momenti e in quei momenti siamo tutti soggetti a distrarsi, magari per un trauma infantile. O anche senza una ragione. O almeno una ragione che sia ragionevole e rintracciabile. Magari nemmeno uno lo sa. Solo che alla fine tutto si amplifica. Si esagera. Avete mai pensato allo spazio di notte? Sembra una lavagna nera. Cambia. Mica è facile dire con precisione dove finisce. Si rischia, non solo di perdere la posizione delle cose, anche abituali, ma anche qualsiasi senso dell’orientamento.
C’è questa luna graffiata dai rami; che appare e dispare. In certi momenti non è nemmeno una luna, ma solo il suo fantasma in trasparenza. Ho accompagnato a casa Cesira. Cesira è la mia ragazza. Cesira per arrivare a casa deve percorrere un piccolo stretto viottolino e lei ne ha sempre paura. Io, per sua tranquillità, l’accompagno e aspetto di averla vista entrare. Lei è tranquilla e io anche. Si sa come sono fatte le donne, sempre a pensare a tutto, sempre pronte a prendersi paura anche e soprattutto del nulla, sempre pronte a rinfacciarlo.
Non si può dire che sia stata veramente una bella serata, anzi. Forse anche per colpa mia, non lo nego, voglio dire le cose come stanno, anche se forse non importa molto per queste cose, ma certamente Cesira era nervosa di suo e me ne sono accorto subito. Le donne… non serve nemmeno che parlano, si vede subito di che umore sono. Lei, stasera, se vuole la chiamo per confermarlo, aveva proprio una di quelle sere che dio me ne scampi. Alla fine non se n’è fatto niente. Mi capisce? Non era proprio sera. Un po’ perché, se, lo devo ammettere, ma io, insomma… sarei sposato. Io le voglio bene, però. Mi scusi se divago ma bisogna saperle le cose. E’ stata, fin dall’inizio, una storia bella, quella con Cesira. Forse è arrivata ad un suo momento difficile, ma niente più. Solo che lei vorrebbe delle assicurazioni che non le posso dare. Ora comincio a preoccuparmi perché mia moglie, quando non mi vede tornare, lo so che inizia a preoccuparsi. Le avevo detto che sarei arrivato per le undici. Lei crede che mi sia fermato in ufficio.
Circolare. Circolare. Non c’è più niente da vedere“.
Così, dopo averla salutata. Sono tornato sui miei passi. Si sanno come vanno queste cose: ci saremmo intrattenuti una decina di minuti. Non più di un ora fa. Faccio per salire in macchina, quella è la mia macchina; mia nel senso… insomma. La sto finendo di pagare, ma possiamo dire che è mia. Faccio per salirci e me la trovo al mio fianco; all’improvviso, come apparsa dal nulla. Dal nulla, dico. Anzi ho sentito la sua voce prima ancora di vederla. “Ce l’hai una sigaretta“?
Non è per la sigaretta; io nemmeno fumo. E’ solo che è stato tutto così all’improvviso. Io non ho nemmeno fatto a tempo a sentire cosa mi chiedeva. Ho reagito d’istinto. Tanto che mi sono cadute le chiavi. Forse Cesira era così anche perché ultimamente ha avuto anche dei piccoli fastidi al lavoro. Un poco perché non è facile nemmeno il suo lavoro, un poco perché un collega gli ha messo sopra gli occhi. Devo ammettere che Cesira è proprio una bella ragazza; non per vantarmi. E’ anche per quello… per quello, a quanto mi dice lei, è proprio uno insistente; fino ad essere fastidioso. Ma probabilmente nemmeno se ne accorge. Crede di fare il simpatico. Ma non credo che questo conti. Il fatto è che mi sono cadute le chiavi, che sono finite sotto la ruota. Ho guardata sta ragazza cercando di vederla ma è stato un attimo. Ho impugnato la pistola e ho fatto fuoco. Per legittima difesa. Solo per legittima difesa. Naturalmente ho regolare porta d’armi, per il lavoro che faccio. Certamente non ce l’ho dietro, ma a casa si. E quella è caduta a terra come uno straccio. Da quella distanza è impossibile mancarla. Eravamo come tra me e Lei. Io l’avevo scambiata per una zingara, ma come potevo sapere che non lo era; una zingara, intendo. Capelli ricci e neri. La pelle abbronzata che con la notte sembrava ancora più scura. La gonna lunga. In quel momento era solo una zingara, almeno per me. Ma anche lei, benedetta ragazza, perché non ha cercato prima di farsi riconoscere? Perché non mi ha spiegato che non lo era, una zingara?
Io mi limito ad eseguire solo gli ordini“.
Bastava semplicemente che mi dicesse subito che si chiamava Antonella. E’ stato tutto un tragico errore. All’inizio, quando ancora pensavo ad una zingara, mi sono persino detto, mi vergogno ora a rammentarlo, quanto sono fastidiosi questi zingari. Persino da morti. Pieni di sangue. A incontrarli è sempre una rogna. Lo so bene io. Mi ha schizzato tutto sul vestito e anche sulla macchina. Dovrò portarla a lavare. Magari il vestito lo dovrò gettare. E io sono ancora qui, a quest’ora della notte.

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