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Archive for 15 gennaio 2009

yin-yangParlare d’amore, cioè di sentimenti, cioè del rapporto uomo donna visto dal lato maschile, cioè… insomma parlarne, è arduo; è di per sé arduo. E’ inoltre uno dei molti argomenti in cui mi ritengo incompetente, un completo dilettante. Rischio di farlo, parlarne, per sentito dire. Chi me lo fa fare? Non se ne sa mai abbastanza. E’ che a parlarne sono quasi sempre donne. E’ che si disegna un universo femminile come l’unico che ha diritto al romanticismo, alla favola, al sogno. Dove solo la donna ha diritto di soffrire. Dove l’uomo è carogna. E’ quasi carnefice.
Io, forse, ho perso alcuni di questi diritti per un fattore anagrafico; forse anche per altro. In realtà ognuno coniuga la parola a modo proprio. Così come ogni storia, ogni inizio e ogni fine, sono diversi. Io non mi discosto da questa regola. Potrei dire che ho personalizzato i termini. Amo a modo mio; in qualsiasi modo si esplichi la parola amore. Esprimo gli affetti a modo mio. Al momento non amo una persona in particolare. Non di quell’amore. Forse amo l’amore o lo amerei. Forse amo un ricordo, o più ricordi. Alcuni relativamente recenti. Certo amo le persone, o almeno ne sono affascinato; sono affascinato dalla loro complessità e, persino, dalla loro complessa stupidità, che è anche la mia. Certo questa non è una supplica. E’ solo una riflessione a voce bassa. In realtà qualcosa mi ha ispirato, mi ha spinto a questo post. Mi ci ha spinto dopo più d’un tentativo. Potrei solo dare la stretta traduzione al maschile di ciò che mi ha spinto a espormi. Preferisco non farlo. Preferisco evitare di mettermi completamente a nudo. Ho pudore, anche solo a guardarmi allo specchio.
Non c’è alcuna regola in amore. Nessuna, tranne forse una, che ad amare si deve essere in due, e, che il momento, deve capitare nello stesso momento. Un alchimia di non semplicissima esecuzione. Dalla casualità empirica. Legata a tutto ciò che un singolo non ha possibilità ne facoltà di decidere. Senza questa convergenza e contemporaneità l’amore, quello proprio amore, non può essere. Ciò che ho imparato nel tempo, forse l’unica cosa, è che non c’è nemmeno un’età. Ci si può innamorare anche dopo che sembra definitivamente scaduto il tempo dell’amore. Questo sì! l’ho provato. Forse si può anche uscire da una relazione d’amore lasciando alle proprio spalle l’amore. O si può amare consapevoli che non sarà mai amore. Che poi, a volte, le parole scappano e a volte hanno più di un significante e sono soggette al tono, al contesto e persino al momento. Ma sono parole. Così non parlo per contrapposizione diretta. Non cerco una diretta similitudine. Parlo di un aspetto dell’amore tra i tanti aspetti narrando una storia non storia. Parlo di un episodio di tanti. E potrei anche risparmiarmelo.
Lidia. Non mancava molto a Pasqua. Si era instaurata, tra noi, un certa confidenza, e a confidenze si era lasciata. Avevamo preso qualche caffè. Poi le avevo detto di aver scovato un posto dove fanno dei tramezzini deliziosi. Nemmeno ricordo il perché ma se ne era uscita, a distanza di pochi giorni dopo, con un “Altro che tramezzini. Credo di essermi meritata almeno una pizza“. Non ricordo nemmeno in che modo e i meriti. Vada per la pizza. Nemmeno il tempo di rendermi disponibile e lei aveva stabilito la sera. Guida lei; io non lo faccio, quando posso. E poi lei viene da fuori e ci deve tornare. Tanto è già in macchina. Non conosce il posto. Il posto l’ho scelto io. Lo ritrovo con una certa difficoltà. Non è una imboscata. Non dovrebbe essere un appuntamento galante. Non tra noi. Non cerco di approfittare, non è in me. Lo dimostra anche il fatto che la porto dove mi conoscono, dove i gestori si vengono a sedere al mio tavolo poiché sono in amicizia, con i gestori.
Spenge il telefonico. Si sfiorano molte cose, come sempre. La serata si mostra piacevole. Lei si difende con il cibo. Per questa sera, dice, non bada alla linea. Ci sono piccoli gesti di piccole intimità. Carinerie. Poi controlla l’orologio. Mi dice che è ora di tornare, s’è fatto tardi, è ora di andare a nanna. Passo alla cassa. Mi costringe ad insistere un po’. Neanche a parlarne. Lo trovo del tutto normale.
Mi riporta a casa. Per strada parliamo meno. Ho il tempo di guardarla. Di accorgermi che non è male. Non è per niente male. Continuo a vederla con gli occhi di un amico, senza malizia. Siamo entrambi infagottati per il freddo. Non l’ho mai guardata in un certo modo, intendo dire come donna. Non saprei nemmeno dire cos’ha sotto il giaccone, cioè sotto il maglione, insomma… Sotto casa ci abbracciamo. Ha un abbraccio che avvolge. Un abbraccio che trasmette calore ed emozioni. Gli occhi sono chiari, non me n’ero accorto, e privi di diffidenze. Ci ritroviamo nuovamente abbracciati come fosse cosa naturale. Meno naturale è staccarci.
Non mi fai salire“?
Beh! forse… avrei dovuto… io. Magari per un caffè“.
Pensò: un caffè e la lascio andare. Solo un caffè. S’era detto un caffè. Da quando abito solo non ho mai fatto salire una donna. Non alla sera. Non ho nessuna intenzione di profittare della situazione. C’è anche quell’amicizia che mi farebbe sentire una canaglia. La volontà di non correre il rischio di offenderla. La paura che lei possa farmi a pezzi. E’ troppo che non stringo una donna tra le braccia. C’è dell’impaccio. Lei se ne accorge. Spero capisca. “Trovi che sia un po’… grossa“? Non è un complimento, è solo una questione di tempo: resto senza fiato. Non credo si possa dire nient’altro. Forse accennare che di quell’impaccio ho abusato. Che mi ha accompagnato per mano. E’ bello tornare a svegliarsi con una donna vicina; con lei. Aspettare che si svegli. Che apra gli occhi.
Il mattino prende quel caffè e se ne va. Sorride, mi abbraccia e se ne va. Non dice una parola. Non arriva oltre la porta e già il ricordo mi squarcia l’anima. Non so star fermo. Passo un giorno insofferente. Prendo varie volte il telefono in mano senza decidermi. Passo una notte insonne. La chiamo appena torna a farsi giorno. Le chiedo se potrò rivederla. Mi spiega che lei ha poco tempo. Cerco di farle capire, e, poi, glielo dico, che non cercavo nulla. Che ho scoperto, solo dopo, all’improvviso, forse con un attimo di ritardo, che lei è una cosa importante per me. Non glielo dico che non volevo l’avventura. Forse ne avevo accennato altre volte, forse nella stessa pizzeria. Non mi sembrerebbe garbato. In verità mi aveva detto fin da dopo è successo. In verità mi risponde senza impegno. Lo interpreto come un sì. Forse voleva intendere che non c’era impegno nel rivederci, forse no. Il risultato è quello. Rivederla diventa impossibile.
Credevo di essere guardingo. Dovevo averlo già capito da solo che non aveva ancora superato l’ultima storia. Lei non ha mai detto che non voleva una storia. Infondo trovo tutte le ragioni attraverso le quali giustificarla. Provo inutilmente a continuare a cercarla, ad insistere. Senza essere invadente. Non sono più quel ragazzino. A volte si nega. Poi la fortuna, si fa per dire, la porta ad andare ad abitare lontano, molto lontano. Mi lascia alle spalle anche qualche preoccupazione. E’ una sorta di fuga. Non so da cosa. Non certo da me. Lo scopro quando lei se n’è già andata. Restiamo amici. Di quelle amicizie sporadiche. Da lontano. Pian piano non la sento quasi più. Qualche volta per gli auguri. Brevi comparsate telefoniche. Lentamente il ricordo si attenua e ricorre meno frequentemente, il ricordo di lei, di quella serata, del suo abbraccio. Mi limito a qualche sms. La sua voce continua a non essermi indifferente. Chissà se quando mi pensa, molto sporadicamente, lo fa come un comodo intelligente cretino; quello che non ci avrebbe nemmeno provato?

P.S. naturalmente nomi e fatti sono di pura fantasia ma la situazione è di per sé sufficientemente realistica. Qualcosa di simile a quello che mi ha raccontato Roberto. Chiedo scusa del male che ho fatto inutilmente, senza volerlo, a volte senza nemmeno accorgermene. Ogni persona che ha conosciuto l’amore porta simili ferite nel petto. Io, spero di essere perdonato, non parlo volentieri delle mie.

Naturalmente gli scritti sugli amori, veri o presunti, ma anche, perché no? sul sesso, sono quelli che stimolano maggiore partecipazione. Qui sarebbe da cominciare un nuovo post sull’amore romantico. Su questo amore di cui ci si riempie spesso la bocca e che sembra quasi frutto esclusivo di pulsioni adolescenziali. Comunque se a qualcuna dovesse capitare di incontrare un principe azzurro, che a me sembra sempre disegnato come un perfetto idiota, un patacca, e come uno più attratto dagli stallieri che dalle principesse, è pregata di presentarmi la principessa madre.

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