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Archive for 16 gennaio 2009

monoscopioIl blog è un meccanismo infernale. Te ne rendi conto solo dopo, lentamente. All’inizio lo afferri come un gioco. Poi lui afferra te. Scusate la digressione: questi sono tempi di amori, veri e presunti, sesso e corna. In fondo è sempre tempo per tali argomenti. E’ quello che appassiona qui come altrove: le passioni. Qualcuno non nasconde di cercare nel virtuale le sue scopate. E’ mentre stavo tranquillamente digitando alla leggera che mi son trovato a chiedermi se il blog è maschio o femmina. Bella domanda. Non saprei ipotizzare una risposta. Forse il blog è solo blog. Forse è come Narciso, si specchia e ama solo sé stesso. Ma infondo non lo siamo un po’ tutti? Non siamo forse molto indulgenti con noi? Permissivi? Comprensivi? Non ci poniamo al centro e misuriamo tutto e tutti col metro con cui vorremmo fossero? Come ci farebbe comodo fossero? Forse il mio, di blog, è un po’ femmina; lo dev’essere visto alcuni tentativi di fascinazione. Forse altri sono più maschili, vista la pazienza che hanno nell’ascoltare le pene delle loro autrici. Cavolo mi prende a inoltrarmi in un simile ginepraio? Dev’essere il raffreddore. E poi infondo la vita vera non è molto diversa. Rete o strada mostriamo di noi quello che vogliamo mostrare.
Ricominciamo: Il blog è un meccanismo infernale; abbiamo detto. Cazzeggi, divaghi, hai un bel dire che non è la realtà. Che fai letteratura, beh! insomma -meno arie- che prosi. Il fatto è che tosto o tardi ti tradisci. Quasi sempre. Qualcosa di te, un frammento, una scheggia, magari piccola, ti scappa. Magari l’umore. Sarebbe il minimo. Il sotteso. L’architettura di fondo. Magari per contrasto o, come potrebbe suggerire qualche sofista, per contrappunto. Se non ti senti cialtrone descrivi il cialtrone e balza agli occhi che tu sei l’altro. In questi casi è facile, per chi scrive, è sempre l’altro. Ma anche i lettori hanno dei diritti. Tra gli altri il diritto di trovare quello che vogliono trovare. Poi vallo a spiegare che non è vero. Che non stai parlando di te. Che quello non è il tuo mondo. Torni spesso sulle stesse cose. Rimastichi. Rimugini. E’ infondo quello che ti brucia dentro, che ti rode. Solitamente una Lei o un Lui. Quasi sempre. Naturalmente tranne in questo preciso e specifico caso. Una Lei con Elle maiuscola che diventa a volte il tutto e a volte la stronza. A volte la stronza e a volte il lutto. E’ Lei che non ti capisce. Come riesci a giustificare che è casuale? Che è un esempio? Che parli d’altro? E che parli di un mondo che non conosci? Del mondo dei famosi altri?
Mai il sospetto di essere tu l’altro. Magari la riga sopra hai detto un mi spiace, e, la riga sotto, traspare evidente che non te ne può fregar di meno. Quando non si evidenzia un meglio a te che a me. Quando riesci a nascondere che ne godi; alla faccia della stronza. Quando parliamo d’amore le disgrazie degli altri, dell’altro, ci alleviano la vista. E’ tutto un’arena. E’ vita. Per quanto si cerchi di nascondere il peggio. Puoi farti bello, politicamente bello, dicendo che la guerra ti offende e disgusta. Che quei morti… in realtà quasi non ti tocca. Muoiono donne, vecchi e bambini, ma hanno l’educazione di farlo distante da te. Nemmeno li conosci. Che ci puoi fare? Scandalizzarti non costa nemmeno un sms. A tutti sta a cuore il problema dell’acqua. Facciano un cenno tutti quelli che si lavano i denti in un bicchiere, naturalmente esclusi i portatori di dentiera. Sai dove me l’attacco il compleanno del Divo? E avanti di questo passo. E’ un pasto nudo. E’ un formicaio di pezzetti di sogni che poi ti inseguono anche durante la notte. E’ l’amaro che ti impasta le labbra.
Che poi tanto il post ha vita breve. Chi se ne frega. Difficilmente sopravvive la giornata. A volte solo ore. Altro non è che cosa buttata lì. Infondo come un quotidiano. Dove ieri s’è impiccato il vecchio Ernesto oggi c’è l’inaugurazione di una mostra di giarrettiere in carta di riso. Infondo non è nemmeno scrivere. E’ dar sfogo alla propria libidine di parole. Magari riempiendo il pezzo di consonanze. E’ che sono anche pieno di Paracetamolo (anch’io a volte uso parole ricercate, basta leggerle sulla scatola), e fatico a far respirare il naso. Lo dico perché fa anche artista la sofferenza. Almeno quella piccola. Scrivere mentre si sta soffrendo. Che poi la sofferenza ispira di più. La diarrea di parole che porta la solitudine; un amore sfortunato; un tradimento. Una disgrazia poi è il massimo. Sono stato traumatizzato da ragazzino dal fatto che chi ama non può dire mi spiace. Nessuno si è mai nemmeno provato a mantenere a lungo la scrittura su un vestito nuovo. Io nemmeno mi ci provo a fare un post sul suo vestito nuovo. Eppure gli stava una meraviglia. Domani forse ne avrà un altro. La donna ideale è sempre quella che non incontri. La puoi anche vestire come ti aggrada. Ecco però che se ne denuncia l’assenza. Magari quel vestito corto, azzurro come il colore dei suoi occhi, con lo scollo a Vi, è ancora lì in vetrina. Con appiccicato il cartellino dei saldi. Se non vuoi metterti a nudo non metterti alla tastiera. Non volevo parlare di una donna. Ne di una in particolare ne della donna in generale. Volevo parlare di scrittura.
Proviamo nuovamente a ricominciare. Decisamente è un meccanismo infernale. Ti costringe a un ritmo che non è quello naturale; fisiologico. Oggi non ho voglia di nulla. Tanto meno di ciarlare senza costrutto. Senza un obiettivo. Ma qui siamo nella rete. Nel mondo blog non c’è rispetto. Si vive e si scrive senza un progetto. A spizzichi e bocconi. Buttando lì qualcosa. E restano indietro, magari, altre cose. Ti sembrava di tenerci. Quasi ne eri convinto. Orgoglioso. Una compagnia improvvisata che improvvisa la vita per mostrare le reazioni e le emozioni allo scrittore. -In questo caso forse un romanzo, forse solo un racconto lungo.- Una piccola radio che improvvisa una campagna elettorale. Cose così. Dove si mescolano i rapporti tra le persone. Dove ogn’uno si tradisce. Dove il dire denuncia il fare. Dove magari il gesto non richiede riflessione. In un mondo che può permettersi di non pensare. Cose così. Con un minimo di respiro. A muffire nel cassetto. E poi avevo contratto debiti. Come quello delle baracche. Come quello di continuare e mettere ordine negli episodi spiccioli degli attimi in cui in talune donne si manifesta l’angelo. E invece è impossibile mettere ordine nei post. C’è la guerra sulla striscia di Gaza. C’è una crisi brutta brutta. E la gente che comincia a risparmiare anche dove è impossibile tagliare. C’è il tempo inclemente. Ti capita un appuntamento andato buco. Ci sono le rappresentazioni di una classe politica che provarla a descrivere con l’ironia diventa quasi impossibile. Sono la satira di sé stessi. Pensavi di avere appena messo ordine e tutto si è nuovamente mescolato. Domani possiamo dedicare il post ai ciclopi, o, appunto, all’uso dell’ironia. Meglio, magari, buttarla in musica. Vallo a spiegare a certuni che è ironia quando vogliono sentirsi dire quello che vogliono. Perché chi passa di fretta ha lo stesso le sue esigenze. E tutti vorrebbero tutti uniformati alla proprie idee.
Sono insopportabile. E’ che oggi sono -come ho detto più volte- raffreddato. Ho bisogno d’un sacchetto per raccogliere i fazzolettini usati della giornata. Il raffreddore, un raffreddore serio, è quello stato fastidioso, quella malattia che non ha nemmeno il rispetto di malattia -un amico ha detto: un’indisposizione; no! così sembrerebbe una cosa solo da donne– in cui gli occhi piangono autonomamente, spontaneamente; da soli. Così non hai nessun bisogno di giustificarti. Sei uomo lo stesso anche mentre piangi. E lacrime si confondono a lacrime. In realtà ti lacrima tutto, dagli occhi al naso, in modo copioso, in giù. Non sei costretto a dire che ti lacrima il cuore. Anche se qui siamo come tutti adolescenti. Ma chi ha detto che le donne sono più facili al pianto? Mai sentita una di più grossa. Tra un colpo di tosse e l’altro –forse dovresti smetterla con le sigarette, almeno per qualche minuto– puoi mentire quello che vuoi. E fuori piove, una pioggia fredda, fine, rabbiosa. Decisamente in sincronia con la giornata. Latte caldo, miele e cognac e a letto a sudare.
Il post si può scrivere prima. Questo è il grande potere di un blogger: scrivere la notizia prima che avvenga. E’ che si scrive meglio se si scrive di notte. Domattina troverò queste righe. Non sarà certo un bel modo di cominciare.

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colombaFinché continua questa guerra, contro questa e qualsiasi guerra, continuo a postare una canzone. Qui ripropongo Ivano Fossati con la sua Il disertore
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Disertore.mp3”%5D

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