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Archive for 21 gennaio 2009

matrioskaIo. Sì! proprio io; quello: pronome personale di prima persona singolare; di ambedue i generi (se fossi donna non cambierebbe, sarei, comunque, una io). Proprio quello. Che deriva da eo dal latino ego (questa non la sapevo). A leggere si impara sempre qualcosa. Insomma io. Dovessi dar retta alla filosofia dovrei essere il soggetto pensante e cosciente delle proprie modificazioni. Ma ci pensate? Io? Mortificante. Stando invece alla psicanalisi sarei l’attività che organizza i processi consapevoli della psiche e si pone come intermediaria tra l’Es e il mondo reale. Beh! Sono solo io. Non mi credevo tanto. Intendo dire io e non altro che io. Io usato come soggetto. -Tranquillizza sapere che potrei fare anche il predicato.- Je moi. Qui. In questo preciso istante. Parola di due lettere. Due lettere vocali. Io. Quello che pettino in fretta. Quello che rado solo quando mi aspetta Lei. Quello a cui annuso le ascelle agitato. Che mi suda addosso. Che indossa le mie camicie. Persino si infila nelle mie mutande. Arrossisco al solo pensarlo e doverlo ammettere. Che sa dove sono persino al buio. La compagnia delle mie solitudini. Quello che quando mi guardo allo specchio mi fissa con aria cupida. Da dietro gli occhiali graduati. Quello che so che sarà il mio carnefice, il mio boia, colui che mi suiciderà. Proprio quello. Odioso. Insopportabile. Invecchiato sin troppo in fretta. E dire con non volevo parlare di me.
Al limite non so nemmeno cosa. Cosa è questo. Quello che mi sto apprestando a scrivere. Se è un post. Se è solo un commento ad un post mai scritto. Se è vita. Se è racconto. Se è diario di un diario. So che è solo divertimento. Per andare stavo andando. Andare forse è troppo. E’ un verbo che presume decisione. Volevo solo uscire. Come spesso. Uscire. Cercare aria da respirare. Aria che si spande senza mura. Anche se aria mischiata di pioggia. Anche se aria mischiata di nebbia. Nemmeno sa cos’è, così sottile. Lei stessa. Se l’una o l’altra. Se pioggia o nebbia. E il vento la spruzza. E un miei passi ciancicano strade bagnate. Clacchettano rumori liquidi. Vado Diretto. Vado verso via dei matti. Via dei matti, al numero zero. E vado là senza un perché. O forse perché troppi anni mi pesano addosso. Le spalle ingobbite. La testa schiacciata, dal freddo, dentro le spalle. Lo sguardo appannato. E questa tosse che mi squarcia il petto. Che fa girare gli altri; tranne quelli troppo riservati. E penso di pensieri che vanno dove vogliono. E mi ricordo, e poi ancora, che più tardi la potrò vedere. Per andare vado. Il ricordo si trascina sempre dietro alle cose.
Lui. Uno dei cantori di anni più facili; se c’è qualcosa di facile. Un altro. Lui aveva una professoressa-madre. Lo sapevo che finivo qui; a Lei. Io ho una professoressa-amica. Un’altra mi direte. Sì! un’altra. Come dire che a sbagliare ci si prende gusto. Sono queste le mie stanze. Ricordi che si ripetono. Che si ossessionano tra loro. Ma questa è alta, bionda e mette maglioni morbidi. Maglioni morbidi che abbracciano pieni di abbracci coinvolgenti. Morbidi anch’essi. E si calca un cappello in testa. Ma il suo è di lana. A pensarci è piena di cose morbide. Persino il suo sorriso lo è. E di quello non fa parsimonia. E’ che mi ha rubato una carezza. Una donna può essere tante cose. E può essere anche professoressa. Anche se non si porta un’agenda in borsetta. Alla fine è sempre un sospiro delicato. Ha in tasca un fazzoletto di carta e uno di tenerezza. Se piange le sue lacrime fanno lacrimare il cielo. Se piange ti piange dentro.
Prendi il caffè?
Meglio una cioccolata.

In questi giorni. In questi giorni che hanno confuso il giorno e la notte. Così senza tempo. Dove la notte è una compagnia lieve e paziente. E ti spinge violentemente; violentemente a spogliarti. A dire. Anche il non detto. Lo sapevo che sarebbe successo. Anche con lei. Lei che mi ricorda, con parsimonia e delicatezza, che mi son mangiato alcuni accenti. Anche lei. Lo so chi sono. Ne provo vergogna. Non avevo pensato si potessero mangiare. Invece sì. E non ero così affrettato. Così affamato. Speravo solo che non se ne accorgesse. Non è mai facile sentirsi osservati. Osservati da occhi attenti, non allenati a distrarsi; mai. –Perché non ti lasci distrarre dalla cioccolata? Perché non ti abbandoni solo a quella?– Eppure quando parlo non li scordo. E’ tradurre le parole che tradisce. Metterle dentro un pezzo di carta, uno scritto, qualunque. E’ della fretta. E’ del carattere. E’ di quella cosa di cui son fatte le persone. Io sono fatto attraverso i miei timori. Per quei percorsi mi sono fatto. Eppure, nonostante tutto, le amo queste mie cose. E questo le rende definitive. Ma ho visto anche di peggio; dove vedere si intende sentire. Udire. Mi ha detto che sì! ho messo una subordinata esplicita. Lo avrebbe potuto fare anche Lei. L’ho guardata. Non sapevo nemmeno di averla messa. Non sapevo di che parlava. Mi deve essere scappata. Dove l’ho trovata? Mi deve essere rimasta impigliata da vecchie letture. La memoria è quella che è. Mi ha detto che l’avrebbe potuto fare. E perché allora non l’ha fatto. Entro in confusione. Forse non è nemmeno Lei, così tignosa.
Lei o Lei? così diverse. Forse il ricordo non le appartiene. Forse è di chi coniuga in mille modi il noi. Di chi ha una Storia. E poi un’altra. E un’altra ancora (magari senza maiuscole). E sottilizza perché certe cose non sono storie. Lei che mi ha messo in questi panni. Che mi ha condannato. Che ha avuto il coraggio di dire una parola difficile: di cinque lettere. E non era quella che speravo e temevo. E non era la parola giusta. O forse sì! Anche Lei amica e professoressa; Lei per prima. Lei che coltiva i silenzi. Di cui forse mi avrebbe fatto più male un sì. Perché non l’ha fatto è basta? Perché avrebbe dovuto usare un condizionale ipotetico. Evito di estrarre in dettaglio. Mescolo la mia cioccolata. Prima di aver il terrore di essere ripreso: mescolo lo zucchero nella mia cioccolata. Meglio parlare di musica. Molto meglio. Sempre meglio che di Condizionale Ipotetico. Il colpevole dell’ultimo libro. Persona infida a prima vista. Subdola. Sfuggente. Ipotetico appunto; come il suo cognome. Che ama celarsi dietro un sorriso amicale. Come pochi altri.
Hai voglia a dire che i giorni son tutti uguali. Ce ne sono di più uguali. Il tempo passa e non torna. Abbracciami forte per salutarmi. Nelle mie intenzioni c’era solo la voglia di scrivere un post. Un commento. Un non so. Se lo avessi saputo mi sarei mangiato le unghie; piuttosto.

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colombaContro qualsiasi guerra, continuo a postare una canzone. Qui propongo Vasco Rossi con la sua interpretazione di Generale

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