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Archive for 27 gennaio 2009

melaAnche questo è amore. Anche questo con Teresa. E’ facile star lì e giudicare. Io non lo faccio. Ho anni di allenamento. Naturalmente la sto aspettando. Sì! la sto aspettando. Lei si fa sempre aspettare; quando arriva, se arriva. Sono passate le sette, lo vedo nel display. Se arriva so già che ha una scusa molto carina e che sarà carina. Se non arriva lo farà per ragione buona. C’è solo un’altra donna seduta ad un altro tavolo. Anche lei, continuamente, volge lo sguardo fuori, oltre la vetrina. Lei invece controlla l’orologio. Mi sa che anche lei aspetta. Le sue gambe dondolano nervose. Io ho atteso e poi ho preso un caffè. L’ho bevuto amaro prima che si freddasse. Comincia ad affievolirsi la speranza. Lei, l’altra donna, rigira il bicchiere sudato di una bibita tra le dita. I suoi occhi paiono non accorgersi d’altro. Rimette gli occhiali da sole.
Lei, Teresa, è brava a fare le fusa. Allunga la mano con facilità e naturalezza. Prende la mia e mi stempera l’animo. La sua mano è sempre stata molto confidenziale. Ricordo la prima volta. E’ buffo come il ricordo sia un ricordo evanescente; prossimo a svaporare. Non può sapere che so. Ma lei ha vent’anni e io no. Lei ha vent’anni: è libera come l’aria. Non può conoscere quella canzone. Era troppo giovane allora. Mi ha detto “Sono come te. Neanch’io cerco una storia. Cerco la storia. Voglio la favola“. E l’ha detto facendo le fusa. Come mi confidasse il suo segreto. E l’ha detto in un sussurro. Io non glielo avevo chiesto. Perché? E’ bello stringerla tra le braccia. Volerle credere. Vorrei essere romantico e non so non esserlo. Se la guardo negli occhi i suoi sembrano sognare. Io perdo il filo. Le parole vengono a mancare. Ho sempre aspettato molto. Forse non c’è più posto per uno come me. Mi odio quando lo devo dire. Infondo è ancora bello sognare.
La continuo a cercare ancora anche se so che non è lei. “Tu sei la mia storia, sei la favola, grazie“. E’ strano come suona sgradevole quel “Grazie“; come fa male. Eppure sembra sfuggirle come un bisogno dalle sue labbra rosse di rossetto violento. Lei che mi bacia la guancia. Poi mi pulisce con il fazzoletto; ridendo. Comincio ormai a pensare che non arriverà. Che è stata trattenuta. Infatti. Suona. Sul cellulare mi annuncia che s’è dovuta proprio fermare, un’amica. Nulla di grave: un leggero malore. Il messaggio dice: 1amica. Scusa. Nn arrivo +. Odio il linguaggio dei messaggio. Non che ormai non lo avessi capito. Mi sembra di averlo già letto. E poi quel + che tipo di più è?
La sconosciuta se n’è andata. Sognare non è un vizio, è un bisogno. Sognare la notte. Pensare senza prendere il sonno; sprimacciando il cuscino. Guardando il soffitto nel buio. Alzarsi da questo tavolo di questo bar e non sapersi rassegnare. Capire e non volere capire. Pagare solo per una consumazione. Dirmi mentendomi che questa sarà l’ultima volta. Ricordarmi che non ho più vent’anni. Avere la pelle sensibile e le cicatrici di questo tempo trascorso. Trovarsi improvvisamente vecchio. Temere gli occhi alla cassa. Fuori s’è fatta la notte. Torno a casa. Accendo il lettore. La canzone suona come una nota ironica. Il male non è mai male abbastanza. Eppure lo so, Teresa, non posso avere di più, e, come dice la canzone, mi basta quello che mi dai.
Sergio Endrigo: Teresa [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Teresa.mp3”%5D

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