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Archive for 30 gennaio 2009

MARIANGELA VAGLIO

(nella rete, è Galatea)

si presenta alle Primarie del Centro Sinistra di Spinea del 8.02.2009

come indipendente di Sinistra con Spine@con

mariangela

da blogger a sindaco

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In questo quasi romanzo, di cui mi scuso la prolissità, quasi primo romanzo, cioè storia della prima storia, se parlo di Dio, argomento che non mi è consueto, non lo faccio con livore, né per blasfemia. Lo faccio anzi con simpatia. E’ solo una favola. Lo so che è uno solo. Chi altro potrebbe andarsene in giro con un nome tanto imponente pur nella sua brevità? Credo di averlo anche visto. Stava inseguendo, alla Gare du Nord, un ragazzetto che scappava con una valigia. Ma non limitiamo la fantasia; infondo è innocua, non fa male a nessuno.

fulmineTutta quella storia sulla creazione. Fatto aveva fatto, Dio, e anche l’uomo e la donna. Non poteva però dirsi soddisfatto. E poi quei due… non tanto per quella storia della mela. Incazzato s’era incazzato, è vero, e di brutto. Tanto che non gli era ancora passata. Ma c’era dell’altro. Sempre lì a bisbigliare, tra loro; ma cosa avevano tanto da dirsi. E poi a cercare disparte; a infrattarsi. E fortuna che non c’erano ancora le macchine. Valli a capire. Li aveva fatti lui, ma a capirli non ci riusciva. Aveva anche cercato di parlarci, veramente aveva perso la pazienza prima di cominciare, e gridato. E quando gridava la sua voce somigliava più ad un tuono che ad una voce. Avrebbe dovuto imparare a controllarsi. Egoisti e ingrati. Alla fine era stato proprio costretto a sfrattarli. E per un po’ se ne era stato solo lì a guardare. Quella sua Creazione. Come davanti alla televisione. A tifare ora per l’uno, ora per l’altro. Ora per quell’erbivoro a cui aveva fornito la velocità, ora per quel carnivoro che aveva dotato di maggiore arguzia. Solitamente, nella grande gara della vita, vinceva il cattivo, cioè, almeno in quei casi, la fame. Alla fine vinceva la noia. Non c’era verso di poter parlare con qualcuno.

Anche l’essere più introverso, e Lui lo era, a volte ha bisogno di dar sfogo alle parole. Nemmeno con gli angeli era riuscito a legare. Così impalpabili. Pronti a lodarsi e sbrodolarsi. Pieni di sé stessi. Sempre davanti allo specchio. Anche con qualcuno di loro s’era dovuto arrendere e perdere la pazienza. E poi che erano? Nel senso del genere. Ne carne ne pesce. A ben vedere non lo sapeva nemmeno lui. Meglio mandarli in giro. Una sorta di postini in prova. Di strilloni. In giro per il mondo ad annunciarle cose; quelle belle. Delle disgrazie tutti, anche i più stupidi, se n’accorgevano da soli. Avrebbero certamente fatto meno danni. E poi quelle ali, tutte quella penne che perdevano in volo, gli davano del prurito al naso. Forse aveva creato anche l’allergia. Insomma erano esseri che gli stavano proprio lì. Buoni per un confessionale, magari per raccontare una confidenza, una barzelletta, ma niente di più.

Alla fine la soluzione venne da sé, quasi scontata. Doveva crearsi degli amici. Degli Esseri del tutto simili a Lui. Qualcuno con cui chiacchierare, e, perché no, fargli vedere quel che era stato capace di fare. Ma mica era come fare l’uomo cioè la donna cioè un essere a somiglianza eppure inferiore. Che poi quelli non sai mai dove vanno a nascondersi. Quella non gli era mai andata giù. E poi quelli non creano, al massimo figliano. Così, detto fatto, si mise davanti allo specchio, si ammirò un po’, anche un altro po’, e schioccò le dita. Era soddisfatto. Proprio come un prestigiatore. Uno snap! ed una coppia perfetta; voilà! Cavolo! uguale identico, due gocce d’acqua. Così facile che si lasciò prendere la mano. In breve s’era fatto una corte di amici. Uguali uguali. Non si distinguevano l’uno dall’altro. «Come ti chiami?» «Dio.» «Anche tu?» «Si!» «E tu?» «Dio.» «E tu?» «Intanto usa la maiuscola per il Tu; Dio.» «Cavolo, come sei suscettibile.» «Meglio essere chiari fin da subito.» Non avrebbe tardato molto a rendersi conto che essendo perfettamente uguali lo erano tutti; suscettibili. «Anch’io.» «Anch’io cosa?» «Dio.» «Naturalmente.» «E ti pareva che.» «Anch’io.» Etc. «Ma… se ti chiami così Tu perché io dovrei avere un nome differente?» Ebbe il dubbio che sarebbe stato un bel casino, Pardon e excuse(z)-moi! cioè una vera confusione. Ma per un po’ non provò più quel senso brutto che gli umanidi chiamavano solitudine. Poi tutto diventa abitudine. E poi anche gli altri sapevano quello che sapeva Lui ovvero tutto. Non c’era gusto. Mai una volta che riuscisse a prenderli di sorpresa. E poi erano così… perfettini. Onniscienti. Assieme, all’unisono, decisero di inventarsi un gioco. Anche causa un tipo, che pare si chiamasse Carlo, chiamarono quel gioco l’Evoluzione. Il più lesto disse: «Io inizio la creazione di una superiore civiltà.» Non gli mancava certo la certezza di sé. L’altro disse con un gesto chiaro e ampio della mano: «Sparala più grossa.» Ma presto si convinsero che qualcosa dovevano pur fare e anche gli altri in coro, all’unisono, felici come bimbi, non si fecero attendere dal gridare giulivi: «Anch’io.» «Anch’io.» «Anch’io.» Il gioco, il passatempo, era stato ideato.

Il mattino dopo, tutti contenti, come ragazzetti qualunque, nonostante i lunghi e bianchi capelli, e la barba uguale, e gli anni, cioè… non c’era una misura per contare la loro età, erano lì seduti per terra a inzaccherarsi e a maneggiare e razzolare nel fango. «Questo direi che è proprio bello, le donne ne andranno pazze.» «Mi sa che combinerà un sacco di guai.» «Fa più danni un uomo bello che una bella donna.» «Lascia stare sulle belle donne; guarda cosa t’ha combinato quella. Magari era meglio darle un briciolo più di pudore.» «Ma quale pudore e pudore è il potere che l’acceca.» «Sarà anche il potere ma io quelli li capisco.» -Intanto continuavano distrattamente a parlare tra il serio e il faceto. Più che altro in faceto, lingua molto loro e molto conosciuta- «Certo perché tu ti immedesimi, a volte ho il dubbio che sei come loro. Che sei più uomo che Dio.» «Non dirlo nemmeno. Non ti permetto.» «Intanto te la guardi e forse provi un po’ di invidia.» «Invidia per quelli? Ne potrei fare di cose che a raccontarlo. Ti dimentichi che sono Dio.» «Proprio per quello. Dio quelle cose mica le fa.» «Cominciamo bene.» «Certo che anche ad essere Dio…» «Ma potrebbe farle.» «Non mescolarti con quelli.» «Questo è da vedere.» «Potevi almeno farla con le mutande.» «Se l’è tolte.» «Ce l’hai proprio la fissa tu con quel pudore.» «E tu non smetti di guardare.» «Certo che Beatrice.» «Fermati prima di dire.» «Certo che sei proprio come loro.» «Certo che sembrano proprio, come dire? divertirsi.» «Chiamalo divertirsi.» «Non mi viene altro senza essere volgare; io mica sono come te.» «Meglio quello della guerra.» «Per questo mica si fanno mancare nulla.» «Gli stiamo dando un po’ troppa iniziativa?» «Non vi sembra che siano sempre inquieti?» «Così imparano chi comanda.» «Quelli mica hanno capito che dopo la morte c’è solo la morte.» «Sono esseri di una stupidità incredibile.» «Cerchiamo di non farli ancora più stupidi.» «Già! Quello dice già che parla a mio nome.» «‘Sta cosa del nome non mi piace per niente.» «Cosa dovrei dire io? E’ anche il mio.» «Ragazzi. Forse dovremmo fare un po’ d’ordine.»

All’inizio sembra tutto facile. E’ il divertimento che lo rende così. Poi è anche il fatto che ci si lascia un po’ prendere la mano, che ci si sente sicuri, che si va un po’ di fretta. E ognuno pareva dovesse dire la sua. «Il tuo t’è venuto con la gobba.» «Ma l’ho fatto molto intelligente; e poi, come la chiami quella protuberanza che hai fatto dietro alle spalle al tuo che ti sei anche dimenticato di dargli il collo.» «Però l’ho fatto molto astuto, e gli ho dato anche il senso dell’ironia.» «Fai un po’ d’attenzione.» «Cazzo! Non vedi che non gli hai fatto la coscienza.» «Possiamo fargli fare il ladro.» «O il politico.» «Mai che siate d’accordo voi due.» «Il ladro te lo faccio io.» «Ma se hai già fatto Barabba. E poi parli tu. Non vedi che a quello ti sei dimenticato di soffiargli nemmeno un briciolo di cervello.» «Ma l’ho fatto fortunato.» «Mi sembra che i primi ci riuscivano meglio.» «Per quello erano fin troppo boriosi.» «Hai ragione: poi si credevano come noi. Minimo semidei come se andassimo a spandere figliume.» «E poi quella è un’altra storia. Che quelli nemmeno ci credevano. Ci immaginavano come una sorta di grande e gaudiosa famiglia. Litigiosi come una famiglia. Con tutti i vizi di chi sta in famiglia.» ­­-Forse era anche che da principio erano troppo presi e badavano meno uno all’altro- «Metteteci insieme anche quello che è andato a raccontare che era mio figlio e anche me.» «Storia buffa, però, ma che aveva del suo. Della vera fantasia.» «Infondo a me piacciono le storie. E poi aveva almeno un po’ di… inventiva.» «Non s’era mai sentito nulla di simile.» «Quello si limitava a soffiare la vita agli uccelletti.» «Non dire così.» «E poi ha parlato bene di Me.» «Vorrai dire di Noi.» «Già! poi s’è visto com’è finito.» «Già! ma è anche un poco colpa tua.» «Mia?» «Non far finta di non sapere; lo vedi anche tu il futuro, o no. E non parlarmi di autonomia; di libero arbitrio.» «Cerchiamo di fare più attenzione; alcuni sono proprio impresentabili.» «Non ci sarebbero i belli senza i brutti.» «Ma anche per i brutti c’è un limite. Così non hanno speranza. E poi va bene brutti ma a che serve esagerare.» «Ma non potevi farlo uguale a quello che t’era riuscito bene.» -a questo punto ho capito che stavano parlando di me- «E’ vero era quasi perfetto.» «E allora perché? Gli avessi fatto i capelli biondicci e mossi e gli occhi cerulei e una spanna più alto sarebbe stato perfetto. Solo che l’hai fatto che è già invecchiato subito.»

Dio se la rideva (e non solo lui). «Ha perso anche i capelli.» «Per quello non è mica il solo. Al tuo non ne è rimasto uno.» «Per quello a quello nemmeno i denti.» «Magari gli rendiamo la vita grama. A che gli servono se non troverà nulla da mangiare.» «Che fine ha fatto quella serpe di serpente?» «Ci si doveva stare attenti.» «Chissà ormai che fine ha fatto.» «Attenti e attenti, tranquilli non succede nulla; non qui. E’ poi ormai è fatta.» «Si sarà infilato tra qualche paio di lenzuola.» «Me la vedo già.» «Io questo l’ho faccio morire subito, non mi piace per nulla.» «Guarda che hai sbagliato, quello era il mio.» «Ragazzi, cercate di non fare confusione.» «Invece questo è che m’è proprio scappato.» «A quella gliele hai fatte fin troppo grosse.» «Intendi le pere.» «Sai che non dovremmo dire pere.» «Certo che è fatica: non possiamo dire pere, non possiamo chiamarle tette, decidiamo un nome che anche noi possiamo dire.» «Vedrai che non avrà di che lagnarsi e le riuscirà tutto più semplice.» «Vorrò vederla la prima volta al mare.» «Le spiagge non sono più quelle di una volta.» «Per quello tutto sta cambiando. Che poi se una ha un bel culo cosa vuoi dire? mi viene spontaneo definirlo un bel culo. Chiamarlo un bel sedere non mi sembra di definire la stessa cosa.» «Ricordatevi che anche l’etica ce la siamo creata noi. E poi un po’ di garbo, di educazione.» «Ne abbiamo fatte di cose sbagliate.» «Per farci problemi non abbiamo uguali.» «Parli proprio tu, guarda che piccolo gliel’hai fatto a quello; e per giunta me l’hai messo nudo.» «Mica l’ho già creato, l’ho fatto nascere.» «Sempre piccolo è, sai le risate. Sai come son quelle.» «E se abolissimo la sindrome da competizione.» «Resta piccolo.» -a questo punto Dio se la squagliava un attimo. Anche Lui, qualche volta, hanno bisogno di farla- «Guarda che c’è sempre qualcuno pronto a fare la spia.» «Guarda che se me lo fai senza spina dorsale non puoi poi mettergli un busto incorporato.» «Spargiamo la voce che non ci sono più gli uomini di una volta. Chee dite?» «Ripeto che i primi mi sembravano riusciti meglio.» «Meglio? guarda cosa t’ho combinato: direi che Bambola mi è proprio riuscita bene.» «Sai che a Lei non piace quando la chiami così.» «Insomma Lei. E’ proprio un angelo.» «Da dove te ne esci tu?» -si stava ancora sistemando le vesti e nemmeno lo stava ad ascoltare- «Non nominarmi quelli.» «Non li nomino, non li nomino, ma lei è proprio un vero angelo.» «Magari potevi farla anche due dita in più. Magari un po’ di più da per tutto.» «Io la trovo perfetta; deve solo imparare ad amarsi.» «E’ bravo solo Lui, sempre a criticare. Sai fare di meglio?» «Certo che hai abbondato in tutto il resto.» «Volevo mettermi alla prova.» «Voi state qui a parlare. Io ho deciso di essere musulmano.» «Guarda che mica lo puoi fare.» «Perché se è lecito sapere?» «Perché no.» «Questa mi sembra una buona risposta. E’ la risposta che mi aspettavo da te. Il solito che crede di saperne una più di tutti.» «E poi i patti sono patti.» «Se sto ad ascoltare Voi finisce che sbaglio di nuovo. Chi lo sente poi quello?» «Anche in questo caso cosa vuoi chiamarlo? Piccolo ma è un bel culo.» «Ma ci fai o ci sei?» «Guarda che chi si loda si sbroda.» «Dev’essere anche il materiale, ‘sto fango. Non dei migliori. E mi stava finendo.». «Non vedi che quella è merda?» «Sterco.» «Sempre merda è.» «Dovresti rifarlo.» «Rifallo.» «Non dire che l’hai impastato anche con la merda di bufala.» «Rifarlo? Cosa fatta capo ha. E’ tanto piccolo che nessuno nemmeno lo vede.» «Ma se scoreggia persino dalla bocca.» «Ragazzi!» «Volevo dire che uno così chi lo tiene? l’hai riempito di presunzione.» -Si sa come anche i Dio sanno essere dispettosi. Come si diceva: proprio come ragazzini- «E io te lo faccio subito ministro e anche professore e anche economista.» «Togligli almeno la voce. Se ascolti lui non c’è nulla che non è. E’ anche gracchia.» «Se lo stai ad ascoltare. Per cose fatte le ha fatte tutte. Finisce che ha fatto anche noi.» «Chi vuoi che lo stia ad ascoltare uno così?» «Guarda che continui a farli e poi ti dimentichi di soffiarli dentro l’intelligenza. Neanche un briciolo.» «Sì! ma gli ho fatto la simpatia. E a quello gli ho messo due occhi imploranti che tutti dicono “poveretto”. E poi è che l’ho finita.» «Potevi chiedere.»

Quello più infangato se la godeva più d’un mondo. «Ho chiesto a Dio. Sai com’è lui, sempre geloso delle sue cose.» «Parli proprio tu, guarda come hai fatto quella.» «Vuoi dire Carla?» «Proprio lei.» «Cos’ha che non va?» «Direi tutto.» «Spiegati.» «Le hai soffiato tutta la perfidia che ti era rimasta, l’hai riempita di antipatia e invidia; pare un mostro. Ci mancava anche l’arroganza. Non hai proprio il senso della misura. Direi che è una donna orribile.» «Era una prova.» «E gli occhi da serpe? Da crotalo?» «Io direi più da ramarro.» «Ti ci metti anche tu?» «Gli occhi sono lo specchio dell’anima.» «Questa credo di averla già sentita.» «Falla finita tu con tutte le tue citazioni.» «Cercate di lavorare meglio e di non star sempre lì a discutere e a criticare.» «E’ che mi sembra che non stiamo facendo un bel lavoro.» «Tanto si rovinano da soli.» «Vi devo stare ad ascoltare ancora tanto?» «E quello cosa mi rappresenterebbe?» «Sono tutti figli di Dio.» «Per me fermati un attimo che sei in confusione.» «Confusione a me. Questa è arte.» «No! questo è un problema.» «E’ quello?» «Cazzo! E quando ci vuole ci vuole. Quello l’hai fatto veramente stupido.» «Era una prova.» «Sì! un prototipo.» «A ben pensarci… è uno stupido allo stato puro.» «Una sublimazione della stupidità.» «Quasi quasi mancava nel nostro bestiario. Ma anche no. Potevamo farne a meno.» «Dobbiamo farne degli altri. Quelli sono… figure che amano stare in compagnia.» «Ormai che la frittata è fatta.» «Ci sarà di che divertirsi.»

Dio, cioè tutti Loro, si sa che Dio non ammette il plurale, di tanto in tanto si fermavano soddisfatti a osservare il fatto. «Cosa stai guardando così attento?» Si fece una risata. «Le ho messe in una stessa stanza.» «Chi?» «Quella che sembra un angelo e quella che tu hai chiamato Carla.» «Questo è crudele.» «Guarda, le guarda nella scollatura.» «Per quello mi sembra che stai sbirciando anche tu.» «Ma io sono Dio.» «Ogni scusa è buona.» «Controllavo.» «Ma le donne si guardano tra loro?» «Sempre.» «Non è che…» «No! è solo che sono esseri invidiosi.» «Mi parli sopra; fammi finire. Mi sembri uno di loro. La guarda perché ha vent’anni di meno. E anche vent’anni fa non avrebbe potuto.» «E’ colpa sua.» «Come non detto. Vero?» «Scusa!» «Certo che te la prendi per niente.» «Non sono io quello della mela.» «Non mettete di mezzo Me tra i vostri bisticci.» «E tu non cambiare discorso.» «Fai presto a parlare Tu. Mica sei migliore di Me. Vuoi sapere la verità: è che non avevo ancora finito; m’è scappata così, un po’ informe.» «Chiamalo un po’.» Diciamo che è un po’ più di troppo.» «Se l’è trovato o no?» «Non so come ma tra l’uno e l’altra non so chi è peggio.» «Se l’è trovato o no?» «Non è una ragione sufficiente, non fare se devi fare male.» «Cos’ha lui che non va?» «Cos’è che va, vorrai dire? E poi con quegli occhi.» «Cos’hanno gli occhi?» «Quelle due fessure? Ti guardano che sembrano dirti: sei stato tu, vero? a fare la puzzetta. Persino Io, che fino a prova contrario sono Dio, mi troverai a sentirmi colpevole ben sapendo che la puzzetta l’ha fatta lui.» «Quello, te lo dico io, vedrai, farà strada.» «Speriamo anche no.» «Di che t’impicci tu?» «Quello, credi a me, la fa a piedi.» «Se non state un po’ zitti. Questo lo devo proprio rimpastare. L’ho fatto senza buco. Peccato.» «Un altro povero?» «Di quelli se n’è fatti già a uffa.» «C’è posto. C’è posto.» «Lo rifaccio. Lo rifaccio. Questo scoppia.» «Guardate questa. M’è venuta incontinente.» «Sì! ma di parole.» «Guardi la pagliuzza.» «Lo rifaccio.»¹


1] Mi è uscito lungo, molto lungo. Avevo pensato di dividerlo e postarlo in giorni successivi. Ho deciso di postarlo così com’è, punto. Può bastare per alcuni giorni. Può dividere la lettura il navigatore. Con ultima logica ogn’uno può fermarsi nel preciso punto e momento in cui finisce il tempo o la pazienza.

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