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Archive for febbraio 2009

spinolaLo so che non è più cronaca. E’ passato tempo. Ora abbiamo rinnovato il mandato al nostro presidente. La notizia è di quelle notizie che hanno fatto il loro tempo. Mi sembra però doveroso conservare memoria, non tanto dei fatti, quanto delle persone. Vedi mai che mi capiti ancora di incontrarli. Vorrei riconoscerli.
Ci sono le coppie, anche in politica; come no. A volte sono coppie sposate. A volte di fatto. Altre volte è solo perché si sono incontrati. S’è intrecciato un rapporto. Hanno scoperto di avere delle cose in comune. Come si dice? delle affinità. O di volere delle cose simili. Proprio come nella vita vera. Nel caso loro un sindaco o un prete li hanno anche uniti in matrimonio. Tutto in regola. Vin rosso e vin bianco. Con tanto di banchetto di nozze. E li vedi subito che sono una coppia affiatata.
Una vita spesa ad ignorare. A evitare il lavoro. A promuoversi. Mi si presentano. Mi fanno accomodare in cucina; “fa più confidenziale“. Mi guardo intorno, la casa è una casa, mica un appartamento. Chiamarla casa e non darle il dovuto rispetto. Di quelle che mica puoi comprare con un lavoro dove si fatica. Nel caminetto crepitano ceppi allegri, e fuori non fa ancora così freddo, ma il caminetto è nell’altra stanza. Non tolgo il cappotto. Non sono, come si dice, a mio agio. In tutti questi anni ne ho incontrati molti come loro, non loro. Strano. Non mi si può definire proprio un tipo casalingo. Ne uno che evita le persone come il contagio. In città conosco un po’ tutti. E un po’ tutti mi conoscono. Non tutti, naturalmente, alla stessa maniera. Qualcuno mi ama. Qualcuno non mi apprezza, o meglio non è d’accordo con me. Qualcuno finge di non riconoscermi. Ci sono anche, a volte, episodi che creano dissapori. Persino se ti limiti a parlare di calcio. Insomma ne conosco di gente. Praticamente tutti, almeno tra quelli che si occupano nel sociale.
Un caffè“?
Se non è troppo disturbo preferirei un bicchiere di vino“.
Non è un disturbo. E io parlo meglio facendo rigirare un bicchiere di vino tra le mani. Fosse porto sarebbe il massimo, purché rosso e fresco. Di questi miei gusti ne ho parlato fino alla noia. Ho il dubbio però che la conversazione non sarebbe, per questo, più piacevole. Diffido e lo so perché. Naturalmente si scomoda lei. Si alza e si assenta per poco. Se sono vestiti da casa stanno in casa come ad un party. Fumare, credo non si possa fumare. Renderebbe sgradevole l’aria. Ne ho voglia già appena entrato. Mi trattengo. Non ho fretta di mostrarmi a mio agio. E poi voglio avere il tempo di capire perché essere qui. Che poi, io mi conosco, girala e voltala, io prima o subito le cose finisco per dirle. E io, qui, non ci dovrei proprio essere.
Lei si occupava di volontariato. Lui s’è occupato di volontariato. In orari incompatibili. Cerchi uno e trovi l’altra. Di questi tempi chiamano tutto volontariato. Paiono poterne essere stati gli unici beneficiari. Ma era volontariato di sinistra.
Dove“?
In diversi posti, anche lontano, ma mai qui“.
Lo dicevo io. Ecco perché nessuno li ha mai visti e qualcuno, uno o due, li ha solo sentiti menzionare; per nome. Lei mora, capelli lunghi, forse una volta bella, ora dall’aria pacatamente sorniona. Magari spera ancora di poter essere notata. Le si legge in faccia che è una persona istintiva. Più di lui. Doveva avere del sangue nelle vene e un po’ gliene deve certo essere rimasto. Lui due occhi di quelli che ti penetrano dentro. Pare di quel tipo che a fargli perdere il filo rischi di perderci la vita. Lui gomma di marca garantita; impermeabile. Eppure c’è in lui, testa rasata, mascella volitiva, qualcosa che trascina a diffidare. “So che ho sentito dire che qualcosa bolle in pentola“.
Il tipo è bene informato. “Vorremmo fare un gruppo di acquisto“.
E’ questo il punto. Vorrei farne parte come Presidente“.
E’ questo il punto. Potrebbe farne parte come Presidente“. Questa è Lei.
Per nulla stupidi i due, probabilmente possessori di una certa cultura e di esperienze. Lui a fare il maschio. Lei pronta a scatti di orgoglio. Lui convinto di poter spiegare. Se la casa l’ha pagata il lavoro di volontariato quell’associazione di volontariato non ha badato a spese.
Veramente noi un progetto ce l’abbiamo, e pure un presidente, e delle idee sul che fare“.
Ma io mi sono occupato anche del problema dell’acqua“.
Faccio presente che qui, a Spinola, in tutte le case c’è l’acqua corrente, almeno quella non manca. Mancheranno anche altre cose, come una vera piazza, ma l’acqua è arrivata. Si tratta di ricreare un tessuto sociale. Di rimettere le persone in relazione. Di lavorare, mica di ciarlare. Già ne ho avuto abbastanza. Certo non so essere sempre molto diplomatico. “Vi spiego dove siamo, chi siamo, cosa vogliamo fare, come si chiama questa via e qual è il vostro civico. Ho come l’impressione che abbiamo sbagliato tutti porta“. Lei mostra un breve scatto d’orgoglio e di ribellione. Non aggiungo che mi sembrano caduti dal nulla. E dire che trascuro particolari anche rilevanti.
Parlo degli ultimi vent’anni e i loro volti hanno una immobilità glaciale. Accenno nomi e loro non cambiano espressione. Persino quando tocco argomenti che dovrebbero essere vicini ai loro interessi degli ultimi quarant’anni. Persino quando spiego come è nato il gruppo di cui hanno fatto parte, di cui taccio il nome perché fin troppo conosciuto e rispettabile, non ne ricaverebbe certo una buona pubblicità. Confondono la nostra città con le distese sahariane. Nessuno s’è dato nemmeno la pena di avvertirli com’è cambiato questo territorio e a loro sembra normale. Con nemmeno velata insistenza lei vorrebbe candidare lui. Con la stessa arroganza lui vorrebbe candidare sé stesso. Ma questo s’è già detto.
Per dovere d’ospite, e per il vino, lascio capire che saremmo anche disposti ad accettare l’aiuto del loro lavoro. Preciso che dietro a quello che stiamo facendo c’è questo impegno che ormai dura da anni. L’incontro è e deve rimanere confidenziale. Eppure la nostra sede è sempre aperta. L’incontro è utile anche a bere un secondo bicchiere di vino; è bianco, è fresco, è buono.

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Gala cara (o economica?)
bustaTu lo sai che io amo le battute. E permettimi di prendermi queste confidenze come forse non dovrei. Mi spiace solo che tu ti sia fatta quella opinione anche se spero sia solo una licenza da blogstar. Non posso pensare che dietro la tua gentilezza ci sia qualcosa di diverso dalla gentilezza. Non ci fosse questo grave problema, di trovare parcheggio durante le ore più frequentate, non sarei costretto a lasciarla, come dici tu, dietro all’angolo. Anche causa la mia pigrizia la fermerei proprio lì davanti, la mia astronave. A questo proposito avrei piacere di potertela far visitare. Non è un granché. Certo, nel frattempo, sono usciti modelli nuovi, più funzionali, più veloci e anche più lussuosi. Per tutti i soldi sono quelli che sono. E’ un modello economico che consiglio anche a te. Mi permette di uscire da queste cose spaventose. E’ un vero problema per me quando molti faticano a credermi. Già è tutto così difficile. Aver vissuto così tanto e tante volte, e così intensamente. Essere l’erba che non avrebbe dovuto mai più ricrescere e invece trovare ancora aria da cui farmi accarezzare. Vigilare sul muro della vergogna (non ho mai avuto modo di attraversare le cose con ordine, dovresti saperlo). Scoprire l’America è poi scoprire che c’era già qualcuno (è stata la mia più grande delusione). Preferisco non dilungarmi che non sempre ricordare mi è piacevole. La cosa peggiore è discutere con lui, sempre così facile a lasciarsi prendere dall’ira. Non che io possa vantare una pazienza maggiore. E lui per dispetto dice che sono il diavolo e mentire affibbiandomi mille nomi. Sono pettegolezzi. Sono calunnie. Io sono una persona modesta: sono Satana e nient’altro; e non lo dico con l’aria di chi si vanta. Dall’ultima volta che sono morto, dalla mia ultima operazione, forse a causa delle protesi bioniche, forse perché me ne possono aver iniettata qualcuna non di grande qualità, insomma da allora, la mia facoltà di concentrazione è più faticata e sono ancor meno paziente; con tutti i pericoli che questo comporta. Non certo per te che sei sempre così cortese. E’ solo che i tuoi occhi e il tuo sorriso, e anche il resto, permettimi di non dilungarmi in particolari, mi ha distratto. Io non li vedo proprio. Quello che tu chiami professore, cioè Albio Trovati, ho avuto modo di conoscerlo ancora durante la missione di Cartagine. Essere inutile. Ancora ci si trova, tra reduci, a chiederci che sale ha sparso. Essere inutile, dicevo, ma noi non gli si è mai data troppa importanza. Lo si utilizzava solo per lavoretti di poco conto. Eppure ha sempre avuto questa sua capacità di trovare qualcono disposto ad ascoltarlo; da imbrogliare. Per tua completezza di informazione devo però correggerti perché è sempre stato riconosciuto come un perfetto stronzo, un rompi cazzo (scusa il francesismo) e soprattutto uno stupido integrale. Avesse conosciuto, come ho avuto modo io, quei due o almeno uno dei due, cioè Carlo o Antonio, non direbbe quello che dice. O forse si perché non sa quello che dice.
Non avessi tutte le età che ho avuto ti porgerei un galante baciamano ma restando con i piedi per terra ti chiedo scusa per l’impertinenza e spero di farmi perdonare con un abbraccio, anche se teletrasportato da Andromeda, cioè da M31 (da dove non mi sarà possibile rientrare prima di cena).
Beniamino

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Restiamo in Italia. Cercherò ancora una volta di spiegare quello che fatico a dire (“…è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già…Francesco Guccini: Vedi cara). A volte la storia di un emozione, il suo orizzonte, il suo improvviso abbagliante espandersi si nasconde per velarsi inaspettatamente tra poche note e un titolo o una semplice frase che si fa storia, universo di un momento. Magari per accompagnarti per mano a tornare su qualcosa su cui avevi sorvolato e non è obbligo che l’autore ne sia stato completamente consapevole nel momento in cui ha partorito i suoi versi. Cerco di spiegarlo con dei piccoli e forse banali esempi che mi vengono velocemente alla mente tratti da alcuni dei più celebri scrittori di parole in musica.

Caro amico: elaborazione fotografica di Mario DG

Caro amico: elaborazione fotografica di Mario DG

sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore «Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore? »” (Fabrizio De Andrè: Dormono sulla collina).
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia…” oppure “noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…” (Francesco Guccini: Incontro).
I matti non hanno il cuore o se ce l’hanno è sprecato” (Francesco De Gregori: I matti).
Senti che fuori piove, senti che bel rumore…” (Varco Rossi: Sally).
Chi non si è fermato dietro i vetri malinconici a guardare una volta la pioggia pensando senza pensare al suo strano bel rumore? O aprendo la finestra si è riempito del suo gradevole odore di erba infradiciata o sotto la pioggia del proprio olezzo di cane bagnato? “Come si cambia per non morire“.
Gianfranco Manfredi è un cantautore che non c’è più anzi è un non cantautore. Dopo aver fatto anche l’attore, se si cercano notizie su di lui nella rete sai incontra un Gianfranco Manfredi scrittore. Personalmente penso sia più difficile scrivere un buon testo di canzone, stretto nello spazio e condizionato dalla musica, che un libro decente. Manfredi scrittore è potabile, almeno non incespica nella lingua. Ma qui lo vediamo come cantautore e mi preme premettere altresì che non faccio un credo della canzone militante ma se non ricordiamo quegli anni, non contestualizziamo, è impossibile capire i suoi dischi e questo pezzo.
E’ l’epoca de “la musica ribelle che… ti urla di cambiare / di mollare le menate / e di metterti a lottare” (Eugenio Finardi: Musica ribelle). Dove è ancora vivo il ricordo di Piazza Fontana (1969) e ci si va per esserci e “ci passai con la barba lunga / per coprire le mie vergogne, / ci passai con i pugni in tasca / senza sassi per le carogne.” (Claudio Lolli: Piazza, bella piazza. In Ho visto anche degli zingari felici – 1976).
E’ l’Italia del movimento, dell’autonomia e della P38, dei bulloni a Lama, de “la cultura è di tutti”; dove ancora chi non canta solo “bandiera rossa” è ben, che vada, un traditore. E’ l’Italia della fantasia al potere e degli anni di piombo. E’ l’Italia di una generazione tradita. Quella che cerca nella cenere della rivoluzione mancata una nuova prassi e trova i dubbi.
E’ Ricky Gianco a spiegarci: “ci si trova meno uguali / torna l’ordine e il decoro / non si può più stare in piazza / «Tutti al posto di lavoro».” (Rock della ricostruzione – 1974). Il verso finale virgolettato, come quello di ogni strofa, è proprio di Luciano Lama.
E’ tutto qui perfettamente riconoscibile o sintetizzato in brevi immagini o come nella canzone che da il tiolo all’album (Zombie di tutto il mondo unitevi del 1977) che è un poco una sorta di “Manifesto” rivisto o in questi versi: “La Giunta ci ha concesso il prato e l’acqua no / la Giunta è di sinistra lo sporco non lo so” (Un tranquillo festival pop di paura). E inoltre c’è tutta la lotta di quegli anni tra politico e privato. Poi verrà il riflusso; solo un anno dopo il delitto Moro, con il quale si concluderà la grande ubriacatura rivoluzionaria di quel sessantotto. Paolo Pietrangeli aveva già cantato (1969): “Manifesto, manifesto, meglio dir manifestavo / or son diventato bravo e non manifesto più“. E forse è proprio Manfredi l’inizio della fine; la fine delle illusioni. E’ lui stesso a spiegare che “così mentre da un lato facevo come mai prima il cantante militante iperincazzato, dall’altro lavoravo come autore a testi di canzonette“. E’ la solita questione del rapporto tra intellettuale e potere che torna.
Gianfranco Manfredi: Dagli Appennini alle bande

DAGLI APPENNINI ALLE BANDE

Lui cercava per il mondo la famiglia
e di notte lavorava alla candela
difendeva sempre il nome dell’Italia
e la nonna dai briganti proteggeva
e saliva sopra gli alberi più alti
per pigliare al volo i colpi dei nemici
ragazzini come lui ce n’eran molti
scalzi e laceri eppure eran felici.

E parlavano di lui, scrivevano di lui
lo facevano più bamba che bambino
e parlavano di lui, scrivevano di lui
si ma lui rimane sempre clandestino.

Ora pare che il suo nome sia teppista
fricchettone criminal – provocatore
pare che ami travestirsi da sinistra
ma sia un docile strumento del terrore
e lo beccano ogni tanto che si buca
o maneggia un po’ nervoso una pistola
o che lancia da una moto sempre in fuga
una molotov sull’uscio della scuola.

Ora parlano di lui e scrivono di lui
lo psicologo, il sociologo, il cretino
e parlano di lui, e scrivono di lui
si ma lui rimane sempre clandestino.

E si dice: se ci fosse più lavoro
se il quartiere somigliasse meno a un lager
non farebbe certo il cercatore d’oro
assalendo il fattorino delle paghe
ma è la merce che c’è entrata nei polmoni
e ci dà il suo ritmo di respirazione
il lavoro non ci rende mica buoni
ci fa cose che poi chiamano “persone”.

E se parlano di lui, se scrivono di lui
è che il nostro sogno è ancora piccolino
se parlano di lui e scrivono di lui
è che il nostro io ci resta clandestino.

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spinola

Dovrei raccontare qualcosa di Spinola. Lo ripeto: a Spinola non succede nulla che non succeda in ogni piccola città del piccolo regno. Nessuna grande nuova tranne una che grande non è. Le sue strade sono state percorse da un attimo di panico quando da Roma si è ventilata la notizia che il “grande” PD (nel senso di Partito Democratico; pregovi notare che ho evitato qualsiasi gioco ironico) volesse scegliere il nuovo segretario attraverso lo primarie. Non per un dissenso sostanziale sul metodo. Vorrei chiarire il mio pensiero. Io credo che le primarie siano un grande passaggio democratico; se sono primarie serie. Il panico è sorto perché dalle ultime primarie che abbiamo tenuto per trovare il candidato per le prossime amministrative sono passati a oggi quindici giorni. Fare primarie ogni mese oltre che stancante mi sarebbe parso frustrante; quando ancora chi ha perso non ha capito di aver perso.
Le primarie, fatte nel modo in cui si stanno, ad oggi, facendo, più che scegliere divide. Noi ci abbiamo partecipato. Erano primarie di coalizione e noi abbiamo presentato, se ne è parlato in questo blog (l’ultima volta qui), un candidato indipendente di sinistra. Il alternativa due candidati interni al PD che all’ultimo son diventati 3. Il nostro candidato, cioè Lei, ha anche proposto delle idee in un deserto di silenzi. Ci siamo imbattuti in una guerra per bande. Un imbarbarimento del confronto dove si sono scannate le varie anime interne del PD, le correnti che più niente hanno a che fare con posizioni politiche o ideologiche ma ruotano attorno a “capi bastone”. Spesso ad ambizioni piccole e mal riposte che trovano gregge a seguirle.
mariangela-icona Personalmente non ho altre recriminazioni. Abbiamo ottenuto un risultato più che buono, confortante. Mariangela ha riscosso apprezzamento e rispetto. Il mio è un discorso che si ferma in generale. Almeno altri due candidati erano un’ottima scelta. Forse, tra quelli che restavano, ha vinto il migliore. Toglierei, a questo punto, anche il forse. Certo che, sempre in generale, mi chiedo perché fare delle primarie per arrivare alla deludente considerazione che tutti vengono a farti i complimenti e ti senti pure preso per i fondelli, anzi proprio per il culo. Quasi all’unanimità è stato detto “la vostra candidata era in assoluto, per tutto, la scelta migliore da contrapporre al centro destra. L’avrei votata se non avessi dovuto votare il «mio» candidato“. E’ così che vanno le cose. Così riduciamo la democrazia. E poi stiamo a lagnarci, e sono gli stessi, che la gente si allontana dalla politica e se ne disinteressa.
Nel frattempo gli altri sconfitti hanno ripreso la guerra perché non hanno digerito una democrazia della sconfitta. Parlarne e amareggiante e allora vi parlo della signora Luigia. E’ emigrata in altro comune recentemente. Abitava, in un modesto appartamento fronte finestra degli Assunta, la signora Luigia. La signora Luigia non aveva molta simpatia per quella donna, la Assunta, si sa! soliti immigrati anche se nostrani, cioè terroni, che non era nemmeno facile capire quello che dicevano quando parlavano. E poi com’è possibile avere un nome per cognome e oltretutto da donna, così perché il marito risultava Santuccio Assunta? Senza parlare degli odori che fuoriuscivano da quella finestra quando quella donna cucinava. Ma lei gli era capitata e quando capitava (spesso) l’occasione con chi altri avrebbe potuto spettegolare con la stessa comodità?

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Avrei voluto scriverne un post. Poi ho creduto forse inopportuno, almeno per il momento. Un po’ di tatto, di delicatezza. Allora parlo d’altro. Parlo di Cristino.

mariangela-marcherata-rossa-di-vergognaFine preventiva di una carriera politica

Cristino era sempre stato alla finestra. A sentirli parlare gli sembrava che lui avrebbe potuto anche dirlo meglio. Questo non lo aveva smosso da una sorta di timidezza e di apatia. Di modestia; forse provvisoria. Che infondo non costa e fa educato. Poi, un giorno, s’era fatto un po’ di conti in tasca. Non era proprio uno sconosciuto. Alle assemblee condominiali a volte s’era trovato a dire la sua. Anche con i professori, per Marta. E aveva dato una mano per la gita nelle Marche; a Orvieto. Era stato quello che lo aveva convinto ad accettare. Si era trovato così buttato nella mischia. Ed era entrato subito nella parte dell’aspirante consigliere comunale; nella grande politica. Per “La lista della spesa”.
All’inizio aveva avuto dei problemi per farsi accettare con quel nome. Poi si era trovato a parlare, ed era come aveva sempre pensato. Se la cavava. Non era peggio di tanti altri. Anche di alcuni che ci bazzicavano da un qualche tempo. Chiara, sua moglie, gli correggeva l’ortografia. Gli dava qualche buona idee. Non c’era bisogno d’altro. In politica, l’aveva capito subito, non servono le idee. Conta il modo in cui le si espone. E con foglietto davanti si sentiva sicuro e tranquillo. Anche quando perdeva il segno era difficile accorgersene. Gli sembrava già di aver acquistato un certo credito. Rispetto. Che lo stessero ad ascoltare. Pensò che forse era stato troppo timido. Forse avrebbe potuto ambire anche ad un posto di assessore. Anzi quasi sicuramente. Decise di dar tempo al tempo.
Tutto si metteva al meglio. Quel giorno si stava recando dal barbiere. Davanti alla porta gli avevano chiesto una intervista. Una di quelle cose commissionate per il mercato, quale non l’aveva afferrato. Non ci aveva trovato nulla di male. E le domande erano state quanto di più banale. Età. Città natale. Professione. Stato civile. Altezza. Etc. Le ultime non le aveva del tutto capite. Forse attenevano alla sua cultura. I libri letti. I giornali che comperava. I programmi televisivi. E così discorrendo. Alla fine lui chiese ma non riuscì a farsi dire il risultato. Sembrava un segreto. Una sorpresa e una sorpresa vera fu quando il mattino dopo, capelli in ordine e sbarbato a puntino, trovò, tra altri, il suo nome ne “La Piassa de noantri”; quotidiano locale dietro il quale tramacciava la parrocchia di San Buffalino. Non erano elencate le domande, nemmeno più le ricordava, ma solo i risultati. Era agli ultimi posti. Scoprì così di avere un’intelligenza pigra, e peggio di avercelo piccolo. Scoprì così di non essere quello che era. Capì che quelle poche righe avevano vanificato il suo lavoro; avevano decretato la fine della sua carriera sul nascere. Non la prese per nulla bene.

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fulmineIlluminato, Lui stesso, sulla strada per Damasco, Dio, aveva deciso di raccontare la sua storia, alla spicciolata. Di raccontarsela. Magari divagando. Lasciando agli storici, o chi per loro, agli stoici, a chi di pazienza ne aveva di più, a chi amava farselo, del male, riordinare tutto. Forse in seguito. Forse. Al momento preferiva rincorrere il flusso dei ricordi e delle associazioni. A casaccio. Come venivano. D’impulso. Non che fosse impulsivo; questo proprio no. Chiedevano a tutti di farlo. Cani e porci. A Lui nessuno aveva chiesto nulla.
Già aveva i suoi problemi: era una vera Babele. Meglio non parlare di quella. Quella gli sarebbe capitata tra capo e collo in seguito. Insomma era una gran bailamme. Aveva appena cominciato e ne aveva già abbastanza. Tutta quella confusione. Voci sulle le voci. Un chiacchiericcio che, da brusio, s’era fatto folla e poi clamore. Tutti a parlare per Lui, di Lui, al posto suo, ma Lui non aveva incaricato nessuno. Nemmeno aveva detto che c’era qualcosa da dire. Era un pezzo che preferiva starsene in disparte. All’inizio aveva pensato per un po’. Poi aveva capito che era meglio. Nemmeno si affacciava più dalla finestra, per precauzione. Ci mancava solo Lei.
Non si poteva dire che la modestia fosse la sua dote migliore. Forse le aveva messo un ego troppo straripante. “Che ci siamo. Forse qualcuno dovrebbe dirlo che ci siamo“. Ma era un ego al femminile. Se doveva essere donna l’aveva fatta donna. Era solo che, ora lo sapeva, il suo ultimo bisogno era una donna. Ma a volte le cose si fanno. Mica sempre è necessario pensarci tanto sopra. Pensava potesse essere di aiuto. E poi che c’entrava lei. Solo che Lei non riusciva a stare al suo posto. Non le bastava il suo ruolo. Non sopportava di essere solo amica, ne di essere un presente apparente. Di essere infondo un essere inferiore. Anzi un essere che in realtà non c’è. Inferiore non si sentiva a nessuno. Nemmeno a Lui. Avesse dovuto dar ascolto solo a Lei: tantomeno a Lui. Sempre a metterci becco. Come un padreterno. Da non crederci. E che poi non si inventassero tutte quelle storie su di Lui. Non era affatto misogino. Era Lei. Eppure era uscita dalla sua mente. Ne era proprio uscita.
E’ che dopo le cose rischiano di circolare. Sempre secondo Lei nessuna foto Le rendeva giustizia. “Bisogna capirla, è donna. E una donna è una donna“. Non doveva confidarsi con Urdelio. Da quello tutto ti potevi aspettare tranne la risposta che ti saresti aspettato. Che voleva dire? Era meglio se d’ora in avanti prestava più attenzione. Eppure in fondo non era neanche giusto dovesse essere così accorto e cauto. Tutti possono avere una distrazione. Anche Lui. Certo che sarebbe bastato guardare Eva, proprio quella. Bella idea gli era venuta. Bastava guardasse quella. Beh! non l’aveva fatto. E poi Lui, diamo a Cesare quel che è di Cesare, era Dio; perbacco. Anche meglio di Cesare. Se ci mettiamo a discutere anche il suo operato. Aveva fatto l’universo, tutto quel guazzabuglio, senza bisogno di nessuno. Aveva fatto l’uomo, e la donna, Eva; appunto. Doveva prevederlo. Lei si poteva considerare una svista. Ma non c’è più sordo di chi non vuol ascoltare. Lei a dire e a ridire. Cominciava ad averne fin troppo. Lei a dire che aveva le sue idee. Che le cose non le avrebbe fatte così, ma cosà. Che se lo spolverasse Lui tutto quell’ambaradan.
Era straripante. Non c’era cosa in cui non mettesse lingua. Che Lei al posto suo… Ma si può immaginare un Dio donna? Per Dio una così? Una che non c’è verso di non litigarci entro i primi dieci secondi? Non stava ne in cielo ne in terra. Era impossibile. A cosa poteva servire un essere simile? Già! si trascinava i dubbi da quella volta con Eva. E poi non era nemmeno tanto edificante un Dio con due cose come le sue. Lei mica doveva. Non se l’era creata per quello. Oltretutto le ballavano impunemente, e Lei lo sapeva. Mai una volta che facesse qualcosa a quel proposito. Eppure era stato Lui a farla così. Aveva commesso più di un errore, con Lei. Fortuna che se l’era immaginata già vestita, che già vestita non brillava per passare inosservata. E non faceva nulla per farlo; anzi. Non voleva dargliela vinta. Non voleva far vedere che tornava sui suoi passi. Se avesse potuto le avrebbe almeno tolto la voce. In fondo la donna muta è una bella trovata. Forse, la donna muta, è la perfezione. Se non lo è sarebbe almeno una soluzione.
A sentir Lei non sopportava, ma erano una infinità le cose che non sopportava, la signora, la sua smania di fare in fretta e di complicare le cose. Gli chiedeva a che servivano le frontiere, le razze, tante lingue, etc. E’ facile dire le cose dopo. Bisogna provare. E poi doveva essere l’ultima a parlare. E smetterla di fingere di non sapere com’era andato tutto. Non fosse stato frettoloso, e un po’ sbadato, Lei era la prima cosa che non avrebbe fatto. Non ci avrebbe proprio pensato. Sarebbe stato cauto anche nell’averne un solo dubbio. Che con Lei non si poteva mai sapere. Il diavolo, anche lui veramente un bell’ingrato, eppure anche lui non avrebbe che potuto essergli grato, era un dilettante in confronto a Lei. Aveva anche provato con lo sport e il poker tra amici. Non aveva risolto molto. Non ci dormiva più la notte, e anche Dio, di tanto in tanto, ha bisogno di riposare. Almeno, come è risaputo, un giorno la settimana. Non chiedeva di più.
Giorgio Gaber: Io se fossi Dio [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/IoSeFossiDio.mp3”%5D

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Si può

Si può vivere solo d’amore

Si può morire solo per amore

ciò che non so è come si può vivere senza amarti

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