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Archive for 26 marzo 2009

raccontiSulla carta era tutto semplice, lineare. Aveva cercato di descrivere tutto minuziosamente, il più fedelmente che gli era stato possibile. Scegliendo i termini più precisi, più corrispondenti. Anche per descriverlo per sé. Inseguendo l’arroganza di capire. Guardando fuori invece si rendeva conto che era impossibile non accorgersi: fuori era diverso, era vita. Sulla carta era un’altra cosa. Le parole restavano sulla pagina come rondini a riposare, in ordine, su un filo della tensione. Tensione… Erano immobili e insapori. Non avevano odori. Non avevano suoni che quelli che gli ripetevano nella sua mente. Per quanto limasse, cercasse di emendarle, quello era l’unico, misero, risultato che riusciva ad ottenere. E lui era un uomo preciso, di quelli che cominciano ad alzarsi presto una settimana prima della fine dell’estate per riadattarsi ai tempi e ai ritmi dei giorni del lavoro. Se ne era quasi dimenticato.
Cercò una sigaretta senza trovarla, aveva smesso da sei mesi, ma in quel momento ne subì un desiderio quasi impossibile da non ascoltare. Nella casa vuota non aleggiava che il silenzio di quel racconto di parole silenziose. E lui cercava di non parlare di sé, di tacere quello che lo riguardava, ma ogni sillaba andava a ricordargli qualcosa, sembrava solo un riferirsi a; già da prima che prendesse forma scritta. Non riusciva ad uscire dai suoi abiti. Ma dove prendeva corpo il suo disagio? Nel fatto che non voleva accettarsi per quello che era diventato? Anche. Ma il problema vero consisteva nel fatto che si rendeva conto che, tra le parole scritte da lui e quelle lette nella logorrea altrui, strava diventando sempre più aderente ad uno di quei personaggi; e quei personaggi erano lineari, squadrati, semplificati; o generosi o reticenti, o nobili o peccatori, o signorili o cafoni. Anche loro non potevano che essere non veri e così lui. Era diventato un uomo di carta. Con quella cravatta di carta, sempre la stessa, sempre al collo; anche d’estate. Con delle idee di carta e, quel che era peggio, dei desideri di carta. Eppure avrebbe dovuto ormai essere assuefatto al quel silenzio, a quella solitudine. Non era forse vero che, infondo, l’aveva voluta e cercata? Non ne era più tanto sicuro. Non voleva ammetterlo ma era anche a causa di una sua fragilità sempre repressa. Dell’incapacità di sostenere realmente gli sguardi e i giudizi degli altri. Se aveva fatto del male non era voluto, era stato solo per difendersi dalle cose, per innocente egoismo. Chi non lo è, infondo, un poco, egoista? Ma non gli era rimasto che quel vuoto cavo e, in quel istante, non sapeva se aveva fatto proprio la scelta giusta. Escludere gli aveva comportato anche chiudere le imposte sul resto. Ora non aveva più una vera realtà se non quella finta realtà che traeva dai libri e dalle notizie o che si inventava. Il suo volto era come costruito con fogli di quotidiani. Gli pareva quasi di sentirsi addosso quell’odore inconfondibile. Non aveva più obblighi ma nemmeno scuse. Alla fine le sue parole non potevano trovare vita. Forse avrebbe voluto avere ancora Ernestina lì accanto. Era la prima volta che ne soffriva l’assenza. Veramente quasi una prima volta.
Strana donna Ernestina sempre così invadente e allo stesso modo assente. Non le sembrava lavoro il suo. Per lei lavoro e solo quando provoca sudore che bagna la fronte, che si vede, che si porta a nudo in quelle piccole gocce. Maniaca dell’ordine. Della pulizia. Delle cose al loro posto. E di ogni posto per ogni cosa. E delle puntualità. E, naturalmente, della casa. Delle serata davanti alla televisione. Ma alla televisione dei programmi che amava lei. Si! aveva fatto bene, la loro storia era già finita prima. Ancora una volta era stata mancanza di coraggio. L’aveva trascinata a sopravvivere, quella storia, quando ormai non avevano più nulla da dirsi. Odiava anche come si vestiva. Persino, ormai, il profumo della sua pelle. E le sue pretese. E il desiderio che era diventato, ma forse era sempre stato, dovere. I morti della catastrofe erano solo nomi di un casellario senza senso. Non soffrivano certo più, come chiunque è morto, ma non erano nemmeno carne, e sangue; non facevano parte di un vero dramma. Cosa voleva dire veramente: poveri resti? Forse avrebbe dovuto andare sul posto per tornare a sentirsi vero. Ma lui era semplicemente inadeguato. Eppure in redazione aspettavano il pezzo.
Solo alcuni anni prima avrebbe raccontato di aver preso il foglio, di averlo appallottolato e gettato nel cestino. Semplicemente aveva cancellato il file e, per non avere un secondo ripensamento, lo aveva fatto anche dal cestino; un cestino che non c’era, che era solo una memoria virtuale. Lo aveva cancellato definitivamente. Era stanco. Erano giorni che evitava di chiedersene la ragione perché semplicemente una ragione non c’era. Non c’era una ragione per nulla.
Aveva preso il suo passato, lo aveva appallottolato e poi gettato dalla finestra. Solo per un attimo si era sentito come liberato, leggero. Un attimo. Poi, tardivamente, aveva capito che il passato era tutto ciò che gli rimaneva. Era sceso in strada ma del suo gesto, forse frettoloso, non era rimasto nulla. Nel frattempo era giù passata la macchina dell’azienda comunale che raccoglie le immondizie.

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