Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for marzo 2009

Cara Ross¹
bustaHo tenuto questa lettera nel cassetto per talmente tanto tempo che la carta s’è ingiallita. L’inchiostro ha perso di brillantezza. La carta soffre il tempo; l’inchiostro, pure. I ricordi invece non hanno timori. Si rinnovano ogni minuto. Sono sempre vivi al presente. I ricordi chiamano le persone per nome. Non hanno bisogno di nick. Dei verbi coniugano un solo tempo: oggi. Ma questa lettera non sapeva dove trovarti. Non sapeva di essere. Se essere. Questa lettera aveva quella timidezza che non permette di capire il momento. Infondo era solo una vecchia lettera già mentre la stavo scrivendo. Infondo aveva dita delicate. Dita che sfiorano appena; solo. Dita da vecchia nonna davanti al nipote appena nato. Caute. Caute e riservate.
Questa lettera era una non lettera. Era per essere di una persona che non era più. Di una persona e di una età. Di una ragazza. Di una ragazza per sempre. Di una ragazza dai capelli rossi, appunto. Di quella ragazza che eri stata. Di una ragazza che aveva tutto il sole nel sorriso. Di una ragazza che quando rideva faceva il verso ad un torrente di montagna. Di una ragazza dal seno piccolo di cui era molto gelosa. Era di quel tempo. Era di quel momento. Quando si è così coglioni da credere che il tempo non possa tornare. Che lo si è, giovani, una volta per volta. Una sola volta. Contro un mondo diverso fatto da diversi; per diversi. I giovani sono così: pensano che tutto gli appartenga. Sfidano tutto. Pensano che saranno giovani per sempre o che non lo saranno mai. Che non saranno mai nient’altro. E bruciano le loro ore del fuoco rapido. C’è mai stato un film per noi oltre a quello che abbiamo vissuto?
Cara vecchia, antica, amica. Se è gioco giochiamo. Traggo la lettera dal cassetto. L’inchiostro forse ne tradisce l’età. Le parole non hanno età. Le parole tornano a parlare. E parlano direttamente dentro l’animo. Chi può ancora credere che possa succedere l’impossibile se non un pazzo come me che ci ha sempre creduto? Che ha sempre pensato che sia possibile anche l’impossibile? Che ha scritto tante storie e ha taciuto troppe volte e troppo allungo? Che si trascina ancora tutte le sue illusioni come il sacco il marinaio, che in verità non parte mai o lo fa continuamente? Che da allora compie ogni anno lo stesso compleanno? Nessuno potrebbe credere che questo uomo adulto, maturo, abbia ancora vent’anni. Ho un piccolo segreto. Porto sempre una canzone in cuore. Quella. E quella. Ho sempre un blues da piangere. Vivo con l’anima. Tengo stampato ancora sulle mie ciglia il rimmel della meraviglia. Mi aggrappo ad ogni speranza. E amo l’uomo. E ora lo so che è di ricordi che tornano che sono fatte molte delle strade dei sogni. Anche se, a volte, non si sa dove portano.
E’ solo che, a momenti, questo piccolo uomo ha paura di non avere più tempo. Che non sia più tempo di aspettare. Perché potrebbe morire domani; di questa gioia. Il cuore frantumato in frantumi. Ma è solo un attimo. Perché non c’è morte più bella. Non la temo. La morte di un uomo che ama. Credi ancora che il paradiso si possa toccare? Ora è il tempo giusto. E’ il tempo di spedire questa lettera. Questa lettera che non ha subito stanchezze. Falla leggere a quella ragazza di diciassette anni. A quella ragazza di cui ero goloso. Di cui in troppi eravamo golosi. Lascia che sia lei a prenderti la mano. Ad accompagnarti attraverso queste parole, lungo quello che dicono e non dicono. Lasciati guidare da lei. Se non c’è altro posto per noi lo troverò in questa lettera.

Michele

Gino Paoli: Ricordati [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/GinoPaoli-Ricordati.mp3”%5D


1] Questa lettera, diversamente dalle altre, appartiene alle “lettere private”.

Read Full Post »

015-finestra-e-temporale

Finestre e temporale: elaborazione fotografica di MDG

Robert Wyatt, pseudonimo di Robert Ellidge (Bristol, 28 gennaio 1945), nasce cantautore il 1 giugno 1973, quando durante una festa, cade da una finestra al terzo piano di un palazzo, rimanendo paralizzato dalla vita in giù. L’anno successivo, ancora ricoverato in ospedale, incide il suo primo e forse più importante disco, quel Rock bottom dal quale abbiamo scelto Little Red Robin Hood Hit The Road. Nella “vita precedente” aveva avuto il tempo di essere uno dei più grandi protagonisti della scuola di Canterbury in quella grande stagione in cui si affermò il progressive.
Nel 1963 era stato tra i fondatori del psichedelico Daevid Allen Trio con Daevid Allen e Hugh Hopper. Nel 1964, dopo l’abbandono dell’australiano Allen (che darà vita ai Gong) bloccato alla frontiera per una questione di documenti, i sopravissuti del gruppo daranno vita ai Wilde Flowers dal scioglimento dei quali nacquero i Caravan e soprattutto, con lui, i Soft Machine. Wyatt è uno dei progetti di rock progressivo più influenti in assoluto. In una parentesi del 1970 incise il suo primo vero disco solista: The End of An Ear. L’anno successivo abbandonerà la Macchina soffice per dar vita all’ennesimo grande gruppo: quei Matching Mole che incideranno due splendidi album: Matching Mole (1972) e Little Red Record (1972). Poi la disgrazia.

Rock bottom: Little Red Riding Hood Hit the Road
http://www.youtube.com/watch?v=a2TUb51oukc

Little Red Robin Hood Hit The Road

Il piccolo pettirosso si mette in viaggio

(Gioco di parole con Little Red Riding Hood che significa cappuccetto rosso)

In the garden of England dead moles lie inside their holes
The dead-end tunnels crumble in the rain underfoot
Innit a shame?Can’t you see them?
Can’t you see them?
roots can’t hold them
Bugs console themI fight with the handle of my little brown broom
I pull out the wires of the telephone
I hurt in the head and
I hurt in the acting bone
Now
I smash up the telly with remains of the broken phone
I fighting for the crust of the little brown loafI want it I want it I want it give it to me
(I give it you back when I finish the lunchtea)
I lie in the road try to trip up the passing carsYes me and the hedgehog
We bursting the tyres all day
As we roll down the highway towards the setting sun
I reflect on the life of the Highwayman yum yum
Now I smash up the telly and what’s left of
The broken phone
Nel giardino d’Inghilterra talpe morte giacciono nei loro buchi
I tunnel ciechi crollano nella pioggia sotto i piedi
Non è una vergogna?Non le vedi?
Non le vedi?
Le radici non riescono a trattenerle
Gli insetti le consolanoHo lottato con il manico della mia piccola scopa marrone
Ho tirato fuori i fili dal telefono
Ho sbattuto la testa e
Mi son fatto male un osso
Adesso
Ho spaccato la televisione coi resti del telefono rotto
Sto lottando per la crosta di quel piccolo pane marroneLo voglio, lo voglio, lo voglio, dammelo
(te lo ridò indietro quando finisco il pranzo-tè)
Mi distendo per strada cercando di far inciampare le macchine che passano
Sì, io e i ricci
Facciamo scoppiare le gomme tutto il giorno
Mentre rotoliamo sull’autostrada verso il tramonto
Io rifletto sulla vita dei briganti a cavallo gnam gnam
Ora finisco di distruggere la televisione e ciò che è rimasto del telefono rotto

Ringrazio della splendida traduzione l’amico Marco Sacco

Read Full Post »

Ancora una volta un grande post.

Read Full Post »

melaCamminava. Distratto. I pensieri nei pensieri. Come fosse solo. Camminava, Michele, senza guardarsi torno. Non importava da dove. Non importava per dove. Non conta più. Forse nessuno lo potrà ricordare. Del posto conserva precisa memoria. Potrebbe dire esattamente il luogo e la pietra. Per chi conosce Venezia era campo Santo Stefano o campo Morosini. Dal ponte di legno dell’Accademia. Superato il Benedetto Marcello. Poco oltre Palazzo Loredan. Vicino a Niccolò Tommaseo. Verso campo San Maurizio. Tanto per dire quanto il ricordo può tornare nitido. Un ricordo a cui era stato invitato. Forzato. Un ricordo che così gli era precipitato addosso, nella sua completezza, cogliendolo di sorpresa. Gabri sembrava pensierosa. Strana ragazza Gabri. Fisico robusto. La grazia non era la sua virtù maggiore. Ragazza di una allegria forzata ma schietta. Capace di essere profondamente amica e incapace di tradire od odiare. Pareva una ragazza disegnata esattamente per quei giorni. Vestita perché ogni occhio scorgesse la sua mancanza di fascino.
Cosa risponderesti se ti dicessi che amo Rossana“?
Michele non la stava ad ascoltare. La domanda non lo colse nemmeno di sorpresa. Nemmeno lo poteva infastidire, tanto era presente solo a sé. Si è perlopiù così a quell’età. Si è il centro. Si è vigliacchi ed egoisti. Lui, Rossana, l’avrebbe vista più tardi. O almeno lo sperava. Disse senza pensare. Gli sembrava che la prima stupidità bastasse.
Direi che è una cosa solo vostra. Che non fa parte delle mie cose“.
Lei non rifletté allungo sulla risposta. Forse nemmeno lei ne era interessata. Forse cercava un dialogo che non si sviluppava. Forse semplicemente cercava. Il silenzio non ebbe nemmeno il tempo di manifestarsi. Ricordi. Riflessioni. Stavolta la buttò lì quasi con fare più deciso.
E cosa diresti se ti dicessi che ti amo“?
Non era una citazione. A distanza si potrebbe osservare quanto siamo diversi da quello che crediamo di essere. In realtà Michele non ebbe nemmeno il tempo ne la delicatezza di alzare lo sguardo. Di donarle un sorriso. Provava amicizia per lei, null’altro. E una amicizia quasi interposta. Continuò a considerarla una semplice supposizione. Meno di una domanda diretta. Nemmeno si chiese cosa cercasse? Cialtrone fino alla fine. Diritto per il suo scopo.
Direi che mi spiace. Anche questo non mi appartiene. Ti direi scusami ma amo Rossana“.
Amore. Una parola forse troppo impegnativa per un età troppo prematura. Per una ignoranza tanto smisurata. Michele si ritrovò da solo e disarmato davanti a quel ricordo improvviso e ingiustificato. Quarant’anni dopo. Quando non aveva più nemmeno la voglia di amare. Certo non quella di lottare. Né quella di porsi delle domande. Incapace di reagire. Però era ancora capace di ricordare. Tutto immerso nuovamente in quel mondo che non esisteva più. Tra quelle figure che erano stati. Di Gabri aveva faticato a ricordare il nome. Di Rossana avrebbe potuto dire poco di più. Improvvisamente, violentemente, sentì il gusto agrodolce del suo profumo. Del profumo che usava all’ora. Che certo non usava più. Non l’aveva più rivista; dopo. Erano ragazzi allora. Non migliori né peggiori. Nessuno lo potrà mai dire. Venezia li coccolava con le sue lusinghe e la sua malinconica pigrizia. Tutti cercavano. A quell’età ogni uno non fa altro che cercare sé stesso. Frugare tra le proprie vesti. Porsi dubbi irrisolvibili. E a quel tempo nessuno aveva mai fretta di crescere. Ma era bello baciarsi nell’ombra di un portone.

Read Full Post »

matrioskaNaturalmente era un gioco e come ogni gioco prima o poi finisce. Si fa buio e non ci si vede. Il padrone del pallone, per rabbia o perché chiamato, se ne va col pallone. Qualche vicino ti manda a quel paese quando è finalmente il momento di andarci. Qualcuno s’è scorticato un ginocchio. Passa la Berta. E’ arrivato il tempo delle confidenze; molte riguardano proprio la Berta, sogno di molti se non di tutti. Eravamo ragazzi, allora. Adelio, almeno sulle parole, preferiva la Zeffira. Siamo venuti a saperlo dopo il perché. A proposito, apro e chiudo parentesi – avete visto che tette ha messo la Berta – che di nome fa Silvietta cioè Silvia? Parola di Gianpiero. Pensando lei Emilio, quella volta, si è distratto. Lo siamo venuti a sapere dopo; che risate. S’è bucato il tubolare schiantandosi contro il cancello del geom. Cencelli. Oggi con le chiacchiere stiamo a zero. Naturalmente il campo dove si giocava non c’è più. In quel posto c’è la baracca; domani chissà? La sera arriva sempre alla stessa ora, a dispetto delle stagioni. In realtà non è cambiato nemmeno il modo rassegnato di salutarci. A volte capita persino di farlo, andarsene, alla chetichella. Il barista ti pulisce il tavolo tra le mani e spegne la luce dopo aver raccolto le carte. Chissà che fine a fatto la Berta? E chi ci pensa più alla Berta? E’ proprio ora di cena anche se quello separato continua a tirarti per la manica, e sai già che Carla… chi la sentirà? Ha un bel dire lui: ancora un bicchiere.
Il gioco mica ha età.
E’ giunto il momento di dire: “si scherzava“.

Read Full Post »

fulmineBella associazione. Non sapeva chi era peggio. Secondo Lui il problema era nato da subito. Non si capacitava ancora, probabilmente erano stati quei quattro, cioè Michele, Gabriele, Raffaele e Uriele; tanto per non far nomi. Chissà cosa gli avevano portato. Tanta fatica per nulla. E ora pareva solo colpa sua. Lo aveva già detto che gli sembravano degli incapaci. E lasciavano piume da per tutto. Se n’era trovata una a letto che gli aveva fatto passare male la notte. Non aveva fatto che rigirarsi prima di capire la causa di quel prurito.

Stava pensando che un’altra volta la sua storia sarebbe stato meglio se la scrivesse da sé. Comunque sulla Creazione era meglio che ci parlasse, con quelli. E anche con quelli altri; soprattutto. E che la smettessero di tessere le proprie lodi. Di farsi belli con nulla. Cos’era ‘sto periodo geometrico? Della cosa era certo, ma con quelli… Continuava a rimandare. Restiamo nel seminato. Era solo che… tutti lo fanno acciglioso, altero, incazzoso. Niente di meno vero. Lui, invece, avrebbe piacere ci fossero occasioni per poter ridere; per un po’ di leggera e sana allegria. Ma più ci pensava meno trovava qualcosa di cui stare allegro o, almeno, qualcosa di buffo.
Le cose si possono anche capire. A volte non si possono proprio giustificare. Il pomo non era più là. Ma non era tanto per una mela. Era una questione di principio. E poi non era nemmeno una mela. Mica stava parlando con dei ragazzini. In quel caso avrebbe usato una favoletta del cavolo. Aveva cercato di fare piano. Non c’era riuscito. Aveva quel passo pesante. Va bene che era puro spirito, ma mica era un fuscello, Lui. Avevano fatto a tempo a nascondersi, ma non ci si può nascondere per l’eternità. A Dio. “Venite fuori”. Era stanco di quel gioco prima ancora di cominciare. Che non facessero i bambini. Lui aveva da prima cercato di fare l’uomo. Scusa banale. Si parla di quel bell’imbusto di Adamo. Bello poi. Diciamo originale. Poi lui a dare la colpa a lei. Lei all’altro. C’era da aspettarselo. Anche se erano i primi sempre uomini erano. Uomini e serpente. Una coppia e un serpente. Non sapeva di chi fidarsi meno. Certo che a prendersi la responsabilità rode a tutti. E presuntuosi erano presuntuosi. Forse era umano. Erano sempre stati nudi e adesso facevano a meravigliasi di vederlo. Secondo Lui lo facevano apposta. L’aveva già detto. O almeno l’aveva pensato. Per Dio pensare e dire non rappresentava poi una grande differenza. Il suo era pensiero di Dio. La loro non era che una semplice scusa. Anche banale. E goffa.
Spiegarlo al serpente era l’impresa. Alla fine ci rinunciò. Come fai a parlare con uno così. Come quello. Ci provi chi vuole, a parlare con un servente. Standogli sempre ad una certa distanza. Perché fidarsi e bene. Meglio non farlo. Si chiese se s’era ricordato di dargli orecchie. Si chiese se serviva proprio il serpente. A che serve? Forse avrebbe fatto una lista. Magari più avanti. Non era l’unico, il serpente, che sarebbe stato bene rifare. Magari con le gambe. O al limite cancellare. A dire il vero sarebbe rimasto ben poco di tutto il suo lavoro. Ma per il serpente una soluzione si sarebbe trovata. Per il momento lo lasciava a strisciare senza gambe. Poi qualcuno sarebbe venuto. Meglio una donna. Quello aveva rincitrullito Eva. La storia del potere. Quella dell’intelligenza. Pensò che sarebbe stata una donna a fargliela pagare. Si sarebbe organizzato. Certo che a trovarne una adatta non era cosa facile.
* Comunque ad Adamo fischiavano le orecchie per quella storia che era stato il serpente a sedurre Eva.
Non gli era proprio venuto in mente che si potesse trattare di uno dei soliti travestimenti. Il serpente o faceva perfettamente lo grorri o non aveva capito che stava succedendo o. Adamo non se ne dava completamente pace. Dio nemmeno sapeva perché continuava a tornare a pensare a quella storia. Che si arrangiassero da soli. Non avevano voluto ascoltarlo. Che se le faticassero le cose. Tutti son buoni a nascere da una costola di re. Fare i figli di Papà. Prendi quello. E poi quello. Si erano trovati le cose già bell’e fatte. Proprio come quei due. Mica come Lui. Lui aveva fatto tutto da sé. Persino sé stesso.
Ma in fondo Lui non era come lo descrivono. A vederli nudi gli metteva pena. Provvide loro anche per quello. Il tempo si stava facendo pungente. C’era una certa arietta quel giorno che non prometteva niente di buono. Alla fine si scocciò anche Lui, preferì non pensarci più. Andò al bar con gli amici, ora che li aveva; naturalmente al bar da Clara, a prendersi un caffè e a parlare. Sapeva ancor prima di partire che non sarebbe riuscito ad evitare l’argomento. Meglio affrontarli subito i pettegolezzi. E poi meglio che star lì a piangersi addosso. Perché le lacrime di Dio creano disastri. Quando piangeva Lui piangeva tutto il cielo. Altro che quello che lava le botti.


Fai attenzione, caro lettore, e lettrice, che qui fa capolino, per la prima volta la Madonna.

Read Full Post »

poesiaAllora avevo attorno ai vent’anni. Di quello che scrissi non si è conservato nulla. Solo la memoria ha custodito, con approssimazione abbastanza fedele, questi pochi versi, parte di una raccolta che non esiste più.

Impazziti di rabbia
ciclopi
scagliano   tuoni
nel fondo
di baratri         senza fine
ed
io         miro     me
in sillabe
indulgenti.

Read Full Post »

Ritrovo, all’improvviso, senza preavviso, con le sorprese che riserva la vita (che ne è a volte generosa ed io ne sono avido), una vecchia amica che torna da un passato molto lontano, Lei dice antico. La ritrovo in rete e ne propongo una lettura, perché è tempo speso bene: da L’altra metà del cielo. Di Ginsberg ho avuto modo di accennare.

Read Full Post »

Mutandine appese al filoSi può dire cazzo in un blog? Insomma! E’ proprio una giornata del cazzo. Le disgrazie chiamano disgrazie. Non vengono mai da sole. Già alle prese con un fastidioso giramento, arriva la bolletta del telefono e ho appena fatto acquisti. Due cose assieme già sono più di una; e una di troppo. Ora pare che ci siano sempre meno miliardari. Pare. Dalle ultime ricerche, sul campo, dati sicuri, quasi, statistiche, si parla addirittura di una moria. Sembra siano diminuiti di un terzo. Strano, nemmeno me n’ero accorto. Forse m’ero distratto. La crisi proprio non risparmia nessuno. E io, con criminale negligenza, me ne stavo al bar, con Lei. Una tazza di cioccolata con panna e mi sentivo in paradiso. Mentre fuori si consumava il dramma. Io tengo incrociate le dita. Vorrei fare di più. Davanti a certi eventi mi sento impotente. Proporrei una raccolta firme. Una petizione al WWF. Di includerli fra le razze protette ed in via di estinzione. Di trovare un’isola, naturalmente deserta dove re… cioè che li ospiti. Averli continuamente sottocchio, in cattività, permetterebbe così di intervenire subitamente qualora l’epidemia della crisi continuasse a diffondersi e a mietere vittime. Un habitat adatto favorirebbe, allo stesso tempo, la loro riproduzione. Io tengo incrociate le dita, sperando che il mio bar preferito non finisca mai né la cioccolata né la panna. Si accettano suggerimenti.

Read Full Post »

emergencyDimenticavo. Quasi dimenticavo. Ieri sono uscito con lei. Di primo mattino. Noi due soli. Lei al mio fianco. Realizzato. Avrei voluto fosse festa. Avessimo tutto il tempo, davanti, per noi. E tutti parevano guardarmi. L’ho cercata allungo. Non l’ho trovata. Potrei dire che è lei che mi ha trovato. Ho ritardato fino all’ultimo, spesso ritardo per trattenere il piacere. La verità è molto semplice: è il regalo di un amica. Ieri ha fatto, per così dire, il suo debutto in società la mia nuova 24ore. Ci ho messo dentro, alla 24ore, le mie cose. Avevo preso delle maglie. Manco farlo apposta. E’ esattamente in tono con le maglie che ho messo; subito. Maglie di Emergency. Come dice un’altra cara amica: non posso andare a lavorare nei loro ospedali, almeno faccio quello che posso. Abbiamo affrontato assieme il mattino. Io e lei. Mi sentivo bello con le mie maglie e la 24ore. Bello per quanto lo posso essere. Ero fiero.

Read Full Post »

« Newer Posts - Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: