Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for aprile 2009

colombaPer chi non sa credere lo dico ancora, lo ripeto. Era solo un sogno. Sembrava vero. Passeggiavo con Annastella. La mia Fata, cioè il mio angelo. Lei mi teneva sottobraccio. Stavo pensavo che era come fossimo una coppia. Probabilmente chi ci vedeva lo pensava. La gente da sempre dà risposte semplici. Infondo è tenera Lei, solo a vederla. E a vederci non c’è nulla di strano pensarlo. E’ bello passeggiare sottobraccio. E io, Lei al mio fianco, nel sogno sognavo. Le strade sembravano le stesse. Quelle di Sempre. E il sole era un sole leggero, mite. Come di primavera. O di un autunno delicato. Ora, su due piedi, non ricordo il colore delle piante per stabilirlo; i loro fiori, se c’erano fiori. I sogni, sempre, svaniscono col mattino. Ero troppo distratto dal nostro parlare. Distratto dal suono delle sue parole. Un po’ dalla meraviglia dei suoi occhi. Ora, ad andarci col ricordo, posso vederci come più semplici passanti, come padre e figlia, ma quel ricordo non ha alcun obbligo d’esser fedele.
Allora ancora credevo che fosse più che rara, unica. Mica succede e chissà se il sogno era solo sogno. Così discorrendo e tacendo chi incontro se non Bambola? Lei, cioè l’altra, cioè Bambola camminava senza far rumore; naturalmente. Intenta nei suoi pensieri. Al momento non l’ho riconosciuta. L’avevo vista solo di foto. Lei appare nelle foto. Certo che a vederle si distinguono. Certo che a spiegarlo è un casino. Quella che mi stava a fianco è piccola. Una donna minuta tutta grazia. L’altra è nella carne fiera di sé. Con un sorriso largo che abbagliava tutto il mattino.
Era mattino? Della piccola Bambola, cioè di Annastella, vi ho spesso parlato. La sua voce birichina è diventata un soffio di vento che ammalia. A dire le cose fino alla fine nemmeno ama sentirsi chiamare Bambola. Quello non è il suo nome. E questo aiuta solo la confusione. Il suo nome resta Annastella. L’ho sempre taciuto per riservatezza. E perché fin da quella prima sera, la sera da cui ho cominciato a parlare di Lei, mi sembrava che chiamarla con quel nomignolo, Bambola, ne mostrasse ancor più l’essenza. Ma l’ho chiamata anche con altri nomi, e con altri ancora la chiamo. Che poi è buffo come abbiano avuto bisogno, i suoi, di usare due nomi per una persona sola, e per di più per una persona tanto unica e di tali proporzioni.
L’altra, Bambola, cioè Ares, cioè una donna donna con un nome da uomo, e un nome importante, eppure dagli occhi di una dolcezza disarmante, e gli occhi pieni di luce, a vedere la mia sorpresa, ancorché la mia meraviglia, è scoppiata in una risata. Lei non doveva essere là. Lei non passeggia mai quella strada. Non è dentro le sue abitudini, né nei suoi orari. Semplicemente andava a cercare il suo destino. In cuor suo distesa, serena, quanto può essere serena colei che cammina il mondo e che porta al collo una collana di perle di lacrime. Come tutti coloro che passando per il mondo vengono dal mondo sfiorati e dalle sue stoltaggini, e sporcati. Cioè coloro che amano e sanno amare. Ma io la credevo, nel sogno, ancora in viaggio. Cosa ne potevo sapere. Ed era delle più giustificate la mia sorpresa poiché trovarmi tra due angeli, all’improvviso, mi sembrava troppo. Non m’era ancora mai successo. Credo non sia mai successo ad alcuno. E si era fermato il vento.
Non potevo aver dubbi, Lei non faceva ombra alcuna, e non calpestava nei passi, scivolava leggera. Ed era, nell’aspetto, come ho detto, di carne e lusinga, quasi del tutto umana e di umani assaggi. A vederle vicine poteva essere curioso. Come due Bambole di quelle bambole russe; di cui una può stare nell’altra; nascondervisi; tanto erano diverse. Annastella piccola e sottile come un soffio, quasi irreale, quasi impalpabile. Ares fiera di essere una presenza del tutto fisica, quasi di ingombrante bellezza, nella sua bellezza (non stiamo parlando di bellezza umana).
Quando sei tornata dal deserto?
La ricordavo allora, come fossi là. Un sole prepotente. Un lungo attimo sospeso, di serenità. Sapevo che era tornata, era anche passato del tempo, ma non sapevo che altro dire.

Annunci

Read Full Post »

fulmineEra sconcertato. Sembravano tutti comparse in un film e per di più porno. La cosa più incredibile era che non avevano ancora inventato il cinema. Era tutto che non andava. Anche per quelli che vedono. Certo che quello. E poi quella. E anche quella. Certo che aveva un bel girare gli occhi, gli tornavano a guardare. Nemmeno la testa riusciva a tenerla a freno. Solo che come punizione gli sembrava un poco esagerata. E temeva sarebbe servita a poco. E poi hai un bel aprire le finestre prima che si asciughi il tutto. S’era dato tanta pena per separare la terra dal mare e in quel momento era tornato tutto mare. Mare con quel guscio di barchetta sballottata tra le onde. Ad ascoltare gli altri era anche peggio; vecchio pazzo. Sarà come le pulizie di primavera. Sembrava più una demolizione totale. Dopo c’erano immondizie da per tutto.
E poi aveva fatto di peggio. In tutto quel marasma s’era dimenticato di un sacco di specie. Pazienta. Avesse almeno scelto con criterio. In base alla qualità; al gusto. Pazienza i gavroni, c’era da aspettarselo, la gavrona non era mai nel suo letto, anche quella, e così non li aveva trovati all’appuntamento. Pazienza anche i tragliari, la tragliara non era mai puntuale una volta che fosse una volta. Insomma aveva scodato un sacco di coppie, ma non ne aveva scodata una tra quelle peggio riuscite. Per esempio, vecchio distratto, s’era scordato i salamenghi (che erano proprio graziosi), i babbacni, gli ipponoclauchi, i niugrami, i dreonti (che quando grugnivano sembravano bimbi raffreddati che piangevano e mettevano tanta tenerezza), i farnasi (dalle zampe deliziosamente corte e storte), avesse dovuto fare tutta la lista non avrebbe finito più.
Anche la barca. Era chiaro che quella chiatta non sarebbe bastata. Ma poi s’era pure scordato anche una coppia di amaltei (nulla di grave poiché tra loro e i capri non è che ci fosse tutta quella differenza), e poi i carcini, i tifoni (anche se il ragazzo era un po’ troppo vivace), i chimeri, gli echidni (veramente facevano al femminile sia lui che lei, e questo era un bel problema), i bottobipi, gli arpii (forse per quelli aveva fatto anche bene), la signora Idra e consorte, i satiri, un paio di otro, i sfingi (cioè la sfinge e quel coso che stava con lei), una coppia di ladoni, i cerberi, etc. persino i minotauri, e poi ninfe, grifoni, ippogrifi, e qui pensò di fermarsi altrimenti l’elenco andava anche troppo per le lunghe. Ormai li si può trovare solo sui libri e nemmeno in tutti. Quello che proprio non riusciva a perdonargli era d’essersi scodato anche dei giganti . Certo che circolavano le chiacchiere, su di loro. Ma scordarsi dei giganti e portare gli insetti, anche i più piccoli e miseri. E anche il resto. Sarebbe stata ammirevole la pazienza con cui aveva catalogato e raccolto i batteri, con tutte le difficoltà che questo aveva richiesto. Non fosse che, fosse stato per Lui, quelli sì li avrebbe scordati, e di proposito. Persino le streptococco. Non ricordava proprio di averli creati. Forse non era stato Lui. Che fossero stati quelli altri?
Per gli uomini s’era limitato a portare solo parenti e amici. Doveva aver inventato il nepotismo. Certo che a seicento anni, anno più anno meno, uno dovrebbe starsene con gli amici a giocare a carte. Ci vedeva ormai anche poco, per le cataratte. Sentirci poi. E testardo lo era sempre stato. E poi quel vizio di non avvertire nessuno. Dì: guardate che viene a piovere. Doveva saperlo che ancora le previsioni. Lui si era raccomandato: porta almeno anche una coppia che sembri una coppia, cioè un uomo e una donna; fatti proprio come Dio comanda. E poi gli uomini sotto e le bestie sopra. Va bene che il puzzo sale, non che gli uomini odorassero di buono, ma il guano come tutto il resto, tende a scendere. Gli aveva anche detto: Non usare il cedro. Non mi sembra buono. E guarda che in trecento cubiti non ci stanno tutti e i pochi stanno stretti. Che era anche brutta. Chi aveva avuto quell’idea? E non pensava che finisse in quel diluvio. Era chiaro prima che iniziasse tutto che aveva ragione. Doveva fargliela recapitare a lui la bolletta, a quel vecchio rimbambito.
E poi, alla sua età, farsi chiamare Ut-napyshti per fare il fico. E s’era andato incagliare in cima ad un monte che a chiamarlo monte era dargli un’importanza che non aveva. C’era acqua da per tutto. Peggio che un’alluvione. Certo che dopo un po’ era anche il sonno che lo faceva sragionare; ma prima? A momenti non s’accorgeva che il gatto si stava mangiando i pesci rossi, anzi era la gatta, stanca di latte di capra. E lei a dire “mai che tu abbia il senso della misura“. Lui l’aveva detto. Era stato il vecchio pazzo a dire “ancora un po’, ancora un po’“. Poi s’era distratto. Non poteva pensare proprio a tutto. L’accordo era che quel vecchio pazzo lo avvertisse. La cosa era andata com’era andata prima che si potesse accorgere che s’era incantato, oltre a tutto era anche un po’ balbuziente. Sembrava divertirsi. Quando non hai più denti diventa buono anche il brodo. C’erano mari da per tutto. Un disastro. E lui che non riusciva nemmeno ad uscire da quella bara che aveva chiamato arca. E Lui che s’era dato da fare a separare la terra dai mari col timore di dover rifare tutto. Quella volta, allora, non aveva dovuto pensarci troppo anche se non aveva potuto provvedere che al terzo giorno. Prima proprio aveva avuto il suo daffare, come tutti sanno. Lo ricordava bene. E aveva chiamato l’asciutto “terra”, e chiamato la raccolta delle acque “mari”. E aveva visto che questo era buono. Ora era tutto da rifare. Era di nuovo tutto mari. Non fosse stato tragico sarebbe stato comico. A raccontarla non ci si crede.

Read Full Post »

L’anno scorso me ne sono andato. Offeso. Indignato. Basta guardare il calendario. E’ il 25 aprile. Non lo festeggerò. Ovvero me ne starò con me. E con chi sto bene. L’anno scorso, dicevo, a vedere il primo cittadino impettito nella sua fascia tricolore. Il suo delfino a seguirlo da vicino. A vederli soddisfatti nel loro proscenio. Così tronfi e pomposi. E poi a pensare che i loro atti sono atti tipicamente fascisti. L’anno scorso, dicevo, mi sono trovato a chiedermi che ci azzeccavano, loro. E i carabinieri e la banda con i tamburi. Mi sono girate le palle. L’anno scorso, ma anche quest’anno, mi son imbarazzato: è questo un paese con un presidente del consiglio che si fa orgoglio di non festeggiarlo. E io ho l’orgoglio di non festeggiare le feste con loro. Finché sarà anche il loro 25 aprile io lo festeggio a modo mio. Avrei creduto di non doverlo dire; ricordare. Non è un fatto edificante. Non è un episodio di cui andare fieri. Non è un immagine per raccontare una storia. E’ di cattivo gusto. Mi dicevo. Almeno lo credevo. Ma una nuova vecchia rabbia mi monta dentro. Ora credo sia almeno un segno di identità. Ora credo sia almeno un ricordo simbolico. Bisogna tenere sempre in tasca un biglietto del tram per Piazzale Loreto. E così mi riprendo il mio orgoglio.

Read Full Post »

melaChi può fermare il tempo? Camminavamo, io e Rossana. Con un piccolo sforzo potrei ricordare il posto. Non ha nessuna importanza. Un aria leggera le accarezzava i lineamenti. Piccoli frammenti di frasi. Solo il piacere di sentire la voce; la voce dell’altro. Nessuna meta da raggiungere. Finalmente senza quell’angoscia. Padroni del tempo. E parlavamo di musica. Succede spesso; tra noi. Suonava tutto, allora. Nemmeno lo ricordo come. Rincorrevamo i nomi della memoria. Chi per primo lo fece non lo ricordo. Nemmeno questo ha importanza. Ci fu restituito il nome di Bruno Lauzi. Quel nome le fece rammentare una canzone: Il poeta. Non la sentivamo da allora. Al momento non la ricordava. Non so dire nemmeno questo perché. Bisognerebbe chiederlo a Lei. A riascoltarla ritrovo un certa malinconia. Un sapore di caramelle di miele e un odore di gerani bagnati. Strani scherzi fanno i ricordi. Una sua risata argentina. Un suono stridulo e un poco isterico. Mi sembra un gesto carino risentirla qui; assieme e distanti. Pensando di passarle il braccio sulle spalle.
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Ilpoeta.mp3”%5D

Read Full Post »

Sempre Lei. Ancora Lei. Ancora una splendida “Badilata di cultura“. Galatea ci sta viziando.

Read Full Post »

raccontiLasciami essere la mia malinconia. Lasciami essere. Lasciami questi occhi. E i tuoi; per vedere. E poi il tempo per tacere. E il silenzio che canta la tristezza. E il silenzio e il rumore della pioggia. Assieme. Questo silenzio così completo; così devastante. Quello fuori è il giorno che ho dentro. Mai tanta sofferenza. Lacrime di migliaia di cieli. Lacrime. Le mie e quelle del tempo, mescolate. Dentro e intorno. Impossibile distinguere le mie e quelle degli altri. Scusami il silenzio. Non esistono parole per quello che vuoi sentirti dire. Io non ne ho. E non ho una lettera, proprio quella. Ne inchiostro per scriverla. Ne una carta a cui imprigionarla. Ne nient’altro che questo nascondermi. Nascondermi dove nessuno può trovarmi. Dentro. In me stesso. Senza una minima arroganza.
Quella degli altri non è mai abbastanza sofferenza. La mia è quella; è quella degli altri. Ma è la tua che mi uccide. Io tutto posso sopportare, non quello; non quella. E se cantano i miei blues sono tutte le malinconie che cantano, che gridano, che soffrono. Persino il sole, persino il sorriso impallidiscono. Ogni spazio è troppo angusto. Ogni ricordo dà dolore. Il tempo soffoca. E sopra la tavola, balla al ritmo dell’inquietudine, la vecchia senza memoria. E un bicchiere vuoto (sporco di vino). E il fumo si alza dalla sigaretta che si consuma da sola. Il lampadario pende con la corda al collo. Devi accenderlo per dare un po’ di luce al giorno, ma persino quella è una luce grigia.

Read Full Post »

fulmineDoveva essere un po’ confuso, se ricordava bene era il giorno in cui aveva creato il vino. Naturalmente lei, sempre lei, diceva che a inventarlo era stato Noè. Quel casinista di Noè che a fare una cosa aveva fatto tutto quel casino e aveva incasinato tutto. Si chiese se poteva usare la parola casino o se non era un termine inopportuno. Tornò subito alle sue alte riflessioni. Che poi lei, sempre lei, parlava perché aveva la bocca, e la lasciava andare. Che centrava Noè? Era già prima, nemmeno aveva i calzoni corti il suo Noè. Quello gli aveva detto: fai piovere un po’ ma un bel po’ che vedrai che ti combino. L’aveva visto. Uomo era. Vatti a fidare degli uomini. Insomma era dal tempo del tempo. Gli uomini, che hanno questo affannoso bisogno di contare, una vera e propria mania, perché poi cominciassero da quello mica lo aveva ancora capito? Per andare poi avanti e indietro. Insomma quelle stupide creature degli uomini lo sapevano anche loro che i primi ubriachi gironzolavano per le vie di Hajji Firuz Tepe quando era ancora quello che loro chiamavano neolitico, cioè dall’età della pietra. E poi chi l’aveva creata l’uva? E allora era come se avesse creato direttamente il vino; o no? Insomma quel giorno. Si era allontanato per fare i suoi bisogni. Non si pensi a cose materiali. Lui era Dio o no? I suoi erano naturalmente bisogni spirituali. Doveva riflettere. Insomma starsene un po’ in disparte, lontano da lei e dalle sue ciance. Un po’ traballante lo era. Era molto più giovane allora. Non che fosse vecchio ma erano ben passati un bel po’ di millenni e non aveva allora tutti i pensieri che si ritrovava ad avere. Allora non aveva ancora creato nemmeno la scrittura, si poteva raccontare quello che si voleva, non che sia cambiato poi molto, e si sentiva più arzillo. Doveva essere all’incirca il periodo in cui aveva sistemato quel maledetto cornuto di diffamatore, ma non ne era certo. La memoria a volte fa brutto scherzi. Quello, se era possibile, era quasi peggio di Lei. Ma stava bene nelle sue labbra la parola “cornuto”; era educata? Non si capacitava per tutti quei dubbi. A volte è complicato essere Dio che quello comunque le corna ce le aveva per davvero. Insomma anche quello era sistemato. Allora perché darsi tante pene? Perché anche avesse voluto non pensarci glielo ricordavano continuamente. L’avevano messo anche per scritto come nel codice alessandrino. Doveva farlo senza dita, l’uomo. Che si mettessero d’accordo anche quelli perché a Lui sentirsi chiamare Signore degli eserciti, Lui che era contro la guerra, e contro tutte le cose inutili e stupide, non è che gli andasse a genio. Anzi non gli garbava per nulla. Certo che nemmeno asserire che Lui aveva creato tutto quello dal nulla solo per bontà originaria gli sfagiolava; buono si ma fesso no.
Nessuno l’avrebbe mai convinto che ci si fosse messa anche quella Niobe, superba come non se n’erano mai viste; e pure suo padre Tantalo (bella famiglia la sua, non ci si capiva un accidente), e tutti quelli come loro. Quando piangevano loro parevano veramente aprirsi le cataratte del cielo. Le loro lacrime scorrevano come torrenti. Insomma gli restava il sospetto che quelli centrassero e non poco. Comunque, insomma non voleva campare scuse ma non era proprio del tutto in forma quel giorno, che se avesse riposato il sabato anziché la domenica non si sarebbe trovato in tutti quei pasticci. In fondo non aveva chiesto poi molto. Si fosse fatto un cornetto con cappuccino, come tutti, invece di fregarsi proprio quella mela, l’ultima rimasta, lasciando spoglio il melo, e non solo quello, tutto sarebbe andato meglio e tutti sarebbero andati d’amore e d’accordo. E’ inutile che Lei continuasse a dire che se l’era presa troppo. Il troppo lo decideva Lui. Non è mai troppo quando si tratta di principi. Solo che mica l’avrebbe immaginato che sarebbe finita così. E di lì sempre peggio. Dalla scoperta della ruota a quella della ruota del lotto gli sembrava che tutto fosse andato a precipizio, a catafascio.

Read Full Post »

Older Posts »