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Archive for 1 aprile 2009

matrioskaIo non le scrivo, le favole. Non lo sapevo. E’ una scoperta recente. Recentissima. Le favole le vivo. Le porto negli occhi e nel cuore. Forse non diventerò adulto mai. E la stavo guardando. Non le riuscivo a staccare gli occhi di dosso. Era impresa impossibile. I suoi racconti, cosi freschi e teneri, legati a quell’età, cantavano, da apparire nonsense. Se non l’avessi visto stenterei e mi stupirei a crederlo. Lei, gli occhi limpidi. La pelle di porcellana, quanti pessimi narratori come me l’hanno descritta così? Con quegli anni che sono sempre belli. Con quella donna già donna in quel corpo di rugiadosa ragazzina. Già angelo e capace di volare. Con quella leggerezza che solo gli angeli più belli hanno. Sottile tanto da potersi flettere anche se è solo un sospiro. Lei era una nota disarmonica nel mezzo dell’armonia. Dov’è il tuo schiaccianoci innamorato? E quel tuo soldatino di stagno? Anche se non l’avessi vista ce l’avevo davanti agli occhi.
Se si può vivere anche a Milano con un piccolo sforzo si può cercare di farlo anche a Spinola. In quella città della fantasia che è Spinola. Fuori da qualsiasi libro. Persino dalla cronaca. Dove il deserto è fin troppo vario. Non c’è un palco. Non un vero palco. Quattro assi senza profondità e dietro un drappo da niente. Tela di tessitrici stanche e in pensione. Fatta per la polvere. E la musica stanca delle note metalliche e scordate di un carillon. E la luce ne cercava la sagoma, i contorni, di Biri. Piccola, giovane, fata, che entrava disinvolta nel mio mondo di fate. Angelo tra gli angeli, prima che io lo potessi sapere. Amata da chi ho amato e amo. Troppo uomo per capire. Un po’ schivo, impacciato, e un po’ ruffiano. Forse persino incapace di immaginare. Tra la polvere, senza polvere. Certo nessuno ricorderà che è avvenuto qui. L’uomo senza occhi ne cuore restava muto. Inconsapevole. Mentre tutto gli accadeva davanti. Ma la vita fa capolino, a Spinola, con appuntamenti lontani, interessati. Come animali di circo vengono a pavoneggiarsi quelli che credono di contare, o lo vorrebbero fare. Col vestito di festa. Che odora di muffa. Inutile farne i nomi. Sarebbe troppo onore. Lo fa troppo bene Lei. Io me ne stavo in silenzio credendo di tenere, e di nuovo, tutto il mondo in una mano. Io, vecchio pirata di mari mai navigati. Io, in viaggio per l’isola che non c’è. Io l’avevo già scritta una storia. Abbastanza tempo fa. Una storia fatta di polvere e malinconia. Una storia non nata per restare dentro uno stupido post. Una storia con gli occhi pieni di passato.
Lei invece il suo sogno lo aveva tutto davanti. Qualsiasi sia. Tutti i suoi sogni. Era la ballerina di ogni suo gesto. Quella di quella e di mille storie. Delle vere favole. Anche smessa la calzamaglia. Il busto ritto. Gli occhi non ancora sporcati. Privi di malizia e pudore. Non aveva bisogno di salire sulle punte. Con la forchetta e il coltello danzava sulla pizza. Ne straziava la carne con dolcezza. Ne traeva ogni sospiro. Infilzava le patatine facendole sanguinare di Checiap. Le mani a scriverne le note. Nessun gesto era inutile. Sarebbe stata ballerina anche se non avesse mai ballato. Era nata ballerina. La fronte fiera alla luce. Capelli di luce raccolti. Anche i battiti di ciglia si sarebbero trasformati in applausi. Nacchere di cicale. Si sentiva amata. Lo esigeva quell’amore, dovuto. E imponeva a tutti di guardarla. E nell’ascoltarla non coglievo le parole, ma solo suoni. Intanto il grande regista della vita si accingeva a scrivere una partitura tutta per lei.
Il mago del tempo, io lo conosco bene. Con lui ho contrattato. Da lui ho cercato di rubare qualcosa di passato. Persino lui, che credeva erroneamente di tenere i fili, si sbagliava. Non c’erano più affetti, né attori; restammo solo spettatori. Lei spense tutte le luci tranne una, con un gesto di saluto. Volteggiò attorno a quell’unica luce come una falena. Leggera come senza peso. Sospinta dagli ohhh!!! degli stupiti. E lasciò la sala restando in tutti dentro gli occhi. Anche in coloro che non ne avrebbero mai conosciuto il nome. Poco importa. Un nome è solo un nome. Forse uno vale l’altro. L’avevo ammirata stupito, non ero pronto per un’emozione. Mai ho desiderato tanto di saperle scrivere, le favole; anche quelle che non so immaginare. Lei mi aveva ricordato, ancora una volta, che l’importante, alla fin fine, è viverle.

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