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Archive for 13 aprile 2009

fulmineCapita a tutti, a volte, di scordare. A volte sarebbe comodo poterlo fare. A volte riesce. Uno sceglie tra le cose quelle che tornano utili. Finge delle altre che non siano. Prosegue su quell’amnesia. Poi non può più tornare indietro. E per tutto è stato un altro. O altri. Che poi nella vita si può anche cambiare. Occorrono sempre tutti quei perché?

A dire il vero non se la poteva prendere con Adamo. Si sa che l’uomo è uomo. A dire il vero non se la poteva prendere nemmeno con Eva. Anche nel suo caso si sa che la donna è donna. L’aveva fatta così. Certo non poteva immaginare, immaginazione divina, che poi avrebbe avuto tutti quei… pruriti. Con qualcuno se la sarebbe dovuta prendere. Non sapeva con chi. E poi dicono Ira divina. Lo doveva immaginare. Lo doveva sapere. Fin dall’inizio. Nemmeno il tempo di farla, quella, e già a volare le chiacchiere. E dire che non era nemmeno fatta di carne, almeno all’inizio. Lo avrebbe scoperto chi aveva parlato di figli suoi. Magari era stata proprio Lei. Valle a capire le donne. Quando meno te lo aspetti. Qualcuno subito a dire che erano gli angeli. Fossero stati loro non si potevano proprio definire figli. Non nel senso letterale. Non nel senso materiale. Anche quelli s’erano messi in testa di fare di testa loro. Non bastava che appena girava un occhio. Tra loro. Si erano messi in testa di mescolarsi con gli uomini, o meglio con le donne. Se ne erano incapricciati. A star lì a guardarle. Guarda oggi, guarda domani. Si sa che da cosa nasce, in questo caso, un niente di buono. E si sceglievano anche le più belle. E dopo loro i giganti. Chi poteva anche solo pensare che fossero figli suoi? Ci sarebbe stato di che querelare. Ci sarebbe stato. Era meglio stendere dei panni sopra.
E poi quelli erano fatti privati. Cose di famiglia. Che ciascuno pensasse ai propri. Forse il vizio era nato ancora prima che l’uomo. Un po’ come quella storia dell’uovo. Chi lo poteva dire? Non ci si raccapezzava più. Avrebbe dovuto credere alla saggezza popolare. Vuoi vedere che alla fine finisce che me la posso prendere solo con me? Certo che come Dio non poteva delegare, campare scuse; e come Dio non ci faceva certo una bella figura. Mischiarsi con gli uomini. Abbassarsi al loro rango. Lui li aveva fatti a sua immagine e somiglianza, ma non proprio così somiglianti, cioè non era Lui che poi doveva scimmiottare loro. E non era stato così. Chi lo raccontava era un pazzo, o un mentitore, o un mentecatto. Lui s’era limitato a starsene in disparte; nell’alto dei cieli. E anche un po’ solitario, a dire il vero. Lui non ragionava con quella parte del corpo. Che poi Lui era indivisibile. Mica poteva dire abbiamo. Questo e quello. Tutto in prima persona. Non poteva campare il pubblico, cioè il collettivo, cioè la partecipazione, cioè. Era un bel guazzabuglio. Vallo a spiegare.
Era chiaro che poi persino loro ci potevano trovare da ridire. Quelli che avevano preso la loro dimora come un Club Privè. Intendeva dire quei senza dio degli dei. Olimpo, lo chiamavano. Bella pensata. A metterci il modello si sarebbe pensato ad una fotocamera digitale. Sembrava un albergo a ore. Gente che va, gente che viene. Mai un letto libero. Più stesi che in piedi. E poi ignoranti come pochi. E ogni posto era buono. Persino fuori dalle mura domestiche. E lui che doveva dare l’esempio era anche peggio. Aveva preso la vita come un continuo carnevale. Era arrivato persino a travestirsi da donna. Un problema era che chiunque capitasse di incontrare c’era il rischio che fosse lui. Una volta da cigno, una da satiro, una da toro (per altro adatto ai suoi bassi fini), un’altra da aquila. Senza parlare di quell’essere inutile di Ganimede. Ma anche loro. Spesso erano anche sposate. Se non c’è qualcuno a dire una volta no. Una carnevalata, ripeteva. Fortuna che gli riusciva bene evitare lui e tutta la sua genia. Nelle cose bisogna crede. Mica poteva star lì sempre a spiegare. O ti fidi o non ti fidi. Mica era stato Lui a dire che al loro dio perdente non si deve credere mai.

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