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Archive for 18 maggio 2009

E poi tante strade. E poi altre strade. Andare. A volte ricordare è un esercizio faticoso. Fisico. Michele portava con sé la sua sfida. E una sacca quasi vuota. Strano ragazzo Michele, gli occhi verdi e l’aria quasi distaccata. Le sue paure. I suoi coraggi. La mano di una amica. Di quelle lettere private non avrebbe voluto scriverne più. Chi l’aveva detto che quella era l’età facile?

Rossana, quando era partita, non l’aveva salutato. Aveva preso lo spazzolino e poco altro. Non sapeva dove sarebbe andata. Sapeva solo che sarebbe andata. Nemmeno si era affacciata al finestrino. Ma ci sono favole che non temono il mattino. Ci sono storie che non temono il passare del tempo. A lei fu di conforto rileggere la lettera che le aveva lasciato. Ritrovarla mentre si faceva sera. Capire quel “non ci lasceremo mai”.

Era sempre stata convinta che non sarebbe stato più facile tornare. Le ombre le facevano paura. Le ombre. Nessun amarcord. Rilesse quelle parole per capire. Per capire che non si sarebbero più ritrovati. Era tutto così difficile. Era tutto così incredibile. Era tutto così semplice. Chi non si lascia non si può ritrovare. Intanto chiuse gli occhi e si ritrovò nel sogno. E allora Michele riscrisse per lei la fine della canzone: Nel mondo io aspetterò perché il mio cuore non conosce altro amore.

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Anello18 maggio 1951. Allora non potevo sapere. Non potevo sapere che oggi ti avrei dedicato, ancora una volta, la stessa vecchia nuova canzone. Oggi lo so.

Gino Paoli: Averti addosso

PS

da una pagina di diario (ricordi di un compleanno):

Mastico lacrime e saliva, vorrei urlare ma non essere sentita.

Non sarà una notte facile questa.

… Patty Pravo cantava, L…… sorrideva con D……, e io e lui a perderci e ritrovarci, INinterrottamente, ed io e la mia maledetta paura di arrivare a casa, e a pigliarci disperatamente sempre più, senza la speranza di un domani, e sapere che viene anche l’ultimo minuto e sapere che arriva anche l’ultimo giorno, un ultimo bacio che non si vuole ricordare e un Ciao maledetto che mi lega a lui più di un “ti amo” mai detto.

Un “ti amo” detto da lui può produrre uno scatto di incredibilità da parte mia. Quando ricomincerà il mio futuro? sto aspettando il dono di un sorriso, ho voglia di vivere, ho voglia di piangere, di amare, di dare felicità, di essere felice.

18 maggio 1968

PPS

Oggi so. Oggi sai. Oggi non è più tempo per il pudore: TI AMO.

Ti siano leggeri i giorni come le carezze.

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In questa puntata si narra come l’uomo Lo abbia (ancora una volta; e ridaje) sfidato e come Dio, risentitosi, abbia trovato modo, comunque, di divertirsi. Di essere ameno. Ma capita anche che a divertirsi ci si diverte al momento e poi non ci si riesce più. Che poi il sorriso si stringa incastrando i denti e diventi ghigno. Del dopo non abbiamo certezza e non ci è dato testimoniare. Lei, per completezza di informazione, se n’era lavata le mani. Si sentiva stanca e non amava particolarmente il disordine. Forse era occupata in uno dei suoi giorni.

fulmineEra certa che Lui l’avesse vista. E questo la indispettiva”.

Se ci pensava, a pensarci bene, non era nemmeno una questione di misura. Forse anche Lui aveva pure esagerato. Se era per Lui avrebbe rifatto tutto. Non era proprio contento. Ma era stato proprio solo un momento. E forse faceva anche prima. Ma a volte si dice per dire. Rifare è sempre rifare. Gliene era passata subito la voglia. In fondo Noè… Era stato solo uno spreco d’acqua. Se una cosa è sbagliata resta sbagliata. Tanto vale. Sembrava saperlo. Prima. Ma chi aveva detto che Lui aveva detto «Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato: con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli fatti (Genesi 6,7).» aveva peccato del peccato di esagerazione. Già la parola «Sterminerò.» gli sembrava esagerata. Lui stesso stentava a crederci. Non amava certi termini così radicali. E poi non puoi continuare a metterti a fare e a disfare. Certo non è che. E poi più ne facevano più sembravano intestardirsi nel farle. Dalle cose non ricavavano nulla. Non che imparassero. Non che la memoria li aiutasse. A sbagliare si incaponivano e sempre sugli stessi sbagli. Se una è donna cerca di innamorarsi sempre di quello che le può far del male. Di quello sbagliato. Esce da una disgrazia e subito ci si infila in un altra. E’ così l’uomo. E che non dicesse che ce n’erano fin troppi di sbagliati. Che sembravano tutti. Tali e quali. Non del tutto ma un po’ l’aveva fatto a sua immagine e somiglianza. Aveva visto cosa voleva dire essere donna e se ne era messa una proprio al proprio fianco. Amica, l’aveva chiamata. Come potesse ancora sperare che ci fosse amicizia tra un uomo e una donna. Anche se come uomo era un essere unico. Un Dio (come lo era Lui). Come poteva qualcuno dubitarne ancora. Tutti possono sbagliare. E poi mica aveva sbagliato. Non c’era niente prima. Pensava che le cose, col tempo, si potevano sistemare. Certo che un po’ dovevano anche aspettarselo. Il primo, di uomo, voleva essere una specie di prototipo. S’era messo un po’ di fretta. S’era fatto prendere la mano. Tutto quel vuoto. Che neanche era vuoto. Era solo niente. Un niente inutile. Che provassero quelli a fare tutto in solo sei giorni. Certo che con tutta quella pioggia. Aveva fango a sufficienza. Almeno per altrettante eternità. Per fare avrebbe potuto fare. Aveva già fin troppo da pensare. Mica Lui era come Lamech. Quello sì se la prendeva per un nonnulla. E Noè non era che fosse proprio tanto meglio di quegli altri. Insomma: tra il dire e il fare ci passava il mare. E Lui aveva perso la voglia di ricominciare. Continuava a guardare tutto con i propri dubbi. Ma di rifare continuava a rimandarlo. Aveva il sospetto di fare peggio. Di male in peggio. Ma coi soli dubbi non si va da nessuna parte.

A quello non avrebbe più affidato nulla. Meglio era se se ne stava senza fare. Ma era persino stanco di continuare a pensarci. A pensare a quell’esagerato di Noè. E poi il peggio era passato. E, nel frattempo, sulla terra era tornata terra. E i mari erano tornati al loro posto. E tutto il resto. Così come l’aveva pensato. E anche gli uomini erano tornati a fare gli uomini. E a credere di scrivere la storia. Come se ogni cosa che facevano potesse diventare storia. Così. Tamblé. Tra un discorso e l’altro quelli erano giunti nel paese di Sennaar. Bel nome da dare al paese. Ma se non c’erano cartelli chi lo aveva deciso. E quelli a dirsi “«Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento (Genesi 11,3).” Bitume? Non è che tutto sia iniziato da lì. Tutto fumo e niente arrosto. Strade e autostrade. Era presto per pensarci. Infatti non ci aveva pensato. E quelli tutti a credersi architetti. E grandi architetti. Cosa si credevano di fare? Un piano dietro l’altro. Senza ascensore. Già! l’ascensore. Magari un montacarichi. Non erano meglio delle casettine a schiera? Che poi è sempre così. Nei condomini si finisce per litigare. E più grandi sono e più si litiga. E senza nessuna misura di sicurezza. Solo per arroganza per arrivare al cielo. Se non avesse provveduto subito se li sarebbe trovati direttamente tra i piedi.

Forse avrebbe dovuto chiedere loro una domanda di condono. Forse s’erano fatti una qualche norma per quell’esagerazione di cubatura. Con l’uomo non è mai dato di sapere. Magari una separazione di lotti. Una interpretazione, diciamo così, larga. Comunque un aumento che in qualche modo avrebbero trovato il modo di giustificare. A Lui comunque non andava a genio. Che tanto facevano a non capirsi. Tanto valeva. Di lezione in lezione. Voleva vedere se, stavolta, avrebbero imparato qualcosa. Cominciavano a cadergli; le braccia (cosa avevate pensato?). Era un impresa titanica anche essere ottimisti. Con quelli. Dopo se la rideva. Uno diceva una cosa. L’altro non capiva. Rispondeva con un’altra. Un terzo parlava per conto suo. Naturalmente le donne non lavoravano ma quanto a parlare. Tanto a loro mica interessava di essere capite. Ascoltate. Bastava loro sentire quel suono garrulo della propria voce. Nel fracasso ne infilò qualcuno anche di colore. Non sapeva, allora, in che guaio si stava cacciando. Che già quelli con la barba guardavano con sospetto quelli senza. E viceversa. Poi uno chiese di passargli la cazzuola. L’altro la prese come un’offesa. Quella come un complimento; pesante. Quello che si provò a fare da paciere le prese dai tre e dagli amici di ogn’uno. Qualcuno avrebbe potuto dire che se la prese anche in quel posto. Lei, quella, che lo prese non ebbe nulla da dire. Nulla di che lagnarsi. Mostrò noncuranza. Una aggraziata e disinvolta noncuranza. Una vera signora. E adesso c’era da ridere. Ma si sa che le donne parlano e parlano ma al dunque non hanno bisogno di parole. Non guardano alle razze. Non guardano per il sottile. In quei momenti il verbo non conta. Un po’ di fastidio, questo, glieLo dava. Certo che aveva creato anche la genealogia delle porche. Presto avrebbe fatto i conti anche con loro. Non ricordava dove e quando aveva creato il piacere. Aveva un sospetto. Non si ricordava più quale. Lei avrebbe detto che lo faceva apposta. C’erano cose che persino Lui preferiva tacere.

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