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Archive for maggio 2009

neraCerchiamo di assumere un tono formalmente giornalistico. L’argomento parrebbe richiederlo. Cioè un post serio. Beh! non esageriamo; serioso. Non vorrei che il post di ieri potesse dare un’immagine scorretta del mio pensiero. Ricordo che tale post, che si può leggere scorrendo il monitor ed andando subito sotto a questo, trattava la programmata manifestazione indetta da “Forza Nuova” a Venezia per il 30 del presente mese di maggio. Torno sull’argomento perché non vorrei aver dato un immagine di illiberale o poco democratico. Fosse per me, democraticamente, vieterei in città anche le manifestazioni della Lega che oltretutto mi appaiono demenziali. Magari alla prima occasione, cioè alla prossima grottesca rappresentazione, potrei aver voglia di spiegare il perché di quest’ultimo divieto. Per ora guardiamo al futuro; futuro prossimo che si approssima.

Venezia è città particolare, fragile, delicata, poco adatta a simili manifestazione. Non è una questione politica ma di salvaguardia della città. Già si fa così tanto per tenerla un minimo linda e pulita. E’ una città di gente pacifica e tollerante. Aperta al mondo, anche se crede che il mondo finisca all’inizio del ponte. E’ città di commercio. Con corti sconte dette arcane. Con rive strette dov’è facile scivolare, in canale. E’ pur vero che il veneziano è pigro, e io non lo sono da meno, ma quando ci vuole ci vuole. Ricordo che è stata la città di Otello. Rammento che ha già dato e resistito. Di come i suoi giovani migliori, allora, abbiano spiegato che non siamo banditi ma patrioti; resistenti. Loro sì! lo sono banditi. Anche nel senso letterale del termine. Qualcuno capziosamente sostiene che non ci sarebbe ricostruzione del partito. Allora sono d’accordo. Possono venire alla chetichella. Naturalmente senza segni distintivi. Possibilmente, dov’è possibile, anche senza faccia da culo; ma credo sarà difficile.

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politica3Proviamo a scrivere un pezzo, mi sono detto. Anzi, viste le frequentazione di questi giorni, meglio un intero. Gians ha ragione a riprendermi. E’ il privato che invade la mia vita. Ma è anche che in realtà intorno non succede nulla; nulla di rilevante. Il paese dorme il sonno. Che sia quello dei giusti non lo so. Tutta roba già sentita. Non vale nemmeno la pena soffermarsi. E poi ne parlano altri. Altri di competenti. E poi io non ho mai voluto essere commentatore. La terra trema come fosse incazzata, forse giustamente irritata; insultata. Le case vengono giù come sabbia. Pure gli ospedali. Erano castelli di sabbia; anche i palazzi, anche le scuole. Arrivano i soccorsi. Strani italiani gli italiani. Strano popolo. Strana gente. Se hanno bisogno che si scateni la natura per sentirsi italiani. Se hanno bisogno delle disgrazie, meglio se immani, per mostrare il lato migliore di sé. Per liberarsi delle loro meschinerie. Per liberarsi del pudore sulla loro umanità. E subito c’è chi corre a soccorrere quelli che piangono, ma anche chi va in aiuto a quelli che si fregano le mani. Ed è già tutto passato. Sul libro di Panza si continua l’opera di revisione della storia. Più che di revisione e di riscatto della memoria si tenta di cambiare la storia. Non si parla del sangue dei vinti. Si cerca di dar loro ragione. Meglio ancora si cerca di dar torto agli altri, cioè a quelli che ci hanno dato la libertà. Sul governo meglio non provarci. Mille ne fa e altrettante ne pensa, tra erre mosce e strette di mano gagliarde. La Veronica si fa condizionare dai giornali. Il premier ha vissuto una seconda vita con una decerebrata. Te la ritrovi da per tutto. Come dice Lei c’è il rischio che si porti a letto persino Topolino. Meglio tacere. Anche i blogger, come i giornalisti, sono tutti comunisti. Sarà per questo la rete è piena dell’intervento di Fabio Volo. Nessuno si accorge che li stanno a pigliare. Finalmente qualcuno che chiede com’è fatto un comunista. Se n’era persa memoria. L’ultima volta era ancora carnivoro. Portava il colbacco e non c’era già più la Russia (la Russia non La Russa che quello c’è ancora, purtroppo; e anche di più). Aveva, se mi sovviene correttamente, tre narici e l’occhio libidinoso, normale per chi professa l’amore libero (nonché l’aborto facile). Aveva mani grandi e il petto villoso. Per alcuni anni (di piombo) non si tagliava la barba. Frequentava certe idee che già una sarebbe fin troppo, di idea. E qualcuno si preoccupa che si dovrebbe razzolare quelli di Forza Nuova. Cazzo! mi sembra la stupidità più stupida (dimenticavo di aggiungere che i comunisti hanno anche un linguaggio sguaiato). Quelli stanno al governo. Affondano barche di disperati. Vanno in giro vestiti da prato all’inglese. Restringono ogni giorno gli spazi di libertà e democrazia. Ripetono che lo fanno per la giustizia e la sicurezza, ma che non sono razzisti. Il papi invece va in giro a raccontare le barzellette. No! stavolta è il papa. Quello… insomma… sì! quello. Quello con l’accento che sembra un tedesco che prova maldestramente a parlare in italiano. Tranquilli. Dice fratelli a tutti. Agli ebrei. Ai mussulmani. Persino a donne, anche se raramente. Ne avesse l’occasione lo farebbe anche con gli omosessuali. E’ che quelli se ne stanno sempre tra loro. Tranquilli! Sarebbe un’impresa sovrumana anche il solo credergli. Non c’è che dire. Non c’è di che preoccuparsi: ormai il parlamento è pieno di gente che parla maldestramente persino il dialetto d’origine. Non si capisce. Sempre di 30% si parla. Questo dev’essere quello di accesso per i diversamente-dotati. Si dice così; credo. O forse si dice diversamente-incapaci. Diversamente-carenti? E qualcuno si preoccupa di mazzolare i cretini. Quelli altri. Quelli non contano nulla. A Venezia ci sono canali a sufficienza senza dargli il valore che non hanno. E potrei continuare. Anche solo a parlare di quelle da prima pagina. Tutte notizie non notizie. Tutte cose che sembra di sentir ripetere da sempre. Sta diventando una vera noia. Come si fa a buttare giù un post senza avere niente da dire. Ho deciso che nemmeno ci provo.

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E poi tante strade. E poi altre strade. Andare. A volte ricordare è un esercizio faticoso. Fisico. Michele portava con sé la sua sfida. E una sacca quasi vuota. Strano ragazzo Michele, gli occhi verdi e l’aria quasi distaccata. Le sue paure. I suoi coraggi. La mano di una amica. Di quelle lettere private non avrebbe voluto scriverne più. Chi l’aveva detto che quella era l’età facile?

Rossana, quando era partita, non l’aveva salutato. Aveva preso lo spazzolino e poco altro. Non sapeva dove sarebbe andata. Sapeva solo che sarebbe andata. Nemmeno si era affacciata al finestrino. Ma ci sono favole che non temono il mattino. Ci sono storie che non temono il passare del tempo. A lei fu di conforto rileggere la lettera che le aveva lasciato. Ritrovarla mentre si faceva sera. Capire quel “non ci lasceremo mai”.

Era sempre stata convinta che non sarebbe stato più facile tornare. Le ombre le facevano paura. Le ombre. Nessun amarcord. Rilesse quelle parole per capire. Per capire che non si sarebbero più ritrovati. Era tutto così difficile. Era tutto così incredibile. Era tutto così semplice. Chi non si lascia non si può ritrovare. Intanto chiuse gli occhi e si ritrovò nel sogno. E allora Michele riscrisse per lei la fine della canzone: Nel mondo io aspetterò perché il mio cuore non conosce altro amore.

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Anello18 maggio 1951. Allora non potevo sapere. Non potevo sapere che oggi ti avrei dedicato, ancora una volta, la stessa vecchia nuova canzone. Oggi lo so.

Gino Paoli: Averti addosso

PS

da una pagina di diario (ricordi di un compleanno):

Mastico lacrime e saliva, vorrei urlare ma non essere sentita.

Non sarà una notte facile questa.

… Patty Pravo cantava, L…… sorrideva con D……, e io e lui a perderci e ritrovarci, INinterrottamente, ed io e la mia maledetta paura di arrivare a casa, e a pigliarci disperatamente sempre più, senza la speranza di un domani, e sapere che viene anche l’ultimo minuto e sapere che arriva anche l’ultimo giorno, un ultimo bacio che non si vuole ricordare e un Ciao maledetto che mi lega a lui più di un “ti amo” mai detto.

Un “ti amo” detto da lui può produrre uno scatto di incredibilità da parte mia. Quando ricomincerà il mio futuro? sto aspettando il dono di un sorriso, ho voglia di vivere, ho voglia di piangere, di amare, di dare felicità, di essere felice.

18 maggio 1968

PPS

Oggi so. Oggi sai. Oggi non è più tempo per il pudore: TI AMO.

Ti siano leggeri i giorni come le carezze.

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In questa puntata si narra come l’uomo Lo abbia (ancora una volta; e ridaje) sfidato e come Dio, risentitosi, abbia trovato modo, comunque, di divertirsi. Di essere ameno. Ma capita anche che a divertirsi ci si diverte al momento e poi non ci si riesce più. Che poi il sorriso si stringa incastrando i denti e diventi ghigno. Del dopo non abbiamo certezza e non ci è dato testimoniare. Lei, per completezza di informazione, se n’era lavata le mani. Si sentiva stanca e non amava particolarmente il disordine. Forse era occupata in uno dei suoi giorni.

fulmineEra certa che Lui l’avesse vista. E questo la indispettiva”.

Se ci pensava, a pensarci bene, non era nemmeno una questione di misura. Forse anche Lui aveva pure esagerato. Se era per Lui avrebbe rifatto tutto. Non era proprio contento. Ma era stato proprio solo un momento. E forse faceva anche prima. Ma a volte si dice per dire. Rifare è sempre rifare. Gliene era passata subito la voglia. In fondo Noè… Era stato solo uno spreco d’acqua. Se una cosa è sbagliata resta sbagliata. Tanto vale. Sembrava saperlo. Prima. Ma chi aveva detto che Lui aveva detto «Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato: con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli fatti (Genesi 6,7).» aveva peccato del peccato di esagerazione. Già la parola «Sterminerò.» gli sembrava esagerata. Lui stesso stentava a crederci. Non amava certi termini così radicali. E poi non puoi continuare a metterti a fare e a disfare. Certo non è che. E poi più ne facevano più sembravano intestardirsi nel farle. Dalle cose non ricavavano nulla. Non che imparassero. Non che la memoria li aiutasse. A sbagliare si incaponivano e sempre sugli stessi sbagli. Se una è donna cerca di innamorarsi sempre di quello che le può far del male. Di quello sbagliato. Esce da una disgrazia e subito ci si infila in un altra. E’ così l’uomo. E che non dicesse che ce n’erano fin troppi di sbagliati. Che sembravano tutti. Tali e quali. Non del tutto ma un po’ l’aveva fatto a sua immagine e somiglianza. Aveva visto cosa voleva dire essere donna e se ne era messa una proprio al proprio fianco. Amica, l’aveva chiamata. Come potesse ancora sperare che ci fosse amicizia tra un uomo e una donna. Anche se come uomo era un essere unico. Un Dio (come lo era Lui). Come poteva qualcuno dubitarne ancora. Tutti possono sbagliare. E poi mica aveva sbagliato. Non c’era niente prima. Pensava che le cose, col tempo, si potevano sistemare. Certo che un po’ dovevano anche aspettarselo. Il primo, di uomo, voleva essere una specie di prototipo. S’era messo un po’ di fretta. S’era fatto prendere la mano. Tutto quel vuoto. Che neanche era vuoto. Era solo niente. Un niente inutile. Che provassero quelli a fare tutto in solo sei giorni. Certo che con tutta quella pioggia. Aveva fango a sufficienza. Almeno per altrettante eternità. Per fare avrebbe potuto fare. Aveva già fin troppo da pensare. Mica Lui era come Lamech. Quello sì se la prendeva per un nonnulla. E Noè non era che fosse proprio tanto meglio di quegli altri. Insomma: tra il dire e il fare ci passava il mare. E Lui aveva perso la voglia di ricominciare. Continuava a guardare tutto con i propri dubbi. Ma di rifare continuava a rimandarlo. Aveva il sospetto di fare peggio. Di male in peggio. Ma coi soli dubbi non si va da nessuna parte.

A quello non avrebbe più affidato nulla. Meglio era se se ne stava senza fare. Ma era persino stanco di continuare a pensarci. A pensare a quell’esagerato di Noè. E poi il peggio era passato. E, nel frattempo, sulla terra era tornata terra. E i mari erano tornati al loro posto. E tutto il resto. Così come l’aveva pensato. E anche gli uomini erano tornati a fare gli uomini. E a credere di scrivere la storia. Come se ogni cosa che facevano potesse diventare storia. Così. Tamblé. Tra un discorso e l’altro quelli erano giunti nel paese di Sennaar. Bel nome da dare al paese. Ma se non c’erano cartelli chi lo aveva deciso. E quelli a dirsi “«Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento (Genesi 11,3).” Bitume? Non è che tutto sia iniziato da lì. Tutto fumo e niente arrosto. Strade e autostrade. Era presto per pensarci. Infatti non ci aveva pensato. E quelli tutti a credersi architetti. E grandi architetti. Cosa si credevano di fare? Un piano dietro l’altro. Senza ascensore. Già! l’ascensore. Magari un montacarichi. Non erano meglio delle casettine a schiera? Che poi è sempre così. Nei condomini si finisce per litigare. E più grandi sono e più si litiga. E senza nessuna misura di sicurezza. Solo per arroganza per arrivare al cielo. Se non avesse provveduto subito se li sarebbe trovati direttamente tra i piedi.

Forse avrebbe dovuto chiedere loro una domanda di condono. Forse s’erano fatti una qualche norma per quell’esagerazione di cubatura. Con l’uomo non è mai dato di sapere. Magari una separazione di lotti. Una interpretazione, diciamo così, larga. Comunque un aumento che in qualche modo avrebbero trovato il modo di giustificare. A Lui comunque non andava a genio. Che tanto facevano a non capirsi. Tanto valeva. Di lezione in lezione. Voleva vedere se, stavolta, avrebbero imparato qualcosa. Cominciavano a cadergli; le braccia (cosa avevate pensato?). Era un impresa titanica anche essere ottimisti. Con quelli. Dopo se la rideva. Uno diceva una cosa. L’altro non capiva. Rispondeva con un’altra. Un terzo parlava per conto suo. Naturalmente le donne non lavoravano ma quanto a parlare. Tanto a loro mica interessava di essere capite. Ascoltate. Bastava loro sentire quel suono garrulo della propria voce. Nel fracasso ne infilò qualcuno anche di colore. Non sapeva, allora, in che guaio si stava cacciando. Che già quelli con la barba guardavano con sospetto quelli senza. E viceversa. Poi uno chiese di passargli la cazzuola. L’altro la prese come un’offesa. Quella come un complimento; pesante. Quello che si provò a fare da paciere le prese dai tre e dagli amici di ogn’uno. Qualcuno avrebbe potuto dire che se la prese anche in quel posto. Lei, quella, che lo prese non ebbe nulla da dire. Nulla di che lagnarsi. Mostrò noncuranza. Una aggraziata e disinvolta noncuranza. Una vera signora. E adesso c’era da ridere. Ma si sa che le donne parlano e parlano ma al dunque non hanno bisogno di parole. Non guardano alle razze. Non guardano per il sottile. In quei momenti il verbo non conta. Un po’ di fastidio, questo, glieLo dava. Certo che aveva creato anche la genealogia delle porche. Presto avrebbe fatto i conti anche con loro. Non ricordava dove e quando aveva creato il piacere. Aveva un sospetto. Non si ricordava più quale. Lei avrebbe detto che lo faceva apposta. C’erano cose che persino Lui preferiva tacere.

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raccontiRovistò nella borsetta. Tra le solite cose. Pensò proprio e in un rapido momento che erano proprio le solite cose. Fazzoletti di carta. L’eterna agendina, sempre nuova e sempre diversa. La penna. Un’altra penna. Il necessario per il trucco; presente affinché non una improvvisa novità, mai avvenuta, non le richiedesse un restauro improvviso. Una confezione di profilattici. La ricordava sempre là, dono di una amica, forse uno scherzo, una vera presa per i fondelli. Probabilmente scaduta, se anche quelle cose portano impressa una data di scadenza. Eppure il cellulare continuava a squillare. Temeva fosse lui. La sua insistenza, la sua stessa voce ormai le dava un senso d’angoscia. Decise che, fosse stato lui, non avrebbe risposto. Quando, finalmente, recuperò il cellulare aveva smesso di squillare. Più precisamente lo aveva impugnato proprio mentre terminava l’ultimo squillo. Nel display c’era un numero che non le diceva nulla. Questo non escludeva che potesse essere lui. Decise comunque, per non rischiare, di non richiamare. In fondo per una volta poteva anche non essere curiosa. E poi, se era veramente una cosa importante, se volevano, l’avrebbero richiamata.

Strana storia la sua con Osvaldo. In realtà non lo sapeva nemmeno lei. Se avesse dovuto proprio raccontarla nemmeno avrebbe saputo da dove cominciare. Non aveva ne capo ne coda. Non li aveva mai avuti. E alla fine sarebbe stata la prima a farsi confusione. Era solo che lui si era fatto delle idee. Non per colpa sua, era certa. Non sapeva in base a cosa. Certo era un cosa che non stava né in cielo né in terra. Una storia impossibile. Non riusciva a capirlo che era stato il ragazzo della sua migliore amica. Per quello si erano conosciuti. E dopo avevano cominciato a frequentarsi. E anche dopo che la sua storia con Marileva era finita. E poi conosceva i suoi. Per dirla tutta ai suoi stava proprio simpatico. Non certo in quel senso. Solo come un cortese amico. Una persona educata. Educato lo era. Ma questo cosa voleva dire? Nemmeno il nome era adatto. Uno non potrà mai fare strada con un nome simile: Bona Osvaldo. E poi era giovane, troppo giovane, quasi dieci anni meno di lei. Se poteva andare per Marileva non poteva essere certo lo stesso per lei. Anche Marileva era più giovane di lei. Se ricordava bene un paio d’anni. Forse no. Forse meno. Certo non era costretta ad ammetterlo. L’aveva persa di vista, Marileva. Non che fosse brutto, lui, questo proprio no; solo non era proprio il suo tipo ma… insomma, poteva sembrare suo figlio. Magari il figlio proprio no. Insomma si vedeva. Le pareva si vedesse. Anche quel suo modo di vestire; ma gentile era gentile. Non ne aveva mai trovato uno così. Forse non lo avrebbe mai incontrato. Ma non si può mai dire mai, come diceva quel vecchio film.

A proposito di film… quella sua insistenza a invitarla a cena. La cena è sempre una cosa diversa quando attorno ad un tavolo si siede un uomo, cioè un ragazzo, e una ragazza, cioè una donna. Non era lo stesso che passare il pomeriggio al caffè a parlare distrattamente. O fare due passi e magari spingersi fino al parco, che lei poi odiava passeggiare tra quelle moribonde aiuole. Odiava gli insetti. Si riempiono tanto la bocca con la natura, ma in fondo cos’è la natura? O salire da lui, e il caffè prenderlo lì, e parlare dei libri che stavano leggendo, o comunque di tutto e di niente, di loro. Comunque in due non è mai una vera cena. Cioè in due non è mai solo una cena. Era stato proprio un pazzo poi ad invitarla, quella volta, per quel fine settimana in montagna. Poteva accettare? Cose da pazzi. Che poi lei odiava viaggiare. Ma due amici si mettono in viaggio insieme? Insomma era una cosa che non andava. E poi i suoi continui inviti per andare a vedere un film ogni volta che ne usciva uno che a lui sembrava interessante. C’era tempo per loro, ed era bastante, durante il giorno. Perché insistere per incontrarla di sera. Cosa s’era messo in testa? Era chiaro che lei non poteva che rifiutare. Certo che a pensarci bene era sempre stata lei ad esprimere per prima il desiderio di vedere quei films, ma si era, poi, sempre fermata in tempo. Aveva inventato la scusa giusta. Chissà se lui le aveva sempre creduto? Se l’aveva sempre bevuta? Ora… sapeva che era stato meglio così. Cosa gli era preso? Così all’improvviso?

Lei era un tipo con la testa sulle spalle. Era una ragazza precisa, forse qualcuno avrebbe detto meticolosa. Si sarebbe anche potuto dire una donna. Gli anni passano per tutti; anche per lei. Era questo il punto. Da quanto si conoscevano? Da tanto che avrebbe potuto dire che non sapeva nemmeno da quanto. Vaghi momenti nei ricordi. Soprattutto da quando i due si erano lasciati. Era stato dopo allora che erano veramente entrati in confidenza. Prima meno. Era pur sempre l’uomo, cioè il ragazzo, della sua migliore amica. Quella stupida di Marilena. Non ricordava nemmeno perché s’erano litigate. Sapeva però perché l’avevano fatto tra loro. Però non era pettegola. Certo che i ricordi ricordano quello che vogliono. Sono selettivi, a modo loro. Avrebbe però dovuto capirlo. Non che ne avesse questa grande esperienza, questo no, ma quando quella sera s’era presentato con i fiori, e con quella stupida faccia da stupido, forse lì avrebbe dovuto capirlo. Cosa avrebbe cambiato? Però queste cose si dovrebbero sentire. Eppure dopo quella sera lei aveva provato a farglielo capire. Forse era stata troppo delicata. Forse avrebbe dovuto essere più decisa. Forse avrebbe dovuto tacere di meno. Certo avrebbe voluto evitare di trovarcisi dentro. Lo sapeva che non poteva dare la colpa a lui, a nessuno. Sono cose che succedono. Ma poi perché pensarci ancora tanto. Era solo uno stupido in preda ad un’idea stupida. La cosa l’aveva comunque infastidita. Anzi fatta incazzare. Stizzita. E avrebbe preferito non essere costretta a dirglielo, a dover essere tanto cattiva; poverino.

Non aveva potuto, santiddio, fare altro che rompere. Ma poi non è nemmeno rompere se una storia non c’è. A malincuore ma doveva essere così. Già quella pettegola della signora Pina chissà cosa si era messa in testa; e chissà cosa andava a raccontare in giro. Eppure non doveva succedere e non era successo.

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Caro millenovecentosessantotto

bustaQuanto tempo è passato, ed è tempo che non sembra passato; che ha corso in fretta. Ti scrivo perché torni a battere a questa porta. E perché solo un pazzo furioso potrebbe scrivere una lettera ad un anno. Io pazzo, folle di vita, lo sono sempre stato. Curioso e curiosante. Dei tuoi istanti. Dei tuoi abitanti. Di tutte le cose che tutti raccontano e non sono mai state. Come si fa a dirlo ai giovani che tu sei l’anno che non c’è? A quei giovani che piangono di non ricordare, e ti aspettano ancora. Oppure a quei giovani che giovani lo sono rimasti da allora. E a tutti quelli, poi, che non lo sono stati mai. A tutti loro, con una faccia impassibile, hai raccontato una illusione.

Sia tu che io non c’eravamo a quell’incontro. E lo sai. Ognuno metteva in gioco il suo cuore; ed io potevo essere da meno? Anch’io ti ho amato. Come si ama un bacio, quella canzone, un attimo che fugge. Come si ama l’altro doppio di te. Come si ama giovane non sapendo ancora amare. Per quello che avrei voluto fossi ma non sei stato. Non potevi essere. Ed ero anch’io pieno di sogni. Come si fa a non sognare quando si ha l’età più bella? E le più belle cose. E non temi nulla. E pensi di poter sfidare il mondo. Cioè quando puoi possedere l’arroganza dei vent’anni. Pensi che tutto ti sia dovuto. E puoi gridare forte controvento. E non sai vivere niente a metà. In seguito è facile per tutti fare gli eroi.

Dove c’era un fuoco c’era una canzone. Eri quella canzone. Eri la voglia di partire. Eri la strada. In realtà il tuo non essere erano volti, erano nomi precisi. Loro diventano e prendono il tuo posto. Era la strada a prendere il tuo posto. Erano gli incontri. Erano persone; private. Non abbiamo cambiato che noi stessi. Abbiamo speso e contato i grani di un sogno. Ma, a volte, i sogni hanno una sostanza dolcissima. Ti trattengono la mano. Ti aiutano ad andare. Ti spingono all’avventura; loro sì. Non tu che promettevi una promessa che si è rivelata vana. Il giorno dopo non avevamo più quei giorni. Il giorno dopo era il giorno di fare i conti. Del risveglio. Era giorno di rancore. E solo per il giorno dopo eri stato. E io ero a ritornare.

Sulla strada si alzava un fumo nero. E vampe rabbiose.

L’autore

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