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Archive for luglio 2009

yin-yangEra piombato nella sua vita, quell’uomo che sembrava avere una storia da raccontare. Aveva corso sempre per fuggire al suo destino, lui, poi un giorno l’aveva incontrato. La sua storia era fatta di piccoli segni minuti; l’aveva scritta nel viso. E poi rughe che lo facevano più vecchio. E quei silenzi che sembravano fatti di mille altre cose da dire. Nella sera si stemperava la sua gentilezza. Lui, come aggrappato a quell’istante. Come se fosse nell’atto di annegare. E Rossana era incuriosita da quel volto. Di quelle poche e dolorose cose. Dalle ombre che sembravano affollare i suoi occhi. Dai piccoli lampi nelle tenebre. A lei piacevano le storie belle, quelle con un finale triste. Non si era mai risparmiata. Non aveva mai lesinato. Un vago senso di confusione le si insinuava in petto. Delle domande affioravano, pensava che non avrebbe più cercato una risposta. In fondo era bello ritrovarsi ragazzina. Non pensare ad altro. Riandare con la mente. Illudersi di poter dimenticare. Ogni donna si sarebbe lasciata affascinare. E lui a perdere i suoi occhi dietro al fumo della sigaretta. Il passato non serve che a riportare fantasmi. Non amava quel passato. Non amava il passato. Come avrebbe potuto?
Pensò a come aveva creduto di fuggire. Non era la prima volta che provava a farlo. Era stata stupida a pensarsi più vecchia. A pensare che gli poteva essere madre. Si sentiva inadeguata, eppure quello era il suo posto. Ancora una volta il suo destino aveva deciso per lei. Ancora una volta gli era andata incontro. Aveva raccontato di essere stanca e ormai rassegnata. Pensava a lui e a come era finita. Forse pensava che non si può vivere tutta la vita a tavola con un dolore. Cenare e avere già paura della notte. Girare quelle stanze senza trovare il sonno. Infondo era lei a chiedergli aiuto. Le donne in nero hanno una loro dignità e gesti parchi. Forse cercava semplicemente il modo in cui potersi tornare ad illudere. Si era rifiutata di chiederselo. Era solo una piccola emozione confusa. E poi le cose non si sanno mai prima. Così nemmeno quella volta il suo addio era stato così fermo da non nutrire un dubbio mai detto. La reazione di quell’uomo era stata violenta. Non aveva accettato il gesto di lei. Ma era tutto passato. Ancora. Ora eccolo là, davanti a quella cena. Ospite improvviso e improvvisamente gradito. Per entrambi c’era qualcosa a cui aggrapparsi. Lei pensava di non saperlo. Si sarebbero sentiti ancora o forse per l’ultima volta. Poi se n’era andato, in silenzio, com’era venuto. In un saluto cordiale, da amici. Le sue sfortune lo guidavano ed erano la sua fortuna. Era tornata, in cuor suo, a sperare. Una donna non può resistere mai alle lacrime¹.


1] Naturalmente tuti i personaggi di questa “storia infinita” sono puramente immaginari. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti, o a persone, è fortenente e decisamente perseguito; con una certa compiaciuta approssimazione.

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poesiaAguzzando
puoi sentire che c’è
sotto la pelle,
con forza,
un nesso logico,
questa ragione d’essere
e tutto il recupero eccitato.
Allora corri le righe
e anche se non sai dove
frughi in te e ti spogli
lasciando le ossa
lucide     al sole.

11.07.1973

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franca1Già! mica sembra vero. Era corsa giù dalle scale. Con il cuore in gola. Prima di pensarci. Prima di esserne sicura. Eppure il suo cuore non le poteva mentire. Credeva di averlo scordato. Credeva di aver potuto scordare tutto. Era bastato un attimo. E in quell’attimo tutto era tornato vivo. Come sarebbe stato? Chi sarebbe stato? Cosa avrebbe potuto dirgli? Paure ed emozioni. Quella folla di pensieri che le sfuggivano. In gola le si era arenato il respiro. Le labbra secche. Non era possibile. Non ci avrebbe creduto finché non se lo fosse trovato davanti. E poi? Forse era solo una pazzia. Una completa pazzia. Ripiombare in quel passato, lontano. Se non lo faceva subito poi non ne avrebbe più avuto il coraggio. Doveva essere così. Le gambe la trascinavano da sole. E perdevano forza gradino dopo gradino. Per non parlare del respiro. Non le importava più nulla di come l’avrebbe guardata. Dopo tutto quel tempo, a pensarci può sembrare stupido: “E’ tanto che aspetti”?
Da non crederci, e, lui, ancora non ci credeva. Sì! era lei; e non lo era più. Troppe cose erano passate. Allora, quand’era partito le aveva detto abbracciandola disperatamente: “Non mi aspettare”. Si era illuso e si era mentito. Si sentiva uomo. Sprezzante. Poi si era allontanato senza guardare indietro. No! non avevano un appuntamento. Forse l’avevano sempre avuto. Lei gli aveva promesso che lo avrebbe aspettato per sempre, ma era solo una ragazza; era solo una promessa di ragazza. Non poteva sapere. Le cose non vanno come nelle promesse. Non c’è un tempo che non trascini le cose con sé, e che non si accanisca a trasformarle. Non si può vivere solo di ricordi, per quanto belli. Lui credeva di saperlo. Non sapeva nulla; come quando si è ragazzi. E avrebbe voluto ricordare solo ciò che non gli costava fatica. Aveva imparato, nel tempo, a vivere con la sua immagine nel portafoglio. La foto si era sgualcita, ma lei era rimasta uguale; uguale per tutto quel tempo. Era stato solo in quella foto in bianco e nero. La vita non è così: era lei e non era lei. I suoi occhi erano i suoi occhi, ma c’era qualcosa che non conosceva in quegli occhi. Sarebbe rimasto a guardarli per giorni. E la sua voce; nel linguaggio, mostrava un insolito imbarazzo. Non era molto che aspettava: non più di quarantadue anni; in fondo un attimo. Solo un attimo che l’aveva fatto vecchio; non certo saggio.
Ma tu allora”…
Non dire nulla. Non mi sono perdonata nulla. E’ così che sono cresciuta”.
Già! cresciuta. Del senno di poi… certe assurdità hanno ragione di essere dette solo dopo. E subito chiedono scusa. Si nascondono fra le banalità fuggite. Chi ha detto che bisogna morire sempre un po’ per vivere? Che quello è il prezzo per crescere? Andare sempre avanti. La riconosceva. Ma poi chi l’aveva detto che lui voleva crescere? Era stato uno di quei ragazzi, quei ragazzi che non potevano diventare vecchi. E lei era la sua ragazza. Già! anche questo l’aveva detto mille volte. E ancora gli erano sfuggite quelle parole, le solite banalità. Cose da sembrare ridicole. Forse deve essere così. Le difficoltà del silenzio. La testardaggine del tempo. Non era tornato per quello. E in quel momento i fasci erano l’ultimo dei suoi problemi.
Si era impigrito su quel pozzo. Il libro gli intralciava in mano. Forse sarebbe stato strano che fosse un libro diverso: La fata carabina. Daniel Pennac. Come si può non amare Pennac. Se avesse potuto pensarci avrebbe giurato che anche lei dovesse amarlo. Tra loro era sempre stato così. E poi lui era stato spesso per le strade di Belleville. In fondo anche quello era stato il suo mondo. Oppure un mondo simile. E lei era la sua Julie de Corrençon. Quante volte avrebbe voluto anche lui rifuggirsi tra le sue tette. Provò un leggero imbarazzo a pensarlo. Allora non aveva quei seni ingombranti. Gli tornò l’imbarazzo e abbassò gli occhi. Allora quasi non ne aveva. Già! quelle calli e quella stretta con quella pancia. I luoghi dove erano passati. Dove avevano cercato quel poco di intimità. E quei loro ultimi disperati abbracci. Gli facevano male ancora.
Riconosceva quelle case. Riconosceva nuovamente quella città; la sua Venezia. La loro. Cercò le sigarette temendo di averle finite. Le sue mani frugavano cercando di trarlo fuori da quella situazione. Gli fosse venuta incontro almeno la sera, come allora; ma non è abbastanza sera. Non aveva nessuna possibilità di nascondersi. Sapeva che era tornata sui banchi di scuola. Sapeva che aveva sudato tutto. Sapeva persino quello che non aveva mai saputo. E il suo bambino si stava facendo adulto. Quanti anni doveva avere? Quante cose erano passate tra loro. Capì subito quanto ne fosse rimasta stanca. E non era cresciuta. Lo seppe. Non avrebbe potuto farlo. Non a quel prezzo. Così come lui non era riuscito a dimenticare, a scappare. Si era portato tutto dietro. Si era ritrovato spesso negli stessi posti. Era tornato a baciare la sua immagine riflessa in quell’acqua cheta. Al suono di piccole onde. Non che sapesse perché. Era stata tutta una immane pazzia. Non aveva dubbi di essere nuovamente impazzito; che pazzi erano rimasti. Scoppiò a ridere come uno scemo. Lei si fece cauta ma poi glielo disse proprio come allora, ritrovando un coraggio che aveva perduto, con lo stesso tono e la stessa esse trascinata: “Scemo”.
Ho bisogno di farla”.
Perché non sali; allora”.
Incredibile; da non crederci. Non poteva immaginare che lei abitasse proprio là. In quei posti in cui erano stati allora. In cui erano stati solo due ragazzi confusi, e curiosi, e impacciati. Non l’aveva fatto di proposito. Non aveva mai imparato a farlo. A sentirsi così impacciato nuovamente gli sembrò stupido e… meravigliosamente stupido. E tornò a scoprire che aveva una batteria al posto del cuore. In quel momento i respiri li ritmava la grancassa. Avrebbe voluto dirle: solo un attimo. Fammi respirare. Aveva bisogno di deglutire brandelli di quell’aria. Di annusare il sale marcio.
Quel respiro sospeso. La propria curiosità, non più indolente. Lei aveva posto nella sue parole tutto il coraggio che le era rimasto. Si ritrovò svuotata. La casa non era nemmeno in ordine. Nella fretta non aveva raccolto il cellulare. Era rimasto tutto com’era. Lui non poteva conoscerla. Era una casa anche troppo grande. Cosa avrebbe pensato? Si ricordò di chi era. Sapeva che non poteva essere cambiato tanto. Non ebbe il tempo di pensare altro. Lo condusse su per quelle scale. Lui si lasciò guidare; ancora una volta. Lungo i gradini di marmo consumati l’odore di piscio di gatto. Davanti alla porta non seppe più resistere. Fu troppo violento. Glielo chiese e poi l’abbracciò e la baciò.
Forse è meglio che entriamo. La camera è di là”.
Lui non la conosceva quella fretta. I quadri in processione alle pareti. Pavimenti alla veneziana e soffitti veneziani; alti. Rischiò di incespicare nell’enorme tappeto persiano. Persiano? Li chiamano così. Chissà se vengono tutti di là? Scusami, ho un appuntamento con dio. E la fila delle foto nelle cornici. A raccontare una storia in breve. Lei durante alcune delle sue età. E lui. Strane le cose, avevano lo stesso nome. Non gli assomigliava per nulla. Una cartolina appoggiata su una mensola. Una vetrina di vasi di vetro, naturalmente; di Murano. Il suo imbarazzo. Quella luce non luce. Senza colore. Che smorzava i colori. Quel senso di tranquilla noncuranza. Quella casa fin troppo grande. Era curioso di tutto. Non si chiese come. Le parole avrebbero potuto rimbalzare tra le pareti e lungo le scale. Diventare un suono che si moltiplicava e si ingigantiva. E tutto che invitava al silenzio. Quello di lei, imbarazzo. E lui che non riusciva a staccarsi dalle sue labbra. Non poteva più aspettare. E c’era fin troppa luce in quella stanza.
Lei pensò – e se non gli piaccio più?
Si accorse di quanto era stata stupida. No! non ci aveva pensato. Avesse avuto uno specchio forse sarebbe fuggita. Era per quello che nella stanza non c’erano specchi. Era la sua fortuna. Più una sorta di punizione che s’era data: disprezzando il tempo ma al contempo vietandosi la testimonianza del suo passare. Chiese inutilmente aiuto ad un po’ di quella risolutezza che aveva sempre cercato di vestire. Non poteva tornare indietro. Si sentì indifesa nella penombra. Si sentì osservata eppure. Fuggì gli occhi di lui e si sfilò l’abito; non avrebbe dovuto scorgere che mancava fierezza a quel viso. Temeva il suo giudizio e avrebbe pagato perché potesse vederla come allora. Almeno con gli stessi occhi. Non poteva sapere. Almeno con occhi indulgenti. Non ci si può nascondere sempre; agli altri e a se stessa. Allora aveva paura dell’amore. In quel momento sarebbe fuggita; ma non per quello. Quella era l’unica paura che aveva perduto. E dell’amore continuava a chiedersi perché?
Lui pensò che quella donna era invecchiata. E invecchiata male. E che aveva scritto ogni offesa sulla pelle. Che non aveva mai visto tanta sofferenza in un corpo di donna. Nei suoi occhi non c’era più quella luce. Il suo sorriso pareva quasi una smorfia. Capiva perché gli dava le spalle; non voleva che lo vedesse. Si sentì morire. Doveva usare tutto il viso per sorridere. Guardò l’ora ma non aveva nessun appuntamento. Dio! cosa aveva fatto. Non voleva sentirsene, in qualche modo, ancora responsabile. Era passato troppo tempo. Per troppe volte ci aveva pensato. La sua bellezza antica era sfiorita. Ora era solo una donna sconfitta. Non poteva non vedere quello che era diventata. Ma è Lei, è Rossana. Cazzo! Non poteva offenderla di quegli occhi.
E se gli avesse chiesto? Non voleva che sapesse che era stato lui ad andare incontro a quel coltello. Si guadò la cicatrice. Era un offesa orrenda. Alla fine, lo sapeva, lo sperava, lei ci avrebbe fatto scorrere le dita. Avrebbe cercato di cancellarla. Non gli dava più dolore, ed era giusto che lei non sapesse. Glielo doveva; così come le doveva tutto. Si vergognava di sé. Le diede le spalle. Poggiò le sue poche cose sul comodino, assieme al libro. Niente era più lo stesso. Un alito di vento faceva respirare la tenda. Un brivido lo percorse. Quel brivido la percorse. Trattenne un ultimo frammento di pudore. Nemmeno lui era rimasto lo stesso. Gran brutta bestia la solitudine. Non ti avvisa mai per tempo. Aveva imparato a conviverci. E’ una compagna gelosa. Non ti abbandona mai. Così l’aveva accompagnato anche tra le braccia di altre donne. Spesso ubriaco. Con quel senso di colpa. Capì che aveva bisogno di rifugiarsi fra le sue braccia. Che non c’era più tempo.
Ho cercato di restare me stessa, nonostante tutti. Di sognare di poter avere ancora la forza di sognare”.
Vi si precipitò senza più pensarci. La riconobbe completamente appena l’ebbe stretta a sé. Era curioso di quella due donne. Di ciò che riconosceva di quello che era stata e di quella nuova donna che aveva voluto essere. Delle storie che le pesavano addosso. Non poteva certo pretendere che tutto andasse come avrebbe voluto che fosse andato. Era anche tardi per avere rimpianti. Allora, a quel tempo, lei aveva paura dell’amore. Aveva solo vissuto tutto quello che la vita le aveva permesso di vivere. E aveva la bocca piena di parole. Nella testa una folla di memorie. Quello che la sorprendeva era una speranza nuova. Quello che aveva ritrovato intatto. Una canzone che le tornava in testa. Quei versi. La loro disperata malinconia. La voglia di provare. Ancora una volta. Di ritrovarli, e ritrovarsi. Il dolore che nuovamente li provocava. Come se fosse tutto ancora lì, ancora vivo. Fosse solo ieri. Tutto ciò pareva solo incredibile. Si sentiva ancora fragile. Una paura che la sfidava, ma una paura che non temeva; di cui non aveva paura.
Anche lei aveva viaggiato molto, ma non si era mai allontanata. Era rimasta legata alla sua città, era sempre tornata; tornata indietro, a Venezia. Aveva raccolto i frammenti del proprio cuore in un fazzoletto di lino. Aveva pianto e nei giorni di sole asciugato le sue lacrime. Non si era arresa mai. Aveva visto partire altre navi. Solo su alcune era salita. Mai su quella barca. Preferiva stare ai remi. Preferiva essere una donna che non chiede. Aveva scelto di morire piuttosto che ferire. E per tutto quel tempo non aveva saputo. Quel tempo e le cose l’avevano piegata. Gli amori e i finti amori. Ferita di ferite profonde e di silenzi. Tutto portava nel viso e nella pelle.
Voleva gridare che non si era mai arresa. Che non avrebbe fatto un passo indietro. E non l’aveva fatto. Avrebbe voluto gridare. In un sospiro cercò di emendarsi. Tutti quei dolori erano troppi anche per lei. Aveva continuato a sperare, strenuamente. No! non s’era arresa. Eppure aveva sperato per niente. Aveva sperato solo fino a rendere più dura la parola fine. E ormai non credeva più nemmeno di essere stata e di esserne stata capace. Aveva negato che anche quella ragazza fosse persino esistita. E quello che lei stessa aveva scritto. Quelle lettere erano andate perdute, ma non il resto. O almeno questo credeva: che fossero andate perdute. Non sapeva arrendersi come. Non credeva più di essere stata veramente capace di amare. Si era sacrificata davanti al niente. Aveva le dita spoglie. Eppure entrambi sapevano che non poteva essere stato così. Ma lei avrebbe voluto mondarsi di quello e di tutti i peccati. E di quelli che credeva peccati, ovvero errori.
Potrai mai perdonarmi”?
La guardò incredulo. Lui? Già! tutto sembra bello e facile per chi ascolta; a raccontarlo. A vivere non ti viene mai regalato nulla. Lui si era sempre guadagnato ogni cosa, anche la propria disperazione. I mesi, gli anni, erano stati uguali. Quando guardava quella foto una sorta di dolorosa malinconia lo prendeva. Per quanto tempo fosse passato quel malessere non era mutato, era lo stesso. Forse rimpianto. E aveva smesso di rileggere quella lettera. Gli dava cose troppo violente per essere sopportate, anche se gli venivano da così lontano. Era stato così che aveva creduto di percepire il suo profumo. E che la sua voce era tornata a risuonare. Per fortuna, almeno quella, aveva smesso di visitarlo. Non voleva difendersi più. Non poteva più nascondersi. Non aveva ancora deciso cosa avrebbe fatto; se si sarebbe fermato. In fondo sperava che lei glielo chiedesse. Lei glielo chiese. Gli chiese se voleva un paio di ciabatte. Non aspettava altro anche se si era mentito in tutti quegli anni e fino ad un attimo prima. Ora lo sapeva che si può amare per sempre. Che anche un marinaio può farlo per sempre.¹


1] Causa l’uragano Rossana l’autore del presente blog si scusa per gli inconvenienti  che si sono verificati e cercherà di ritrovare la rotta nonostante il perdurare delle turbolenze.

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fulmineSuccedeva sempre più spesso. Anche quel mattino. Si trovò a toccarsi. Il suo regno si riempiva di menagramo. Da che aveva dato loro, ai suoi amici, una autonomia, aveva già fatto a tempo a pentirsene. A volte arrivavano a trovarsi persino a discutere. Certo che li aveva fatti a fare se poi doveva fare tutto da sé? Se lo chiedeva in continuazione. E quelli sempre a criticare; a chiosare. Se non c’era Lei c’era il suo zampino in tutto quello. Era più che un sospetto. Metti un donna e niente è come prima. Gli amici immaginari sono sempre una gran iattura.
Erano quattro amici al bar, parlavano di rifare il mondo.
Ci facciamo un caffè”?
[Qualcuno potrebbe osservare che, essendo i fatti narrati in questo caso risalenti attorno ai primi anni del secondo secolo, non era ancora stato scoperto il caffè. Che ce ne voleva di pazienta prima che Kaldi uscisse per far pascolare il suo gregge. Ovvero che avrebbero dovuto aspettare almeno milledue, milletrecento anni per gustarne una tazza. Niente di più stupido. Dio non ha tempo, e, soprattutto, se ne poteva fare a meno, non amava aspettare. Non sempre la pazienza era il suo forte. E poi, eccheccaspita!, se non se la poteva permettere Lui una piccola eccezione… Ne aveva voglia, e questo doveva essere sufficiente. Non poteva star lì ad aspettare il caso e un semplice pastore. Uno poi di quelli che disdegnavano persino di farsi un bicchierino.]
Almeno l’uomo”.
Fare per fare si potrebbe almeno risistemare le stagioni”.
Manco aveva fatto a tempo a finire quei suoi pensieri. Ma figuriamoci se Lui aveva voglia di mettersi a rifare tutto. Poteva prenderselo, una buona volta, in santa pace, quel caffè. Lui lo aveva già detto che Lui aveva creato l’amore, il sesso era un’invenzione umana. Se non era proprio così almeno lo era pressappoco. Infatti lui aveva pensato che avrebbe dovuto essere l’uomo, l’uomo, mica la donna, a darsi da fare. I figli sono sempre una grazia di dio. Cioè al piacere non ci aveva proprio pensato. Certo che se una cosa la si fa con piacere la si fa più volentieri. Da qui a farlo solo per quello certo che ne passava. Tanto quanto ne passava a non farlo proprio.
A volte non ci pensava abbastanza, prima. Forse avrebbe dovuto farlo, ‘che lui era Dio. Ma per dio: un po’ di buon senso; diamine. Un po’ di quel che si dice. E di moderazione. Se faceva il vino mica si doveva bere tutto in un giorno. Così per il resto. D’accordo che fa buon sangue. E quello non mente. Ma che esagerare lo si sapeva: bere non è mai bene. E il troppo stroppia. Eccetera. Distrattamente si chiese se anche quello, il piacere, cioè il sesso, poteva dare assuefazione. E allergie? Ma erano pensieri da porsi? Lui che sapeva tutto non se l’era mai chiesto. E non capiva perché avrebbe dovuto; chiederselo. Lo sapeva che lei, credendo di non essere sentita, continuava a ripetere quel suo “Povero vecchio”. Povero e vecchio un corno. Sapeva quello che faceva. Ma forse sarebbe stato meglio se avesse creato subito la musica rock. O almeno il beat.
Allora aveva fatto l’uomo e la donna. Cioè prima l’uomo e poi la donna. Due cose chiare. Separate. Non era tipo da fare confusione. Era dentro quel condominio che se ne vedevano delle belle. Tutto e il contrario di tutto. Ma anche lei. Va bene invaghirsi. Va bene tutto. Meglio tenersi al largo da quel lago. Magari mica era una leggenda. Nemmeno l’alluce ci avrebbe infilato dentro quell’acqua. Sarà stato anche amore ma certo l’amore aveva un sacco di modi di manifestarsi. Era questo il punto. E che non gli parlassero poi di quello. Non lo poteva vedere. In quel caso non gli potevano certo imputare alcunché. Era colpa degli inquilini dell’edificio accanto. Con quelli non si poteva proprio parlare. Non avrebbe avuto bisogno di inventarsi degli amici immaginari, diversamente. Tanto Lui se ne stava sulle sue tanto quelli si mescolavano con gli uomini, e con le donne. Con quelle loro strane idee in testa. In fondo le loro finestre s’affacciavano sullo stesso mare. Anche quello. Avesse voluto non avrebbe potuto non vederli. E sempre a dire che c’erano prima loro. Che centrava? E vai a guardare secolo più secolo meno. Lui c’era prima. Era solo che non stava lì a vantarsene. C’era sempre stato; quasi. Vai a farglielo capire.
Anche quella Pluto non lo convinceva molto. Chi diceva che erano due persone diverse con lo stesso nome. Chi che era prima uomo e poi donna, o viceversa. Non avrebbe potuto mettere la mano sul fuoco. Quello o quella o quelli non lo convincevano proprio. Ma non sapeva dire chi era il migliore e chi il peggiore. Lasciamo stare i migliori. Non ce n’erano da salvare. Non ci si raccapezzava. Era tutto una gran confusione. Avessero almeno pagato gli alimenti. Non c’era verso di metterci ordine. Che se la suonassero e se la cantassero. Rischiava che finiva che quella storia del trino sarebbero andati a dire che anche quella se l’erano inventata loro. Aveva il sospetto che di loro si sarebbe continuato a parlare per secoli. Come non avessero già combinato abbastanza guai.
In fondo quelli erano d’un altra parrocchia. Non c’era niente da fare. Parlavano un’altra lingua. Le avventure con loro finivano quasi sempre lì. E poi erano pettegoli come pochi. E si intromettevano su tutto. Aveva anche provato. Non c’era verso di farsi sentire. Di andare d’accordo. Doveva capire che doveva limitarsi ad occuparsi del suo orticello. Doveva forse giustificarsi anche per loro? Non era vero che l’aveva fatto senza coglioni. E quelli venuti dopo? Erano senza coglioni, mica privi di testicoli. Che colpa ne aveva? L’uomo si diverte a dare del suo peggio. Lo inviti a cena e puoi star sicuro che si infila le mani nel naso. Per non parlare di come ti guarda la moglie. Non era bastato tutto quel gran casino che aveva combinato Noè. L’uomo non impara perché non vuole imparare. Non era per quello che preferiva cenare da solo. Magari poi il digestivo lo prendeva pure; e con lei. E qualche volta dopo aveva anche di che pentirsene. Non era mai facile venirne a capo; con lei. Lo aveva sempre ammesso. Da subito. Se si dovesse ricordare sempre quella volta dell’universo allora quel digestivo se lo sarebbe dovuto prendere sempre, anche quello, con quegli amici. Ce li aveva già per i piedi tutto il giorno. Che quando mancano ti mancano ma quando ci sono rimpiangi che non abbiano altro da fare. Questo per dire.

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varie2«NON SI PUO’ FERMARE IL TEMPO». La casa affacciata su Rio dei Meloni. La barca si dondolava pigra. La sera ristagnava tra silenzi e chiaroscuri. Le ombre evanescenti che approfittavano nel crepuscolo. Che sussurravano soltanto respiri quasi taciuti. Lungo quelle scale, consumate di passi. Michele non né aveva colpa per chi aveva deciso di non essere. Il passato – diceva – è passato; che serve tornare? Forse avrebbe dovuto sapere. Lui, da quel passato era tornato. Oppure immaginare. E’ solo che avrebbe voluto vederli negli occhi, e non poteva. Soprattutto lui. Per questo nascondeva il malumore dentro quel bicchiere. E assieme al malumore gli occhi. Come perle senza collana. Come se non volesse vedere quello che gli stava intorno. Intanto si affollavano pensieri. Per conto loro. Autonomamente.
Era sua abitudine chiamarle per nome, le cose. Si sentiva irritato e confuso. Non gli piaceva bere da solo. Non gli era mai piaciuto. Non avrebbe tardato molto. Meglio così. Non le avrebbe potuto rimproverare nulla, non ancora, tranne quel suo tardare; insolito. Ma non sempre ci si fa una ragione solo quando la si ha, quella ragione. A volte è la mosca da sola che ti salta al naso. Eppure sai che non ne vale la pena. Che non può portare a nulla di buono. Era fin troppo affollato quel silenzio di quel rimuginare. Meglio chiamare il pane per nome. Così salì stanco le scale. Era circospetto. Le storie sono facili solo quando le senti raccontare. Forse grazie a chi le racconta. Erano tutti contenti, contenti per lui. Contenti di averlo ritrovato. E lui non era mai riuscito a liberarsi degli abitanti dei suoi pensieri. Non era riuscito a liberarsi di quel mal di testa, dei suoi malumori, ma soprattutto di quel rimorso. In fondo si aspettava, se lo sentiva. Era come se sapesse che lo avrebbe trovato dopo aver salito anche quell’ultimo gradino. Aveva nel cuore quel dubbio; quelle parole che non trovavano destinatario. Quel grido rimasto a lungo in gola, ma mai soffocato. Tradito di chi l’aveva gridato, tardivamente. Un grido nella notte. Rimasto tra i ricordi confusi di quelle calli. Ed era come se fosse sceso in basso. Eppure lo sapeva che lo doveva fare.
Che ci fai qui”?
Sono Raffaello”.
«NON SI PUO’ MUTARE IL VENTO». Vestiva ancora con quei pantaloni rossi e la camicia bianca. Vestiva come un pessimo attore. Un attore da avanspettacolo. Un attore a cui avevano riservato poche battute. Con gli occhi che non guardavano verso il suo pubblico. Forse aveva sbagliato l’entrata. Nel viso la maschera di un personaggio che non era più; mezza d’osso e mezza di stanca e passata sofferenza. Il viso che nascondeva era un viso senza espressione. I suoi silenzi erano pieni solo di niente. Sembrava che le parole gli pesassero; ma sembrava soltanto. E quando era passato tra il pubblico lo aveva fatto con indifferenza. Come se fosse solo in sala. Come se quelle persone fossero solo immagini di persone. Come non avessero un’anima. Guardandole senza vederle. Troppo pieno solo di quei suoi ricordi. Troppo intento a raccontarli per cercare una nuova scrittura. Incapace di interpretare altri ruoli che quello della pietà.
Michele. Dovrei dire che è un piacere? Se ricordo bene: Raffaele”.
Cosa conta? Rispondo ad una mail”.
«QUINDICI ANNI AVEVA LEI». Non poteva farlo da un’altra parte? Era ritornato ad abbassare gli occhi su quello che stava facendo. Michele sapeva che sarebbe stato difficile estorcergli altre parole. Era solo quello che aveva saputo di lui, che gli avevano detto: tipo silenzioso fino ad essere irritante. Pensò: Rossana, non lasciarmi solo. Se ci si lascia irritare è la volta che si passa dalla parte del torto. Lui era solo passato. I fantasmi di oggi. Strane figure. Presenze silenziose. Quasi non presenze. Quasi solo un leggero fastidio. E quel rumore di tasti battuti senza troppa veemenza. A guardar bene sarebbe bastato ignorarlo. In fondo il passato non ha più nemmeno un odore preciso. A ignorarlo non è più nemmeno ricordo. Si sarebbe mostrato signore. Tanto quello fingeva di non badare alla sua presenza; fingeva? Non lo conosceva abbastanza. Nessuno l’aveva invitato. Aveva perso ogni diritto.
Scusami, ma quella assomiglia alla mia camicia”.
Scusami, ma tu non sei più”.
Questo non cambia che sia la mia camicia. E non ti scuso”.
Aveva perso troppo volte il diritto di tornare. E da quando era stato era passato fin troppo tempo. Il tempo passa lento ma passa. Detta le sue regole. Quello che era diventa solo ricordo. A volte nemmeno quello. Michele avrebbe accettato il rischio ma quella era la più pazza delle partite incredibili. Per quanto credesse di avere un’ottima mano di carte non si può giocare a carte con un’ombra. Forse non era nemmeno la sua partita. Come non si può parlare al silenzio. E’ tutto inutile. Guardò l’orologio ma non era interessato a vedere che ora era. Era solo un gesto come un altro. Con gli occhi della memoria rivisitò quelle stanze. Non c’era una foto sopra la madia. In fondo nemmeno un ricordo da ricordare. Era stato un compagno discreto, fin troppo discreto. Solo aveva occupato un posto non suo. Il fatto che lui se ne fosse andato non gli dava quel diritto. Ed ora era tornato. Anche se non si erano mai conosciuti. Anche se non si erano mai incontrati. Era stato il prima. Avrebbe voluto essere il per sempre. Si sarebbe accontentato di essere il dopo. Non sempre si può scegliere dove stare.
Strano, credevo fossi incapace di intendere e di parlare”.
Lo sapeva che era anche un vampiro. Non poteva averne paura. Non riusciva ad averne indulgenza. Era solo un’ombra evanescente che non faceva ombra. Il gatto sfiorava le cose. Sugli angolo si lasciava lisciare il pelo. Grosso scivolava silenzioso. Si guardava intorno come niente attirasse la sua attenzione. Forse almeno con lui si capivano. Entrambi vivevano nella notte; della notte. Michele lo allontanò con un piede. Non aveva mai avuto simpatia, nemmeno per i gatti. I gatti sono animali stupidi, annegano nell’acqua bassa. Vanno soli contro la morte sull’autostrada. Basta un fanale. La luce li acceca. Fu tentato di provare ad accenderla, quella luce. Per vedere se era solo una fantasia della sera. Sapeva che non lo era. C’era ancora una luce sufficiente. Gli sbatteva negli occhi. Per un attimo fu tentato di raccogliere quel libro e le sue cose; di arrendersi e di fuggire; ancora. Non lo aveva mai fatto. Cioè solo quella volta. E quella volta era stata di troppo. Non poteva ripetersi quel rimorso per tutti i minuti a venire. Aveva lasciato solo poche parole, laconiche: “Fai che sia felice”. Si chiedeva se lui, quello, se l’era mai domandato. Se si era mai chiesto chi e cosa c’era stato prima. Solo gli stupidi non si fanno mai domande. Eppure è comodo vivere senza i rimorsi.
Anche il letto era il mio”.
Si può essere tanto vigliacchi? Quel ch’è troppo è troppo, aggregato di molecole disperse. Figlio di un’avventura finita distrattamente. Martire di professione e stronzo per vocazione. Cos’erano quei mezzucci? Ormai non era nemmeno come un gatto che scalda il suo posto. Nemmeno il suo posto era più rimasto com’era. Intatto. Il suo viaggio, da tempo, era la parvenza del viaggio. Aveva bisogno degli altri per piangere, ma non sapeva essere con nessuno. Continuava ad aspettarlo che avrebbe dovuto maledirlo. Era figlio di un’altra madre. Ricordare non serviva a nessuno. E poi Michele non aveva proprio nulla da ricordare. Non in quel posto. Allora. Inoltre non aveva nessuna intenzione di farlo. Lui era incapace di non vedere quello che aveva sotto gli occhi. Di dimenticare così in fretta. Di fingere di ignorare. O forse solo di quella capacità di non riconoscere anche le stesse cose che erano lì; lampanti come una pioggia che cade e bagna. Come una notte con la luna. Come qualsiasi cosa anche banale. Nemmeno ciò che addolora il cuore può essere cancellato nello stesso momento in cui genera il dolore. Avrebbe dovuto rinfacciarle quel ritardo e tutto il resto. Finiva per dare a lui le colpe di lei. Lo sapeva e si rifiutava di crederlo. Non puoi aver finto di non vedere che i suoi occhi erano tristi; opachi. E poi ignorare non è una buona scusa. Non vedere. Non funziona come alibi. Non funziona e basta.
«RICORDO QUANDO MI BACIO’». Non era solo colpa sua. Si poteva anche fraintendere. Scambiare quell’addio per un disperato appello. Decisamente aveva delle scusanti, quell’uomo. Cioè quello che era stato una specie di uomo. Solo quelle. Non si può dire amore per poi non amare. Come non si può mentire a sé. Non per molto. Le cose vanno chiamate per nome. Anche quando quel nome non lo vogliamo sentire. Non lo vogliamo conoscere. Rossana aveva un cuore troppo grande. E un vocabolario dei sentimenti con pochi vocaboli e scelti male. Un vocabolario troppo piccolo. Lui era passato. Era solo passato. Lo aveva osservato allontanarsi. Cioè non bastava a scusarlo. Un uomo vero non sarebbe tornato indietro. Ma quale uomo non torna se quell’uomo viene chiamato? Invitato? Vagheggiato? Quale uomo? I fantasmi possono scambiare la polvere per i mobili o il paesaggio. Gli altri scambiano fantasmi con presente. Finisce per essere tutto presente; anche il passato. Si finisce per amare lo stesso dolore provocato dall’assenza d’amore. Ma poi a cosa serve mandare un addio ad un fantasma? Un addio uguale ad un arrivederci. Cosa se ne può fare? Michele la riconosceva quella ostinazione. Michele guardò intorno ma non vide nessuna valigia; nemmeno una sacca. Quell’uomo doveva essere veramente così: un uomo che non sapeva stare da nessun parte. Allora perché era tornato? Forse perché non sapeva stare in nessun’altra parte che dove non c’era più posto per lui? Cosa aveva lasciato per dargli diritto di tornare? Forse una rosa secca o forse la pazienza di aver ascoltato parole che non voleva? Nel frattempo Rossana continuava a tardare. Non era da lei farlo. Ma gli uomini devono misurarsi da uomini. Aveva l’impressione che quello non fosse ancora il suo posto. Ma questa volta era disposto a combattere per lei. A difendere il suo amore. Anche dai fantasmi. Anche da quelli che si portava dentro. Non era più lei. BANG BANG. [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Bangbang.mp3”%5D

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raccontiRaccattandolo, nel soffiar la polvere, ritrovò quella Rosellina secca tra le pagine 40 e 41. L’aveva raccolta lei: “Ti ricorderà di me”. Non ci aveva più pensato. Né l’aveva più rivista. Chissà dov’era? E com’era? La ricordò come allora, con tenerezza, Carla. Era stata una storia durata pochi mesi. Troppo poco -pensò. Erano ragazzi allora. Si trovò un poco ad immalinconirsi. Era tenera Carla. Forse era tenera la loro età. Improvvisamente divenne presente. Molte cose che aveva perso tornarono presenti. Come se venissero a bussare al porta di quella sera. Come se rivolessero il loro spazio; con decisione. Ma soprattutto lei. Il suo odore. Le dita sottili di Carla. Il suo modo di ridere. Quel suono acerbo. I piccoli seni. Quel preciso mattino senza scuola. Quel sentiero e il silenzio e le cicale che lo moltiplicavano, quel silenzio. Le cose che avrebbe voluto dire. L’imbarazzo. I suoi ritardi. Avrebbe voluto vederla. Alcuni rimpianti divennero lancinanti. Si ricordò che aveva cercato di dedicargli alcuni versi. Ora li ricordava ed erano goffi. Ne provò una tarda vergogna. Non era mai stato molto bravo con le rime. L’aveva capito da solo. In seguito aveva smesso di provarci. Sentì affacciarsi una lacrima. Accettò quel pianto per quello che non era stato e non era più.

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Il vostro premier precisa: “Non sono un santo“. Ammetto, senza malizia, di aver avuto già qualche sospetto.

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