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Archive for 25 luglio 2009

varie2«NON SI PUO’ FERMARE IL TEMPO». La casa affacciata su Rio dei Meloni. La barca si dondolava pigra. La sera ristagnava tra silenzi e chiaroscuri. Le ombre evanescenti che approfittavano nel crepuscolo. Che sussurravano soltanto respiri quasi taciuti. Lungo quelle scale, consumate di passi. Michele non né aveva colpa per chi aveva deciso di non essere. Il passato – diceva – è passato; che serve tornare? Forse avrebbe dovuto sapere. Lui, da quel passato era tornato. Oppure immaginare. E’ solo che avrebbe voluto vederli negli occhi, e non poteva. Soprattutto lui. Per questo nascondeva il malumore dentro quel bicchiere. E assieme al malumore gli occhi. Come perle senza collana. Come se non volesse vedere quello che gli stava intorno. Intanto si affollavano pensieri. Per conto loro. Autonomamente.
Era sua abitudine chiamarle per nome, le cose. Si sentiva irritato e confuso. Non gli piaceva bere da solo. Non gli era mai piaciuto. Non avrebbe tardato molto. Meglio così. Non le avrebbe potuto rimproverare nulla, non ancora, tranne quel suo tardare; insolito. Ma non sempre ci si fa una ragione solo quando la si ha, quella ragione. A volte è la mosca da sola che ti salta al naso. Eppure sai che non ne vale la pena. Che non può portare a nulla di buono. Era fin troppo affollato quel silenzio di quel rimuginare. Meglio chiamare il pane per nome. Così salì stanco le scale. Era circospetto. Le storie sono facili solo quando le senti raccontare. Forse grazie a chi le racconta. Erano tutti contenti, contenti per lui. Contenti di averlo ritrovato. E lui non era mai riuscito a liberarsi degli abitanti dei suoi pensieri. Non era riuscito a liberarsi di quel mal di testa, dei suoi malumori, ma soprattutto di quel rimorso. In fondo si aspettava, se lo sentiva. Era come se sapesse che lo avrebbe trovato dopo aver salito anche quell’ultimo gradino. Aveva nel cuore quel dubbio; quelle parole che non trovavano destinatario. Quel grido rimasto a lungo in gola, ma mai soffocato. Tradito di chi l’aveva gridato, tardivamente. Un grido nella notte. Rimasto tra i ricordi confusi di quelle calli. Ed era come se fosse sceso in basso. Eppure lo sapeva che lo doveva fare.
Che ci fai qui”?
Sono Raffaello”.
«NON SI PUO’ MUTARE IL VENTO». Vestiva ancora con quei pantaloni rossi e la camicia bianca. Vestiva come un pessimo attore. Un attore da avanspettacolo. Un attore a cui avevano riservato poche battute. Con gli occhi che non guardavano verso il suo pubblico. Forse aveva sbagliato l’entrata. Nel viso la maschera di un personaggio che non era più; mezza d’osso e mezza di stanca e passata sofferenza. Il viso che nascondeva era un viso senza espressione. I suoi silenzi erano pieni solo di niente. Sembrava che le parole gli pesassero; ma sembrava soltanto. E quando era passato tra il pubblico lo aveva fatto con indifferenza. Come se fosse solo in sala. Come se quelle persone fossero solo immagini di persone. Come non avessero un’anima. Guardandole senza vederle. Troppo pieno solo di quei suoi ricordi. Troppo intento a raccontarli per cercare una nuova scrittura. Incapace di interpretare altri ruoli che quello della pietà.
Michele. Dovrei dire che è un piacere? Se ricordo bene: Raffaele”.
Cosa conta? Rispondo ad una mail”.
«QUINDICI ANNI AVEVA LEI». Non poteva farlo da un’altra parte? Era ritornato ad abbassare gli occhi su quello che stava facendo. Michele sapeva che sarebbe stato difficile estorcergli altre parole. Era solo quello che aveva saputo di lui, che gli avevano detto: tipo silenzioso fino ad essere irritante. Pensò: Rossana, non lasciarmi solo. Se ci si lascia irritare è la volta che si passa dalla parte del torto. Lui era solo passato. I fantasmi di oggi. Strane figure. Presenze silenziose. Quasi non presenze. Quasi solo un leggero fastidio. E quel rumore di tasti battuti senza troppa veemenza. A guardar bene sarebbe bastato ignorarlo. In fondo il passato non ha più nemmeno un odore preciso. A ignorarlo non è più nemmeno ricordo. Si sarebbe mostrato signore. Tanto quello fingeva di non badare alla sua presenza; fingeva? Non lo conosceva abbastanza. Nessuno l’aveva invitato. Aveva perso ogni diritto.
Scusami, ma quella assomiglia alla mia camicia”.
Scusami, ma tu non sei più”.
Questo non cambia che sia la mia camicia. E non ti scuso”.
Aveva perso troppo volte il diritto di tornare. E da quando era stato era passato fin troppo tempo. Il tempo passa lento ma passa. Detta le sue regole. Quello che era diventa solo ricordo. A volte nemmeno quello. Michele avrebbe accettato il rischio ma quella era la più pazza delle partite incredibili. Per quanto credesse di avere un’ottima mano di carte non si può giocare a carte con un’ombra. Forse non era nemmeno la sua partita. Come non si può parlare al silenzio. E’ tutto inutile. Guardò l’orologio ma non era interessato a vedere che ora era. Era solo un gesto come un altro. Con gli occhi della memoria rivisitò quelle stanze. Non c’era una foto sopra la madia. In fondo nemmeno un ricordo da ricordare. Era stato un compagno discreto, fin troppo discreto. Solo aveva occupato un posto non suo. Il fatto che lui se ne fosse andato non gli dava quel diritto. Ed ora era tornato. Anche se non si erano mai conosciuti. Anche se non si erano mai incontrati. Era stato il prima. Avrebbe voluto essere il per sempre. Si sarebbe accontentato di essere il dopo. Non sempre si può scegliere dove stare.
Strano, credevo fossi incapace di intendere e di parlare”.
Lo sapeva che era anche un vampiro. Non poteva averne paura. Non riusciva ad averne indulgenza. Era solo un’ombra evanescente che non faceva ombra. Il gatto sfiorava le cose. Sugli angolo si lasciava lisciare il pelo. Grosso scivolava silenzioso. Si guardava intorno come niente attirasse la sua attenzione. Forse almeno con lui si capivano. Entrambi vivevano nella notte; della notte. Michele lo allontanò con un piede. Non aveva mai avuto simpatia, nemmeno per i gatti. I gatti sono animali stupidi, annegano nell’acqua bassa. Vanno soli contro la morte sull’autostrada. Basta un fanale. La luce li acceca. Fu tentato di provare ad accenderla, quella luce. Per vedere se era solo una fantasia della sera. Sapeva che non lo era. C’era ancora una luce sufficiente. Gli sbatteva negli occhi. Per un attimo fu tentato di raccogliere quel libro e le sue cose; di arrendersi e di fuggire; ancora. Non lo aveva mai fatto. Cioè solo quella volta. E quella volta era stata di troppo. Non poteva ripetersi quel rimorso per tutti i minuti a venire. Aveva lasciato solo poche parole, laconiche: “Fai che sia felice”. Si chiedeva se lui, quello, se l’era mai domandato. Se si era mai chiesto chi e cosa c’era stato prima. Solo gli stupidi non si fanno mai domande. Eppure è comodo vivere senza i rimorsi.
Anche il letto era il mio”.
Si può essere tanto vigliacchi? Quel ch’è troppo è troppo, aggregato di molecole disperse. Figlio di un’avventura finita distrattamente. Martire di professione e stronzo per vocazione. Cos’erano quei mezzucci? Ormai non era nemmeno come un gatto che scalda il suo posto. Nemmeno il suo posto era più rimasto com’era. Intatto. Il suo viaggio, da tempo, era la parvenza del viaggio. Aveva bisogno degli altri per piangere, ma non sapeva essere con nessuno. Continuava ad aspettarlo che avrebbe dovuto maledirlo. Era figlio di un’altra madre. Ricordare non serviva a nessuno. E poi Michele non aveva proprio nulla da ricordare. Non in quel posto. Allora. Inoltre non aveva nessuna intenzione di farlo. Lui era incapace di non vedere quello che aveva sotto gli occhi. Di dimenticare così in fretta. Di fingere di ignorare. O forse solo di quella capacità di non riconoscere anche le stesse cose che erano lì; lampanti come una pioggia che cade e bagna. Come una notte con la luna. Come qualsiasi cosa anche banale. Nemmeno ciò che addolora il cuore può essere cancellato nello stesso momento in cui genera il dolore. Avrebbe dovuto rinfacciarle quel ritardo e tutto il resto. Finiva per dare a lui le colpe di lei. Lo sapeva e si rifiutava di crederlo. Non puoi aver finto di non vedere che i suoi occhi erano tristi; opachi. E poi ignorare non è una buona scusa. Non vedere. Non funziona come alibi. Non funziona e basta.
«RICORDO QUANDO MI BACIO’». Non era solo colpa sua. Si poteva anche fraintendere. Scambiare quell’addio per un disperato appello. Decisamente aveva delle scusanti, quell’uomo. Cioè quello che era stato una specie di uomo. Solo quelle. Non si può dire amore per poi non amare. Come non si può mentire a sé. Non per molto. Le cose vanno chiamate per nome. Anche quando quel nome non lo vogliamo sentire. Non lo vogliamo conoscere. Rossana aveva un cuore troppo grande. E un vocabolario dei sentimenti con pochi vocaboli e scelti male. Un vocabolario troppo piccolo. Lui era passato. Era solo passato. Lo aveva osservato allontanarsi. Cioè non bastava a scusarlo. Un uomo vero non sarebbe tornato indietro. Ma quale uomo non torna se quell’uomo viene chiamato? Invitato? Vagheggiato? Quale uomo? I fantasmi possono scambiare la polvere per i mobili o il paesaggio. Gli altri scambiano fantasmi con presente. Finisce per essere tutto presente; anche il passato. Si finisce per amare lo stesso dolore provocato dall’assenza d’amore. Ma poi a cosa serve mandare un addio ad un fantasma? Un addio uguale ad un arrivederci. Cosa se ne può fare? Michele la riconosceva quella ostinazione. Michele guardò intorno ma non vide nessuna valigia; nemmeno una sacca. Quell’uomo doveva essere veramente così: un uomo che non sapeva stare da nessun parte. Allora perché era tornato? Forse perché non sapeva stare in nessun’altra parte che dove non c’era più posto per lui? Cosa aveva lasciato per dargli diritto di tornare? Forse una rosa secca o forse la pazienza di aver ascoltato parole che non voleva? Nel frattempo Rossana continuava a tardare. Non era da lei farlo. Ma gli uomini devono misurarsi da uomini. Aveva l’impressione che quello non fosse ancora il suo posto. Ma questa volta era disposto a combattere per lei. A difendere il suo amore. Anche dai fantasmi. Anche da quelli che si portava dentro. Non era più lei. BANG BANG. [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Bangbang.mp3”%5D

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