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Archive for luglio 2009

raccontiNon riusciva a capire com’era potuto succedere. Aveva vent’anni poco prima e subito dopo si era trovata ad averne quaranta. Si fa presto a dire che basta non pensarci. Ci sono cose, e l’età è tra queste, soprattutto per una donna, che quando pensi che potrebbero succederti è la volta che sono già arrivate. E lo specchio è lì, a scrutarti, incapace di mentire nemmeno una volta. Non che… certo poteva ancora dirsi bella, ma quei segni sotto agli occhi. Ecco… forse era giusto… carina. Quelli quando appaiono poi non se ne vanno. E’ così che ti ritrovi a guardarti dietro. E la misura del tuo guardare non è più la stessa. E’ così che ti ritrovi a fare i conti. Prima pensavi che ci sarebbe sempre stato un altro giorno, e, all’improvviso, ti sembra che tutti siano scappati. Tutti e non solo i giorni. Ed eccoti ad intrigarti in quella ridda di perché; in quella fatidica domanda: chi sono e chi sono diventata? E a questo punto che si dovrebbe resistere. Mai arrendersi alle malinconie. Ai rimpianti.

Del suo cuore non voleva più fare mercato; anche quel raro banchettare era stato vorace. I brandelli dolorosi dei sentimenti scappati si erano trasformati in assidue ammonizioni ossessive. Lo sapeva da sé che non si può vivere di paura. Che è un rischio mostrare, ma che ci si uccide di più negandosi. Che non bisognerebbe mai rischiare, ma che il non rischiare, a volte, è non essere. Eppure nemmeno il gesto più semplice le riusciva più spontaneo. Ma forse era stata sin da bambina così. Che bambina era stata? Una di quelle piccole cose graziose a cui tutti fluttuano intorno con quell’aria da finta celebrazione, dove per gli altri sei solo un gioco; raramente anche una superficiale curiosità. Non che ricordasse molto, cioè i suoi ricordi non riuscivano ad andare molto lontano. Era stata ridotta alla loro bambola. Quello era quello che le dicevano. Che poi tutti i grandi dicono così. Anche lei lo faceva. Cosa puoi dire diversamente? Solo che di essere sola le si erano asciugate anche le fonti delle lacrime dentro agli occhi. E a volte né hai bisogno. A volte le lacrime sono una fuga. Riescono a permetterti almeno di scaricarti. E lei aveva scordato come si piange.
Non che le fossero mancate completamente le occasioni. Anche se non le aveva cercate. Solo non riusciva che a provare quel dolore interno che non riusciva a esprimere. Magari persino una rabbia. Tutto lì anche se se la portava dietro allungo. Nessuno aveva mai potuto vederla piangere. Aveva imparato subito a non chiedere per non dover dire. A interpretare quella parte. Ora si rendeva conto di non averla mai scelta. Per nulla da rivivere. Anche Alcide l’aveva lasciata. Aveva aspettato ancora per mesi che la chiamasse, non si era più fatto sentire. Anche lui; all’improvviso; senza dir nulla. Anche lui come Gustavo; proprio allo stesso modo, alla stessa maniera. In silenzio. Non aveva molto altro da raccontare. Solo il dubbio che nemmeno il loro fosse amore. Eppure entrambi sembravano… sinceri, almeno quanto lei. Ma se ne erano andati o li aveva fatti scappare? E, a pensarci bene, se ne erano andati prima ancora che cominciasse qualcosa. Forse non aveva nemmeno il diritto di rimpiangere. Erano state storie brevi. Frammenti, frettolosi. Ora aveva il dubbio di semplici simpatie. Eppure aveva un disperato bisogno di ricordi. Almeno di qualche ricordo in cui rifugiarsi.
Lei era così (continuava a ripeterselo). Era cioè quella che voleva essere. Quella che si era trovata ad essere. Diversa da quella che non sapeva essere. Che casino. Persino a dirselo si era persa, e non ci capiva più nulla. Non era certo per paura. O forse era solo paura. In questo caso non le era per nulla di aiuto chiamarla abitudine, nemmeno tratto caratteriale. Era solo che anche il mondo intorno era così. E c’erano dei momenti, sempre più frequenti, in cui non le piaceva. Non riusciva a relazionarvisi. Uno dei due era estraneo. Certo che forse quella telefonata avrebbe potuto farla lei. Sapeva che sarebbe stato inutile. Non c’era un unico momento particolare che la potesse consolare; che le potesse anche solo regalare un dubbio. Forse era solo una mattinata diversa. Forse era solo che si era alzata di cattivo umore. Avrebbe potuto convincersi a crederci, e anche ci aveva provato. Non le bastasse era preoccupata per i suoi. Anche per loro gli anni passavano e per loro gli anni, erano tanti, cominciavano ad essere parecchi. Non erano più solo avvisaglie. Ormai erano estremamente evidenti. E quel medico non le dava la massima delle garanzie. Sembrava che il fatto, la loro salute, non lo riguardasse.
In fondo siamo tutti un poco artefici e un poco vittime. Cosa c’era in lei che non andava, a parte quello specchio? Avrebbe voluto trovare qualcuno che le spiegasse come si poteva non aver paura del giorno.

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melaPerché? Ci sono persone che hanno sempre bisogno di sapere. Perché chiedersi troppi perché? Quella sera in via Mihail Bravu. Lungo quelle scale. Blocco… non ricordava il blocco. Era solo una ragazzina. Non era certo di capire. Quando era stato portato alla polizia non sapeva se sarebbe tornato. Aveva cercato di scherzare. Non aveva calze di seta con sé. Avevano frugato nella tasca sbagliata. Quante altre volte si era perso? Come su quel letto: “ferita da coltello”. Non serviva dottore. Lo sapeva da sé. E forse su quel letto d’ospedale era veramente morto. A Frederikshavn sotto un cielo senza nemmeno una stella. Possibile che nessuno, nemmeno lui, se ne fosse accorto? Era possibile? Allora chi era l’uomo che camminava nelle sue scarpe? E anche l’ultima volta che il cuore era impazzito. E quella volta non era stato per una donna. E su quel letto non aveva avuto più la forza di pensare ad una donna. Ma non aveva smesso di sfidare la sorte. Non aveva nulla da perdere. Camminando nel mondo si vive e si muore. Si gioca e si perde. E’ vero che se si muore da giovani non si invecchia mai? Strani pensieri può portare la sera. E ti portano via. Non aveva mai imparato ad amare. Non aveva più voluto amare. Come si chiamava? Aveva occhi enormi e un seno generoso. L’aveva spinta contro quel portone. Non si ricordava più il nome. Era ancora quel ragazzino. Ancora più ragazzino. Le luci alle finestre sembravano bugiarde e spiarli, curiose. Vorrei un letto che profumi di lillà – le diceva. E già pensava a tradirla. Eppure a tradire non aveva imparato mai. Era sempre stato l’unico interprete della sua vita. Ora era tornato. A che serviva un perché. Ma lei gli chiedeva un perché. Non capiva. Se erano ancora là. Lei non poteva capire quel suo bisogno di ricordare. Eppure era tornato. Lei lo aveva aspettato. Era tornato per lei. Sapeva che non lo aveva aspettato. Anche lui aveva vissuto. Sussurrato al buio e ferito. Avevano vissuto perché la vita aveva preteso il suo prezzo. Non si può aspettare sempre l’ombra di un rimorso. Di un ricordo. Semplicemente non si può aspettare. Ma nemmeno si può vivere senza passato. Era questo a condannarlo. Era quel vuoto che gli rodeva dentro. Non aveva mai trovato il coraggio di separarsi da quella lettera. Maledetti ragazzi che non vogliono diventare grandi mai.

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raccontiEra così bambino. Così meravigliosamente stupido. Così impreparato. Così incapace. Così teneramente inutile. Era solo… non conosceva nemmeno sé stesso. Le donne non sanno dimenticare di essere capaci di essere madri. Lei non faceva eccezione. Non riusciva a governare le parole. Correvano come un fiume. E sentiva quel dolce tepore in petto. Lo aveva provato una volta sola. Quando ancora non le era cresciuto il seno. Non era passato troppo tempo. Il ricordo era ancora nitido. Forse avrebbe continuato ad accompagnarla. E non aveva altri pensieri. Tutto correva leggero. Tutto era in quel mattino di primavera. Soli là. Con i colori di pastelli. Strada di sassi; bianchi. L’abito forse troppo leggero. E anche quel bisogno di tepore. Le dita della brezza che spettinavano il prato. Così lontani dal mondo da poterlo inventare. Così distanti da tutti da essere veramente soli. In quel modo meraviglioso in cui si può essere soli in due. La voglia di correre già da Marilisa a raccontarlo. Non è un sogno se non si può raccontare. Anche il cuore ha le sue amicizie. Chiuse gli occhi e aspettò il bacio. Lui la riconobbe paziente, implorarlo, pregarlo, invitarlo; titubante accostò le labbra. Si sentì grande nel pensare che l’amore non vuole guardare; non poteva essere certo di riconoscerlo.

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Io ve lo consiglio, anzi: andate a leggerlo. Non potete perderlo.

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yin-yangLa vita, in fondo, è un gran bel post. Forse bello… insomma interessante. Facciamo un gioco. Il blog come una sorta di scatola cinese. Che rimanda da un luogo all’altro nella rete. Un rimbalzo di parole. Un post che richiama un altro post. Alla fine del gioco c’è tutto e niente. Chi ci capisce è bravo. Che abbia ragione Vecchioni che «le lettere d’amore fanno solo ridere»? Così tutto comincia con una lettera che è andata perduta. E poi una seconda. Questo è il laconico testo:
«No, non dirmi che sono una cretina patentata… ho perso la più accorata lettera d’amore che abbia mai scritto per un semplice salto di pagina… non posso ora riscriverla, ma non potrò nemmeno parlartene perché era troppo complicata, come siamo sempre noi.
La riscriverò. Riprenderò il tempo che in questi giorni mi sfugge e mi affatica. Amami comunque, né vale la pena, anzi dirò di più: mi è assolutamente necessario
Rossana la tua donna
»
Purtroppo, come ammesso, la migliore delle lettere è proprio quella persa. Rispondere ad una lettera perduta è impresa che può affascinare solo i folli. C’è qualcuno di più folle che un uomo che ama? La risposta corre nella rete e diventa un post. Un post già difficile da capire pur conoscendo da cosa è generato. Per un lungo istante ho avuto la tentazione di metterla, quella risposta, anche in questo spazio. In fondo può essere letta anche solo come un divertimento. Come una sorta di prova di scrittura. Basterebbe leggere senza la presunta pretesa di voler capire¹.


1] Possiamo assicurare che le due lettere sono del tutto (o almeno nei tratti essenziali) autentiche ovvero corrispondenti a quelle che sono state nella realtà; compresa la sfacciataggine di mettersi così a nudo.

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poesiaSenza accenno s’inizio
allora chiesero partecipazione
e scricchiola il legno (pigola)     sotto
e sopra     le mani     (scricchiolano)
mentre le unghie si son fatte stoffa
i capelli stoppa
e la stoffa     colori
e gli occhi buchi     – neri umori –
dove i ragni tessono la loro fantasia:
“Perché passero non l’hai voluta leggere
questa mia fantasia
dietro i vetri delle porte socchiuse
e le tende delle mie tempie”?

Chi l’ha messo in gabbia (?)
ora lo toglie     e lo ingoia in un sol atto;
“Passatemi il bicchiere degli anni”! ¹


1] Si continuano a pubblicare le poesie di una vecchia raccolta di poesie di all’ora.

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Il ragazzo di San Boldo. Lo guardi, il cielo, là all’orizzonte, le scruti, lo leggi, non puoi mai sapere. Il mare è così. Michele ne aveva rispetto e il mare lo aveva rispettato. Per anni era stato la sua casa e ne portava l’odore nella pelle. Ne aveva viste di burrasche e le più pericolose erano state quelle che s’erano affacciate all’improvviso, senza farsi annunciare. Quando s’era rabbuiato d’un tratto il cielo, come d’una rabbia improvvisa; solo uno scatto d’ira. Nate dal nulla e dal silenzio. Con onde che si alzavano come cattedrali con bianche barbe ad ornare le guglie come marmi. Ma lui era nato uomo d’acqua anche se non s’era mai permesso di darle del tu. Meglio diffidare perché quando la sorte distribuisce le carte non guarda in faccia a nessuno.
Ormai viveva di ricordi, ricordi senza rimpianti. La città che aveva ritrovato non era più la stessa; allo stesso modo lo era. Venezia è una città che non ha mai voluto cambiare. Erano solo i volti che non gli parevano quelli di allora. La lingua che faticava a ritrovare eppure aveva un suono gradevole, lo stesso dei pensieri che lo avevano sempre accompagnato. Che gli avevano fatto compagnia in mare. Eppure le calli, quelle, dovevano essere le stesse. Quella lingua da cui doveva tradurre le sue lettere. Perché, di lettere, ne aveva lasciata almeno una in ogni porto. Non sempre le aveva spedite. Alcune le aveva conservate. Le più preziose. Quelle che gli facevano più male. Le più faticate. E il tempo non era passato solo su di lui ma anche su quella carta.
Non ricordava più cosa lo aveva spinto a partire. Non lo voleva ricordare. Certo lo spirito dell’avventura. Certo quel bisogno di sentirsi uomo. Alcune letture; si crede troppo, da ragazzi, a ciò che si legge. Come se la vita fosse romanzo e il romanzo vita. E aveva preferito rinunciare ad una camicia, a due paia di calzini, ma aveva lasciato posto per i suoi libri. I suoi libri e quella fiasca di vino rosso. Non gli era servita granché, per molte sera aveva pianto. E’ stupido capire le cose solo dopo che sono successe. E’ come guardare negli occhi un annegato. Non è più uomo, non ha più anima, è solo orrore. Dopo è un’altra cosa. E nemmeno sai se sono vere o se sono solo memoria. Eccole lì le sue parole difficile. Legate con un nastro rosso. Sembravano molte, troppe, forse non bastavano dopo più di 40 anni di avventura. Giovanni gli aveva detto, appena visto: “Ancora rosso, vero”? Giovanni accennava al vino e aveva versato un bicchiere per sé e due per l’amico ritrovato. Senza aspettare risposta. “E’ ancora bella, forse non come allora”. Ma questo era successo solo dopo. Forse era stato per lei. Che confusione. Appena passate le cose si accalcano e non rispettano nulla, tanto meno i tempi sul calendario.
In realtà gironzolava. Ne aveva avuto abbastanza di viaggi. Era tornato. Si ripeteva la parola in testa. Qualcosa cercava di convincerlo. Non era sicuro che non sarebbe ripartito, ancora una volta, una volta ancora. Si sentiva come quei turisti e loro non potevano riconoscerlo. Non sapevano niente di lui. Ormai nessuno poteva riconoscerlo. E guardava i posti che gli erano stati famigliari e allo stesso tempo li riscopriva come una vecchia prima volta. Li riscopriva incontrandoli. Quel maledetto fascino di già detto che ti assale all’improvviso, senza preavviso alcuno. Proprio come era successo tante volte in mare. A seguire le scie bianche tracciare da delfini che squittivano. Allora perché aveva guardato con tremore al lungo planare di gabbiani e alle loro grida? Perché se tutto doveva rimanere così uguale e così incerto? Ne aveva messo di tempo per rendersi conto d’essere tornato uomo di terra. Per troppo s’era ritrovato come un cucciolo impaurito, braccato, ormai incapace di camminare. Forse doveva essere così, quando si respira salsedine per lungo tempo sembra che all’aria manchi l’aria, se non ne conserva l’odore trattenendolo a sé.
All’angolo avevano sventrato la pietra, lo ricordava ancora. Ne era uscito un vecchio convento di suore. Qualcosa del genere. Così gliel’avevano raccontata. Cataste e cataste di teschi e di ossa accatastate. Le aveva viste con i suoi occhi. A lui bambino erano sembrate venire da un posto che gli era sconosciuto. La morte continuava a fargli paura, ma solo quella degli altri. Quella che poteva vedere. Le aveva guardate e aveva imparato subito che le avrebbe ricordate. Su quel posto era stato aperto un negozio di cornici. Poi il campo si allungava regolare, sempre fronteggiato da case squadrate come scatole; caseggiati severi e senza fronzoli. Nel mezzo la vera da pozzo, bianca del marmo di cui era fatta. Due gradini scorrevano intorno al cilindro. No! non era mai stato un ragazzo di Sant’Agostin. Si cresce e si resta gelosi dei posti che hanno visto il bambino farsi ragazzino, difendere quello spazio, creargli confini, inventarsi una identità. Lui era di San Boldo. Era silenzioso e pigro. Giovanni no, con lui s’erano incontrati già ragazzi. Non c’era stata alcuna difficoltà ma si vedeva ad occhio nudo che erano nati in luoghi diversi. Eppure non avevano nemmeno bisogno di parole per parlarsi. Forse era stato per lei; per lei che era partito. Non c’era niente di razionale in quel pensiero che lo riportava a pensare a lei; ancora a lei. Quarant’anni dopo. E solo dopo quarant’anni scoprire che avevano tutto in comune, lui e Giovanni, persino l’amore per quella donna. Ma Giovanni era rimasto; non era mai partito, Giovanni. Lui no. Non l’avevano mai confidato l’uno all’altro, quell’amore. Non era ancora abbastanza per sentirsi tornato a casa.
Lì, a Sant’Agostin, aveva imparato ad andarci quando era già più grande. Quando aveva imparato che l’importante è difendersi. Che strane cose ricordano i ricordi. Si sentiva stanco. Un bambino giocava e giocando cavalcava un destriero immaginario, che solo lui vedeva. Doveva averlo fatto anche lui quel gioco. Probabilmente quel bambino era figlio, forse nipote, di chi quel gioco l’aveva fatto con lui. Ma era grasso, quel bambino, come lo sono certi bambini di oggi, gonfiati di schifezze e di rimorsi. Il suo viso non gli ricordava nessun altro viso. I suoi capelli avevano una stupida posa da parrucchiere. E Michele si sentiva stanco; molto stanco. Aveva la testa confusa e gli occhi pieni di troppe cose. Chissà se Matteo abitava ancora là? Avevano sostituito quella porta, ora non portava più i segni delle frecce, fatte coi ferri degli ombrelli. I bozzi da colpi di fionda. Non ricordava se aveva una buona mira. Un sapore gradevole gli era salito in gola. Gli occhi riconoscevano un leggero umidore. Aveva deglutito la saliva. Aveva sete. S’era acceso una sigaretta. L’altra fumava ancora a terra. Era tornato a guardarsi torno ma i suoi occhi passavano sulle cose senza riuscire a vederle davvero. Le sfioravano appena. Il mondo era cambiato e lui non era riuscito a farlo con la stessa fretta; forse non gli era riuscito e punto. Forse nemmeno l’aveva voluto, né desiderato. In fondo che bisogno c’era?
Aveva troppe cose da ricordare. A Costanza aveva imparato a barare, era stato il suo stomaco ad andare incontro a quel coltello, ma non aveva mai imparato a rubare. Su quei gradini, come allora, s’era seduto. Aveva frugato nella sacca. L’aveva trovato quello che cercava e s’era immerso nelle pagine del libro senza riuscire a concentrarsi. «E sento che i suoi occhi mi odono pensare. Non ho mai visto uno sguardo così attento».
Si sentiva guardato. «E sento che i suoi occhi». Quella strana sensazione che si può avere. Alzò gli occhi. Una donna lo osservava e poi abbassava lo sguardo sulle pagine del suo libro. Come potesse leggere anche lei quello che lui leggeva. Tornò sulle parole. «Non ho mai visto uno sguardo così attento». Era inutile. Non sarebbe più stato in grado di afferrarle. Aveva anche perso il segno. Inserì un biglietto, come segnalibro, nella pagina. Chiuse il libro.
Per John o’Groats c’era passato con solo due anni di ritardo. Che ne sapeva? Ma anche questo lo avrebbe scoperto in seguito. La vita è spesso una gran puttana, generosa di tette e di sorprese. Se ne dicono sui marinai e sui porti. Di sicuro ci sono solo le osterie. Si era morso la lingua; a parlare non era più così disinvolto. Anche il silenzio si impara. Ascolti il mare e quello parla anche per te. Dice le cose che vorresti dire. A volte anche quelle che non vorresti sentire. Parla di malinconia. Porta con sé l’odore della pioggia. Mille suoni sottili. La osservò lentamente. Era una donna rossa. Non gli ricordava nessuno. Una donna di una certa età; invecchiata. Eppure quello avrebbe dovuto farlo riflettere. Fu solo questione di attimi. Poi incrociò i suoi occhi. Quegli occhi lui li conosceva. Non poteva non riconoscerli. Erano i suoi occhi. Erano gli occhi di Rossana (non aveva mai faticato a ricordare il nome). Le era sbocciato un sorriso, non aveva fatto alcuna fatica a riconoscere anche quello. Era bello tornare a chiamare quel nome nella mente.
Cosa stai leggendo”?
Ciao. No! non è “Sulla strada”. Pennac.” – lo rileggeva ogni volta che provava fatica a ritrovarsi.
Lo amo da morire”.
Anch’io e, a proposito, non ho mai smesso di farlo”.
Quante cose stupide vengono in mente in certi momenti. Si guardò i sandali che calzava ai piedi. Le unghie tagliate male. Aveva perso quella sua sicurezza. Aveva timore dei suoi occhi. Era tornato ad averne paura. Ma fu solo un momento. Lei era cambiata ed era la stessa. Era caldo il suo sorriso. Ricordò, all’improvviso, come fosse il quel momento, la mano di lei che sfiorava la sua barba saggiandola in una carezza. Si vergognava per non averla riconosciuta subito. Ma anche quello fu solo l’imbarazzo di un attimo. Tutto correva veloce. Già! se ne dicono troppe sui marinai. Aveva voglia di sentire e sentire ancora la sua voce senza emozioni eppure così famigliare. Sentì i suoni intorno tornare a farsi nitidi. Il sole discreto che lo scaldava. Erano giorni e giorni che non dormiva in un vero letto.
A Michele venne spontaneo, dal cuore: “Cazzo vogliono questi fasci? Venezia non li vuole. E “sulla strada” era una gran pizza”. Era la prima cosa che gli era venuta. Scoppiarono entrambi a ridere. L’emozione era stata più forte di quanto si potesse dire. Cazzo se ne aveva cose da raccontare. Nessuna gli sembrava adatta. Lasciò scivolare i suoi occhi su quel volto e quel corpo invecchiato; invecchiato fin troppo. Credette di sentirne la stessa fatica. Gli fu grato di non cercare disperatamente di schernirsi. Quella che aveva davanti non era quella che vedeva. Il suo sguardo mentiva e sapeva mentire molto bene. Non poteva tradirlo e non c’era ragione. Eppure è vero che le persone, nei ricordi, si conservano come le hai lasciate. Restano le stesse per sempre. Cosa importa? Ecco la ragione del suo viaggiare. Il prezzo. Ecco dove aveva sempre voluto tornare.
Mi sembrava ma non ne ero sicura. Scusami se t’ho fatto aspettare”.
Lui si alzò per prenderle la mano. Le consegnò le lettere; tutte tranne quella, l’avrebbero letta assieme. Che bisogno c’era di aspettare ancora luna? Non aveva più pudore né paura di un bacio¹ .


1] Il breve brano è tratto da La fata carabina di Daniel Pennac.

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raccontiAnche il suo passo era faticoso e le strade di quelle vie di periferia erano scordate. Non era per un dettato religioso che accatastavano rami secchi su rami secchi e sopra bruciavano i morti. Se ne era chiesta ragione ma non aveva trovato risposta. Allora li aveva interrogati e loro non avevano voluto o saputo dirlo. Erano così diversi, quegli uomini diversi, che poi a guardarli non era facile vederli diversi. Aveva torto il poeta: i barbari erano già dentro le mura. Tra noi. Come noi. Siamo noi. Ma in realtà, a parte il puzzo, i morti hanno finito di soffrire e nessuno di loro avrebbe protestato. Si erano fatti sentire i parenti, ma spesso i parenti avevano finto di non vedere, o avevano trovato più comodo tacere e, soprattutto, la maggior parte, prima di essere morti erano stati tra quelli che bruciavano. Forse questo è il realismo di chi vuole essere anche troppo realista, ma i tempi sono quello che sono; mica quelli che si vorrebbe fossero; è sempre stato così. Che poi avevano imparato a spogliarli e ad avvolgerli in lenzuola e a profumarli con spezie, quei morti, che il puzzo era diventato profumo, e, sembrava diffondersi, odore di festa, e neanche per quello restava più di che dire. Certo non si sapeva dove piangerli, e, si diceva, che degli abiti di cui li spogliavano facessero commercio. Ciò che fece scoppiare la disputa fu quando cominciarono a bruciare i vivi.

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poesia

 

 

Libri     libri     libri
soltanto libri
maledetti libri     ibridi
maledetti libri calligrafi
maledetti libri     castrati     senza sesso.
          Frugare nella spazzatura
          una postilla di felicità.
E il cielo ruttò
un suono celeste      eppure cupo,
sconvolse      la pioggia      i compiti versi del poeta
e neri corvi      calligrafi
si posarono      sui neri fili elettrici
che alimentavano i sogni:
nella città di bulloni
la fiamma ardeva alta.

La lampadina mi fissa
e me ne vengo      così
innocentemente
inavvertitamente
sul lenzuolo
a seguito di un’erezione tremenda
che mi scombussola tutto;
si sveglia,
mi guarda sorpresa      più
costernata                        più
incredula.
Mi chiede dove sta il barattolo del caffè,
la sento frugare
e sento tintinnare
                       di là,
poi torna     rassegnata.

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franca1Nascondeva i suoi segreti in alcune lettere invecchiate con lui. Altre le aveva perdute o si erano fatte di polvere. Lui, Michele, non credeva ai fantasmi. Come chiamarli? Come chiamare le ombre che di silenzio scivolavano lungo i muri; e tornavano? Lui stesso come un fantasma era riapparso. Invecchiato viandante più che spazi aveva attraversato il tempo. Ma ogni volta era morto, e anche allora, ma ogni volta era tornato a nascere. Anche per questo non avrebbe potuto crederci. Cosa dire? Allo stesso modo anche loro erano tornati, in un certo senso, e da lontano. Pur non essendo partiti, senza muoversi. Li aveva persi. Già! era stato lui ad andarsene. Avessero voluto non era poi così difficile capire. Eppure ai suoi occhi ogni cosa poteva restare uguale. Tutto tranne la fatica che si sentiva dentro. Ma erano solo dubbi, piccole incertezze volatili. Il tempo era passato su tutto allo stesso modo. Almeno cercava di crederlo. Ed era stanco di quella domanda.
Dov’eri finito”?
In cucina”.
Non dicevo ora”.

Era tornato a cercare gli occhi di Rossana. Non sapeva fare altro che cercare gli occhi di quella donna. E li aveva ritrovati. Non aveva mai smesso di conoscerli, quegli occhi che lo incuriosivano ancora. Il sorriso di lei che aveva fatto fatica a riflettere ancora la luce era ancora mite. Poi si erano riempiti di una meraviglia nuova, o forse antica e ritrovata, quegli occhi. La sua fatica, quella fatica, quella stanchezza, i segni del suo viaggiare stentavano a scomparire. Quella sera sembravano gli stessi di quando si erano salutati, allora. Lei, in quel frattempo, non aveva scritto nemmeno una cartolina. Troppe volte aveva combattuto e perso. Aveva strappato pagine di diario. Poi ne aveva raccolto i frammenti e li aveva infilati in una scatolina con l’interno di raso rosso. Rosso come i suoi capelli (rossi ancora). Però le rughe che segnavano il suo viso si stavano ammorbidendo. E lui non aveva occhi che per lei.
Sei sempre stato uno che”.
Per quello anche Rossana”.
Anch’io ero … persino. Che poi avevo smesso”.
Facciamo un brindisi”.

Giovanni vociava anche se doveva confidare un segreto. Sembrava sempre sul punto di andarsene, agitando ossessionato le mani, ma non s’era mai allontanato di là e da lei. Sembrava non riuscire a stare nei suoi panni. Per tutti era sempre stato Urlo, ma mica per un omaggio alla poesia. Era solo che tutto di lui sembrava grandi imprese a sentirlo dire. E poi quei ripetuti “ti ricordi?” spesso privi di argomento. Quella sua affannosa ricerca. Cosa c’era da ricordare; come se non avessero più un presente? Invece era arrivato dove voleva: dietro quel bancone di bar. Per un biglietto di sola andata. A due passi da casa. Maramaldeggiava con le date. Si vantava di tutto. Non era da lui rimpiangere, farsi triste. Solo con lei il suo riandare diventava ossessionato: “Era molto ma molto bella. La più bella. Se c’era una cosa per cui valesse piangere l’ho fatto per lei. E sono stato coglione. E tu”.
Perché avrei dovuto sapere”?
Dov’eri andato”?
Eppure doveva essere chiaro come quella era una domanda indiscreta. Quando si parte non si sa sempre dove si vuole andare. In fondo non è importante dove ma l’importante è viaggiare, pensava Michele. Allo stesso tempo lui sapeva che non avrebbe potuto ribellarsi; quel posto non era più là. La foto però, in bianco e nero, la conservava ancora.

Cazzo! Se era bella; Rossana”. Non né aveva colpa. Era lui il piccolo gigante che voleva governare il tempo. Diana, il viso scavato profondo da pazienze infinite, taceva in un sospiro e attraversava la stanza portando i piatti. Aveva una voce da uomo, Diana, e gli occhi rassegnati. Anche lei aveva sentito quella storia e la aveva risentita mille volte. Tutti sembravano non poter che amare la rossa. Tutti tranne forse Silvano ma Silvano aveva sempre lesinato delle parole. E Diana pareva faticare ogni cosa ma che nulla avrebbe potuto fermare il suo passo trascinato. Mica ne faceva una questione d’orgoglio. Amava le sue amiche e ne aveva sofferto in silenzio; a ragione. Giovanni, con lei, non aveva certo usato grazia, non la conosceva, la grazia, né mezzi termini. La chiamava vecchia ma in quel chiamarla non aggiungeva nessun tono morbido di benevolenza. La chiamava come si chiama un’estranea, come si apostrofa per strada. Se sapeva essere gentile, quell’uomo, era irruento anche in quello. E ci aggiungeva uno smoccola mento, come a sottolineare che era un tributo a cui era costretto. Non se ne poteva ormai più di sentire la litania: “Cazzi se era bella. Ne ero proprio innamorato”. Come se qualcosa, anche una sola cosa, avesse potuto rimanere intatta.
Anch’io”.
Sempre così, voi”.

Gabri era sempre stata Gabri. Indietro non si torna, ma lei non si era mai allontanata. La maschera le si addiceva. Forse anche giovane si fingeva soltanto giovane. Era quella la sua condanna. Nessun posto era il suo posto. Guardava gli altri e tutti le sembravano migliori. In fondo di Michele conservava quel segreto e lo aveva sempre taciuto. Taciuto per quanto le era stato possibile, ma al cuore non è sempre facile governare. Non dimenticava nulla. Rinfacciava a tutti le sue fortune come fossero ferite appena rimarginate, se non ancora aperte. E quei versi suonavano di una memoria ancora senza pace. Ma non suonava più la sua chitarra, rimasta malinconica. Non avevano avuto quel figlio, lei e Silvano. Una vittoria che era diventata una colpa. Ma allora non lo conosceva ancora, Silvano. Né suo padre né sua madre le avevano mai perdonato. Era migliore della sua immagine. Loro non erano capaci di accettarla così. Non potevano capire. Non potevano pensare che sognasse anche quella figlia con le spalle larghe. Silvano era sempre stato indulgente con lei, e lo era ancora.
Ti ricordi il libro”?
Quale”?
Ce l’ho ancora”.

Lei, Rossana, non si era mai accettata. Aveva continuato a ripeterlo. Poi era tornata. Poi lui era tornato. E quel giorno, e quell’ora: l’incontro. Era stato tutto come una favola, quella favola, ma dietro il sorriso c’era una lotta antica. Perché allora ripensarci? Perché lasciare scorrere il pensiero sulle vecchie fatiche? Gli altri stavano loro intorno; si stringevano loro intorno. Felici di vino e della felicità degli amici ritrovati. A dividere quell’incredibile che si faceva vero. A chiedere. A ricordare. Credendo di ricordare. Ricordando. Era una vecchia canzone; Gabri la conservava ancora. E l’aveva portata con sé. Era il suo segreto fra loro due. Il suo segreto da condividere con Michele. Michele non ricordava dove l’aveva sentita la prima volta. Né quelle emozioni. Tacque; non ricordava nemmeno la ragione di quel ritornello che gli tornava solo allora alla mente. Troppo era il tempo tra le due cose. Tutto sembrava troppo. Persino eccessivo.
Perché chiedere sempre perché”?
Non si piange mai per nulla”.

Per un attimo Michele avrebbe voluto fuggire. Cercava le confidenze di tutti. Cercava di ricordare anche quello che gli veniva solo raccontato. Anche quello che probabilmente non era mai stato. Si sentiva a disagio ad essere cercato da tutti. Ed era stato allora che all’improvviso si era sentito stanco di una stanchezza invecchiata con lui; a volte compagna, a volte nemica. Se solo ne fosse stato capace avrebbe scordato tutto, tutto tranne quel poco. E quando aveva abbracciato Gabri lei si era abbandonata come stoffa gonfia d’ovatta. Con un sospiro liberato dopo tanto tempo. E per un attimo lui aveva temuto che piangesse. E allora si era acceso la sigaretta. Poi l’aveva ricondotta tra le braccia del suo Silvano. Lei non capiva che l’aveva allontanata. Non poteva sapere. A volte ricordare può anche far male. Questo temeva Rossana mentre passava un’incertezza nel suo sorriso e un ombra e le parole le si facevano difficili in gola e si disfacevano. Lo sapevano entrambi. Ne avevano parlato una notte senza luna. E’ più facile parlare di notte quando ti puoi anche nascondere o camuffare.
Ma perché; allora”?
Perché anche il tempo esige il suo prezzo. E tu”?
Io nulla”.
Allora lei aveva il pancione”.
Siamo stati meno fortunati. Forse solo meno fortunati”.
Stupidi ragazzi”.
Chi non lo è stato”?
Te la ricordi”?
Sì! è sempre stata”.
Lo è ancora. Più bella, voglio dire. Ma anche Marinella”.

Gli altri intanto le si facevano intorno. Le si stringevano intorno. Ricordavano com’era: bella. E lei, Rossana, avrebbe voluto non sentirli. La ricordavano allora. La rivedevano uguale ad allora. Frugavano in quella memoria con l’allegria di quel vino e la voglia di alleggerirle la delusione per il tempo passato. Ma non sapevano cos’era stata. Non potevano sapere. Il mare è una tavola increspata se ci si sofferma in superficie; nasconde ogni suo segreto. Intanto la notte si faceva sgranando un rosario di ore piccole; piccole ore brevi. Michele stava stringendo Diana con un affetto represso e riconobbe quell’amarezza. Scivolò da lei. Che né potevano sapere; gli altri? Quelle parole ricordavano a Rossana una vecchia favola triste; un vecchio orco. Voleva, allora, restare bambina. E altre storie. E tutte le volte che i suoi viaggi l’avevano portata nel posto sbagliato. E distratti e avari compagni di viaggio. E le tempeste, anche quelle in un bicchiere. Lei aveva frugato in quel vecchio baule. Forse era stato uno sbaglio. Non poteva più dimenticare. Tutto le stava davanti agli occhi.
Quello che appare e dispare in una sera possono essere solo riflessi della luna”.
Già! la luna”.
C’ero anch’io quella sera”.
C’eravamo tutti e tutti a ridere”.
Avessi potuto sapere”.

Marinella taceva. In fondo non la sentiva sua quella storia. Era una allegria spontanea ed esplosiva quella che tornava a vederli riuniti. Tornare ragazzi. Quei ragazzi. E Alvise con gli occhi lucidi ed una tintarella invidiabile. Era lui, in fondo, a tenere i bicchieri sempre pieni. I bicchieri che si alzavano tra le risate. “Ora non puoi più ripartire”. Non l’avrebbe fatto. Ora capiva che aveva continuato a fuggire. Ogni volta. Per questo Michele non voleva distrarsi nemmeno per un attimo. Ma posò i suoi occhi verdi in quelli di Rossana. Ascoltò le sillabe farsi circospette ed incerte. Quello che dicevano i suoi silenzi. Colse i suoi timori. Gli stessi che l’avevano ferita un tempo. In un tempo che lui non possedeva. In un tempo che eppure, stranamente, conosceva. Quando le avvicinò le mani dolcemente al viso lei lascio andare l’aria dal petto che si era gonfiato. Lui cercò di cancellarle quei pensieri di un minuto. Colse la fatica. Cercò la pazienza e la tenerezza. Trattenne un gesto spontaneo e faticò a sentire il suo sussurro. “Portami via…”
Le lacrime che le rigavano il viso erano quelle che non aveva potuto versare.

Aveva dovuto promettere; Michele. Appena in strada il vento aveva accarezzato i capelli di lei. E poi, lui, l’aveva spinta contro un portone. Nascosti dal buio aveva cercato le sue labbra. Lei aveva avuto un attimo di timore. Poi era tornata a fidarsi completamente di lui e si era abbandonata in quel bacio. Quando aveva riaperto gli occhi lui non c’era più. Al suo posto c’era un ragazzo impacciato che le frugava la camicetta goffamente. Non ebbe bisogno nemmeno di un attimo per riconoscerlo. Allora lei gli sorrise ormai consapevole che niente era impossibile. Poi gli prese la mano e assieme cominciarono a volare. Ora era solo quella stella ad indicare loro il cammino.

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