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Archive for agosto 2009

melaNon erano stati che pochi secondi. Il dubbio. L’incredulità. La speranza. La curiosità. In quel breve lasso di tempo s’era detta tanto che pareva raccontasse una vita intera. Una folla si era assiepata nella testa di Rossana. Una incredibile confusione. Ognuna a dire la sua. Contemporaneamente. Le varie Rossana a confrontarsi. A combattersi. A sostenersi. A replicare. A rimbeccarsi. Qualcuna aveva avuto il tempo di riconoscerla. C’era la giovane Rossana con ancora quei sogni intatti. E la Rossana cinica di oggi. La Rossana spaventata e la Rossana rassegnata. La Rossana impacciata e la Rossana tenera e la Rossana timida che credeva se ne fosse andata durante una scampagnata di alcune vite prima. Naturalmente non mancava la Rossana decisa. E altre ancora. Era stata molte donne e tutte stavano lì a parlarle, ognuna cercando di dire la sua. Non aveva il tempo per ascoltarle tutte.
Era stata la timida Rossana la prima a gridare “E’ proprio lui”, con un certezza che non pareva sua e non avrebbe avuto nessuna giustificazione. Il resto, come detto, era venuto da sé. Era stato un sussulto. “Ma come può essere lui?” aveva detto la Rossana separata. “Ma lui chi è”? “Non lo puoi sapere”. “Magari nemmeno è lui”. “E se non si ricorda”? “E se si ricorda”? “Forse solo uno che gli assomiglia”. “Certo che è cambiato parecchio”. “Cosa credi di fare”. “Vi dico che è lui”. “Come fai a dirlo”. “Già può ricordare anche quanto sei stata stronza”. “E’ passato troppo tempo”. “Non puoi rischiare. Sei stata tu a tradirlo”. “Ero solo una ragazza”. “Cosa ti stai mettendo in testa”. “Comodo dire, troppo giovane”. “Si può anche perdonare”. “Non con il suo più caro amico”. “Stronzo quello”. La Rossana cinica: “La vera stronza sei tu”. “Lo so ma non si può pagare tutta la vita”. “Forse è poca”. “Ma cosa speri”? “Comunque stronzo anche lui”. “Cosa pretendi”? “Fai persino fatica a contarli tutti, quegli anni”. “Smettetela vuoi. Non pretendo nulla”. “Non vorrai mica”. “E’ solo ritrovare un amico”. “Un amico? Cos’è questa eccitazione”? “Non è eccitazione. Solo una piccola emozione”. “E’ da capire, dopo tanto tempo”. “Bella scusa i ricordi”. “Mica sei rimasta la stessa”. “Nemmeno lui, per quello”. “Alla tua età”. “Cosa c’entra l’età”? “E’ giusto, non si è mai troppo”. “E poi è solo per amicizia”. “Non gli sei proprio stata amica”. “Nel bene e nel peggio”. “In fondo non hai mai nemmeno detto perché”. “Non capivo”. “Andartene così”. “Così come”? “Dai che lo sai, mica sono lui. E nemmeno lui”. “Vi dico ch’è lui”. “Sei stata solo una stupida”. “Direi una stronza. Stronza e puttana”. “E’ facile giudicare così; dopo”. “Credi che non lo farà”? “Credo che”. “Lui era diverso”. “Ti sei bevuta il cervello”? “E’ per questo”? “Se non lo farà è perché non si ricorda”. “Perché non sei”. “Forse non sono mai stata”. “Ecco brava”. “Continua così”. “Sempre la stessa”. “Solo a pensarci”. “A pensarci dovevi pensarci prima”.
Rossana allungò il braccio per spengere la luce sul comodino. Lui dormiva al suo fianco. La foto cadde. Era stata una giornata incredibile. Troppe cose per riuscire a prendere tranquillamente il sonno. Non poteva non riandare ai fatti accaduti. A ripensare a tutti quei suoi pensieri. Nessuna avrebbe potuto convincere le altre.
“Io comunque vado”. “Che aspetti”? “Sì! buttagli le braccia al collo”. “Dove vuoi andare”? “E smettila di chiamarlo sbaglio; stronza”. “Non si può mai dire mai”. “come pensi di convincerlo; con quella. Ma ti sei”. “In fondo cosa chiedo”? “Solo una stupida”. “Tante parole non servono”. “A chi vuoi darla a bere”? “Non servono a nulla”. “Brava”. “Che fai; gli racconti quella volta; ancora”? “Per una volta smettila”. “Povera illusa”. “Non sei più la stessa”. “Mica si può tornare indietro”. “E’ andare che è uno sbaglio”. “Già! uno in più”. “Magari lo vai a pregare”. “Un po’ di buon gusto”. “Per una volta smettila di pensare a te”. “Ma non è”. “Non c’è più quel lui”. “Guarda che”. “Finisce che se ne va”. “Meglio così”. “Sia quel che sia”. “Cosa cazzo pensi di fare”? “Non penso di fare niente”.
Ciao! È tanto che aspetti”?

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raccontiEra un vero giallo: il morto era un morto cinese. Era un vero rompicapo. Il cadavere era stato colpito tre volte al petto e dai fori era fuoriuscito abbondante sangue. Indubbiamente la pistola era l’arma del delitto. Le impronte rilevate sul calcio erano nitide ed indiscutibilmente sue. Allo stesso modo anche quelle sul pomo della porta e sul bicchiere di cristallo conducevano a lui. Quelle sull’altro naturalmente erano del morto. Sul terzo c’erano tracce di rossetto ma questa era una pista che non si poteva che escludere. Come in ogni grande mistero la porta era chiusa dall’interno e il riscaldamento acceso. Non aveva servitù fissa e non era il giorno della donna delle pulizie. I piatti erano rimasti da lavare nel lavello. Oltre a quella del morto in strada c’era la sua macchina con le chiavi nel cruscotto come avesse fretta. Non s’era curato di cancellare nemmeno una traccia e anche sul campanello era rimasto impresso il suo pollice. L’evidente presenza di una donna portava a pensare ad una storia di una donna in due. Ciò che rendeva tutto più complicato era che lui era morto due giorni prima del cinese. Sembrava un film montato distrattamente. Era curioso di conoscere la fine ma quella era la realtà. Che ci provasse il commissario che si credeva tanto intelligente.

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Un fremito percorse la platea.

poesiaE per ultimo si presentò Lui
l’artista che fa e disfà le tele
tendendole al sole d’ocra
e spargendo le tibie
impolverate     (di terra di siena
bruciata     dal torrido errore del viandante).
E per la terza volta inventò un verso il gallo
e bussò al pianto della madre secca
con cimbali di cristallo
poi lasciò trapassare
l’operosità della notte riscritta
sul prolungamento dell’universo noto.
i trenta denari erano sparsi al suolo
e lo spazio in quel mentre diventò tempo
nel marsupio del flanellato in terza fila
così che il profumo si sparse intorno
irritando i gioielli delle signore
e la gola della galleria: odor di naftalina.
La paura si vestì di nero
soffocò le prime guance distratte
e con scientifico cinismo sbatté
per terra un colpo
e lo fece seguire dalla pioggia.
Trascinava con sé tutti i suoi oggetti
e il suo stesso carro colmo
e fra le rughe un pettine di tartaruga,
tessuto dagli insetti del vento acido
sulle spalle un mantello buio
dove celava il pallottoliere pazzo
che colorato la materia (poi) additava
con generosità d’esteta.

Il vecchio quaderno con i fogli sgualciti,
quella lametta non ancora rugginita,
la sua prima rima
le parole gridate e sussurrate – a sé stesso –
la lampada opaca della notte
(infinita stanza d’universo)
sbadigli confusi a sospiri
pentole, padelle, mestoli e pendolini
nulla mancava né aveva dimenticato
il crocefisso di madreperla dell’abate bianco.
Vestì la nudità di parole
parole,     parole,     parole,
ma per quanto si coprisse     altro non seppe
che restare nudo lì, come ubriaco chino
e trarre di tasca     – dalla pietra –
due occhi:     li indossò lentamente,
con la stessa lentezza aprì la bocca
ne apparve un solco bruno     poi
restò ad ascoltare     ed in quella bocca,
fra i denti gialli,
risuonò un colpo di tosse     poi
il fragore immenso d’un sorriso.

Avanzò
si chinò per ringraziare
ma non riapparve più.

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Ci scusiamo con gli amici, anzi non ci scusiamo proprio, ci mancherebbe, siamo in vacanza. E ci regaliamo questa canzone. Il nostro eremo ne ha rubato il titolo. Faremo di tutto per esserci. GODETEVELA e se passate c’è sempre qualcosa di fresco in frigo.

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