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Archive for 22 settembre 2009

Rossana Passo Rolle

«E magari vivere la stessa gioia e lo stesso smarrimento. Se ci penso mi fa un po’ di paura».
Ragazzi per sempre. Così lontani che sembravano formiche nell’infinito. Quel giorno c’era troppa neve intorno, dove nessuno sembrava esser passato, e vi affondavano i piedi, e il cielo era fin troppo azzurro di un azzurro imbarazzante, intenso. L’aria era naturalmente frizzante (gli sembrava banale). Così leggera da poterla bere. E tutto era così immenso tanto da togliere il fiato. A cercarlo, un silenzio senza confini, non era difficile trovarlo. Tanto che ogni parola sembrava inutile. Anche le loro parole. Con tutto quello che avevano sperato di quel giorno. Di quel diario anche minimo in cui ogni piccolo istante pareva vita. Perché ad essere ragazzi è sempre così: ogni gesto sembra importante e irripetibile. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stato per sempre. Nemmeno Rossana. Ma chi può immaginare e leggere già domani? A pensarci quello spazio faceva veramente anche un po’ paura. E tutto quello che non aveva mai provato. E le mani intirizzite da non sentire.
Aveva occhi di velluto facili a perdersi. Eppure occhi senza timore. Occhi che non sapevano nascondere. Glielo aveva detto Michele ma non era certa di sapere; non voleva farlo. Glielo aveva detto nel mentre aveva imparato a proprie spese cosa voleva dire perdersi dentro a due occhi così; così tersi come quel cielo. Nel mentre, senza farsi scorgere, le aveva rubato un sorriso per tenerlo per sempre tra le sue pagine. O solo il canto di un sorriso come in una illusione di prestigiatore. Perché quello accendeva, in quegl’occhi, una luce che non avrebbe potuto scordare. Una sconosciuta sicurezza; dei suoi avrebbe sfidato il mondo. Di questo gli amici che li amavano si amavano, ovvero imparavano a farlo. Lo avrebbero fatto per sempre, loro. Perché il tempo ha l’arroganza di poter rendere amari certi ricordi? Oppure di regalare dei rimpianti? Non di quei dubbi lei si riempiva alla vista ma solo di quell’azzurro. E i suoi pensieri correvano veloci e leggeri. Correvano come il vento e parevano quasi nemmeno esserci. E’ strano come quell’estraniarsi di se può dare un senso trasparente di libertà. Eppure trovarsi smarrita. Come si può, per un attimo, illudersi che la sera non verrà mai? Se poi ogni storia ha un inizio ed una fine. Ma quella non era nemmeno una storia. Troppo fragile, ancora: è già domani. «Come sarà? Non sarà». Eppure era vero: da quel paradiso non sarebbe mai più tornata. Non lei. Non la ragazza. Sperava solo che non potesse finire. Come era possibile non sentirsi confusa?
Lui si accese una sigaretta. Anche in quel gesto si sentì grande e padrone del mondo. Ma grande non era ancora mai stato. E appoggiò la testa sulla sua spalla. Niente di tutto quello che gli sta intorno aveva altro nome. Quei nomi non li sapeva e ripeteva nel silenzio solo quello di lei. E con gli occhi tornava a vagare impaziente senza trovare modo di fermarsi. Lì dove si può sentire anche il respiro perché non si sente altro rumore. Loro, per quel momento, hanno paura di interromperlo. Hanno paura persino della più piccola parola. Anche di un sì. Persino di un forse. E’ perciò che lei scrive quasi distante i loro nomi sulla neve, quasi a non volersene fare scorgere, con la punta di un dito; pudica. L’unghia graffia la pelle bianca stesa con cura sulla terra. Tutto il suo coraggio le si precipita dentro, ma lui lo sa. In quell’attimo è sicura che quella neve non si scioglierà. E’ solo quello che vuole. E’ solo il tempo che le duole. Non è il momento di pensarci. Di pensare ad altro. Non accetta nulla che possa essere, seppur vagamente, triste. Che non possa essere tutto. Vuole solo vivere. Ha paura di tradire la sua fiducia. E quel suo stesso sogno da ragazzina. O che lui glielo legga e se ne accorga. Di quella promessa che sente confondergli la testa. Come se non avesse passato e in realtà non lo ha, e non ha altri ricordi che quelle ore.
Quale leggerezza? Si ricorda che una promessa non c’è ancora mai stata. Eppure, nel silenzio anche quella, se la sono scambiata. Cuore di ragazza, ma era partita ragazza e ora che tornava si vedeva tornare donna. Lui aveva distratto dentro una canzone. La strada sarebbe certo scivolata nella noncuranza. Erano fatte d’altro le loro riflessioni. Quei piccoli timori. In realtà non stavano tornando. Era ancora una partenza. Le bastava di essere completamente padrona di tutto quel giorno per potersi credere padrona di tutta la sua vita. Perché allora tutta quella paura? Gridò con tutta la sua forza, ma in silenzio per non farsi sentire; e dalla volta si stacco un frammento di universo che si sarebbe portata per sempre nel cuore. E gridò senza pudore. E Michele capì che il nome di lei voleva dire tutte quelle cose. Ma il loro viaggio era appena cominciato. E il loro viaggiare era già finito. La prese tra le braccia non più come un uomo ma come un cucciolo. Com’è facile sognare. Non era più lei. I suoi occhi non erano più due occhi, erano cielo, erano laghi profondi, erano occhi che sapevano. Niente era come prima. Da allora sarebbero vissuti dentro la foto scattata di nascosto da un amico che sapeva. Lui si sentì svuotare e perdersi, ma era bello perdersi tra le braccia di lei. Sognare assieme; da costa a costa per una libertà che non può essere. Il mago del tempo stipulò un patto con uno strano calendario dove tutto era ordinato secondo un ordine conosciuto solo a lui. Gli anni erano semplici tessere di un domino. Scese dal pullman e nemmeno allora si accorse che lei era rimasta lì; del paesaggio. Tutto sarebbe rimasto per sempre prigioniero di quell’assoluto silenzio. I giovani non hanno le parole e quando le hanno sono le parole a fuggire da loro. E poi dicono che è facile. Ringraziò l’autista ma quello non capì perché. Si sarebbe ricordato solo molto più tardi: «e magari vivere la stessa gioia e lo stesso smarrimento. Se ci penso mi fa un po’ di paura».

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