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Archive for dicembre 2009

Addio 2009

In rete auguro un buon 2010 agli amici di rete:

Ross e compagnia
Galatea
Marino
Gians
Julia
Efesto
Fulmini
Ifigenia

Certo non posso lasciare questo 2009 (ma anche il 2008, il 2007 e gli altri anni) senza un messaggio di speranza.
Auguro al nostro premier una buona e lunga convalescenza; di riposarsi e guarire bene. Noi, i cattivi e sporchi comunisti, non abbiamo fretta.

NB. Forse il 2010 potrebbe riservarci qualche sorpresa. Sarà l’anno in cui il PD accetta lo scambio: quelli, gli altri, gli danno Fini e loro, i piddini, gli danno D’Alema?

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Ne aveva visti di novembre. Lui aveva pazienza. Certo è facile aspettare finché non si sa. Ormai sapeva. Come sapeva che nessuno è solo vittima o solo carnefice. Ma, nella sua lotta, il morbo era almeno contenuto.
Gli era vicino. Non gli poteva più sfuggire. Quei topi scorazzavano per la città. Minacciavano pestilenze. Denunciavano che lui, appunto, non era lontano. Non lo vedeva ma cominciava ad odorare la sua presenza. Non lo aspettava con un paletto di frassino per il suo cuore. L’essere non poteva avere cuore. Quelle erano solo bubbole. Erano fantasie. Doveva affrontarlo con le sue mani nude. Strappargli quella sua arroganza. Si era alimentato delle altrui paure e debolezze. La sua unica forza era quella sua stupida vanità. Non lo avrebbe difeso. In fondo aveva solo continuato a scappare. In fondo l’aveva sempre temuto. Se c’era una cosa giusta da fare era inchiodarlo alle sue responsabilità. Liberarlo dall’ipocrisia. Mostrare al mondo la sua maschera. Dare una speranza al mondo. Anche se sapeva bene che non era l’ultimo mostro.
Lentamente, molto lentamente, ma si stava avvicinando; inesorabilmente. Ed era ancora novembre, quel novembre; naturalmente un novembre veneziano. La malinconia di questa città sospesa per sempre tra realtà e sogno. Le barche a scivolare e a confondersi nell’aria. Quella nebbia che sbiadisce i contorni e rende tutto evanescente. La laguna che sale e si fa respiro mescolandosi nelle labbra della gente; ingobbita. Strano rapporto della città con quel suo mare (se mare si può chiamare quello specchio d’acqua senza profondità). I remi accarezzano la superficie, come per rispetto. Lambiscono gentili gli scalmi. Si provi pure a guardarli. La barca è sospinta ma è come si muovesse da se. Quel legno non affonda mai oltre le onde più superficiali. E quelle onde vanno poi a vellicare le rive con una morbida carezza. Nessuno ha fretta e lui non aveva fretta. Non poteva aver fretta. La sua attesa era stata tanto lunga da insegnargli la pazienza. Non aveva più nulla da perdere, tranne quella promessa fatta soprattutto a sè. E davanti a dio e all’umanità. Davanti alla ragione. In realtà era in quest’ultima fede che lui credeva fermamente, e in nient’altro. Perché si fosse trattato solo di sè forse avrebbe ritrovato facilmente la pace. Avrebbe anche potuto perdonare il tradimento. Sarebbe entrato in una chiesa sconsacrata e avrebbe aspettato quel tetro sonno, il freddo, il completo riposo. Era stanco di quel vagare ma non poteva ancora fermarsi. E poi aveva scoperto, solo recentemente, che come una nuova vita qualcosa aveva ricominciato a scorrergli dentro. Nuove forze. Anche se la sua era una promessa formulata tardi. Solo quando aveva saputo; capito.
Perché lei aveva taciuto. Pagato e taciuto. Pagato per aver creduto. Pagato il prezzo immane della sua fiducia; per una promessa. Quale? Nessuna notte, per quanto cieca di stelle, lo può dire. Era di quello il sonno che la disturbava. Era donna. Non si chiedeva. Sapeva solo di dover pagare. Come sempre colpevole, come lo sanno essere le donne. Che a pensarci c’è da non crederci. Fosse solo per il suo essere donna. Eppure era ancora solo una ragazza, allora. O semplicemente quasi una ragazza. Non aveva ancora nessun appuntamento. E aveva troppa fiducia negli occhi. Allora quando lui aveva affondato i denti, assaggiato il sapore del sangue. Con la crudeltà di chi per vivere ha bisogno del dolore. Così quella malia era durata fin troppo o fin troppo poco, ed era finita. La malattia le era rimasta dentro, nel sangue. La maledizione del mostro l’aveva perseguita. Nel dubbio era stato più facile non crederlo. Ma lui era il male; ghignante. E si credeva padrone della terra e del mare. Gridava il suo orgoglio, come fosse invincibile; e forse credeva di esserlo. La bestia gli gonfiava il petto. Sfidava il vento e la pioggia. Questo solo nelle immagini di chi ne racconta la memoria, ma lui credeva veramente di poterlo fare. Il suo fiato sapeva di putredine. E si portava il male dentro cercando di ignorare che era destinato a rimanere solo.
E dire che lui, il cacciatore, aveva provato sempre pietà e compassione per quella figura e per le altre simili e maledette. Non era più così, non con lui. Il male che aveva lasciato non poteva essere dimenticato. Da quando i topi erano scesi dai legni per invadere e ammorbare le via della città niente era rimasto come prima. Le carni si erano gonfiate e poi avvizzite. Il vampiro non può essere che vampiro ed è figura della maledizione altrui, ma nemmeno questo lo perdonava. Il suo passo senza suono e senza ombra era stato lo sofferenza per gli altri. Il cacciatore sapeva, lui che era anche stato preda e sapeva, che la storia aveva da finire. Ricordava le parole di lei e quel suo sguardo. C’era tutto il dolore nei suoi occhi, persino quello che non aveva saputo riconoscere. Violento come può esserlo un amore. Anche questo l’aveva aiutata a confondersi. Lei quando lo guardava non riusciva a reggere il suo sguardo. I suoi occhi si abbassavano. E lui non poteva vederla. Guardava lo scempio delle carni di lei. Ed ogni carezza gli dava dolore. Anche per quello non poteva perdonare. Certo, lei sapeva. Nemmeno quella conoscenza lo perdonava. Non perdonava nessuno. Tanto meno lui.
Avrebbe voluto abbandonarsi solo a quella tenerezza. Non poteva. La caccia non sarebbe finita. Nemmeno poteva permettersi una pausa, per quanto stanco fosse. Stanco e invecchiato. Avrebbe eppure voluto poter dimenticare. Invece era tutto ancora così chiaro e nitido. Lo maledì. C’era quella nuova vecchia promessa. L’incapacità di dimenticare. C’era ancora tutto quello che c’era stato. E l’immagine della stanza vuota quando era rientrato. La sua fiducia tradita scoperta troppo tardi. La violenza dell’immagine di lei e di quelle parole. La lotta di quella donna che non aveva mai smesso di amare per essere se stessa. La lotta per dimenticare. Ferite che non potevano rimarginarsi come quelle inferte a carni bambine; di donna prima di essere donna. “Rimettiti le mutande, –le aveva detto– non hai un perdono da piangere.” –sorprendendo se stesso dalla violenza delle sue stesse parole. Persino quel mutande al posto di “mutandine” gli sembrava assurdo e inutilmente violento. Ma lui doveva andare. Sapeva che ormai era vicino. Sentiva quell’odore di vecchio e di morte che lo accompagnava. Quella vita di ombre che si nutriva di non vita. Non c’era nessuno specchio in cui il mostro potesse riflettersi tranne la grande arroganza della bestia.

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Un giorno, non molto tempo fa, vi abbiamo raccontato una favola che favola non è. E’ questo post comincia così come cominciano le favole ma finisce subito ed è di diverso avviso (forse solo di confuso avviso). Eppure quella storia subisce tutte le condizioni di una favola. Ma si sa, le favole si leggono ai bambini; ma non era per bambini. Si sa, le favole vivono la sera e muoiono il mattino. Sono brevi quanto può esserlo la fantasia. E poi sono materiale di libri. Dormono nelle librerie e nelle biblioteche. Ma quella favola con la notte non ha mai smesso d’essere favola. Almeno d’essere solo favola. E’ diventata realtà. Ha preso carne. Si è accompagnata al timore che si potesse dissolvere. Ha trascinato con sè ogni protagonismo. Ha ripreso il proscenio. Quando impazziscono i giorni e le ore allora è quasi impossibile rimettere ordine. Forse è solo perché qui non popolano gli gnomi. Che giorno è?
A raccontarle le favole sono belle, e quella lo era. A prima vista lo era e poteva continuare ad esserlo, anche nello spazio e nel tempo. Ne avevano entrambi la pazienza. Ma a raccontarle le favole assumono quell’alone di misterioso. Si soffermano a compiacersi. Indulgono; con piccoli ammiccamenti. Alla fine restano tutte sugli occhi impiastricciati, increduli, sgranati, sognanti di chi le ascolta. Se le favole son belle ti costringono a misurarti con quel bambino. Con il bambino in te. Ma se si parla di amore si parla sempre di favola. E non c’è età che permetta di sottrarsi. E’ stata l’illusione, a volte, a pensarlo. Non si è mai troppo vecchi per essere bambini. Per incontrare il pifferaio. Per inseguire un sogno con gli occhi fissi incantati di quel sogno. Che poi sia solo un blog la cosa non è proprio certa. Ma poi a che serve una favola oggi, con questi tempi? Ogn’uno però ne può fare l’uso che crede. E’ questa la magia di un sorriso.
Quando cominciava Rossana si guardava senza riconoscersi e ripeteva “tienimi con te”. Tutto sembrava cambiato. Tutto. Niente lo era. Eppure l’acqua cullava tutta una città (allora come ora). La diluiva in forme che tremolavano impazienti (facile scambiare, a Venezia, sogno e realtà). Una città che ancora, allora, alzava la fronte di orgoglio. Di ragazzini per le strade e per i campi e a gridare dietro alla luna. Loro lo avevano fatto. E di giochi sull’acqua. Acqua su cui la barca scivola e che il remo accarezza. Che il remo accarezza con la stessa attenta delicatezza con cui la mano sfiora il capo della persona amata. Con un rispetto che altrove sembra perduto. Come si può non sognare? Non credere alle favole? Si cresce, s’invecchia, si resta uguali. Anche se l’acqua non era limpida, era solo acqua.
Ma a diventare realtà ci si sporca delle piccole parole delle realtà. La realtà riconosce il pianto come il riso. La realtà conserva la memoria e i rimpianti. Si chiede tutti i suoi perché. La realtà incide le sue storie su pagine di diario e non vuole dimenticare. La realtà si fugge per poi, sempre, ritrovarsi. E la realtà ti sbatte in faccia i frammenti di sè, della realtà; magari distorta ma senza compiacimenti. Ha un prezzo la realtà. Lì non ci sono eroi e i cattivi rimangono cattivi. Dove si è letto che nella realtà arriva sempre il finale lieto? Quando avviene non resta che restarne sorpresi e perplessi. Lui conserva solo quelle parole che gli si ripetevano ossessivamente in testa come un ronzio: “Lasciati amare”. E lei non ha occhi, oggi, che per il suo Michele. E’ per questo, per questa delicata dolcezza, che non può che essere favola e non potrà mai essere realtà.

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Anche se era solo un santo di seconda categoria era pur sempre un santo. Anche un santo può sentirsi confuso, probabilmente anche quelli più rinomati. Cominciava ad avere il sospetto che ci fosse un fondo di verità su quanti sostenevano che la donna era una figura tentatrice, la fonte del peccato, una figura del demonio. In fondo lui lo sapeva che era stata creata con lo stesso fango e l’aggiunta di una costola ma bastava guardarla. Non metteva certamente in dubbio la creazione anche di quell’essere dal nome dall’origine incerta. Ma doveva essersi fatta convincere da quella serpe furba del diavolo. Meglio sempre diffidarne. Non c’erano altre spiegazione. E anche lei era una donna. Mentre la vedeva arrivare già temeva di vederla arrivare con la sua scollatura. Il tempo non era più così rigido. Erano ormai alcuni giorni che arrivava scollacciata. Non certo in modo scandaloso, ma in fondo anche lui era pur sempre un uomo, anche se santo; è poi dove si spingeva il limite dello scandalo? Vallo a spiegare alla gente. Non era certo come Aristodemo, il quale infilava gli occhi dentro a quelle carni esibite senza ritegno e si lasciava a complimenti. Lei arrossiva ma sembrava non esserne dispiaciuta, anzi come gli era capitato di notare anche con le altre sembrava esserne compiaciuta. Ma lui non era come Aristodemo che infilava gli occhi lì e non li staccava più. Lui era diverso da Aristodemo, ma comunque provava fatica a trattenersi a stento. Lui faticava a mostrare disinteresse. In fondo anche lui avrebbe voluto infilare le mani in quella scollatura. L’idea stava prendendo la forma di un ossessione. Non era un gaudioso ma avrebbe voluto conoscere la sensazione di quel contatto. Perché poi Dio le avesse fatto le tette, alla donna, non era certo di capirlo. Aveva già tante cose da guardare e da pensare; tanto e con far distratto, anche il più indifferente. Che quelli strani esseri, le donne, si invidiavano tra loro. Come se una fosse fatta diversa dall’altra. E volesse avere quello che era stato dato all’altra. Lui, come detto, cercava di staccare il suo sguardo dal seno di lei e lei invidiava le grandi tette giunoniche di Lorenziana.
Davanti a Lei, a quella donna, lui balbettò le prime sillabe e subito si rese conto che aveva dimenticato tutto quello che avrebbe voluto dirle. Quelle domande. Quelle parole. Quelle osservazioni che nella sua testa avevano già acquistato una forma completa e complessa; aveva sviluppato compiutamente. Che aveva percorso varie volte fino ad esserne certo e coraggioso. Di cui era diventato sicuro. Lei gli rispose con un sorriso e lui capì che non avrebbe ritrovato nemmeno un briciolo di quelle parole. Lei disse la cosa più stupida e quella che più volte le aveva sentito dire “Oggi debbo essere proprio orribile. Oggi!” E subito, naturalmente, si mise, Lei, ad aspettare che le desse torto e intanto si chinava a mostrarsi meglio e a metterglielo proprio sotto il naso, il suo scrigno, quel suo tesoro, la maledizione di lui. Lo faceva impazzire quel nascondere le cose per farle meglio vedere, per condensare con più forza attenzione attorno. La collana si appoggiava morbida esattamente al centro del soldo. Fu tentato di pregarla di abbottonare almeno un altro bottone. Non vedeva nessuna presenza, nemmeno un merletto, nemmeno un orlo, di reggiseno. Pensò che per farsi del male c’era sempre tempo. Un Alessandro poteva guidare gli eserciti e costruire imperi, ma quando una Lei prendeva la spada nessun Alessandro aveva scampo. Non si sentiva santo ma uomo. Come uomo non aveva alcuna esperienza a riguardo; tranne la consapevolezza dei suoi occhi.
Si accese una sigaretta. Si ricordò che non aveva mai fumato. L’unico risultato che raggiunse è l’esplodere di alcuni violenti colpi di tosse e di una strana allegria negli occhi di quella donna. Occhi bellissimi ed enormi e pieni di misteri e ipnotizzanti. Doveva essere difficile essere uomini e vivere quelle passioni. Dovevano essere devastanti; quelle passioni. Soprattutto quando un uomo incontra un no! Non era comunque facile nemmeno fare i santi. Forse ciò che provava non era poi così differente da quello che provavano loro; gli uomini. Forse la sua era solo pura e semplice curiosità. Pura curiosità. Eppure ciò che provava era così… strano e violento. Si scottò del caffè. Sarebbe stato gentile che lui pagasse; ed era quello che aveva sempre fatto, come un dovere, ma la premura non era dote degli uomini? Così come il corteggiamento e le lusinghe? Così come i complimenti e le attenzioni? Così… come la confusione? Lui che portava sandali anche d’inverno. E vesti povere. E i capelli in disordine. E che era sempre costretto a scusarsi. Era proprio un casino ma lui lo doveva definire confusione e invece era proprio un vero casino quello che gli esplodeva dentro. Tutto per un paio di etti di ciccia vista e non vista. Immaginata. Pensata. Fantasticata. E del suono della sua voce, che era solo suono, e un suono lieve, un poco bisbigliato. Lei che gli parlava dei suoi amori; amori che non conosceva. Fidanzati e morosi. Coglieva appena il senso di quella definizione. Gli sembrava che lei non potesse essere sfiorabile. Che non potesse appartenere a quelle storie. Che quelle storie la potessero sciupare, stropicciare, corrompere.
Chi è l’imbecille che aveva detto che il romanticismo appartiene solo alle donne, esclusivamente, a certe donne? Un uomo può soffrire come e anche di più. Se ne accorse in quel suo sentirsi come un uomo. Eppure tutto sembrava quello di un giorno come un altro. A dire il vero pioveva di un pioggia sottile. Forse lui aveva bisogno di fin troppe domande per capire e per certe domande non aveva trovato il coraggio di formularle. Certe per Lei non era lo stesso, non era così. Lei sembrava leggere e capire anche i suoi silenzio. Non che questo fosse avvenuto, non fino ad allora. In quel momento sì. Sentiva che lei capiva anche se lui le avesse mentito e avesse cercato di nascondersi. Si sentì disorientato e scoperto, senza avvedersi di dove aveva sbagliato. Forse il suo sguardo si era soffermato un attimo di troppo? Era come se lei gli leggesse tranquillamente in testa. Provò la vergogna. Lei lo invitò a salire un momento con un tono cordiale e il nome di lui cominciò a sparire dalla carta; a dissolversi. Il Sant’Io divenne solo Io, anzi un io, ma lei era più bella di quanto ci si potesse immaginare. E la sua pelle era liscia e morbida come… come… come quella della donna; un contatto che non aveva nemmeno immaginato. Per tutto quello aveva barattato tutto, e la sua carriera, in cambio di cinque minuti, ma anche dopo averne conosciuto il prezzo non aveva più alcun dubbio che pur sapendo l’avrebbe fatto. Se solo non avesse riso lo avrebbe anche rifatto. E poi lo sapeva fin dall’inizio come sia impossibile fare e poi disfare, tornare indietro. Non era nemmeno riuscito a mentirsi, era troppa quella strana curiosità.

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Mi prendo in anticipo. Magari al momento opportuno avrò un pentimento e mi limiterò agli auguri. Oggi invece scopro solo una domanda: ma dove vanno questi nostri anni? Non sarei onesto se non lo ammettessi: li ho cercati; questi anni. Ho frugati nei cassetti, persino in quelli delle camicie, in tutti i mobili, nello sgabuzzino, ho chiesto aiuto (pensando potesse trattarsi di un problema legato all’età, alla memoria), sono sceso in garage, salito in soffitta, niente da fare. Ho messo il cappello e, nonostante neve e vento, sono uscito per vedere se trovavo qualcosa magari in quei banchetti dell’usato che fioriscono proprio nei giorni delle feste con luci e canzoncine mielose. Quelle sorte di oasi dove trovi solitamente di tutto e anche quello che la gente è stanca di vedere e di cui si vuole liberare, disfare; carabattole. Niente da fare. L’unico risultato che sono riuscito a raggiungere è stato trovarmi stretto in pugno un ombrello da buttare, ridotto ad uno scheletro ridicolo con articolazioni urlanti, e a scivolare sul fondo scivoloso. Banalmente riesco a ricordare solo poche cose e sono per lo più recenti e sono per lo più personali, della vita degli altri null’altro. Se per il 2009 mi è rimasto qualcosa e nemmeno lo vorrei lasciare è solo privato. Che l’abbia passato tra le sue braccia è cosa che riguarda solo me. Che poi, anche in questo caso, è storia che perdura, a dispetto di tutto. Già! c’è stata la crisi; anzi c’è la crisi. Ci provo a togliere uno ad ogni anno. Cerco il 2008, poi il 2007, mi stanco prima di finire gli anni ottanta. Non mi ricordo i giorni in cui il mondo è stato alla rovescia nemmeno il giorno di carnevale, e non li incontro quei giorni. Ho visto i poveri restare poveri e i commercianti piangere perché le vendite languono. Forse qualche volta ho incrociato dei nuovi poveri ed erano spaesati in quel nuovo mondo. Le guerre hanno semplicemente cambiato luogo, nome, magari adesso si chiamano pace o democrazia, ma non hanno mai smesso di recare lutti e dolori e di essere quell’immane violenta e tragica confusione che sono; quella carneficina spaventosa e anarchica. Non mi sento bene a continuare questa elencazione e torno a pensare agli anni come anni. Nella loro omogeneità non sono monotoni, semplicemente non sono. Forse il passato è passato perché si disfa per poter essere infilato nella piccola busta dell’oblio. Certo non c’è nulla di che stare allegri. Un anno migliore; migliore di cosa? Ho il sospetto che mi basterebbe un anno. Non sarà mica colpa mia? E’ stato violento trovarsi all’improvviso davanti alla domanda: “Dove cazzo ero”?

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Semplicemente, molto semplicemente, anzi inevitabilmente domani è Natale.

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V – Di te si drogano gl’occhi
      meravigliosa illusione inutile
luna (tremore di giovani amanti
nascondevi) luna fascinante, luna spiona
luna puttana, luna, fondo di gotto
luna non leggo.
Banderuola candida
brandello di vessillo (dubbio)
bianca, nivea, lattea, eterea
sopra e sotto: occhi aperti sulla luna;
d’altro non vivo
se non di luna, luna marchettara.
Fra i tuoi occhi
e le tue vesti cercare fortuna
nel silenzio che reca nascosti – suoni
frugando      mentre gli sguardi dei balconi
vociano pubblicità: “Carosello marcetta”.
Il saluto      poi      è sempre gesto grave.¹


1] 5 marzo 1983
[E’ anche il mio modo di farti gli auguri e di dirti grazie, anche per tutti quei giorni e per quella storia che c’era e non c’è stata]

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Non l’aveva fatto per scortesia né tanto meno per mancanza di rispetto. Chi lo conosceva lo sapeva puntuale sino ad esagerare. I colleghi, naturalmente, si erano lasciati alle più disparate supposizioni. L’avevano trovato solo una settimana dopo ed era stata la donna delle pulizie ed i medici erano rimasti perplessi. Nemmeno i più intimi avevano capito che si era semplicemente scordato di vivere. La seconda data era una cosa assolutamente approssimativa e nemmeno sulla prima ci sarebbe stato da giurare.

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La ninfa del mare ha occhi più grandi del suo aspetto. Ciò che la distingue dall’originale è che non ha mai un capello fuori posto ma egualmente fissa senza tremori.
L’uomo era attento alle donne che dicono cose roboanti con una simile vocina flebile. Non conoscendo la cautela voleva fare il pavone ed era un gallinaccio e non l’aveva ancora sentita dire.
Si dovrebbero sempre accludere le controindicazioni in modo che ognuno sappia dei rischi a cui si espone, ma quel giorno l’umore di lei era indulgente; solo il sole insisteva violentemente su tutti. Nonostante ciò non bastarono gli occhiali a nascondere nello sguardo dell’uomo il suo vuoto.

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Non c’è certo da farsi meraviglia se mi sono svegliato leggermente di cattivo umore. Quando mi sono coricato, lo ricordo bene, era dopo l’ultimo telegiornale, ed era solo sabato e mi ritrovo, in questo stupido mattino grigio, ch’è già lunedì. E non mi sento certo come se avessi dormito più che a sufficienza; invero mi bruciano gli occhi e ho in bocca quel leggero amarognolo gusto delle troppe sigarette e del sonno arretrato. La notte, se è stata notte, non è stata certamente tranquilla ma non ricordo di cosa ho sognato; c’era un che di passato e qualcosa di non attribuibile a niente di una stretta realtà; questo lo ricordo, o più che un ricordo è una sorta di percezione cava. Per il resto niente, solo il gusto troppo forte del dentifricio e le luci dello specchio abbaglianti. Non mi sorprende che radendomi coli lungo la guancia un sottilissimo rivolo di sangue annacquato che cerco inutilmente di tamponare. Le mattine così sono destinate a regalarti violentemente la domanda se non è meglio tornare sotto le coperte, ma si sta già facendo tardi. E la domenica? Questo è il vero interrogativo che mi resta e che mi perseguiterà senza trovare risposta. E non è la prima volta. Credo ormai che duri da mesi. Forse tre, forse addirittura quattro; non saprei essere più preciso. Non me lo chiedo da ora, questo è certo. Ci ho fatto caso fin da subito, ma è nel tempo che il fastidio cresce. All’inizio pensavo di potermi sbagliare. Poi ne ho parlato anche con Ornella. Abbiamo sperato insieme in una serie di circostanze temporanee e imprevedibili. Non pretendo di trovare sempre tutte le spiegazioni. Poi la cosa è continuata. Il fastidio s’è fatto sempre più ingombrante. E poi, nel proseguo, le cose si sono ulteriormente complicate. Mi sveglio e lei non c’è. La chiamo, cerco in tutta la casa, niente; solo silenzio. So che è pazzesco ma ho elaborato una mia teoria solo perché non ho trovato altre spiegazioni meno sgangherate, e me ne sono fatto una ragione. Mica di buon grado anche se ho pensato che alla fine quello non era nemmeno il peggio. Insomma il giorno in cui mi sono reso conto della sua scomparsa sono giunto alla conclusione che lei stava godendosi il suo giorno di festa. Non l’ho più rivista ma questo è meno sorprendente, ogni settimana mi manca un giorno, sempre quello. Ormai, secondo i miei conti, le nostre vite dovrebbero essere sfalsate di nove giornate. Per lei è circa il ventuno mentre per me è già finito il mese. A conferma di ciò, per quanto pazzesco possa apparire, è che sento la sua presenza in casa. I suoi profumi. Quello che lei si mette addosso in modo anche troppo abbondante, da chi debba farsi annusare non so, e quelli del cibo, che è solita cucinare, pregno di spezie. Non sono mai stato troppo geloso, di lei; ci mancherebbe altro. Per cosa, per rovinarmi la vita? Se una donna vuole tanto te li fa. Credo che in questo momento si stia facendo il caffè. Mi chiedo perché a quest’ora quando potrebbe starsene un altro po’ a letto visto che non lo deve fare per me. Ma perché porsi troppe domande? E poi regna nelle cose il suo ordine maniacale anche se si manifesta con ritardo. Ad esempio ieri sera, cioè sabato, avevo lasciato i calzini per terra e gli indumenti che mi sono tolto sulla sedia. Non mi serve nemmeno ricordarlo perché lascio sempre le cose così quando mi spoglio per mettermi a letto che non avevo nemmeno voglia di fare la doccia. Al loro posto c’è il vuoto del suo silenzioso passaggio, e mi sono persino potuto risparmiare i suoi rimproveri per la mia pigrizia. In certi momenti mi sembra persino di sentire un leggero frusciare della sua voce. Non so la ragione ma all’improvviso mi torna alla mente il suo ricorrente rimbrotto sulla mia presunta mancanza di orgoglio. Sono rimasto quello che ero quando ci siamo conosciuti, ma non tutto è colpa mia. E poi corrono tutti e io non ho mai trovato una vera ragione per farlo. Chissà come avrà presa la mia mancanza; tutta e basta. Questa mia scomparsa. Cosa ci avrà trovato da rimproverarmi? Che risposte si sarà data. E poi posso fumarmi una cicca in santa pace in casa senza obbiezioni che mi pare persino più buona. Ma in fondo non è stata una cattiva compagna. Ho lentamente imparato a non ascoltarla troppo e le cose sono più che impercettibilmente migliorate. So di uomini che sono stati meno fortunati. Nella vita ci si deve accontentare e io credo di averlo fatto. O come diceva sempre lei “anche troppo”. Suona strano parlarne al passato, come se parlassi di una persona che non c’è più. Quando ho esposto la mia teoria a Ulisse mi ha guardato come un pazzo. Eppure lui sta vivendo una situazione del tutto analoga alla mia. Ma lui si accontenta di viverla senza chiedersi nulla. Certo gli è appena più semplice, non ha notato l’assenza di Daniela. Gran bella donna Daniela, ma lei se n’è andata ormai da due anni. Da quando l’ha scoperta. Eppure lui non ha mai fatto veramente l’abitudine alla sua assenza. La casa è in condizioni pietose, aspetta ancora il suo ritorno, povero illuso. Quando l’ha trovata a letto con Gigi, certo che farsi scoprire così, a letto, e in casa propria, non è il massimo della delicatezza e del buon gusto. Mica poteva immaginarlo lei che lui sospettasse e che proprio quella mattina si inventasse la puerile scusa della digestione. Quando l’ha trovata a letto con l’altro ha fatto una scenata vergognosa. Dopo l’avrebbe anche perdonata ma era ormai troppo tardi, si parlano solo attraverso gli avvocati come al solito. E forse avrebbe sbagliato perché lei poteva dirsi pentita quanto voleva e anche persino giurarglielo ma è certo che ci sarebbe ricaduta. Quando una ce l’ha ha il vizio e lei ce l’aveva e come. Comunque come si dice: becco e bastonato; gli deve passare anche gli alimenti e dice sempre “alla zoccola”. E anche non Gigi non si parlano più. E pensare che poteva trovarci me. Non che sarebbe stato chissà quale dramma, non è poi chissà quale tesoro avere la sua amicizia che è sempre difficile conservarla con quel suo carattere, ma mi sarei trovato in imbarazzo. Certo che in quei casi l’amicizia non conta proprio. E poi magari sarebbe venuta a saperlo anche Ornella. Cosa avrei potuto dirle che sono sempre state amiche? E’ che Ornella non ha mai voluto capirlo com’è fatta Daniela che per essere fatta è fatta bene. Certo che a una così le occasioni non mancano e sono le occasioni che fanno l’uomo ladro, cioè la donna puttana. Insomma se non è proprio così cioè una regola almeno aiuta. Uno, cioè una si trova per forza a pensarci. Ulisse di suo non è che sia proprio il massimo, nemmeno allora. Non certo un adone né uno che non sappia far sentire la propria assenza. Sembra anzi uno che per esserci c’è veramente poco. E lei per pensarci ci pensava e anche troppo. Forse una donna ci nasce, ce l’ha scritto in faccia e nella pelle. Forse una ci nasce che le piace, cioè che le piace troppo. Se te la sposi, una così, la sfortuna è solo tua. Ti ha trovato. E semplicemente sei uno predestinato. A mio avviso ce l’aveva scritto in faccia fin da ragazzina. Solo che allora io non ero ancora in grado di capirlo e non avrei trovato il coraggio, se non era, appunto, per lei. Certo che me la son rischiata di brutto. Certo che allora quasi non ci potevo credere. Ma cosa vado a pensare, oggi? Ormai è solo acqua passata. Certo che ci ripasserei volentieri per quell’acqua. Ma ora sto ancora solo come la testa là e non riesco a distrarmene: dov’è finita la domenica? Non è tanto per quel giorno. In fondo un giorno stupido, non ho mai fatto niente di particolare tranne per le partite, cioè la domenicasportiva. Veramente anche non fosse stato per lei che lui di partite non se ne perde una, nemmeno quelle in trasferta. Chissà come va il Milan? Adesso che abbiamo un presidente che è anche il nostro presidente. Credo non sia mai successo. E’ che una vita senza la domenica è una vita solo di lavoro. E’ questo che mi scoccia. Che mi fa sentire come mi avessero sottratto una cosa importante. Stacco da una giornata di lavoro e mi ritrovo a tornare al lavoro. Una volta mi sarebbe pesato meno ma anche per l’età comincio a sentire il bisogno di una pausa, di prendere il respiro. Altrimenti mica è più vita. Farò bene ad accelerare. Dove avrà messo la tuta? Certo che per lei non è il mattino del lunedì. Secondo il mio personale conteggio per lei dovrebbe essere venerdì se non addirittura giovedì. A causa di ciò niente tuta lavata e stirata. Sono costretto a recuperare quella sporca dal cestino, ma tanto la devo comunque sporcare. E pensare a quante volte abbiamo sognato assieme una vita fatta solo di domeniche, ma una vita così è la vita di quelli che si possono permettere di farsi chiamare pensionati. Chissà se ci arriverò mai, io, alla pensione. Una vita così, che mica son convinto sia solo bella, se la possono permettere appunto solo loro, i pensionati, e quelli che li hanno, gli spiccioli. Quella sì ch’è vita. Mi ci saprei abituare più in fretta che subito. Non mi ricordo più quando è stata l’ultima volta che ho potuto alzarmi il mattino a fare solo quello che mi andava di fare in quel momento.

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