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Archive for 2 dicembre 2009

Utopia
vecchia zia
di casa a casa mia

Queste parole massimo asprore

A capo chino, le nostre ore passano
come muti prodighi e
di ricordi, o di domani, ci consumiamo
in egual misura
e in medesimo luogo
quale sia
restando estremi, uguali, fusi,
intrisi di noi, giovani amanti.

Battendo la porta, battendo il cancello
gl’occhi sfigurati dai cani alla luna
ecco che eri: solo un giovane amante!
(o forse meno)
di tenebre confuse alcuni panni appena
ma alcuni vicini e altri ancora in te
e la barba, rada, solo un sospetto:
ma volare non era gesto consueto.

E lì, distante, ti sostenevan le mani
e nelle mani vividi guizzi e doloroso scuoiarsi
su dai polpastrelli gl’occhi, e la storia,
che memorizzavi, era un pallido umidore
d’usura; quasi vecchio.

In verità alte, rabbiosamente taciute,
(di quanti silenzi si fa l’uomo?)
tanto quanto amare restano al dubbio
emulienti, probe, genitrici, amanti,
amavi te e il gesto di cercarti
ed era questo a spellarti il palmo
adatto inizio alla nuova danza. E che muove
impudico il gesto che ti spoglia?

Strano e straziato ossario questa notte
e diana ha scelto di sé il rito laico
lanciando i dardi della morte acuta, ottusa,
(sbadatamente) scolpendo sui vivi le menzogne del dolore
e croci nivee sono il tuo paesaggio;
ivi ti cerchi
e in cerchi d’aromi e di silenzi.

Cupo è il rancore sul rimosso,
d’esso ti arrangia le ciglia e amare sugge
una piega sottile sulle labbra;
pazza di te, la mano che ti ama
e ti odia
presiede il gioco, ti tiene in pugno, cerca
fra mille angoli (e altrove) d’un bicchiere
anche il più minuto riflesso d’orzo,
queste parole, massimo asprore.

Feriscono i tuoi luoghi, fumidi umori,
zibaldone d’infanzia e le schegge
come ricchi minareti all’alba, attesi.
Ora che sai, esser distratto forse fu soltanto
strappare l’incerata e ascoltare sommessa
la febbre della pelle e sulle labbra sfiorirne
immagini consunte e sull’incenso.

E noi ci siamo amati, amati solo
come due uomini solo possono amarsi,
senza frivolezze o tenue modo;
guardandoci negl’occhi, ammirandoci, forse,
scavando in fondo, scovando un rancore
e mostrando i denti in quel misurarci. ¹


1] a Maurizio “Logan” Barbisan – Mestre, 29 agosto 1973

Ancora una poesia ritrovata da una raccolta, creduta perduta, di quegli anni (1973)

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Erano seduti su di una panchina del parco. Non visti ostentavano sguardi volti verso orizzonti agli antipodi mostrando di ignorarsi volutamente. Lui li osservava senza farsene scorgere e fissò il momento con la digitale. Intorno l’aria era leggera e in quel momento in parco era immerso in un tranquillo silenzio. Un piccione si avvicino alla sua scarpa cercando qualche briciola. Non avrebbe mai voluto imbarazzarli con le sue attenzioni. Era diventato gratuitamente un ladro di immagini. Si sentì colpevole eppure. Era come se lui baciasse lei al posto di quel ragazzo, e lei era carina di quella sua giovane età. Era come se rubasse loro il tempo e l’anima. Una larga foglia di larice si posò lentamente sulla sua spalla e poi scivolò altrettanto lentamente a terra. Distolse lo sguardo dalla macchina e scoprì la panchina desolatamente vuota della loro presenza. Frugò intorno per assicurarsi che se ne fossero andati. Capì che non vedeva altra realtà che quella nell’obiettivo. La cercò al telefonò ma scattò un messaggio che gli diceva che il cliente era irraggiungibile. Era un sabato pomeriggio e lui stesso stentava a crederlo.

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