Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for gennaio 2010

Anch’io quel venerdì 15 gennaio ero a Trieste a salutare il ritorno dell’amico Luca. Ne avevo parlato e volevo scriverci un post, ma lo hanno fatto in molti così come egregiamente l’ha fatto l’amico Marco. Resta l’assurdità dell’esperienza e l’amarezza frustrata davanti all’arroganza esibita del potere. Cosa conta se quell’arroganza condanna il mondo? Oggi di Luca arriva una mail e mi sembra possa essere un bel giusto post. Arbitrariamente e senza permesso posto le sue parole così come mi sono arrivate e sono arrivate agli amici. Spero che il buon Luca mi perdoni la libertà che mi sono preso.

Ok. L’ho fatto. Con un ritardo di poca eleganza.
Il primo impulso è di dire almeno “grazie”.
“Ma de che?”, sarebbe la giusta replica. Io c’entro poco.
Solo, di essere fra noi, coloro che disdegnano parimenti di essere oppressi e di divenire oppressori. Coloro che vivono il mondo senza dimenticarsi di sognarlo.
Alla fine non ho resistito e mi sono affacciato su fb. E ora anche ai anche ai gruppi su fb.
Ieri scadeva il termine perché l’accusa facesse ricorso.. e non l’ha fatto (e volevo anche vedere, cazzo). Allora mi son detto: diavolo posso meta-iscrivermi anche alla mia meta-liberazione sui gruppi di fb. Come farsi il caffè con il caffè precedente.
Il computer mi ha fatto capire che non ce l’avrei fatta a leggere tutto. Del resto sono già abbastanza intimidito così. Il primo impulso è, appunto, di dire almeno “grazie”.
“Ma de che?”, sarebbe, appunto, la giusta replica.
Dopo gran cogitare di cervello, mi sono reso conto – e ci ho messo un po’ – che non ce la faccio ad arrivarci. Direi per un decimo di quanto vorrei solo un decimo delle cose che vorrei.
Soprattutto, io c’entro poco. Non sono qualcuno, sono uno. E potrei essere ognuno e ciascuno di noi. Noi, coloro che disdegnano parimenti di essere oppressi e di divenire oppressori.
Coloro che vivono il mondo senza dimenticarsi di sognarlo, che sono ricchi di prospettive e poveri di paure, che non credono ai muri ma piuttosto alle carovane di desideri che attraversano i deserti aridi dei nonluoghi.
Noi che sciamiamo in mille rivoli e in mille storie, senza obbedire alla tristezza, con amore, giustizia, dignità (e rabbia, che quando ce vo’ ce vo’).
Allora, invece di ragionare tanto, vi scrivo solo quello che sento, che ho già scritto alle compagne e ai compagni di ogni giorno (diversi dei quali se lo ciuffano qua un’altra volta). Sono le parole più semplici e più immediate.
Ognuno e ciascuno ci troverà quel che vuole.
Intanto, semplicemente, grazie.
Ma de che? dell’amore, giustizia e dignità.

Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto,
Me ha dado la risa
Y me ha dado el llanto
[Me ha dado la rabia
Y me ha dado la dignidad]
Asi yo distingo
Dicha de quebranto
Los dos materiales
que forman mi canto
y el canto de ustedes
que es el mismo canto,
y el canto de todos,
que es mi propio canto

Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto

Ero sommerso dagli abbracci mentre ero in galera e mi raggiungeva quello che in tant*, tantissim* mi avete scritto, lo sono stato non appena fuori e continuo ad esserlo mentre leggo tutto quello che avete scritto, detto e fatto, immaginato e pensato.
Quello che tutti noi avremmo fatto per ognuno, perché di noi ognuno è ciascuno, è un canto, ed è lo stesso canto di tutti.
Se – anche quando ero convinto che sarei stato dentro tre, quattro o più mesi, per dovermi poi reinventare un lavoro di crisi – ho mantenuto 2 pences di dignità lo devo a questo canto, di tutti e di ognuno, a “la family” nordestina che ha firmato quel (vigliacco 🙂 ) manifesto con la mia faccialinguaccia sui muri di Trieste e al fatto che non avevo colto che chi lava i piatti nelle galere danesi guadagna 1700 euro al mese (se lo scoprivo prima.. era ovvio che le avevo buttate io le bocce).
Ora quel canto è di rabbia, di lotta, di pianto per chi è in galera ancora, per rosarno, per la shock economy di haiti, per la vita di ogni giorno nella crisi e in ogni dove, che in italiano si dice “precaria”, in francese “intermittente”, in spagnolo “eventuale” (in danese “fanculo”). Un canto con i denti di fuori e con i bastoni, ma pur sempre di abbracci e di sorrisi a chi ti è compagn*, fratello e sorella in ogni luogo: perché l’unica “giustizia giusta” è la conquista delle lotte e dell’intelligenza comuni e mai è un regalo.
E pure, in questo che è un fottuto mondo non facile, gracias a la vida che mi ha regalato qualche oretta di galera (di lusso per di più) per provare la meraviglia di questo canto collettivo che, non me ne vergogno, risuona anche di amore.
grazie. adelante “with a wind stronger than ever”.
..e cominciamo dal primo marzo, perché gli stranieri a questa violenza costante contro la vita siamo noi, tutti noi.

Read Full Post »

Amore di mamma

Enrico glielo diceva spesso che non poteva rimandare sempre tutto ad un domani che non veniva mai. Glielo ricordava quando ancora erano assieme. Poi se ne era andato senza nemmeno il coraggio di dirglielo per una, a quanto aveva saputo, che non aveva nient’altro che vent’anni di meno. Allora Giacomo era ancora piccolo ma erano passati vent’anni e s’era fatto un uomo. Non lo poteva certo più tenere in braccio come aveva fatto finché le sue forze glielo avevano permesso. Doveva smetterla di succhiarsi il pollice e di essere sempre così appiccicoso. Soprattutto doveva perdere l’abitudine di tenere la mano infilata nella sua scollatura.

Read Full Post »

(dalla Isla Negra)
Era sopravissuto a tutto, anche alla propria violenza. L’aveva detto: “Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine” –invece davanti alla propria indignazione prese la penna e non riuscì a tracciare un rigo. La sua voce possente si era disseccata e il tempo l’aveva reso più vecchio che saggio. In fondo non gli sarebbe dispiaciuto di chiudere il suo libro quel gennaio alla Moneda, anche se era maledettamente in ritardo. Non c’era più nulla da vedere per cui ne valesse la pena. Michele voleva regalarlo a natale perché sua figlia ne potesse ancora godere e per ricordare, ma non era più di moda. L’avevano seppellito per la seconda volta e questa volta sotto una coltre di polvere e di silenzio.

Read Full Post »

Cara mamma e caro papà
So che qui mi leggerete. Ognuno per conto proprio. Ognuno a modo proprio. Per ritrovarmi in questo spazio incerto e ignoto che è la rete. Spero solo che non lo farete con occhi che sono solo occhi. E’ allora non posso che tranquillizzarvi. Certo qui è Africa. Qui è l’altro mondo.
Come saprete vi scrivo da questo “slum” della periferia di Nairobi, nella zona di Kasarani, a pochi chilometri a est di Kariobangi. Una città di 180.000 abitanti che non è nemmeno una città. Solo una banlieue; poco più. Il nome kikuyu “Korogocho” significa “confusione”. E quella “confusione” regna sovrana. Nemmeno qui, tra le baracche e la miseria, si è tutti uguali. Farete fatica a capire ma qui è ricco chi ha le scarpe; chi riesce a rubare un boccone di pane.
Vi scrivo affacciato ad una finestra con vista sulla vita e sulla sofferenza; sul volto più duro e avaro del dolore. Una finestra che non ha vetri che trattengano e così entrano tutti i rumori della strada e della disperazione. Non da una finestra normale. Da questa miseria inaudita che non lascia respiro. Per questi uomini che vivono ogni attimo della morte; nati solo per morire, come se fosse un semplice appuntamento. Padre Antonio è vicino a me. Niente mi ha mai insegnato altrettanto. E non ci sono parole bastanti.
Niente è come sembra e nulla pare vero. Di sangue e rabbia mi sento pervaso, ma non di sconfitta. Tra le tante lingue che si affollano i giovani bantu mi narrano lo swahili con le mani e gli occhi. E noi, per alcuni di loro, siamo l’unica speranza. Occhi immensi che hanno il pudore di dire grazie, occhi ancora orgogliosi, occhi che sanno inventarsi sorrisi meravigliosi. Siamo tutto e la loro patria e la loro casa e il loro riscatto. Non ho mai avuto tanto in cambio di così niente perché tutto non mi sembra abbastanza. E mi sento vigliacco e colpevole delle mie fortune. E mi sento immensamente grato del loro più piccolo gesto, anche del solo allungarmi una mano. Amo infinitamente questi piccoli guerrieri tristi. La collana di conchiglie che uno di loro mi ha regalato come fosse la cosa più preziosa. Il morso di pane che un altro ha spezzato; con le mani sporche.
Questo popolo non popolo che vive rifiutato nei rifiuti e tra i rifiuti. Se questa pare letteratura mi scuso; è solo vita. Vita che scorre e che noi non crediamo più. Il volto più duro della vita, dove persino la pietà è un bene troppo di lusso. Bisogna venire qui per conoscere la miseria. Dire non hanno niente qui vuol dire che non hanno proprio niente. Come faccio a spiegarvi? Non mi avete mai fatto mancare nulla. Io posso tornare; ho già in tasca il biglietto. Loro invece non possono che aspettare. Eppure qualcosa mi mancava. Forse proprio questi esseri umani d’ebano che sono stati guerrieri e sono solo ombre. Cercavo di capire. Cercavo non un uomo ma cosa, e quell’uomo l’ho cercato; in questi luoghi.
Cara mamma, non essere in apprensione per me. La notte ha i rumori della notte. Ti viene da stare sveglio ad ascoltarli. E’ come se tutto il mondo parlasse qui. E tutto ha un suo fascino, anche se lancinante. Sono loro stessi a proteggermi, da loro; da tutto. E’ qui che, davanti a tanto strazio, solo e nudo, mi sono sentito vivo come non sono mai stato tanto vivo, né altrettanto in compagnia. Io, così protetto, non sono mai stato abbastanza io. Spero riuscirete a capire.
Vostro figlio

Lettera più o meno immaginaria scritta per il blog Lettere al futuro, su incitazione di Ross, postata il 27 c.m.

Read Full Post »

Eccoli quei ragazzi, eccoli ancora la
con occhi grandi quanto il paesaggio
e il cuore aperto a succhiare
l’aria sottile da succhiare
e tutto raccontarsi in quel tacere
lasciando scorrere gl’occhi
in quell’immenso cheto mare
di cielo azzurro così azzurro
come se così non fosse mai scritto
azzurro tanto da abbacinare
così confusi e così sicuri
come solo i ragazzi che amano possono
a sognarsi ognuno tra le braccia dell’altro
senza nemmeno il tempo di un sospiro,
di una parola, col solo tempo per sognare
quel sogno infinito ch’è la vita
e la paura che tutto possa finire.
E’ disperato l’amore dei ragazzi che si amano
è sempre per sempre
è senza misura
e in quella ricerca
cercando se stessi
hanno trovato l’infinito.
E’ bello vederli
e sono ancora là
niente li può distogliere
da quel raccontarsi ogni silenzio.

Read Full Post »

Lei, Ross, la mia compagna (già! sono partigiano), scrive un bel post. Tra il serio e il faceto ma non è una eccezione. Le capita non raramente. Allora cosa ci faccio io qui se non una piccola osservazione. Ci veniamo tutti a divertirci, per soddisfare un bisogno, una piccola libidine, etc. Nel mondo blog si incontrano persone che credono sempre di dire banalità, altre che si limitano a sentirsi soddisfatte dell’aver soddisfatto, appunto, un loro piccolo bisogno, altre ancora che ritengono di dire solo ed esclusivamente cose fondamentali e sublimi, e alcune lo fanno anche bene; cioè si entra in una pagina web allo stesso modo e se ne esce con spirito diverso. Tra le ultime qualcuno anche si ritiene in qualche modo defraudato perché la sua opera non ha il riconoscimento voluto e non va a far parte di un personale e ambizioso curricola. Nessuno mi ha invitato come nessuno ha invitato nessuno e questo è solo un blog.

Read Full Post »

Ormai non scrivo più nient’altro che prosa e qualche poesia, o meglio posto vecchie poesie. Evito sempre più di entrare nella cronaca o nella politica. Non so se continuerò a farlo. Mi diverto così e oltretutto credo che cronaca e politica siano trattate meglio altrove di come saprei fare io. Invece oggi faccio una piccola deroga perché ieri, in quel freddo vigliacco, a Venezia, si sono svolte le primarie per scegliere il candidato sindaco da contrapporre allo “gnomo” ovvero al micro ministro.
Io sono veneziano e sono tornato, per una mia enorme fortuna, a vivere nella mia città. Per me Venezia è qualcosa di più di una città. Qualcosa di più di una bella donna; è il senso della mia vita. Sono un veneziano che vive a Venezia ma con residenza nell’entroterra, come diciamo noi “in campagna”, perché oltre il ponte tutto è campagna. Per questo sono andato ad accompagnare la mia compagna a votare assistendo muto in qualità di comparsa-osservatore.
Osservavo muto la coda di un popolo di gente di sinistra col cappello (Venezia è ormai da tempo patria per “una borghesia illuminata”). I giovani erano una presenza minoritaria, molto minoritaria. La maggior parte dei pazienti elettori che erano disposti a sfidare “il generale inverno” erano molto avanti con l’età. Le code erano separate, da una parte quella maggioritaria femminile, dall’altra i maschietti. Qualcuno osservava sottovoce che quella delle donne era molto più lunga perché impiegavano molto più tempo ad esprimere il voto. Io scherzavo con la mia compagna sostenendo che le tenevano separate perché ogni voto espresso da un maschietto valeva quanto due femminili e così era più facile farne il conto.
Ora non so se poco più di dodicimila e novecento votanti sono tanti per un comune come Venezia. Il tanto e il poco sono valori relativi. Molto dipendenti dall’ottica da cui ci si pone in osservazione e dalle aspettative. Forse dovremmo considerare che si è data pubblicità all’evento quasi fosse una cosa massonica. Tanti o pochi mi sembrano numeri degni di rispetto; una ragazza che conosco ha fatto quattrocento chilometri circa per godere di questo suo diritto. E’ per questo che la prima considerazione che mi ha dettato la fila di gente è stata che ci sono persone che credono in questa forma di politica e di democrazia. Persone che ci credono più dei dirigenti dello stesso Partito Democratico che paiono farle quasi come un male inevitabile.
A dire il vero io simpatizzavo per Gianfranco Bettin, così tutti i miei amici residenti. Un poco perché è autore di un piccolo romanzo eccezionale (Qualcosa che brucia), un poco perché ho avuto modo di incrociarlo e apprezzarlo e un poco perché mi sembra il “più sinistro” dei tre. So come e dove sarebbe stato facile attaccarlo in campagna elettorale per la parte avversa e nessuno di noi vuole e può perdere questa tornata elettorale. I Veneziani hanno scelto l’avvocato Giorgio Orsoni (46%) e probabilmente ha vinto il buon senso. Spero che da ora gli sforzi di tutti si coagulino per sostenere questo nome e che finalmente la mia parte politica ritrovi l’entusiasmo e il coraggio delle proprie idee.
Venezia era una repubblica quando ancora l’Italia non solo non era uno stato ma nemmeno un insieme di comuni; semplicemente non era. Venezia è una città che conserva, anche se sempre meno, il suo orgoglio; ha più volte saputo ribellarsi a poteri esterni e a tirannie “foreste”. Credo meriti un sindaco intero, a tempo pieno e che faccia come primo lavoro l’interesse della città e non dell’avanspettacolo propagandistico. Avrei desiderato saper chiudere il post con una battuta ma il tema e il momento sono troppo seri, sono certo che chiuderemo le urne con una battuta del “nostro avversario”.

Read Full Post »

Older Posts »