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Archive for gennaio 2010

Anch’io quel venerdì 15 gennaio ero a Trieste a salutare il ritorno dell’amico Luca. Ne avevo parlato e volevo scriverci un post, ma lo hanno fatto in molti così come egregiamente l’ha fatto l’amico Marco. Resta l’assurdità dell’esperienza e l’amarezza frustrata davanti all’arroganza esibita del potere. Cosa conta se quell’arroganza condanna il mondo? Oggi di Luca arriva una mail e mi sembra possa essere un bel giusto post. Arbitrariamente e senza permesso posto le sue parole così come mi sono arrivate e sono arrivate agli amici. Spero che il buon Luca mi perdoni la libertà che mi sono preso.

Ok. L’ho fatto. Con un ritardo di poca eleganza.
Il primo impulso è di dire almeno “grazie”.
“Ma de che?”, sarebbe la giusta replica. Io c’entro poco.
Solo, di essere fra noi, coloro che disdegnano parimenti di essere oppressi e di divenire oppressori. Coloro che vivono il mondo senza dimenticarsi di sognarlo.
Alla fine non ho resistito e mi sono affacciato su fb. E ora anche ai anche ai gruppi su fb.
Ieri scadeva il termine perché l’accusa facesse ricorso.. e non l’ha fatto (e volevo anche vedere, cazzo). Allora mi son detto: diavolo posso meta-iscrivermi anche alla mia meta-liberazione sui gruppi di fb. Come farsi il caffè con il caffè precedente.
Il computer mi ha fatto capire che non ce l’avrei fatta a leggere tutto. Del resto sono già abbastanza intimidito così. Il primo impulso è, appunto, di dire almeno “grazie”.
“Ma de che?”, sarebbe, appunto, la giusta replica.
Dopo gran cogitare di cervello, mi sono reso conto – e ci ho messo un po’ – che non ce la faccio ad arrivarci. Direi per un decimo di quanto vorrei solo un decimo delle cose che vorrei.
Soprattutto, io c’entro poco. Non sono qualcuno, sono uno. E potrei essere ognuno e ciascuno di noi. Noi, coloro che disdegnano parimenti di essere oppressi e di divenire oppressori.
Coloro che vivono il mondo senza dimenticarsi di sognarlo, che sono ricchi di prospettive e poveri di paure, che non credono ai muri ma piuttosto alle carovane di desideri che attraversano i deserti aridi dei nonluoghi.
Noi che sciamiamo in mille rivoli e in mille storie, senza obbedire alla tristezza, con amore, giustizia, dignità (e rabbia, che quando ce vo’ ce vo’).
Allora, invece di ragionare tanto, vi scrivo solo quello che sento, che ho già scritto alle compagne e ai compagni di ogni giorno (diversi dei quali se lo ciuffano qua un’altra volta). Sono le parole più semplici e più immediate.
Ognuno e ciascuno ci troverà quel che vuole.
Intanto, semplicemente, grazie.
Ma de che? dell’amore, giustizia e dignità.

Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto,
Me ha dado la risa
Y me ha dado el llanto
[Me ha dado la rabia
Y me ha dado la dignidad]
Asi yo distingo
Dicha de quebranto
Los dos materiales
que forman mi canto
y el canto de ustedes
que es el mismo canto,
y el canto de todos,
que es mi propio canto

Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto

Ero sommerso dagli abbracci mentre ero in galera e mi raggiungeva quello che in tant*, tantissim* mi avete scritto, lo sono stato non appena fuori e continuo ad esserlo mentre leggo tutto quello che avete scritto, detto e fatto, immaginato e pensato.
Quello che tutti noi avremmo fatto per ognuno, perché di noi ognuno è ciascuno, è un canto, ed è lo stesso canto di tutti.
Se – anche quando ero convinto che sarei stato dentro tre, quattro o più mesi, per dovermi poi reinventare un lavoro di crisi – ho mantenuto 2 pences di dignità lo devo a questo canto, di tutti e di ognuno, a “la family” nordestina che ha firmato quel (vigliacco 🙂 ) manifesto con la mia faccialinguaccia sui muri di Trieste e al fatto che non avevo colto che chi lava i piatti nelle galere danesi guadagna 1700 euro al mese (se lo scoprivo prima.. era ovvio che le avevo buttate io le bocce).
Ora quel canto è di rabbia, di lotta, di pianto per chi è in galera ancora, per rosarno, per la shock economy di haiti, per la vita di ogni giorno nella crisi e in ogni dove, che in italiano si dice “precaria”, in francese “intermittente”, in spagnolo “eventuale” (in danese “fanculo”). Un canto con i denti di fuori e con i bastoni, ma pur sempre di abbracci e di sorrisi a chi ti è compagn*, fratello e sorella in ogni luogo: perché l’unica “giustizia giusta” è la conquista delle lotte e dell’intelligenza comuni e mai è un regalo.
E pure, in questo che è un fottuto mondo non facile, gracias a la vida che mi ha regalato qualche oretta di galera (di lusso per di più) per provare la meraviglia di questo canto collettivo che, non me ne vergogno, risuona anche di amore.
grazie. adelante “with a wind stronger than ever”.
..e cominciamo dal primo marzo, perché gli stranieri a questa violenza costante contro la vita siamo noi, tutti noi.

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Amore di mamma

Enrico glielo diceva spesso che non poteva rimandare sempre tutto ad un domani che non veniva mai. Glielo ricordava quando ancora erano assieme. Poi se ne era andato senza nemmeno il coraggio di dirglielo per una, a quanto aveva saputo, che non aveva nient’altro che vent’anni di meno. Allora Giacomo era ancora piccolo ma erano passati vent’anni e s’era fatto un uomo. Non lo poteva certo più tenere in braccio come aveva fatto finché le sue forze glielo avevano permesso. Doveva smetterla di succhiarsi il pollice e di essere sempre così appiccicoso. Soprattutto doveva perdere l’abitudine di tenere la mano infilata nella sua scollatura.

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(dalla Isla Negra)
Era sopravissuto a tutto, anche alla propria violenza. L’aveva detto: “Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine” –invece davanti alla propria indignazione prese la penna e non riuscì a tracciare un rigo. La sua voce possente si era disseccata e il tempo l’aveva reso più vecchio che saggio. In fondo non gli sarebbe dispiaciuto di chiudere il suo libro quel gennaio alla Moneda, anche se era maledettamente in ritardo. Non c’era più nulla da vedere per cui ne valesse la pena. Michele voleva regalarlo a natale perché sua figlia ne potesse ancora godere e per ricordare, ma non era più di moda. L’avevano seppellito per la seconda volta e questa volta sotto una coltre di polvere e di silenzio.

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Cara mamma e caro papà
So che qui mi leggerete. Ognuno per conto proprio. Ognuno a modo proprio. Per ritrovarmi in questo spazio incerto e ignoto che è la rete. Spero solo che non lo farete con occhi che sono solo occhi. E’ allora non posso che tranquillizzarvi. Certo qui è Africa. Qui è l’altro mondo.
Come saprete vi scrivo da questo “slum” della periferia di Nairobi, nella zona di Kasarani, a pochi chilometri a est di Kariobangi. Una città di 180.000 abitanti che non è nemmeno una città. Solo una banlieue; poco più. Il nome kikuyu “Korogocho” significa “confusione”. E quella “confusione” regna sovrana. Nemmeno qui, tra le baracche e la miseria, si è tutti uguali. Farete fatica a capire ma qui è ricco chi ha le scarpe; chi riesce a rubare un boccone di pane.
Vi scrivo affacciato ad una finestra con vista sulla vita e sulla sofferenza; sul volto più duro e avaro del dolore. Una finestra che non ha vetri che trattengano e così entrano tutti i rumori della strada e della disperazione. Non da una finestra normale. Da questa miseria inaudita che non lascia respiro. Per questi uomini che vivono ogni attimo della morte; nati solo per morire, come se fosse un semplice appuntamento. Padre Antonio è vicino a me. Niente mi ha mai insegnato altrettanto. E non ci sono parole bastanti.
Niente è come sembra e nulla pare vero. Di sangue e rabbia mi sento pervaso, ma non di sconfitta. Tra le tante lingue che si affollano i giovani bantu mi narrano lo swahili con le mani e gli occhi. E noi, per alcuni di loro, siamo l’unica speranza. Occhi immensi che hanno il pudore di dire grazie, occhi ancora orgogliosi, occhi che sanno inventarsi sorrisi meravigliosi. Siamo tutto e la loro patria e la loro casa e il loro riscatto. Non ho mai avuto tanto in cambio di così niente perché tutto non mi sembra abbastanza. E mi sento vigliacco e colpevole delle mie fortune. E mi sento immensamente grato del loro più piccolo gesto, anche del solo allungarmi una mano. Amo infinitamente questi piccoli guerrieri tristi. La collana di conchiglie che uno di loro mi ha regalato come fosse la cosa più preziosa. Il morso di pane che un altro ha spezzato; con le mani sporche.
Questo popolo non popolo che vive rifiutato nei rifiuti e tra i rifiuti. Se questa pare letteratura mi scuso; è solo vita. Vita che scorre e che noi non crediamo più. Il volto più duro della vita, dove persino la pietà è un bene troppo di lusso. Bisogna venire qui per conoscere la miseria. Dire non hanno niente qui vuol dire che non hanno proprio niente. Come faccio a spiegarvi? Non mi avete mai fatto mancare nulla. Io posso tornare; ho già in tasca il biglietto. Loro invece non possono che aspettare. Eppure qualcosa mi mancava. Forse proprio questi esseri umani d’ebano che sono stati guerrieri e sono solo ombre. Cercavo di capire. Cercavo non un uomo ma cosa, e quell’uomo l’ho cercato; in questi luoghi.
Cara mamma, non essere in apprensione per me. La notte ha i rumori della notte. Ti viene da stare sveglio ad ascoltarli. E’ come se tutto il mondo parlasse qui. E tutto ha un suo fascino, anche se lancinante. Sono loro stessi a proteggermi, da loro; da tutto. E’ qui che, davanti a tanto strazio, solo e nudo, mi sono sentito vivo come non sono mai stato tanto vivo, né altrettanto in compagnia. Io, così protetto, non sono mai stato abbastanza io. Spero riuscirete a capire.
Vostro figlio

Lettera più o meno immaginaria scritta per il blog Lettere al futuro, su incitazione di Ross, postata il 27 c.m.

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Eccoli quei ragazzi, eccoli ancora la
con occhi grandi quanto il paesaggio
e il cuore aperto a succhiare
l’aria sottile da succhiare
e tutto raccontarsi in quel tacere
lasciando scorrere gl’occhi
in quell’immenso cheto mare
di cielo azzurro così azzurro
come se così non fosse mai scritto
azzurro tanto da abbacinare
così confusi e così sicuri
come solo i ragazzi che amano possono
a sognarsi ognuno tra le braccia dell’altro
senza nemmeno il tempo di un sospiro,
di una parola, col solo tempo per sognare
quel sogno infinito ch’è la vita
e la paura che tutto possa finire.
E’ disperato l’amore dei ragazzi che si amano
è sempre per sempre
è senza misura
e in quella ricerca
cercando se stessi
hanno trovato l’infinito.
E’ bello vederli
e sono ancora là
niente li può distogliere
da quel raccontarsi ogni silenzio.

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Lei, Ross, la mia compagna (già! sono partigiano), scrive un bel post. Tra il serio e il faceto ma non è una eccezione. Le capita non raramente. Allora cosa ci faccio io qui se non una piccola osservazione. Ci veniamo tutti a divertirci, per soddisfare un bisogno, una piccola libidine, etc. Nel mondo blog si incontrano persone che credono sempre di dire banalità, altre che si limitano a sentirsi soddisfatte dell’aver soddisfatto, appunto, un loro piccolo bisogno, altre ancora che ritengono di dire solo ed esclusivamente cose fondamentali e sublimi, e alcune lo fanno anche bene; cioè si entra in una pagina web allo stesso modo e se ne esce con spirito diverso. Tra le ultime qualcuno anche si ritiene in qualche modo defraudato perché la sua opera non ha il riconoscimento voluto e non va a far parte di un personale e ambizioso curricola. Nessuno mi ha invitato come nessuno ha invitato nessuno e questo è solo un blog.

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Ormai non scrivo più nient’altro che prosa e qualche poesia, o meglio posto vecchie poesie. Evito sempre più di entrare nella cronaca o nella politica. Non so se continuerò a farlo. Mi diverto così e oltretutto credo che cronaca e politica siano trattate meglio altrove di come saprei fare io. Invece oggi faccio una piccola deroga perché ieri, in quel freddo vigliacco, a Venezia, si sono svolte le primarie per scegliere il candidato sindaco da contrapporre allo “gnomo” ovvero al micro ministro.
Io sono veneziano e sono tornato, per una mia enorme fortuna, a vivere nella mia città. Per me Venezia è qualcosa di più di una città. Qualcosa di più di una bella donna; è il senso della mia vita. Sono un veneziano che vive a Venezia ma con residenza nell’entroterra, come diciamo noi “in campagna”, perché oltre il ponte tutto è campagna. Per questo sono andato ad accompagnare la mia compagna a votare assistendo muto in qualità di comparsa-osservatore.
Osservavo muto la coda di un popolo di gente di sinistra col cappello (Venezia è ormai da tempo patria per “una borghesia illuminata”). I giovani erano una presenza minoritaria, molto minoritaria. La maggior parte dei pazienti elettori che erano disposti a sfidare “il generale inverno” erano molto avanti con l’età. Le code erano separate, da una parte quella maggioritaria femminile, dall’altra i maschietti. Qualcuno osservava sottovoce che quella delle donne era molto più lunga perché impiegavano molto più tempo ad esprimere il voto. Io scherzavo con la mia compagna sostenendo che le tenevano separate perché ogni voto espresso da un maschietto valeva quanto due femminili e così era più facile farne il conto.
Ora non so se poco più di dodicimila e novecento votanti sono tanti per un comune come Venezia. Il tanto e il poco sono valori relativi. Molto dipendenti dall’ottica da cui ci si pone in osservazione e dalle aspettative. Forse dovremmo considerare che si è data pubblicità all’evento quasi fosse una cosa massonica. Tanti o pochi mi sembrano numeri degni di rispetto; una ragazza che conosco ha fatto quattrocento chilometri circa per godere di questo suo diritto. E’ per questo che la prima considerazione che mi ha dettato la fila di gente è stata che ci sono persone che credono in questa forma di politica e di democrazia. Persone che ci credono più dei dirigenti dello stesso Partito Democratico che paiono farle quasi come un male inevitabile.
A dire il vero io simpatizzavo per Gianfranco Bettin, così tutti i miei amici residenti. Un poco perché è autore di un piccolo romanzo eccezionale (Qualcosa che brucia), un poco perché ho avuto modo di incrociarlo e apprezzarlo e un poco perché mi sembra il “più sinistro” dei tre. So come e dove sarebbe stato facile attaccarlo in campagna elettorale per la parte avversa e nessuno di noi vuole e può perdere questa tornata elettorale. I Veneziani hanno scelto l’avvocato Giorgio Orsoni (46%) e probabilmente ha vinto il buon senso. Spero che da ora gli sforzi di tutti si coagulino per sostenere questo nome e che finalmente la mia parte politica ritrovi l’entusiasmo e il coraggio delle proprie idee.
Venezia era una repubblica quando ancora l’Italia non solo non era uno stato ma nemmeno un insieme di comuni; semplicemente non era. Venezia è una città che conserva, anche se sempre meno, il suo orgoglio; ha più volte saputo ribellarsi a poteri esterni e a tirannie “foreste”. Credo meriti un sindaco intero, a tempo pieno e che faccia come primo lavoro l’interesse della città e non dell’avanspettacolo propagandistico. Avrei desiderato saper chiudere il post con una battuta ma il tema e il momento sono troppo seri, sono certo che chiuderemo le urne con una battuta del “nostro avversario”.

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VIII – COME NOI ALLORA
e COME NOI ANCORA
eccole se vuoi
e se non vuoi
le mie misere parole
che tu credevi, e credi, incanto
perché dopo non è mai lo stesso.
Ancora li vedo cantare
con le ali intrise di pianto
li vedo tentare di ridere ancora
per gl’occhi venduti al mercato
per quattro carabattole
per un niente appena
con il cuore spezzato
il profilo bruciato – di giorno
le labbra gonfie (rosso
corroso screpore): in mano
solo cinque dita.
Di notte non so
né ho mai potuto sapere.

Giovani uomini
giovani amanti
giovane amore
ch’è sempre misurarsi
(cifra antica: dolore)
e tutto soffrire
e tutto lottare
con unghie e denti ancora bianchi
e farsi male
perché anche la carezza
è urlo immane
è graffiare fondo…
è soffocante.¹


1] 23 marzo 1983

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Ma è brutta”.
Che ti frega”.
Ma, Diobono, è proprio brutta”.
Ma ci sta”.
Dici? sei sicuro”?
Certo; lo sanno tutti”.
Ma ha tredici anni”.
Che ti frega? E poi ne sa che potrebbe insegnarne a tua madre”.
Lascia stare mia madre”.
Insomma… io te l’ho detto. Uomo avvisato”.
Sei sicuro che ha chiesto di me”?
Sicuro come il peccato. Ti fidi”?
Ma come”?
Basta che le fai un regalino”.
In che senso; un regalino”?
Un regalino. Qualcosina. Che ne so? Parla con lei. Ti devo dire tutto. Magari gli ricarichi dieci, venti euro”.
Ma prima”?
Insomma, ci vai o no? Vuoi che ti accompagni io, per mano”?
Ce li hai venti euro”?

Più la guardo e meno ci capisco. Nessuno se l’è mai filata manco per niente. E adesso… all’improvviso… Quella morta di fame. E si atteggia che pare la Angelina. Si dà delle arie che sembra una mongolfiera, riempita di scoregge. Te la trovi da per tutto, e sempre con uno a braccio. E ti guarda che. Come dirti: crepa! Schiatta! Ma se è un cesso, la principessa. Quand’era… ieri? Che era col Raul? Forse l’altro giorno. Vediamo… che giorno è oggi? Non è nemmeno brutto il Raul; anzi. Ed è anche alto. Io con lui ce lo farei, un figlio. Naturalmente si fa per dire. Che ci fa con una così? E se la teneva da conto. Mica come se facesse del volontariato. Ma forse un po’ si vergognava. Portarsi a spasso miss Abano. Veramente se era per lui aveva finto di non vederci. Invece lei ci ha fatto segno subito. E giù a salutaci. Con quell’aria trionfante. Con quell’aria da cammello. E se l’è tenuto stretto. A proposito di arie, che c’ha un culo come la caserma dei carabinieri.
Quella morta di sonno. Il rossetto sulle labbra. Crede che io sia una cretina. Ho visto come guarda Gianmarco. E tutto quel suo fare da grande donna. Ma Gianmarco è mio. Cosa si crede? Lui non è come gli altri; povero caro. Me ne sono accorta che ne ha voglia. Ma lui è quello della mia vita. Lo potrei anche sposare uno così. Certo che sono stupidi certi pensieri stupidi. Penso a lei e guarda cosa vado a pensare. Siamo troppo giovani per queste cose. Chi vivrà vedrà. Quant’è? Due… tre settimane? E’ così carino. Lo fosse meno, certo; chissà? Ma di uno così carino non puoi che innamorarti. Innamorarti in modo serio, intendo. Certo che imbranato è imbranato. Secondo me sono la prima. Ho il sospetto anche da come bacia. E’ sempre così impacciato. Sembra un bambino. Un cucciolo. Devo farmelo dire da Denis. Ma forse anche no. Mi fa sentire materna. Io; che… Dio me ne scampi. Sembra una bestemmia. Eppure un poco è vero. Forse dovrei essere più tenera con lui. Forse dovrei… ma che ne so? Mi va quello che mi va. A volte mi fa pena. Altre, rabbia. Ma se quella crede… Ma io glieli strappo, gli occhi. E mi faccio due orecchini. Quegli occhi da coma. La Zagabria. Secondo me c’è sotto qualcosa. Non può. “Ma tu… dimmi di Luljeta”.
Ma come, non sai”?
Sono sempre la più scema e le cose le so sempre dopo. “Cosa? C’è qualcosa da sapere”?

Ma poi ci sei andato”…
Sì! Sì”!
Guarda che quella. Va a dire in giro che le hai fatto venti. Ma poi; poi niente. Capisci”?
E’ proprio stronza, la Zagabria”.
Guarda che è Albanese; cioè il padre. Mi vuoi spiegare”?
Certo che è brutta; grandio”.
Questo lo so da me. Che poi non è come tu dici. Non avevamo detto”…
Andava tutto bene. Si stava parlando; così. Tranquillamente”.
E allora”?
E’ che prima. Cioè… insomma… prima mi ha detto «Vieni, facciamo due passi»”.
E allora”?
E’ stato allora che me la sono filata”.
In che senso”?
Sì! insomma. Sono scappato. Dovrebbero rimandarli tutti a casa”.
Sei tu che dovresti andare da uno specialista. Le cose vanno così. Anche la Stefania lo fa. Quella della terza. E lei è di Cremona. E poi ha quasi sedici anni. E non ci va con i ragazzini. Dice che siamo bambini. Vuole trovare quello giusto, quella. Vuole sistemarsi. Io ci ho provato. Ma ci ho solo provato. Nisba. S’è messa a ridere che me la sarei… dai che hai capito. E poi vuole di più. Non ti sarebbe bastato un pezzo da venti, che te li ho anche dati. Se lo sapevo ci andavo da me”.
Lo so. Sei un amico”.
Lascia stare. Bell’amico. Dovresti farteli almeno ridare”.
Ma… ma, come faccio? Ma… della Stefania”?
Sicuro. Me l’aveva detto Il creolo. E ho provato io. Perché”?
Non so. Ieri mi ha detto «ma lo sai che sei proprio carino»”.
Sei sicuro? E tu”?
Io. Niente. Naturalmente. Credevo che scherzasse. Che mi prendesse in giro. Credo di essere diventato rosso. Cosa dovevo fare”?
Sei proprio uno stronzo”.

Luljeta”.
Sì! mamma. Ora non posso. Sono al telefono”.
Non la capisco questa ragazza. E’ sempre al telefono. Come farà? “Sempre al telefono”.
E’ Claudio. Un amico. Ha chiamato lui”.
Proprio non posso. Commendatore. Fra poco torna a casa. Mi scusi. Sa com’è lui. Deve proprio andare. Fosse per me, con lei, me ne vergogno, preferirei non chiederglielo, ma ho proprio una bolletta da pagare. Ieri. Il gas”.
Dici sempre così, ma poi. Cosa aspetti a dirlo a tuo marito. Io ti amo; veramente. Penserei io a Luljeta. Anche quella povera ragazza. Non mi sembra nemmeno per lei”.
Non vorrei che lei pensasse, che la sto mandando via. Ma è proprio che s’è fatto proprio tardi. E’ meglio anche per lei”.
Lo so. Lo sai come la penso. Perché non si va a Lisbona, assieme”.
Non faccia così. Come faccio? Lo sa che non posso. E’ sempre lì a guardarmi. E anche la bambina. Mica posso lasciarla ancora sola. Magari per un fine settimana. Magari ne parliamo. Giuro che ci penso. Intanto dobbiamo fare i bravi. Anche lei. Anche per quelli. Ci sono sempre tante spese da pagare. Lui pretende, solo. Se non avessi lei. E il suo lavora va come va. Cosa vuole; va come deve andare”.

Credi a me, Lirim, sono queste ragazzine che rovinano il mercato. Non ne hai una anche tu? Come si chiama”?
Lascia fuori mia figlia. Luljeta. Che centra lei? Gli affari sono affari”.
Proprio perché sono affari. Le preferiscono giovani. E poi dicevo per dire. Non dicevo a te. Non te la prendere. E’ che un padre, oggi, va al lavoro e non sa cosa trova quando torna”.
Perché non ci mandi la tua”?
Cosa centra? Noi siamo di Cremona”.
E’ che oggi nessuno le vuole più quelle di colore. Le nigeriane. Le senegalesi. Hanno paura. E poi… insomma, non le vogliono. Lo sai anche tu come stanno andando le cose; in Italia”.
Perché; non sono più brave? Ieri. E oggi. Questi razzisti di merda. Non si batte più chiodo”.
Vogliono quelle dell’est. E noi diamogli quelle dell’est. Non hai una moglie di quelle parti”?
Cosa ridi? Io sono albanese ma lei è di Quarto. E poi, te l’ho detto, lascia stare la mia famiglia”.
Era per dire. Però, quando in casa c’è bisogno, una moglie dovrebbe capire. Non ti incazzare. E poi sempre con uno dell’est s’è messa”.
Mi incazzo sì. Ma quale dell’est? Ho il permesso di soggiorno. Parlo l’italiano meglio di te”.
Però, anche tu, quelle di colore, le negher, le manderesti a casa anche tu. Dillo che lo so. Non fosse perché ti hanno fatto comodo. Che i soldi son dané”.
Cosa c’entra? E poi sono loro ad essere negri. E poi il lavoro è lavoro. E’ che oggi non conviene più. C’è solo… rischio d’azienda. Con quello che portano. Quasi quasi è meglio starsene a casa”.
Certo che un lavoro come il nostro. Fuori tutta la notte. Io prima scherzavo. Certo che, non lo so. Forse, se fossi sposato. Preferirei vederla qui, mia moglie. Che saperla in casa senza sapere che fa. Sola. Magari si annoia. E sai come sono le donne. Non sai mai cosa pensano quando hanno di che annoiarsi. La tratti troppo bene la tua”.
Te l’ho detto. E poi lei un lavoro ce l’ha. Fa la parrucchiera in casa. E prende anche bene. Guarda che va a finire male”.
Ma quale parrucchiera e parrucchiera. Sai che ti dico, stronzo d’un fascista? Mi hai rotto i coglioni. E poi vieni da me a piangere. Fatteli dare da lei. Che poi con la bocca è meglio di una professionista. Si faccia pagare, almeno”.

Sai che ti dico, commissario. Il Crema l’ha fatto fuori uno del giro. Una storia di puttane. Tra lenoni. Lo sa anche lei cosa facevano. Li hanno sentiti litigare. E credo di sapere anche chi”.
A te chi l’ha detto”?
Me l’ha detto la Rosina”.
A proposito, come sta la Rosina”?
Bene, grazie. Ora se la passa bene, povera donna. Lo fa solo in casa. Clienti fidati. Bell’ambiente”.
Beato te. Che coi tempi che corrono è così difficile tirare avanti”.
Si fa quel che si può, commissario. Quando si trova, una brava donna, anche lei”?
Ma tu, Linzalone, dove vai di bello per l’ultimo”?
Sono di turno; dottore. E poi, Rosina. Ha un invito, povera piccola. A Sharm El Sheikh. Non si finisce mai di lavorare. Nemmeno quel giorno”.
Peccato. Ma poi cosa c’avrà questa Sharm El Sheikh che tutti ci vanno? Ma Calogero non ha ancora finito con quel verbale”?
Il sole, commissario. Il sole. E poi c’è il mare. E poi ci sono gli alberghi; comodi. A quelli piace stare comodi”.
Sarà anche bello, ma io non mi fido di questi marocchini. E poi non mi andrebbe che la mia donna si metta tutta nuda, con le zinne fuori, quando non ci sono”.
Egiziani, commissario. Egiziani. E’ in Egitto: E poi, lì, son tutto dei nostri. Eccetto i camerieri”.
Sempre marocchini sono. Beh! anche i camerieri. Non so se mi garberebbe. Che me la guardassero. Che un cameriere la guardasse. Quando non ci sono, intendo. E poi, se non finisce lì? Se non si limita a guardare”?
Commissario, tra venti giorni siamo nel duemila e dieci”.
Sempre sola; sola e nuda è”.
Ma a Sharm El Sheikh. Fosse per me andrebbe bene anche Pordenone, ma con lei”.
Io a quella, alla sua Rosina, non la vorrei nemmeno in premio. L’hanno usata tutti. E ancora la usano. Brava é brava. Che poi, tranne quella volta. Mi sembrava di aver tradito un collega. E’ che quando a una le piace c’è poco da dire: le piace. Ma come fa a stare di qua e anche di là. Son tutti uguali quelli che arrivano. Questi africani. Però ha una bella macchina. E quando si esce insiste sempre per pagare lui. E poi da quando ho la mia Tamara. E’ brava anche lei. Non so perché se lo tiene, quel suo albanese. Cosa ci trova in quelli là. Che alla sua Luljeta ci penserei io. Gliel’ho detto: “Sì! trentatre tarantini se ne andavano da Taranto tutti trentatre trotterellando”.
L’appuntato Linzalone, che di nome faceva Decimo detto Tano cioè Totano –facile capire l’origine del suo nome e altrettanto quella del soprannome– ne aveva abbastanza di sentire quella battuta sulle sue origini. L’aveva ascoltata almeno un centinaio di volte e aveva sempre portato pazienza; unica variabile che a volte partivano a volte arrivavano. Che poi lui manco era di Taranto ma di San Giorgio Jonico e i suoi di Massafra. Avrebbe voluto dirglielo «Provincia. Solo provincia di Taranto. Che poi, dove sono nato nemmeno c’è, il mare. Nemmeno mi piace il mare». E il commissario nemmeno era, commissario: “Lei è proprio una sagoma, commissario”.

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Che importa se era maggio. Magari dopo ci si scherza, e ci si fa anche qualche risata. Se ne parla prendendo il caffè. Ci si lascia immergere in quella specie di spirito competitivo. Avevo dato retta a Barbara, e a Maria Concetta, e a Tiziana, e a Immacolata, e alle altre; dovevo vederlo da me. Era tutto vero: aveva un pene di notevoli dimensioni. Detta così fa un po’ ridere. Mi sembra di parlare con i guanti. Con rigoroso distacco. E’ forse per questa causa che qualcuno dice che me la tiro, e che mostro un po’ di imperturbabile superbia. Non è nelle mie intenzioni. E’ solo che provo una sorta di riguardo; di doverosa ritrosia a parlare di queste cose. Ho sempre odiato la volgarità. Insomma non ne sono abituata e non so come parlarne. Come dirlo. Insomma… ce l’aveva enorme.
Lo so che c’è una vasta letteratura scientifica che dice che le misure non contano, per quello. Che la donna si adatta. Che il piacere non è dipendente da quello. E tutte quelle cose lì. So cosa sono le emozioni. Sono stata anch’io innamorata, e non una volta. Non sono nemmeno di quelle che non riescono a tenersi su le mutandine; tutt’altro. E non potevo nemmeno certo parlarne con Italo e lui non mi poteva aiutare in nessun modo. Mi restava un sospetto e comunque la curiosità, e si sa come siamo noi donne. Quando ci mettiamo in testa una cosa non c’è verso. Non c’è verso che ce la togliamo. Gira e rigira è sempre là. Magari cerchiamo di esserlo; razionali. Facciano tutti i nostri buoni propositi, ma la curiosità è la curiosità. Finisce sempre che diventa una fissazione; che te la devi togliere, la curiosità. Lo so che non c’è un modo meno aderente alla realtà per spiegare il mio processo mentale ma questa è la lingua che abbiamo.
Di lavorare lui non ne aveva troppa voglia. Lo vedevi gironzolare tra le stanze guardare di fuori la finestra dondolando la testa come se cercasse idee che gli sfuggivano. Non gli si poteva affidare il minimo compito e dietro qualcuno sotto sotto mugugnava. Per lo più era davanti alla macchinetta del caffè. Eravamo state noi donne, cioè le mie colleghe “più esperte”, a crearne il mito. Forse per la parte maschile dell’ufficio c’era solo una sorta di invidia e, per qualcuno, di riscatto. Ma prima di quell’invito sembrava quasi non si fosse nemmeno accorto di me. O almeno non in modo particolare. Certo aveva fatto degli apprezzamenti, lui era così, ma tutto s’era fermato lì.
Sai che sei proprio una gran bella manza”?
E qualche volta erano persino più pesanti in coerenza al personaggio.
Sai cosa ti farei”?
Un paio di pacche dietro. Qualche palpeggiata di passaggio.
Ti spiegherei io cos’è un uomo”.
Io stavo al gioco scostandomi e redarguendolo ma senza respingerlo veramente, con quell’arte tipica di noi donne con cui riusciamo a dire un “ma come”… e persino uno “stronzo”! con una gratitudine spudoratamente manifesta. Insomma, alla fine, le frasi restavano senza un vero seguito. Non si era informato e quelli, gli apprezzamenti, non li lesinava per nessuna, ma non si era mai spinto oltre e il tempo passava. Cominciavo a dubitare delle mie qualità. E certo non poteva, una signora come me, nella mia condizione, fare la prima mossa e prendere una simile iniziativa. Non sarebbe stato decoroso e non avrei saputo come fare. Sono sempre stata abituata ad essere corteggiata. Io non l’avevo certo incoraggiato, almeno non troppo, non così sfacciatamente come aveva fatto Rachele. Mi ero solo limitata a non tenerlo troppo distante, a non riprenderlo con un’aria, come dire? definitiva. Tutto qui. Non mi restava che attendere e sperare.
A dirla così ad uno estraneo verrebbe da chiedere cosa aspettassi di più. In realtà quando allungava le mani erano mani pesanti le sue. Apprezzava con vigore e con commenti e senza alcun riguardo. Se ne riempiva il palmo e stringeva fino a rubare un urlo di dolore. E poi rideva soddisfatto. Ma tutte le tette dell’ufficio le trattava allo stesso modo. Nessuna differenza. Anche se nemmeno l’ingegnere si poteva permettere di spingersi a tanto, con me. Era come controllasse una merce di sua esclusiva proprietà. Le strizzava con vigore. Niente per cui potessi sperare che era il mio turno. Alla fine sembrava non avere la minima fretta. Eppure non c’era collega che non avesse un occhio particolare, di riguardo, con me. Ormai sospettavo di non essere il suo tipo. Mi sembrava strano.
Poi era stato come per una decisione improvvisa. Il quindici o il sedici. Più il quindici. Io non credo ai numeri. Forse solo ai miei. E sono sempre stata persuasa di avere degli ottimi numeri. Delle “referenze” convincenti. Tornai ad essere orgogliosa di quello che ero. Non aveva abbozzato nessun pretesto: “Si esce assieme dopo il lavoro”? Niente. Che so… una cena. Una cosa così. Una spudorata bugia. Un assolutamente inverosimile motivo di lavoro. Insomma qualsiasi cosa per salvare la forma. Si era limitato a quella domanda, ma la sua era una affermazione, senza curarsi se altri lo sentivano. Non potevo nemmeno cercare un argomento per farlo insistere. Non potevo che limitarmi ad uno spudorato sì o ad un impossibile no. Avevo ormai già deciso di accettare, ma mi risparmiò la fatica perché nemmeno si aspettava la risposta, mi comunicò solo che saremmo andati con la sua. Io sapevo che Giordano non me l’avrebbe mai perdonato: erano mesi che mi faceva il filo ed io niente; forse non era nemmeno giusto, ma era troppa quella curiosità. E con Giordano eravamo solo dei cordiali amici anche se la macchina di Giordano è decisamente più comoda.
Non mi lasciò molto tempo per essere curiosa di nient’altro. Lui non chiese ne io ebbi il tempo di chiedere. Partì immediatamente e guidò tranquillamente fino ad uno spiazzo erboso, e fuori c’era quella luce che si appanna quando ancora è appena troppo presto perché si comincino ad allungare le ombre e si possa parlare di sera. Un po’ di timore lo avevo. Anche che qualcuno potesse notare la macchina, ci potesse vedere. Ma ancora non potevo crederci. E solo una siepe ci discostava dalla strada e sentivamo passare le macchine. Non ero mai andata in un posto come quello. Non per fare quello che temevo avesse intenzione di fare. Non almeno in un ora come quella, appena finito il lavoro; prima che fosse completamente buio. Invece lui non ci aveva pensato un attimo né aveva sentito il dovere della minima delicatezza. Semplicemente aveva spento il motore e lo aveva estratto. Io, in qualche modo, avevo cercato di mostrarmi sorpresa e anche indignata. Avevo cominciato a prepararmi ad abbozzare quel minimo di doverosa resistenza. Qualcosa come un “Che fai?” che mi era morto in gola e mi aveva tolto la possibilità di qualsiasi altra parola. Non aveva per nulla mutato la sua aria sfacciata: “Non era di questo che eri curiosa”?
Lo guardavo e lo guardavo lì con gli occhi sgranati e le labbra spalancate dalla meraviglia mentre mi sembrava di soffocare. Credo che mi sfuggì unicamente un “Non dovrei”. Era veramente come me l’avevano descritto. Lui ne era consapevole e per il resto non avevo certo raccolto giudizi lusinghieri sul suo conto. Ne avevo visti ma come quello, senza esagerare, giuro, nessuno. Non che quello di Italo… che con Italo ci ho anche fatto un figlio, e anche bello grosso, Tommaso Alberto Maria, quasi quattro chili e due, e quasi altri due, e non mi ha mai fatto mancare niente, non so se mi spiego, ma al confronto di quello che stavo guardando sarebbe parso come quello d’un neonato. Un bruco e un anaconda. Chiesi scusa a Italo per il pensiero irriguardoso che avevo trovato verso lui nel confronto; non era certo colpa del mio compagno; per altri sarebbe stato ancora più impietoso. Credo che fosse in grado di leggermi quei pensieri dentro gli occhi e non lo volevo. Li abbassai e mi resi conto che ero soggiogata. Aspettavo che quell’uomo mi dicesse cosa voleva e cosa dovevo fare. Forse cosa volevo. Lo fece: “Datti da fare. Non possiamo starcene qui in eterno”.
Pensai solo per pochi attimi che era una situazione squallida. Ancora che ci avrebbero potuti vedere. Pensai persino di scappare ma non riuscivo a sollevare lo sguardo. Con un senso assurdo di vergogna e di colpa. Scioccamente pensai di fare in fretta. Non ero più in grado di mentire nemmeno a me. Era lì che volevo essere. Era quello che avevo cercato e voluto. Anche se non così. Dissi la prima cosa mentre mi lasciava alle prime confidenze: “Sei sicuro che non ci vengano i guardoni”?
Gliene fregava assai di quelli: “Sai cosa sei”?
Sì! lo so.” –e lo dissi da me. Poi pensai che forse lo avevo privato di una sua soddisfazione, che gli spettava; ma avevo provato piacere in quell’insultarmi. Un piacere che non conoscevo, e, in verità, era quello che volevo essere e sentirmi. Non solo non feci nulla per smentire quell’immagine di viziosa, ma cercai in tutto di confermarla e di sondare il piacere di abbandonarmi e lasciarmi completamente andare. Il difficile viene sempre prima; e all’inizio. Non c’era più tempo per fare la ritrosa. Tornai a pensarci e già mi lasciavo sfuggire un sospiro. Ad un certo punto mi ha anche preso per i capelli senza riguardi e di riguardi non ne trovò mai alcuno. Aveva mani enormi e occhi che restavano sempre distratti. Il naso grosso e le orecchie larghe. Si trascinava spesso il dorso della mano sul naso. I denti erano radi e scomposti, e non riuscivano a trattenere la saliva sulle esse e su altre sillabe sibilanti. Non era nemmeno troppo pulito. Certo non era ricco. Se ne raccontano delle belle su come aveva comprato quella macchina e sulla generosità delle donne. Non possedeva nessun altro pregio e bellezza.
Non era certo un raffinato. Non era certo la signorilità che mi potevo aspettare, e forse mi dava proprio quello che avevo cercato. Non è certo da uno come lui che si spera discorsi colti e in punta di forchetta. Persino il suo italiano era alquanto stentato. Era distaccato, tanto che avevo l’impressione quasi che si stesse annoiando. Certo che mi invitava “fai così e fai cosà” e che insisteva, ma sempre senza apparente partecipazione, quasi senza emotività. La cosa che sapeva fare meglio era di lasciar fare. Ma voleva anche vedere. Mi scostava i capelli quando mi scivolavano sugli occhi. Ad un certo punto credetti di soffocare mentre una lacrima si gonfiava e mi bagnava le ciglia inondandole. Questo Floran nascondeva tra i calzoni una vera meraviglia; un tesoro inenarrabile. Era uno straordinario e incontentabile porco, e manteneva tutte le sue promesse. Non so quante volte pensai e sospirai: “Dio! Dio! Diomio! Diobono”!
Avevo ragionato ad una cosa fatta in fretta, insomma ad una sveltina. Anche perché per farlo in macchina cominciavo ad essere un po’ adulta e non è il posto più comodo e che gradisco di più. Io credo di essere una donna seria e come si deve ma se faccio una cosa preferisco farla come si deve. Era semplicemente un’occasione e perché non mi era ancora mai successo al primo incontro; anche se me lo sarei dovuta aspettare. Se ci avevo fugacemente pensato avrei pensato ad un albergo, a casa sua, presso qualche amico compiacente, ad un qualche letto in un qualche posto. A saperlo avrei atteso una trasferta di Italo; un’altra occasione. Comunque lui aveva continuato con i suoi complimenti. Non aveva smesso nemmeno per un momento. Commentava tutto di quelle sue parole. Credo di non aver sentito mai tante oscenità in vita mia. In compenso io non volevo farmi vedere una provinciale; non da lui. Non volevo essere da meno. Credo di non averne sentite tante nemmeno uscire dalla mia bocca. Che credevo nemmeno di conoscerle, tutte quelle volgarità.
Invece ero proprio io a dirle. Ma mica sono cose che si vanno a raccontare. Che a ragionarci non è che mi dispiacesse. Volevo essere una cosa speciale, per lui. E pensare che Italo è così gentile. Ma forse era proprio quello che cercavo lì; da lui. Quando l’ho visto, madonna, credevo che non ci sarei riuscita. Invece mi sono tolta tutte quelle mie curiosità. Lo ammetto. Arrossisco, ma lo ammetto. E non trovo nulla di cui pentirmi. Mi sarei data della stupida se invece mi fossi comportata diversamente. Dopo mi ritrovai completamente e meravigliosamente indolenzita. Non ne avrei più potuto fare a meno di quell’esperienza, anche se almeno per qualche giorno avrei dovuto tenermi a riposo. E qualcosa dovevo pure inventarmi; per lui. Prima ancora di potermelo chiedere mi ricordai che anche per le altre era stato così. L’ufficio ne aveva sofferto e risentito, ma le storie poi, alla fine, sono un po’ tutte uguali. E avevamo dovuto pazientare per un resoconto completo che al momento, stupida, m’era sempre sembrato esagerato.
Fu allora che fece la cosa che mi sconvolse di più: senza nemmeno darsi il tempo e la briga di tirare su la lampo scoppiò in un pianto dirotto.

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