Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 2 gennaio 2010

Quando c’è un problema, anche se è un piccolo problema come quello, tanto vale affrontarlo subito. Il tempo non si sostituisce alle persone e non risolve quasi mai. Ci ripenso mentre scrivo la lettera di presentazione. Lo ritengo, da parte mia, un atto di gratuita generosità.
Già dalla prima occhiata dovevo aspettarmelo ma come in ogni storia è meglio andare con ordine. Mi era stata raccomandata dall’ufficio assunzioni e io so come selezionano il personale in quell’ufficio cioè come prova le aspiranti il buon Martinengo; ha sempre avuto quel vizio. Nella mia legittima autonomia avevo cercato di accoglierla nel migliore dei modi e devo ammettere che era veramente carina e che si impegnava. Era gentile con tutti e, dopo i primi momenti, un po’ più che gentile soprattutto con me. Aveva percepito subito, con buon fiuto, come vanno le cose da noi.
Forse avrei dovuto usare più cautela, cercare di mantenere il lei, ma non sono mai stato troppo esigente sulle questioni di forma con i miei sottoposti. Per restare sulla forma veramente lei era una di quelle donne su cui c’è poco da eccepire: anzi era molto convincente in tutte le sue forme, cioè si lasciava guardare e anzi si faceva guardare. In realtà era bastato uno sguardo per capirci perché credo che in fondo siamo fatti della stessa pasta. Lei non fingeva di non accorgersi di come la osservavo, io non fingevo di non accorgermi di come apprezzava quei miei sguardi interessati.
Debbo ammettere che ha proprio delle belle gambe tanto che mi sembrava persino inutile quel suo cercare di convincermene sistemandosi continuamente le calze, ne sono stato convinto da subito, ovvero da quando ha preso posto nel suo posto, proprio davanti alla mia scrivania. Certo non basta questo per fare di una donna una donna. Ma lei sapeva come farsi stimare. Nei primi giorni mi lasciava generosamente sbirciare, poi ho notato che non c’era bisogno nemmeno di quel piccolo alibi, mostrava con un sorriso compiaciuto il suo gradimento per i miei occhi, là; senza pudore né moralismi. Quel sorriso mi diceva “hai visto?” e “guardami” e io non me lo sono mai fatto ripetere da una donna. Non ho avuto certo bisogno di prometterle o imporle nulla; non ho mai pensato che fosse una stupida.
E’ stato così del tutto naturale che la portassi con me un paio di giorni per quel convegno a Fiuggi; Fiuggi mi ha sempre portato fortuna. E’ stato naturale anche perché era l’ultima arrivata e non era mai stata a Fiuggi, inoltre è bene trattare bene quando si tratta di clienti importanti. Si potrebbe obiettare che nell’occasione più che i clienti avevo trattato bene me stesso, non lo nego, ma si sa come vanno le cose. E poi lei, debbo ammetterlo, oltre alla presenza masticava l’inglese con sufficiente disinvoltura, il che mi sarebbe stato nell’occasione abbastanza utile. Niente era, in quel momento, più appropriato della sua presenza per rendere gradevole soggiorno e lavoro.
Fiuggi è ormai una appuntamento che si ripete tutti gli anni ed è un passaggio essenziale negli affari del gruppo. L’ingegner Grazioli tiene a che tutto sia al meglio per l’occasione, e lei garantiva a quel meglio anche quel qualcosa in più con la sua presenza gradevole. Anche l’occhio, cioè l’estetica, vuole la sua parte. Tutto doveva essere perfetto al dettaglio e necessariamente accattivante. Lui, l’ingegner Grazioli, mi accorda tutta questa fiducia proprio perché ho saputo guadagnarmela nel tempo, ma al riguardo è intransigente. Si fida ormai tanto da mettere tutto nelle mie mani come fosse presente anche se ormai sono nove anni che impegni improrogabili gli sono da impedimento proprio per quei giorni. Come vanno a finire queste cose inutile dirselo, siamo in fondo tutti uomini di mondo.
Quando le era stata comunicata aveva preso la notizia con entusiasmo, anche se io le avevo chiesto se c’erano difficoltà, ma la mia era solo una formalità, un modo di dire. Con il marito non c’erano stati problemi perché era un impegno di lavoro e il lavoro è lavoro; ci mancherebbe. Viene prima di qualsiasi cosa, il lavoro. L’albergo era il solito albergo, lei lo trovò lussuoso ma elegante. Era disinvolta anche se non credo le capitasse spesso di frequentare simili ambienti. L’ho dedotto dalla meraviglia che non riusciva a trattenere negli occhi sgranati. La scoprivo meravigliosa, affascinante in quella espressione anche se trovavo un po’ sfacciato quel suo prendermi subito così sottobraccio con tanta disinvoltura come ci fosse già e ci fosse sempre stata una grande intimità. Oserei dire una famigliarità. Non che la cosa mi potesse creare disagio, inoltre il personale è sempre stato molto discreto e mi fanno trovare, con le valigie, già la bottiglia di prosecco ghiacciata in camera.
Come d’abitudine non prendo mai una stanza per due perché, anche se queste cose si sanno, è meglio mantenere la forma; le apparenze. L’ufficio ormai lo sa che deve prenotarmi una matrimoniale per me ed eventualmente una singola per ogni persona che mi accompagna. Più quelle per gli ospiti, con particolari riguardo per gli stranieri, soprattutto i giapponesi. Comunque la chiamo solo per sentire se si è sistemata bene e lei mi chiede subito se può salire perché è molto emozionata e vorrebbe avere da me qualche consiglio su come si svolgeranno gli incontri. Sul suo ruolo. Avrei potuto dirle che doveva sorridere e che quello sarebbe bastato. Che lasciasse fare a me. Non volevo sentisse sminuita la sua partecipazione. Così infilo la valigia nell’armadio, senza nemmeno il tempo per disfarla, e preparo il vino nei calici. Quando arriva e glielo offro mi spiega che le piacciono tutte quelle bollicine che le salgono al naso dandogli quel pizzicorino (dice proprio “pizzicorino”) anche se non c’è abituata, e il vino, soprattutto quello (dice proprio così), la rende confusa e le mette in corpo un’allegria che non sa trattenere. Si scusa se la vedrò ridere come una scema (anche questo è di sua bocca) mentre già comincia a ridere proprio come una scema.
Aggiunge che la sua è piccola ma graziosa. Intanto aveva fatto due occhi immensi e stupiti. Aveva respirato a fondo. Mi aveva raccontato del portiere. Si era fatta riprendere da quella sua sguaiata ilarità. “Lo sapevo. Mi fa sempre così.” –aveva aggiunto per spiegazione mentre si stava già sfilando la gonna seduta sul letto. In un certo senso avevo apprezzato il suo gesto perché sono sempre stato contrario a certi falsi moralismi. Amo le persone dirette. Mi piaceva che fosse il gesto di una donna libera. Insomma non mi piace fare nulla che può essere evitato; odio il superfluo. In realtà l’unica novità era che con lei era la prima volta che “iniziava” così subito, cioè prima ancora che si cominciasse veramente a lavorare. Mi aspettavo di dover inventare qualche banale scusa di facciata, sfacciata, per quella sera, invece è bastato avvertire che avremmo ritardato a scendere per il pranzo. Mentre ero al telefono lei continuava a far sentire quella suo cantilenante risatina soddisfatta e ammiccante. Mi strizzava d’occhio in quella sua maldestra finzione di piccola ubriacatura e mostrava di gradire quell’aria di intrigo, anzi proprio di tresca. Si divertiva e io non riuscivo a staccare gl’occhi.
Così è iniziata come così sono iniziate altre storie simili in azienda e non, più storielle che vere storie. Buone al massimo per alimentare le chiacchiere dei pettegoli, e qualche invidia in chi certa strada la deve ancora fare. Il rango, infatti, comprende anche certi privilegi e tutti lo sanno. Tornando a quella mattina avevo apprezzato meno, e forse questo avrebbe dovuto mettermi sull’avviso, quel dopo. Aveva assunto quell’aria sognante e s’era inventata quelle sconvenienti parole sentimentali, ma ero stato confuso nel mio orgoglio maschile per quel suo testardo interessarsi a me. Aveva insistito per sapere se mi era veramente piaciuto ed io, per cortesia, le avevo risposto distrattamente che avevo apprezzato quel suo sacrificio, se sacrificio era, e che sì! “lei mi era proprio piaciuta” e anzi “era stato tutto proprio bello”. Cose insomma che si dicono perché una donna te le chiede.
In fondo ero solo un pelino deluso: preferisco che la donna mi lasci almeno l’illusione della conquista. Che si lasci almeno un poco corteggiare. Al caso anche cercare di forzare la mano e quel qualcosa per convincerla. Meno piacevole è stato quando poi ha accennato a Guido, credo sia il nome del marito, con un aria quasi di colpa, e quando mi ha chiesto quello, il nome, di mia moglie. Non ho tempo per sensi di colpa o per simili amenità e non né ho più nemmeno l’età. Ho finto di non sentire quest’ultima sua curiosità, mi sono anzi limitato a non rispondere. Preferisco lasciare le cose serie fuori da queste e dalle lenzuola. Credo che le preoccupazioni e certi pensieri nuociano anche al fare all’amore, il vero sesso ha bisogno della mente sgombra, e poi trovo tutto ciò così ipocrita e puerile. Il suo corpo è certamente sodo così come la maternità non le ha lasciato segni ma, seppure giovane, non ha certo più quell’età di ragazzina. Per tutto il resto non ho nulla da eccepire: per tutto il tempo che ci siamo trattenuti è stata una piacevole compagnia, soprattutto nelle pause, lo ammetto, e una discreta assistente.
In realtà questo è tutto senza tralasciare nemmeno il superfluo. Trovo sia giusto dire le cose come stanno e dare loro l’importanza che hanno. Niente allora, né in quello che tra noi è stato dopo, mi ha fatto sospettare che ci potesse essere alcun fraintendimento. Fuori è fuori ma in ufficio ogn’uno al suo posto e nel suo ruolo. Sul lavoro sono sempre stato esigente e inflessibile. Con lei ero sempre stato chiaro e non mi ero permesso alcuna promessa, né ne avevo avuto bisogno. E’ questo che mi ha lasciato allibito e deluso quando s’è trattato di sostituire il Carbosi dell’ufficio bilanci-due e lei ha aspettato che rimanessimo soli. Non senza obbligarmi a gratificarle ancora di uno sguardo compiaciuto e interessato le snelle cosce come dovesse rammentarmi qualcosa che avrei dovuto ricordare da solo. “Io speraro… cioè credevo… ma perché proprio Erika”?
Semplicemente in base all’anzianità e, scusa, per competenza.” –parlandomi mi ha guardato come avessi detto la più immensa delle assurdità. Una vera fesseria. Come cadesse da Marte. Ho anche aggiunto, senza che l’argomento lo meritasse o ne vedessi bisogno– “Lei è al suo posto da sei anni, tu solo da otto mesi” –ma nemmeno quello sembrava esserle sufficiente. Non che non ci avessi pensato. Capivo le sue esigenze così come capivo che il marito, se ricordo bene Guido, non aveva certo un posto da stare molto allegri con i tempi che corrono, penso che quello che portava a casa lui fosse quasi mortificante, ma capivo anche le esigenze dell’azienda. Negli affari non è permessa la beneficienza. E poi forse era anche tempo che la nostra storia finisse lì; di darci un taglio. O almeno di un chiarimento. Non ho mai sopportato storie che si dilungano troppo proprio perché rischiano di creare fraintendimenti e confusione e aspettative e cominciavo a sentire odore di bruciato. Avevo già pensato di dirle che potevamo restare buoni amici. Di spiegarle magari che potevamo anche mantenere quelle nostre piccole saltuarie frequentazioni, ma che tutto doveva continuare ad essere estremamente chiaro. Avrei evitato volentieri di doverle dire che si poteva anche risparmiare quei suoi occhioni languidi che tanto non facevano presa ed andavano bene solamente in una pessima commedia da teatro rionale. Come attrice non era certo un immenso talento. Credo anche che avrebbe fatto bene a cominciare a stare un poco più attenta, anche proprio per suo marito. Non ho mai amato le complicazioni.
Ho trovato ancor più sconviene che lei non si arrendesse e insistesse con la voce fintamente rotta: “Non è solo per una questione economica cioè di posizione ma anche. E poi… Ma io”…
E’ sempre spiacevole dover ricorrere a certi argomenti e magari alzare il tono: “Anche lei; prima. Come credi sia entrata? Proprio come te. La tua presenza è… piacevole. E poi sarebbe contro di noi. Avresti il tuo ufficio e ti vedrei così. Sai come mi chiamano? Il figlio di puttana. Lo so che lo sapevi. Evito per signorilità di spiegarti come chiamano te perché credo che anche questo tu lo sappia o puoi intuirlo. Non ultimo vorrei ricordarti che Fiuggi viene per noi una volta all’anno e la partita doppia ogni santo giorno. Lasciamo le cose come stanno”.
Ormai non era più in grado di controllarsi, lo capisco. I suoi occhi non riuscivano più a nascondere la sorpresa e un leggero stato d’ira. Forse credeva che il fatto che l’ufficio fosse ancora vuoto, tranne noi due, le desse il diritto… le potesse permettere di andare oltre il rispetto verso un superiore, di scordare la gerarchia dell’impiego. O come se la crisi ci fosse solo per lei. Non so darmi altre spiegazioni alla sua stupidità: “Tu non puoi. E poi… io… credo di aspettare”…
Questo proprio non se lo doveva permettere. Ma per chi mi aveva preso? E poi una bugia banale come quella. Non poteva scambiarmi con l’ultimo gonzo in circolazione. Avevo assistito ad interpretazioni migliori della sua e nemmeno allora avevo potuto permettermi degli scrupoli. Lo avrei spiegato io all’ufficio assunzioni e al caro Martinengo: “Io posso. Mi spiace ma… Allora non mi sono spiegato. Avrei preferito non doverlo fare ma mi ci costringi. Ti prego di lasciare libera la tua scrivania”.
E non è certo con le lacrime che ci si ammenda da certi errori. Alla fine credo che questo le sia stato anche utile perché le può aver insegnato la lezione. Ci si deve sbattere il muso per imparare a stare al mondo. Anzi sono convinto che una come lei non tarderà a trovare un nuovo impiego. Così come credo che basterà lasciar passare un po’ di tempo e poi potremo tornare amici come prima. Perché lei non è completamente stupida e carina è proprio carina.

Annunci

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: