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Archive for 7 gennaio 2010

1. Ammazzare il tempo. E’ un brutto modo di dire. Non mi piacciono certi modi di dire; come dire? un po’ lugubri. Ma tant’è; sono nati così e così ce li teniamo. Se ti chiedi da dove vengono rischi di uscirne pazzo. Ragionevolmente non hanno senso ma qualcuno li ha inventati. Magari distrattamente. Intendo dire come: “Mi piaci da morire”. Penso sarebbe più opportuno invece dire “Mi piaci da vivere” o qualcosa di simile. Quello che non mi piace però non appartiene tanto alla corrispondenza ma proprio a certe allocuzioni lugubri. In fondo non viviamo nel mondo dei morti; o no? Credo che a parlare di morte si rischi di evocarla. Credo che sia meglio lasciare che i morti stiano dove stanno. Che i morti restino con i morti. Invece ormai viene quasi istintivamente. Intendo dire come quel “Mi piaci da morire”. L’ho pensato spesso guardando lei. Mentre mi parlava. Ascoltandola. Temo anche di averlo pensato qualche volta a voce alta. Almeno quella volta che lei ha voluto sapere perché. E si è messa a discutere sui miei complimenti e sulle mie ragioni. Quando mi ha spiegato che non poteva succedere tra noi. Che mi sbagliavo. O, come diceva lei, che non sapevo quello che dicevo perché non lo conoscevo. Che le ero caro ma… Ed era diventata rossa ricoprendosi le ginocchia.
Lei ha belle ginocchia. Soprattutto quando mi sta davanti. Sempre fasciate dalle calze. E gonne strette. Strette che cammina in quel modo come cammina lei. Sospesa sopra i tacchi. Ma io le sono solamente caro. Ma ci sono altre volte che invece avrei voluto riprendermi quelle parole indietro. Ricacciarle nell’oblio. Voglio dire che a volte me ne fa pentire. Perché a volte è bella, e carina. Altre volte no. E a volte è proprio pedante. Mi mette troppi puntini sulle i e persino dove non ci stanno. A volte sembra volermi dire anche quello che io dovrei dire. O come quando la guardo e lei si guarda le unghie. O quando è al telefono con qualcuno mentre sta con me. Altre volte mi affascina anche solo come accavalla le gambe. Allora non so come nascondere che la vedo. Non so come toglierle gli occhi di dosso. Credo che lei non lo sappia. Ma forse lo sa. Magari è anche contenta che io la guardi così. Potrei chiederglielo ma non so se è una buona idea. Potrei raccontargliene di cose. Ha un’età indefinibile. Potrebbe essere la mia. Potrebbe avere persino dieci anni più di me. Non credo sappia come si tratta un uomo. Cosa vuol dire solamente caro? Per farla breve, insomma, ad essere onesto odio i modi di dire.
Comunque stavamo parlando amabilmente, preferisco dire così, io e Margheretta. Mi piace troppo poco quel suo nome che debbo fare attenzione quando lo pronuncio. Veramente devo fare sempre attenzione con lei. Devo pensare le parole. Lei è una donna molto precisa. Anche se lo so che nessuno è mai completamente preciso. Anche se non mi capita mai di vederlo, che ne so, un ricciolo fuori posto, magari la borsetta potrebbe essere in disordine. A volte fruga per trovare il cellulare; quando quello suona. Comunque credo di non aver mai conosciuto una persona così precisa, anche nei suoi assunti. Stavamo invero parlando di bella scrittura. Si era partiti da un generico discorso sull’arte. Si parla spesso tra noi delle cose più disparate. Si stava osservando che dovrebbero essere messe in rilievo e premiate le qualità tecniche e di elaborazione e sviluppo dei pensieri. Come siamo arrivati a parlare del bello scrivere nemmeno lo ricordo. Onestamente non ricordo nemmeno di come eravamo partiti a parlare di arte; nemmeno da dove avevamo cominciato. Temo, a volte, di soffrire di amnesie. Mi perdo in angoli del mio pensiero e dimentico, anche rapidamente. Forse dovrei prendere appunti. Intanto stavamo bevendo un tè. Veramente lei beveva un tè. A me non piace il tè. E mi mette ricordi di disagio. Insomma sostengo che una scrittura bella e piacevole non dipende dal genere. Può esserci, e c’è, una letteratura cosiddetta minore, come l’horror, scritta con qualità e padronanza del linguaggio. Ho portato ad esempio, in contrasto con altri, naturalmente Stephen King. Il primo nome che mi è venuto. Parli di uno e spunta l’altro. Lei mi stava facendo notare che però citavo un autore tradotto. Ho dovuto pensarci. Aveva ragione e non aveva ragione.
Mi sono sempre immaginato la persona che traduce un’opera come un uomo privo di fantasia e di iniziativa, ma fin troppo meticoloso. Attento a tradurre non solo il significato delle parole, ma anche quel loro stare assieme; il loro fluire. Intento a non apportare la minima modifica per non tradire il pensiero dell’autore. Così zelante da tradurre cattiva prosa là dove la scrittura incespica e si fa povera o incerta. Così preciso da tradurre l’errore là dove incontra un errore. Credo che se avesse fantasia non accetterebbe quel ruolo d’ombra e scriverebbe per se. Scriverebbe i propri racconti. Non metterebbe parole di un’altra lingua al posto delle parole che sono state partorite la prima volta dalla fantasia di una mente altrui. Insomma sarebbe l’autore delle sue storie.

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